Yo­lan­de Mu­ka­ga­sa­na, ruan­de­se, ha per­so i tre fi­gli, il ma­ri­to e il fra­tel­lo nel ge­no­ci­dio con­tro i tutsi del 1994. Dopo alcuni anni trascorsi a Bru­xel­les, im­pe­gna­ta nel­la lotta per la verità e la giustizia sul ge­no­ci­dio, è tornata a vivere nel suo paese, dove oggi è impegnata nella Commission nationale de lutte contre le génocide e nel progetto di un giardino per i Giusti del Rwanda. Ha raccontato la sua storia nel n. 69 di Una città. Nel 1998 è stata insignita del Premio Alexander Langer insieme a Jacqueline Mukansonera. Ha scritto: La morte non mi ha voluta (1998) e Le ferite del silenzio (2008), editi da La Meridiana, e recentemente L’Onu et le chagrin d’une neglesse (Aviso).

Nel 2011 sei tornata a vivere in Rwanda, nei luoghi in cui c’è stato il genocidio. Com’è maturata questa decisione?
Il fatto è che il mio cuore non aveva mai abbandonato il Rwanda. Una volta all’estero mi sono presto resa conto che io ero partita, ma il mio cuore era rimasto là. Da tempo sentivo il bisogno, il desiderio di ricostituire questo equilibro dentro me stessa. Poi sono sopravvenuti motivi contingenti.
In Belgio sentivo che per molte persone ero considerata come qualcuno che si approfittava della bontà dei belgi, dei servizi sociali. Per me questo era motivo di disagio e anche di una sorta di rivolta interiore. In fondo era vero, io ero estremamente povera. Tra l’altro, la gente pensava che guadagnassi qualcosa dalle cose che facevo, dal mio impegno, e io non potevo certo andare a raccontare a ciascuno: "No, guarda che non ho soldi, sono proprio povera”. Ho iniziato a pensare che non potevo invecchiare così e poi in fondo sapevo che c’era più bisogno di me in Rwanda. E così sono partita.
Che ricordi hai del rientro? Com’è stato l’impatto?
Da un certo punto di vista non è stato difficile perché in qualche modo ero rimasta là tutto il tempo. Voglio dire che tutto il mio impegno era stato sul Rwanda, sugli scampati al genocidio, ne ho intervistati tanti, e poi grazie al Premio Langer avevo cominciato a costruire una casa dove ospitare gli orfani. Pertanto mi sentivo là anche senza esserci. In questo senso è stato davvero come tornare a casa.
Una volta arrivata però, una cosa che mi ha colpito e addolorato moltissimo è che ho avuto l’impressione che i vicini non mi volessero. Mi credevano partita per sempre e ora ero tornata e questo non faceva loro piacere. Pensa che appena sono arrivata si sono offerti di aiutarmi a vendere la terra. Mi cercavano pure dei clienti, così la gente si presentava: "È vero che vendete la vostra casa?”, e io: "Ma no, chi ve l’ha detto?”. La mia casa non era ancora finita, perché venderla? E poi non ne ho un’altra. Se la sono presa anche con gli alberi del mio giardino. Ho ancora in corso un contenzioso con un vicino che voleva tagliassi l’albero sul mio lato dell’area comune. Insomma, non sono stata bene accolta. In qualche modo ero fonte di vergogna per loro.
Questo comunque è un fenomeno diffuso un po’ in tutto il paese. I sopravvissuti del genocidio suscitano emozioni molto forti e i vicini reagiscono talvolta in modo molto aggressivo. Non è così raro che si arrivi a uccidere i sopravvissuti. Ci sono delle zone dove i sopravvissuti sono stati costretti ad andarsene per salvaguardare la loro incolumità.
È successo anche il contrario, cioè che siano stati i sopravvissuti a rivalersi sui loro persecutori?
No, i sopravvissuti non hanno le forze per farlo. Parliamo di persone molto segnate psicologicamente. Come non bastasse i sopravvissuti sono spesso ridotti in povertà. Abbiamo persone che non hanno ancora un alloggio. La maggior parte sono donne e molte sono state contagiate dall’Aids. Gli altri sono perlopiù orfani divenuti adulti. È soprattutto davanti a questi orfani divenuti adulti -alcuni dei quali sono entrati in politica, sono divenuti sindaci- che i vicini provano paura e vergogna, una miscela di sentimenti che spesso si esprime in modo violento. Mi sono resa conto che fra i genocidari qualcuno, se potesse, ucciderebbe ancora. Non tutti, ma alcuni sicuramente.
Purtroppo dopo il genocidio i rwandesi sono divenuti molto aggressivi e questo riguarda sia i tutsi che gli hutu. Spesso dietro l’aggressività c’è proprio un passato di persecutori nella famiglia; altre volte le tensioni vengono da problemi legati alla perdita di proprietà.
Molti assassini che sono stati condannati dai tribunali Gacaca a risarcire i sopravvissuti non lo stanno facendo e così abbiamo migliaia di sopravvissuti -in tutto sono 400.000- in condizioni di indigenza, molti anche senza un alloggio. Per non parlare della loro situazione psicologica: quel passato è ancora vicino e molti non hanno superato il trauma. Ci sono degli specialisti, ma anche la popolazione ha imparato ad aiutare chi è in preda a una crisi acuta.
Hai detto di aver trovato un Rwanda diverso da quello che ti eri immaginata vivendo fuori.
È così. Ero influenzata da alcune dinamiche presenti fuori dal mio paese. Bisogna sapere che in Europa ci sono dei gruppi estremisti che sostengono l’ideologia genocidaria; ci sono poi dei tutsi che hanno anch’essi commesso dei delitti e che quando sono stati giudicati hanno lasciato il paese per non finire in carcere; alcuni di questi oggi si improvvisano oppositori politici. Ma anche gli autori del genocidio si improvvisano oppositori per fuggire la giustizia.
Io non so chi ha manipolato chi, ma questi tutsi scampati alla giustizia si sono coalizzati con gli hutu estremisti e assieme oggi cercano di manipolare l’opinione pubblica parlando di "duplice genocidio”. Sono dovuta ritornare nel mio paese per capire questo fenomeno perché da fuori non si comprende. Gli hutu estremisti, per esempio, ci dicono: "Voi siete tutsi, come possiamo lavorare insieme dopo quello che avete fatto, avete preso il potere”.
Il fatto è che la situazione è estremamente complicata. Prima del genocidio non c’era solo una divisione etnica, c’era anche una divisione regionale fra gli hutu del Sud e quelli del Nord. A loro volta gli hutu del Nord erano divisi fra loro. Questa divisione esiste ancora soprattutto fra quelli che vivono in Occidente. Questa diaspora ruandese oggi è spesso impegnata in istituzioni che hanno a che fare con quello che è successo in Rwanda; hanno costituito le loro associazioni, con presidenti, vicepresidenti, dicono di lavorare nell’interesse del paese, ma non è sempre così.
Poi c’è il problema delle frontiere, in particolare con il Congo. Alla frontiera con il Rwanda, soprattutto dal lato del Kivu, i militari congolesi aggrediscono la popolazione o gli portano via il bestiame, dopodiché gli allevatori, per riavere la loro vacca, debbono pagare anche 50.000 franchi ruandesi, più di 150 euro. Proprio in seguito a queste tensioni ci sono stati degli scontri e dei morti. Ecco, anche in questi casi, la diaspora si è mossa addossando le responsabilità al Rwanda.
Anche il "Mapping Report”, un rapporto delle Nazioni Uniti, uscito nel 2010, ha avanzato delle accuse contro il Rwanda, sembra a partire da queste ricostruzioni. Ma questo sarebbe un discorso lungo.
È emblematica la storia di Victoire Ingabire, leader politica dell’opposizione ora in carcere. Suo marito ha confessato i crimini commessi durante il genocidio ed è stato condannato da due Gacaca rispettivamente alla pena dell’ergastolo dal primo tribunale e a trent’anni dal secondo. Siccome invece Victoire Ingabire aveva lasciato il Rwanda giusto prima del genocidio è risultata la candidata ideale per rappresentare i partiti di opposizione estremisti. Il suo ritorno, avvenuto nel 2011 (dopo aver lasciato il paese nel 1993) ha suscitato molto scalpore. Quando è arrivata ha espresso il desiderio di visitare il memoriale del genocidio di Kigali. Si è presentata con dei fiori e giunta davanti ha detto: "Vedo il memoriale per i tutsi ma vorrei sapere dov’è il memoriale per gli hutu”. Puoi immaginare le reazioni. Quello tra l’altro è il memoriale dove sono sepolti anche i miei figli (non ho nemmeno potuto riconoscerli, c’erano solo le ossa). Sinceramente all’epoca ho proprio pensato: "Perché non sono il presidente così potrei arrestarla immediatamente e metterla in prigione”. Alla fine comunque è stata arrestata.
Riconciliazione è una parola che non volevi sentire. Oggi sei più possibilista.
Ho sempre sostenuto che non si può accettare una riconciliazione se significa dimenticare che c’è stato un genocidio e tornare a vivere assieme. Per me sentir promuovere quest’idea era veramente una tortura. Riconciliarsi con degli assassini è fuori discussione. Nello spirito degli occidentali invece era così: siccome la giustizia non è possibile, allora riconciliatevi nell’oblio. Il Rwanda da questo punto di vista è stato maltrattato, perché ci hanno imposto una giustizia che non corrispondeva ai crimini commessi. Si è privilegiata la ricostruzione di una nazione e di un popolo. Quando però ho visto i risultati mi sono sorpresa io stessa perché non ci credevo. Non potevo immaginare di poter tornare a vivere a casa mia senza che mi venissero a uccidere. La mia doccia s’affaccia sulla collina da cui scendevano gli assassini. Alle volte, quando vado al bagno la mattina presto, guardo fuori e mi dico: "Non ci sono assassini che scendono”. Anche se sono passati vent’anni è il mio primo pensiero. Quando però ci sono dei lavori comunitari può capitare di imbattersi in un assassino uscito di prigione e succede che si parla… ovviamente non si parla del genocidio, si parla di altre cose. Si è creata la possibilità di dirsi: "Buongiorno”. Oggi siamo impegnati insieme per il bene del paese. C’è tanto da fare, le strade, i ponti, e li stiamo facendo insieme. Ora stanno asfaltando anche le piccole strade nella capitale. Si stanno pure dando dei nomi alle vie perché nessuna strada di Kigali aveva dei nomi. Anche questo lo si fa insieme. Nel lavoro collettivo stiamo scoprendo che si può convivere. Era una cosa che non mi aspettavo. Prima di tornare in Rwanda era qualcosa che proprio non potevo concepire.
Hai trovato anche un paese che si sta sviluppando velocemente.
È una sciocchezza, ma mi ha sorpreso trovare le scale mobili all’aeroporto. L’aeroporto è diventato grande e ne stanno per costruire un altro. E il pavimento è fatto con il granito del Rwanda. Non solo, oggi, quando arrivo non ho bisogno di passaporto, perché ho già dato le mie impronte; c’è un sistema di riconoscimento per cui le porte davanti a me si aprono. È molto moderno.
Ovviamente c’è ancora moltissimo da fare, però oggi a Kigali ci sono grattacieli di più di quattordici piani. Negli anni Novanta sia in Rwanda che in Burundi c’erano delle case di paglia, oggi non ce ne sono più, da nessuna parte. Adesso, quando sei in volo di sera, riconosci il Sud dalle luci. Prima era impossibile capire dove si fosse.
Il processo di elettrificazione tra l’altro è destinato a subire un’accelerazione perché l’Onu, avendo visto i progressi del Rwanda, l’ha scelto per un progetto che si chiama "Energia per tutti”.
Insomma, sono in atto dei cambiamenti enormi. Intendiamoci, resta moltissimo da fare e i problemi non mancano, però, per dire, ora c’è anche il progetto di un treno che parte da Mombasa e attraversa Uganda, Rwanda, Tanzania e Congo; Kabila per il momento rifiuta di parteciparvi, ma può essere che si faccia senza di lui. E poi c’è la fibra ottica che attraversa tutto il paese. Internet è più rapido che in certi paesi europei e i giovani sono come quelli occidentali: sempre attaccati al computer o su Facebook, WhatsApp...
E la scuola?
Più del 90% dei ragazzi va a scuola. Adesso si sta studiando un sistema in cui i bambini della scuola materna e primaria mangino a scuola a mezzogiorno, anziché portarsi il cibo da casa. In questo modo si potrà anche garantire che i bambini bevano tutti i giorni un bicchiere di latte.
Un’altra cosa bella è che anche le persone della mia età possono andare a scuola: purtroppo scontiamo un alto tasso di analfabetismo che però stiamo combattendo. Ci sono moltissimi privati che organizzano corsi, soprattutto di inglese e di francese, ma anche di cinese!
La Cina è arrivata pure in Rwanda...
Sì, stiamo sperimentando anche noi la loro abilità nel contraffare: vai a comprare una presa elettrica, la colleghi e va in corto; compri una lampada che ha una speranza di vita decennale e dopo sei mesi non va più!
Mio marito mi ha raccontato che avevano comprato una macchina per fare il pavé costata 170.000 dollari. Era cinese: non ha mai funzionato. Alla fine hanno rotto il contratto con i cinesi. Io spero che lo facciano dappertutto. Francamente l’impressione è che vengano solo con l’idea di approfittarsi delle nostre risorse.
È in corso anche una battaglia severa contro la corruzione.
Prima, se avevo bisogno di qualcosa, dovevo conoscere qualcuno in una istituzione e offrirgli una birra, uno spiedino, ecc. Questo non succede più.
Non si tollera più che il responsabile di un’istituzione utilizzi i soldi dello stato per sé. Questo è proprio un cambiamento cui ho assistito perché anche la mia organizzazione ha avuto dei problemi. Quando si visita il memoriale c’è sempre un’urna per le offerte, si lascia qualcosa per la manutenzione del luogo. Per lungo tempo questi soldi non sono stati contabilizzati e qualcuno ne ha approfittato. Alla fine lo stato se n’è reso conto ed è intervenuto in modo severo. Anche per strada quando ti ferma un poliziotto, se osi offrirgli dei soldi vieni immediatamente arrestato. Anche il poliziotto rischierebbe.
La corruzione non è più tollerata. Ho constatato personalmente che i poliziotti, anche se molto compresi nel loro ruolo, sono comunque gentili e educati. Regis, mio marito, ancora non se ne capacita. Quando ci è capitato di essere fermati dalla polizia, mio marito non la finiva di parlare con loro, tanto che a un certo punto l’ho interrotto: "Guarda che abbiamo finito”, e mio marito: "Ma come sono gentili”. Stanno cambiando tante cose...
E per quanto riguarda la situazione economica?
Sono arrivati investitori stranieri, europei, americani, australiani, indiani, pakistani. Da tutto il mondo. C’è un numero enorme di ambasciate. In cosa investono? Prevalentemente in edifici, banche e imprese di riciclaggio della plastica.
In Rwanda i sacchetti di plastica sono proibiti. Se arrivi all’aeroporto con delle borse di plastica ti costringono a buttarle nella spazzatura. Sono a disposizione dei sacchetti biodegradabili che puoi comprare sul posto. Il tutto per tutelare l’ambiente perché qui c’era un problema enorme. Ora si fa anche la raccolta differenziata. Ciascuno deve selezionare e separare i rifiuti e poi passa il camion. È un servizio che si paga mensilmente, assieme alla sicurezza del quartiere. Ci sono delle persone (gente del tuo quartiere, che tu conosci) che di notte pattugliano l’area. Non sono armati. Sono dei vicini, dei ragazzi giovani, molto seri.
Il sistema sanitario?
Il Rwanda è diviso in cinque province. La provincia del Nord, del Sud, dell’Est, dell’Ovest e quella della città di Kigali. Ciascuna provincia è divisa in distretti; questi sono divisi in settori, a loro volta divisi in cellule. Le cellule sono divise in "imidugudu”. È un equivalente del quartiere, ma un po’ più grande. In ogni imidugudu ci sono dei "consigli sanitari”.
Quando tuo figlio ha la febbre vai là e là ci sono i termometri, le aspirine, e ti possono fare un test sulla malaria. È il primo presidio, molto importante. Poi ci sono ovviamente ambulatori e ospedali.
Anche qui assistiamo a dei progressi: il 90% dei bambini sono vaccinati; la mortalità infantile è diminuita; l’Aids è in calo e anche la malaria, soprattutto grazie all’obbligo di dormire sotto le zanzariere; è lo stato a distribuirle.
Purtroppo abbiamo dei problemi di droga. Adesso anche qui hanno adottato i cani poliziotto che riconoscono le droghe. Normalmente si tratta di cannabis. Da noi è proibita. La nostra popolazione è molto giovane e cerchiamo di proteggerla. Sono la nostra speranza. La mia generazione è stata distrutta dal genocidio e dalle divisioni e allora guardiamo a loro.
I giovani come si rapportano con il passato?
Gli orfani del genocidio hanno creato l’Aerg, associazione di studenti sopravvissuti al genocidio, che organizzano delle attività. Talvolta ci sono altri ragazzi che vogliono entrare nell’associazione e allora gli viene risposto che è per gli orfani ma si possono fare delle cose assieme. E infatti collaborano, senza problemi.
Ovviamente ci sono anche i figli degli assassini. Lì è delicato perché non puoi dire a un ragazzo: "Sei il figlio di un assassino”. Oggi studiano assieme nelle scuole e sembra non ci siano problemi. Da qualche anno si è cominciato a parlare di genocidio anche con i più piccoli, con grande delicatezza, per non ferirli. Se si decide di andare a visitare il memoriale, ci va tutta la classe.
I ragazzi poi scrivono delle cose che leggono agli altri e non sono necessariamente i figli dei sopravvissuti. Anche perché sono passati vent’anni, dunque i figli dei sopravvissuti ormai sono grandi. Si fa sempre molta attenzione a quello che viene detto. Nessuno ha più il diritto di dire a un bambino: "Tu sei tutsi”.
Non c’è più la carta di identità etnica?
La carta di identità etnica, utilizzata poi per il genocidio, fu emessa nel 1930 dalla Tutela belga. Gli estremisti hutu la conservano ancora. Anche se c’è qualche studioso, come il belga Filip Reyntjens che difende la distinzione etnica, in Rwanda per fortuna non se ne vuol sentir parlare, non si tollera che qualcuno venga a parlare di etnie (Faustin Twagiramungu, il primo ministro designato dopo gli accordi di Arusha, sulla carta etnica si giocò le elezioni presidenziali del 2003: l’aver riproposto quella carta gli fece conquistare solo il 4% dei voti).
Tutta la politica ruandese, dall’indipendenza in poi, è stata basata su questa identità artificiale creata dal Belgio. Nel 1959 i tutsi furono presi di mira e cacciati dal Rwanda. Chi resisteva veniva massacrato. Alcuni sopravvissuti si rifugiarono nei paesi limitrofi: Zaire, Burundi, Tanzania e soprattutto Uganda. Tra quelli che non fuggirono dal paese prima dell’indipendenza, alcuni furono uccisi, altri deportati all’interno del paese, nel Bugesera, a sud-est di Kigali, una regione inospitale infestata dalla mosca tse-tse. L’indipendenza fu offerta dal Belgio agli estremisti hutu, mentre i tutsi furono esclusi dall’istruzione, dal lavoro, da tutto. Quando alcuni giovani tutsi cercarono di rientrare forzatamente in Rwanda, la risposta fu il massacro dei tutsi rimasti nel paese.
A partire dall’indipendenza fino al 1994, epoca del genocidio, la maggioranza numerica è stata considerata una maggioranza politica. È una storia da cui stiamo cercando di uscire con difficoltà. Anche perché ci sono molte forze contrarie.
Dicevi che in Rwanda ci sono molte donne in posizione di leadership.
Voglio concludere con una nota positiva. Oggi in Rwanda, in tutte le istituzioni, pubbliche e private, bisogna assumere almeno il 30% di donne.
In alcune le donne sono in maggioranza e aumentano le imprese dove il responsabile è una donna. Ci sono donne poliziotto, donne tra i militari. Ma soprattutto il Presidente del Parlamento è una donna e le donne sono il 62% del Parlamento. Le donne quindi governano il Rwanda: il ministro degli esteri, il ministro della famiglia, il ministro dell’integrazione, ex rifugiata, il ministro della salute, sono tutte donne. Abbiamo anche molti sindaci donna. Ci sono donne dappertutto, è una bella sfida!
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa. Traduzione di Cesare Panizza)