Luigi Pellizzoni insegna Sociologia dell’Ambiente presso il Dipartimento di Scienze dell’Uomo dell’Università di Trieste.

Sempre più si sperimentano nuove forme di democrazia partecipativa, quella che privilegia il momento della discussione rispetto al momento del voto. Lei se ne occupa da tempo. Ci può spiegare?
Il mio interesse è nato da una prospettiva non originariamente teorica ma particolare, concreta: lo studio dei conflitti ambientali. Mi occupo prevalentemente di ambiente e proprio in questo ambito si sono riscontrate, negli ultimi vent’anni, una serie di innovazioni piuttosto interessanti, che ovviamente non riguardano soltanto le tematiche ambientali. Sicuramente l’idea di democrazia partecipativa o dialogica non è una novità, il problema è antico quanto l’idea di democrazia, ma riemerge negli ultimi anni per via, io credo, di una crisi generalizzata delle istituzioni democratiche rappresentative.
Questa è una crisi dovuta innanzitutto a un declino della legittimazione di queste istituzioni, al fatto, cioè, che molte decisioni vengano prese a livello comunitario, da istituzioni che hanno un legame debole con la base democratica; in secondo luogo alla crescente difficoltà di prendere delle decisioni efficaci di fronte a problematiche sempre più complesse e intricate.
Il campo ambientale è sicuramente uno dei più dinamici e interessanti, sotto vari profili. Ad esempio, in Italia ci sono state alcune innovazioni proprio di tipo giuridico che sono emerse in campo ambientale per poi allargarsi anche al di fuori. Quando è stato istituito il Ministero dell’Ambiente nel 1986, la legge istitutiva ha anche stabilito una serie di regole che riguardano la partecipazione delle associazioni ambientaliste ai procedimenti per danno da inquinamento; le associazioni ambientaliste vengono riconosciute come portatrici di interessi diffusi, meritevoli di tutela, e quindi possono costituirsi parte civile. Questa è un’innovazione per l’ordinamento giuridico italiano, dove solitamente uno poteva partecipare a un giudizio soltanto per difendere un suo diritto soggettivo o al massimo un interesse legittimo. La categoria di interesse diffuso non c’era.
Successivamente, nel ’98, è stata fatta una legge sulle associazioni dei consumatori, che nel campo dei consumi riproduce lo stesso schema.
Poi altre innovazioni, sempre nel campo ambientale, sono avvenute nelle procedure decisionali, come la valutazione dell’impatto ambientale. Anche quella è stata una novità per l’Italia: invece che utilizzare il sistema amministrativo tradizionale, si istituisce una procedura preventiva di valutazione di quello che si andrà a fare; procedura in cui possono entrare tutti i soggetti interessati, anche il singolo cittadino. Poi, ovviamente, tra il dire e il fare… bisognerà vedere se qualcosa succede effettivamente.
Lei dice che lo stesso momento deliberativo si è complicato: in un certo senso, oggi prendere decisioni è meno semplice…
Sia gli studiosi di economia, sia i sociologi, sia i politologi si sono occupati del problema di prendere decisioni in condizioni di incertezza limitata. Solitamente se non si hanno tutte le informazioni che servono per prendere una decisione, se ne hanno comunque abbastanza per prendere una decisione razionale: per esempio, l’idea di rischio si collega al concetto di calcolo delle probabilità, e se si hanno probabilità non si hanno certezze, però si può calcolare il margine di errore in cui si può incorrere, e quindi prendere decisioni comunque ben fondate. Su molte problematiche, però -e l’ambiente ne offre parecchie (ma non solo l’ambiente, pensiamo alle tematiche del multiculturalismo, per esempio)- la natura del problema è spessissimo controversa, non ci sono visioni comuni nemmeno su quale sia la sua definizione corretta, non si riescono a stabilire delle catene causali o anche di tipo probabilistico, perché le variabili sono troppe.
La diffusione di esperienze di democrazia partecipativa quindi si riallaccia alla crisi delle istituzioni della democrazia rappresentativa, dovuta prevalentemente a questi due elementi: da una parte al declino di legittimazione; dall’altra parte, se vogliamo, al declino dell’efficacia o alla crescita di complessità dei problemi.
Quali sono i pregi della democrazia partecipativa?
A mio avviso, i “vantaggi” sono tre. Primo: la discussione migliora il nostro status di cittadini, la nostra virtù di cittadini, ci rende cittadini più attenti, più consapev ...[continua]

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