Mariangela Bastico, modenese, assessore a Scuola, Formazione professionale, Università, Lavoro, Pari Opportunità della Regione Emilia Romagna, ha firmato la legge regionale sulla formazione che ha suscitato le critiche della ministra Moratti, che la considera contraria agli indirizzi nazionali.

Si è parlato molto della legge regionale dell’Emilia Romagna sulla formazione professionale. Può illustrarcela?
Questa legge, secondo me, si colloca in una continuità ideale, culturale col passato. Infatti l’investimento in materia educativa è sempre stato fortemente radicato nel nostro territorio; da noi c’è sempre stata la convinzione forte che l’educazione e l’istruzione siano dei valori fondamentali per il futuro dei giovani. Noi sentiamo genitori che ai figli dicono: “Studia”, e non, come purtroppo accade in altre realtà del nostro Paese, anche a noi abbastanza vicine: “Ah, ma cosa studi a fare? Smetti e vai subito a lavorare; magari vieni a lavorare con me, nella mia azienda e vedrai che presto guadagnerai più del tuo insegnate”. Nella nostra regione invece c’è sempre stata una forte scelta valoriale da parte dei cittadini, delle famiglie, del tessuto diffuso, unita alla consapevolezza che il futuro si costruisce meglio se abbiamo conoscenze, saperi, istruzione.
Inoltre c’è stata, e c’è tuttora, la consapevolezza, da parte delle amministrazioni pubbliche, che le competenze e le conoscenze costituiscono una chiave di volta fondamentale per lo sviluppo economico. Queste opzioni furono compiute subito nell’immediato dopoguerra, nonostante la ovvia scarsità di risorse; a Modena, Reggio, Bologna, furono gli enti locali stessi, i Comuni, le Province, a fondare gli istituti tecnico-professionali, perché c’era la coscienza che solo le competenze avrebbero potuto promuovere lo sviluppo economico e sociale del territorio. E questi istituti esistono ancora, sono sempre a gestione comunale e provinciale e sono tuttora esempi di scuole illustrissime, universalmente riconosciute come tra le più valide.
Così, sempre all’interno di questa filosofia, verso la metà degli anni ’60, con grande lungimiranza e intelligenza, si intuì che la scuola dell’infanzia (cioè i nidi e le scuole materne) costituiva un segmento importante della formazione dei bambini, oltre a rappresentare una grande opportunità per le donne che lavoravano fuori casa. Senza dimenticare un altro grande investimento fatto dagli enti locali nella nostra regione: il tempo scuola, ovvero il tempo pieno. Partimmo all’inizio col dopo scuola, che poi, nel tempo, si è trasformato in tempo pieno o tempo prolungato; anche lì ci muoveva questa grande idea che la scuola aveva il compito di aiutare le persone a pareggiare le diverse posizioni di partenza, sostenendo quei bambini che alle spalle non avevano una famiglia in grado di accompagnarli, non solo nei compiti pomeridiani, ma nella loro crescita culturale complessiva. Questa storia va valorizzata con grande lucidità perché rappresenta uno degli elementi differenziali che fanno la qualità dello sviluppo economico e della coesione sociale nella nostra regione.
Non a caso, anche le ricerche più recenti, fatte per esempio dalla Banca d’Italia o da Unioncamere -quindi ricerche non suscettibili di partigianeria- ci confermano che l’Emilia Romagna è tuttora una delle regioni con la qualità della vita più alta, e non solo a livello nazionale, ma anche europeo. Gli indicatori di benessere, sia in senso strettamente economico (il reddito pro capite nella nostra regione è uno dei più alti, e contemporaneamente la sua distribuzione è molto più equa e diffusa) sia in senso sociale più generale (livelli dei consumi, qualità e quantità dei servizi, ecc.) ci collocano sicuramente tra le prime realtà europee. Ora, in questo differenziale positivo, io colloco sicuramente il tema dei saperi e delle competenze, che nella nostra regione si unisce a un forte spirito di imprenditorialità diffusa e a un legame positivo tra cittadini e istituzioni, ad un loro reciproco riconoscimento.
Nella nostra regione infatti non c’è mai stato il modello della grande industria fordista, basato sulla catena di montaggio e sui saperi molto ristretti e molto settoriali del lavoratore, ognuno nel proprio pezzetto di catena. Il nostro è sempre stato un modello di sviluppo economico fortemente centrato sui saperi diffusi e sulla capacità di rispondere ai bisogni, di anticiparli, di creare innovazione. Certo, oggi la competizione internaziona ...[continua]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.

Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!