Mario Maria Nanni è dirigente scolastico all’Istituto comprensivo 21 di Bologna, istituito nel settembre del 2013.

La situazione della scuola pubblica italiana è critica, per qualcuno siamo giunti a un punto di rottura.
Io penso che la scuola abbia bisogno di cambiamenti importanti perché oggi fa fatica a rispondere alle esigenze della società. Quando si discute di riforme si parla sempre e soltanto di cambiamento dei curricula, di studiare di meno o di più una materia, mentre io credo che sul lato didattico, sul lato dei contenuti, l’unica vera domanda che ci dovremmo fare è che cosa dobbiamo insegnare ai nostri allievi, perché sono molto belle tutte quelle espressioni "la scuola che forma il cittadino”, "la scuola che educa le persone”, ma la scuola è composta da membri di questa società che quindi ne sono lo specchio; la nostra è una società oggettivamente composita e allora se parliamo di educazione, che è un concetto molto più vasto di quello della semplice istruzione, cioè della semplice trasmissione di conoscenze, competenze e abilità, c’è bisogno di una grande domanda, di una grande chiarezza, tutte cose molto difficili da imporre per legge. Se la scuola dev’essere una comunità educante dobbiamo chiederci: per educare a che cosa, come e a quali scopi?
Uno dei grossi problemi della scuola italiana è di tipo organizzativo. Lei fa il preside, può raccontare?
Una struttura scolastica gestita dallo stato in una maniera sostanzialmente centralistica oggi è impraticabile, c’è bisogno di un’elasticità molto maggiore. Una vera riforma della scuola, per avere davvero qualche effetto, dovrebbe essere una riforma dell’organizzazione della scuola, della struttura scuola. Premetto che la mia non è una rivendicazione di tipo sindacale e quando dico che la scuola è alla frutta, non intendo che la scuola fa schifo; i miei figli hanno frequentato la scuola pubblica e ho fiducia nel contesto dove vivo, però credo che abbia degli enormi margini di miglioramento e che questi si possano percorrere anche senza troppi soldi. Quello che io come preside faccio molta fatica a gestire è appunto un abominio organizzativo. Io dirigo un istituto comprensivo, composto da una scuola di infanzia, da due plessi di scuola elementare e da una scuola media. In questo contesto lavorano circa 120 insegnanti e una trentina di persone tra amministrativi e collaboratori scolastici. Gli studenti sono 1.200. In teoria, e purtroppo anche in pratica, la scuola è costruita in modo tale che c’è il preside (io continuo a chiamarlo così e non "dirigente scolastico”, perché mi sento un po’ preso in giro da questa definizione), che deve essere il terminale unico di tutto, senza alcuna unità intermedia. Questo sistema non può funzionare con una scuola di queste dimensioni. Noi in teoria potremmo anche utilizzare dei collaboratori, ma non ci sono i soldi per pagarli e non possiamo ottenere degli esoneri, per cui sono persone che fanno anche scuola e quindi non sempre posso delegarli o farmi sostituire se devo essere da qualche altra parte. Quindi cosa succede? Che io alla mattina arrivo a scuola con un elenco delle cose da fare e, quando finisce la giornata, non sono riuscito a fare quasi nulla perché ho dovuto gestire le emergenze. D’altra parte quando hai 2.400 genitori, molti dei quali pretendono di parlare con te ogni cinque minuti, è una tragedia, così come il fatto che per chiamare un supplente per una giornata si debba perdere una mattina; io capisco la piaga sociale, il problema del precariato, però non è possibile, è un carrozzone mostruoso.
È proprio un problema di identità della mia professione: l’unica vera riforma strutturale della scuola, quella dell’autonomia del ’99, ha portato a una situazione in cui noi presidi ci troviamo a gestire la scuola da soli, nel senso di essere gli unici responsabili di tutto quello che succede. È curioso perché nel disegnare la norma si è privilegiata, con una serie di valide motivazioni, l’idea che il dirigente scolastico, data la sua specificità, dovesse provenire dalla scuola, perché deve essere attento agli aspetti educativi, pedagogici e didattici, ma alla fine, proprio perché siamo l’unico punto di riferimento, gli unici responsabili di tutto quello che succede qua dentro, di fatto siamo più delle figure amministrative piuttosto che delle persone che si occupano di educazione e formazione. È un problema molto grosso. Le faccio alcuni esempi. Noi siamo pubblica amministrazione e io sono indicato come datore di lavoro, quindi ho tutta una serie di responsabilità connesse alla sicurezza e all’applicazione della normativa sul lavoro, ma non ho né gli strumenti, né le competenze, né le condizioni oggettive per rivestire questo ruolo. Per dire, se si parla di aprire una porta di emergenza o cablare la scuola con la fibra ottica, beh, i muri non sono miei, ma dell’ente locale, i soldi non li ho. Insomma, già questo...
La nuova normativa sulla trasparenza nelle pubbliche amministrazioni mette il dirigente scolastico nelle stesse condizioni del responsabile di un grande comune, di un grande ente. Per me è impensabile, perché non abbiamo la disponibilità economica né la preparazione; possiamo anche fare dei corsi di aggiornamento ma non è banale muoversi adeguatamente...
Non solo: si vorrebbe "amministrativizzare” allo stesso modo l’intero percorso scolastico, ma non ha senso. Il tema educativo rispetto a un bimbo che si avvicina alla prima elementare e la verifica delle conoscenze rispetto a un ragazzo che si accinge a completare il suo corso di studi e andare all’università, non hanno lo stesso peso. So di dire una cosa scandalosa, ma io sono uno di quelli favorevoli all’abolizione del valore legale dei titoli di studio che ritengo un ostacolo enorme a una vera e libera concorrenza tra le scuole. Tra l’altro, in un contesto in cui venisse meno il valore legale del titolo di studio, si ridimensionerebbe moltissimo il fenomeno delle scuole private o paritarie che sono solo degli "esamifici”, dove si "vendono” i diplomi. Io credo molto nell’ipotesi di un sistema integrato, un sistema pubblico in cui ci sia una reale compresenza di scuole statali e di scuole gestite da altri soggetti pubblici e privati, che possono essere i comuni, ma anche i privati, le associazioni, ecc. Una scuola che non si limita ad accertare quanto inglese o quanta matematica sai, ma vuole essere qualcosa di più, non può essere gestita in maniera burocratica-amministrativa. Purtroppo la decisione di prevedere -addirittura in costituzione- un’autonomia delle scuole ha creato molti equivoci. Le autonomie locali sono caratterizzate dall’esistenza di organi tecnici di gestione e di organi politici. Nella scuola qual è l’organo politico? Il consiglio di istituto? Sì, è l’unico organo elettivo, ma è difficile individuarne il ruolo effettivo; le responsabilità concrete sono tutte del dirigente scolastico e poi non sempre c’è un consiglio d’istituto che è un interlocutore preparato, e anche questa è una contraddizione.
So di dire una cosa impopolare, ma temo che questo sistema sopravviva perché c’è una sorta di squilibrio, nel senso che se un genitore vuole iscrivere i propri figli a una scuola paritaria, comunque deve pagare, quindi è chiaro che c’è un freno a questo tipo di operazione. Con questo non voglio dire che le scuole paritarie siano migliori. Ho avuto la fortuna di fare, per conto dell’Ufficio Regionale, una verifica dell’efficienza di alcune scuole paritarie e ne ho viste alcune indecenti (per le quali era opportuno decretare la chiusura o comunque togliere la parità), ma ho visto anche delle realtà bellissime: scuole capaci di fare quello che noi oggettivamente non siamo capaci di fare. Voglio dire che, al di là delle posizioni ideologiche, non è che la scuola di stato di per sé sia un bene. È un bene che lo stato debba garantire il servizio al cittadino, ma che poi lo debba anche gestire, sul fatto ho serie perplessità o perlomeno delle domande che restano aperte.
Ripeto, per parlare di autonomia, ci vorrebbe un organo, chiamiamolo politico, una sorta di CdA, con un dirigente didattico, un dirigente amministrativo e, al limite, anche un dirigente che coordina questi vari aspetti. Non si tratterebbe di fare altro che di rendere effettivo quel sistema delle autonomie di cui si parla da tempo. Oggi le scuole, per quanto ogni giorno arrivino norme che parlano di "scuola personalizzata”, fanno fatica, hanno troppi standard uniformati, troppi vincoli.
Si dice che gli insegnanti oggi fanno molta fatica ad agganciare i ragazzi.
Io vedo un problema soprattutto alle medie, dove, al di là dei limiti del sistema scolastico, c’è un altro dato oggettivo, che è l’età: sono piccoli, ma non del tutto e non vedono l’ora di diventare grandi. Gestire ragazzini che sono veramente nel transito tra l’infanzia e l’adolescenza oggi è molto più difficile di quanto non fosse una volta. I modi in cui questi ragazzi si pongono, vedono le cose, pensano, sono completamente diversi da quelli noti, non dico a me, ma anche a una persona giovane.
Se hai la sensibilità e la professionalità necessarie a ricordarti com’eri a quell’età, magari riesci comunque a entrare in dialogo con loro. Ma pensi alle difficoltà di un insegnante a cui mancano pochi anni alla pensione a rapportarsi con questi ragazzini che ormai con lui non hanno in comune nemmeno il linguaggio; ragazzi che passano ore e ore davanti al video, non a scuola, ma a casa, che credono di avere tanti amici, perché ne hanno centinaia su facebook, che si messaggiano tutto il giorno e al contempo danno l’impressione di aver perso la dimensione del rapporto interpersonale. La scuola dovrebbe avere a disposizione delle professionalità che una volta non servivano e che oggi sono indispensabili, per esempio una competenza psicologica. Quasi tutte le scuole cercano di costruire dei rapporti con psicologi che fanno uno sportello, che fanno consulenza agli insegnanti, tutte cose che facciamo con molte difficoltà perché, non essendo previste, bisogna trovare i soldi per pagarli e fare dei contratti esterni che non sono banalissimi.
Qui non si può non citare il problema del blocco delle pensioni, dell’anzianità. Se si guarda la scuola non con lo sguardo del lavoratore, ma dell’utente, la domanda che viene spontanea è: "Ha senso tenere in classe un sessantasettenne con ragazzi di dodici anni?”. E qui non penso tanto allo stress del sessantasettenne, quanto all’effettiva possibilità che da quel rapporto nasca qualcosa di utile per il discente.
Oggi poi con le nuove tecnologie ci sono altri problemi. Si dice che i docenti devono fare po’ di informatica. Ora, è vero che ci sono i docenti che non ne hanno voglia, ma gli insegnanti che invece vorrebbero farla spesso non hanno le competenze e nessuno li mette in condizione di recuperare. Parliamo di insegnanti costretti ad andare in laboratorio con dei ragazzini che spesso sono molto più bravi di loro.
Insomma, bisognerebbe mettere gli insegnanti in condizione, non dico di essere più bravi, ma almeno di capire cosa sta succedendo e di gestire questa situazione, non di subirla. Io sono un professore della vecchia guardia e per me la lezione frontale rimane la modalità principe della scuola. So che oggi su questo c’è un problema, però gli insegnanti più volenterosi non vanno lasciati alla loro buona volontà, hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a imparare questa modalità di lavoro diversa.
Non è vero -questo lo voglio sottolineare-, come sostiene parte dell’opinione pubblica, che non hanno voglia di lavorare, che lavorano troppo poco; queste sono proprio falsità; la verità è che molto spesso sono costretti a lavorare in assenza di modalità e strumenti adeguati.
E il rapporto genitori-insegnanti? Si parla spesso di alleanza educativa in crisi...
Il rapporto coi genitori è difficile. Il discredito che è stato gettato in generale sui pubblici dipendenti, e sulla scuola in particolare, fa sì che delle persone pensino che io sia a loro disposizione perché sono un dipendente pubblico e le tasse mi pagano lo stipendio.
È molto difficile far capire ai genitori che io non sono nelle classi, che io non sono il loro diretto interlocutore. È giusto che un genitore chieda conto all’amministrazione e agli insegnanti di cosa fanno i loro figli. A me sta bene che un genitore venga a chiedere perché suo figlio ha preso quattro e trovo giusto che l’insegnante glielo spieghi. Trovo però intollerabile che il genitore dica: "Io non sono d’accordo con lei”, o che pretenda che si faccia come vuole lui. Così come tollero con fatica il genitore che mi fa perdere quaranta minuti per spiegarmi che il suo bambino è molto sensibile e quindi, siccome il maestro è un po’ burbero o urla, il bambino è a disagio e che, insomma, il maestro deve tener conto di lui, senza minimamente considerare che in quella classe ci sono altri 25 bambini da gestire; oppure quello che si lamenta: "L’ha interrogato ed è stato un po’ brusco...”. Poi vai a chiedere al professore e scopri che è la terza volta che lo interroga ed è la terza volta che lo trova impreparato. Sono tutte forme di protezione dei propri figli assolutamente diseducative. Quando questi comportamenti riguardano molti genitori, beh, è bene porsi delle domande.
Parliamo del tema della scelta e della gestione del personale docente. Ichino, nella sua proposta di riforma, le lasciava ai potenziali futuri gestori delle scuole rese autonome. Invece in Finlandia la selezione, molto severa, è da parte dello Stato.
È difficile fare confronti con paesi di cinque milioni di abitanti. Poi, certo, va riconosciuto che purtroppo per decenni è stata fatta una politica delle assunzioni che ha fatto della scuola una sorta di ammortizzatore sociale. In una vera riforma della scuola si dovrebbe trovare il modo di avere una maggiore selezione dei docenti, anche per premiare quelli bravi, che sono tantissimi. La qualità della scuola è fatta innanzitutto dalla qualità degli insegnanti: puoi avere l’organizzazione migliore del mondo, ma se hai degli insegnanti scarsi vai poco lontano.
Io non sono un esperto di comparatistica né in termini di diritto né in termini di politiche scolastiche, quello che posso dire è che ogni soluzione comporta dei rischi e delle opportunità. Capisco pienamente l’obiezione di chi dice: "Il sistema di reclutamento attuale garantisce certe posizioni, garantisce delle precedenze, ha una sua oggettività”. Però è nei fatti che non garantisce la qualità degli insegnanti e soprattutto non garantisce la loro collocazione nel contesto che li può meglio valorizzare, oltre a non garantire la dovuta trasparenza ed efficienza.
Io credo che, fatti salvi i rischi dell’arbitrio, si debbano trovare delle forme che siano sottoposte e sottoponibili a un controllo pubblico, ma che permettano una maggiore elasticità. Per quale ragione i dipendenti degli enti pubblici vengono selezionati da quegli enti pubblici dove dovranno andare a lavorare, con una procedura particolare che garantisce una continuità del servizio, mentre a scuola non è così?
Che le scuole selezionino non vuol dire per forza discrezionalità, rischio di abusi o di prepotenze da parte di qualcuno che a questo punto diventa una specie di ras privilegiato perché può assumere. Per me selezionare vuol dire, ad esempio, che una commissione del collegio dei docenti indice un concorso per l’assunzione di quattro insegnanti, con una procedura di evidenza pubblica, ma in modo tale che quella scuola possa scegliersi la persona adatta a stare in quel contesto, quella di cui l’istituto ha bisogno. Possibilmente garantendo una certa continuità. Oggi, chi viene assunto deve garantire minimo cinque anni in quella provincia. Ma a cosa serve se poi uno tutti gli anni può comunque chiedere il trasferimento in un’altra scuola?
C’è anche il problema dell’orario cattedra.
È l’idea, che penso la scuola debba superare, per cui per cui l’insegnante fa 18-22 ore e quello è il suo orario di servizio. Qui si torna al discorso iniziale: bisogna vedere cosa vuoi dagli insegnanti.
Già oggi viene richiesta una modalità di lavorare e un tipo di prestazione che va oltre il monte ore. L’insegnante dovrebbe essere uno che sta sul suo luogo di lavoro e che mentre è lì fa delle sostituzioni, prepara il lavoro, ecc.; sarebbe ottima come soluzione. Peccato che nelle nostre scuole non si possa fare. Cioè, lei non può chiedere a un’insegnante di stare a scuola tutte le sue ore così intanto corregge i compiti, perché non ha un buco dove andare. Mica può mettersi a correggere i compiti in corridoio! E non ho citato certe "assurdità” di questo sistema. Quando alla scuola media si è riformato l’ordinamento, si è deciso che la cattedra di lettere fosse di dieci ore per classe (cinque ore di italiano, quattro di storia e geografia e un’ora cosiddetta di approfondimento). Ora, faccio semplicemente un’osservazione: se l’orario cattedra è diciotto ore, e un insegnante fa dieci ore, beh, mi sembra ci sia qualcosa che non funziona nell’incastro. Perché lei capisce che dieci più dieci fa venti, quindi a uno non gli puoi dare due classi. Però se dai solo una classe restano fuori otto ore, che non bastano a coprire un’altra classe, e così in una classe avrai due insegnanti per queste materie, con uno spezzettamento devastante per l’organizzazione (provi a pensare cosa vuol dire far l’orario di un’insegnante che va in tre classi invece che in due e far quadrare tutto), ma anche poco funzionale per la didattica, per la continuità educativa nei confronti dei ragazzi. Non sto parlando di cose eclatanti. Sono tutte piccole cose, che però nella nostra quotidianità pesano in termini di funzionalità, di utilizzo del tempo di lavoro, di clima...
Dispiace dirlo, ma questo è un paese in cui si guarda troppo alla forma e poco alla sostanza. Le faccio un esempio che per me è lampante. Tutti fin dalle elementari devono imparare l’inglese. Non entro nel merito se sia opportuna o meno come scelta, però una volta che questa scelta è stata presa si è posto il problema di come insegnare l’inglese ai bambini. Qual è il requisito fondamentale perché uno alle elementari possa imparare l’inglese? Avere un insegnante che sa bene l’inglese e che te lo sa insegnare. Ora, si potevano inventare tanti modi, si potevano fare delle convenzioni internazionali per far arrivare dei madrelingua, fare degli stage, delle borse di studio; si poteva anche pensare di avere un professore che insegna in tante classi. Bene, il nostro paese ha fatto la scelta, per altro economicamente non vantaggiosa, di formare tutti gli insegnanti elementari anche all’insegnamento dell’inglese. Il tutto attraverso dei corsi di poche decine di ore (non le dico sul piano organizzativo-burocratico che confusione è nata).
Io chiedo: si può pensare di insegnare l’inglese in questo modo? Poi è chiaro che i bambini fanno cinque anni di inglese e non imparano molto. O peggio imparano male. Perché un bambino di prima elementare non apprende la grammatica e le regole, bensì la pronuncia, e prende subito dimestichezza con alcune parole chiave e alcuni modi di dire, con il rischio di portarsi dietro degli errori da cui non si libera più. Io capisco che l’idea di avere un maestro unico che ti sa insegnare tutto è meravigliosa. Ma praticamente è possibile? Ripeto, l’insegnamento dell’inglese sarebbe forse molto più bello se ci fosse un insegnante veramente bravo che, stando sulla sua classe, riesce a far cinque-dieci minuti tutti i giorni, i bambini imparerebbero anche di più, siamo d’accordo, ma è realistico pensare che noi possiamo formare centinaia di maestri rendendoli in grado di insegnare inglese con qualche ora di corso? No!
Anche l’esame di maturità è argomento di discussione...
Le faccio io una domanda: le sembra normale che noi abbiamo un sistema scolastico che prevede percorsi diversi e poi abbiamo esami di maturità in cui fondamentalmente viene dato lo stesso tema a tutti? Lei non può dare lo stesso tema a chi esce dal liceo classico e a chi esce da un tecnico, da un professionale. Ma non perché gli uni sono più bravi degli altri, perché poi se decidessi di dare un tema sulla partita doppia, chi fa un liceo non saprebbe da che parte cominciare, e chi fa il ragioniere invece lo saprebbe svolgere; il punto è che non ha senso. Qui sono brutale: penso che una buona soluzione sarebbe l’eliminazione dell’esame di maturità e la sostituzione con una "conclusione” di scuola superiore e poi la fase selettiva affidata alle facoltà universitarie, che in base alle competenze di partenza decidono se ammettere o no a un corso di studi che non può essere aperto a tutti a prescindere. Mi sembra che così sarebbe più serio: uno finisce il suo percorso scolastico con la valutazione di coloro che l’hanno seguito per quegli anni, dopodiché, con le competenze che ha, va a bussare a determinate porte. Alcuni gli diranno: "Sei in grado di entrare qui, prosegui...”, e altri: "No, qui no”. Dovrebbe esserci anche un sistema che permette di cambiare strada: ho studiato, ho fatto il liceo scientifico, adoro la matematica, poi a un certo punto della mia vita scopro che voglio fare filosofia. Bene, vai a vedere se sai abbastanza filosofia e se non ne sai abbastanza, ci sarà un pezzo dell’università che ti fa un corso di allineamento. Davvero: perché dobbiamo spendere tutti gli anni un sacco di soldi per fare un esame di maturità che non serve a nulla?
Torniamo all’autonomia.
Allora, quello che voglio dire è che l’autonomia non può essere che io sono autonomo ma poi per far pulire la scuola devo sottostare al grande appalto nazionale. Se mi inscatoli tutto e poi mi offri l’"autonomia”, cosa me ne faccio? Per me l’autonomia vuol dire, ad esempio, decidere che nella mia scuola si assegnano anziché due, quattro ore di educazione fisica, oppure che non se fa neanche una.
L’autonomia prevede delle quote di adattabilità dei curricula affidati alle scuole. Sarebbe bellissimo. Ma fino a che resta tutto vincolato agli organici nazionali non c’è margine: non potrò mai avere una persona che insegna, che so, russo, perché non c’è la graduatoria per gli insegnanti di russo; non potrò mai avere uno che insegna alle medie lo "smontaggio del motorino”, perché non è previsto, e comunque devo tenere conto che se, per fare questo, voglio togliere due ore di educazione fisica, due ore di matematica, due ore di tecnologia o di qualunque altra materia, non lo posso fare perché devo rispettare quegli organici. Ma allora in cosa consiste l’autonomia nei curricula? Bisognerebbe anche poter "rompere” il gruppo classe. Perché non posso fare italiano per livelli? Voglio dire: se alle medie ho dei ragazzini (non importa se di prima, seconda o terza) che non sanno distinguere il soggetto dal complemento oggetto, che quindi hanno bisogno di essere seguiti in un certo modo, e poi però ho altri ragazzini che lo sanno distinguere perfettamente sui quali potrei lavorare sul lessico, e magari ci sono già quelli che sanno scrivere bene; ebbene, perché non posso fare tre gruppi di livello? Tra l’altro, il ragazzino che fa fatica con la grammatica può invece finire con i più bravi in matematica. Ecco, tutta questa operazione tu a scuola non la puoi a fare, perché l’organizzazione è rigida: non hai gli spazi. Nemmeno quelli fisici: avere delle aule per classi "di livello” potrebbe risolvere il problema dell’assenza di spazi per gli insegnanti: quell’aula quando non ha gli studenti può diventare lo studio dell’insegnante e a quel punto posso anche chiedergli di trascorrere a scuola tutto il suo orario.
Che vuol dire che quando va a casa la sera non dovrà portarsi dietro compiti e lezioni da preparare. Ma fino a che sono ingabbiato in un sistema così chiuso, per cui esiste un’anagrafe nazionale che dice che Giovannino è in terza B, pertanto quando arriva a 14 anni dovrà fare l’esame di terza B, non c’è niente da fare. Queste cose non possono essere gestire a livello nazionale, devono essere organizzate a livello di istituto, senza però questi lacci pazzeschi.
Guardi, io penso spesso a questo. In Emilia Romagna il sistema sanitario è abbastanza integrato tra sanità pubblica e sanità convenzionata. Bene, se lei va in un posto e ritiene che la curino male, va da un’altra parte, anche all’interno della stessa sanità regionale; voglio dire, a Bologna va al Sant’Orsola e, se si trova male, la volta dopo va al Maggiore. Lì si instaura un rapporto contrattuale normale, cioè se le va bene ci torna, se no va da un’altra parte. Perché da noi non può essere così? Mi piacerebbe una scuola che dice: "Cari genitori, qui si fa così, se volete, venite, se no andate da un’altra parte”. Io credo che l’autonomia aiuterebbe anche in questo senso, a essere riconoscibili ed efficaci. Oggi non riusciamo a metterci d’accordo neanche su una banalità come il poter o non poter mangiare in classe.
C’è un prof che ti lascia mangiare, un altro che non ti lascia, finisce che un ragazzino non sa neanche più se è educato o meno mangiare mentre si fa lezione. Certo, questo vuol dire anche che se una scuola non funziona chiude e quindi si perdono posti di lavoro. Non come adesso, che se io perdo delle classi, i prof vengono mandati in un’altra scuola. È chiaro che sarebbe tutto diverso, cambierebbe la testa, cambierebbe tutto. Comunque un compromesso tra una scuola di questo tipo e le tutele, le prassi cui ci siamo abituati va trovato. Ma bisogna che sia un cambiamento vero. Se domani arrivasse qualcuno dal governo e mi dicesse: "Stiamo scegliendo scuole in cui verificare l’autonomia vera. Ci stai?”; e poi mi cominciano a spiegare: "Però non puoi cambiare professori, non puoi fare questo, né quell’altro”. Beh, io rispondo di no. Questo mi sento di dirlo molto forte. Cominciamo a selezionare i docenti su una valutazione di merito, anche del tipo che sei, della professionalità che hai, dell’umanità che proponi... e qui viene subito da chiedersi: questo lo può fare lo Stato? No. Lo possono fare i privati in autonomia? Forse. Si corrono dei rischi? Enormi! Pero l’alternativa è tenerti quello che c’è, anche se tu per primo sai che non va bene.
(a cura di Giovanni Pasini)