Sergio Sinigaglia è giornalista e vive ad Ancona. Insieme a Francesco Barilli è autore de La piuma e la montagna - storie degli anni ’70, per le edizioni Manifestolibri. Ha pubblicato Di lunga durata (affinità elettive 2002) e Fuori linea (affinità elettive 2005).

Iniziamo intanto a spiegare un po’ cos’è questo libro e anche il perché l’avete fatto.
Guarda, il libro nasce da una constatazione, dal fatto che negli ultimi anni è stata proposta, rispetto alle vittime degli anni Settanta, una pubblicistica parziale. Sono state ricordate le vittime del terrorismo, dall’altra parte si sono valorizzate le memorie degli ex terroristi, ma in questo modo ne è venuta fuori una ricostruzione sicuramente monca. Quindi, premettendo che noi non volevamo contrapporre morti a morti, che ogni vittima di quegli anni, come tutte le vittime in generale, meritano rispetto e pietas, abbiamo ritenuto opportuno far uscire dall’oblio le storie dimenticate di giovani militanti morti per ordine pubblico, uccisi, cioè, dalle forze dell’ordine, o dai neo-fascisti di allora. Abbiamo stilato un elenco, purtroppo assai lungo, e poi avviato una serie di contatti con familiari e amici di questi giovani, per provare a raccontare le loro storie. Va detto che abbiamo incontrato enormi difficoltà a rintracciare le persone o abbiamo ricevuto, in alcuni casi, un gentile ma fermo diniego, così alla fine abbiamo focalizzato l’attenzione su dieci storie. Questo un po’ il progetto del libro, che, voglio dirlo, è nato anche dall’incontro fra due persone che appartengono a generazioni diverse, io e Francesco. Lui è del ’65, quindi molto più giovane di me, e non ha vissuto quegli anni, e però dal 2001 cura un sito che si chiama “reti invisibili”, dedicato appunto alla memoria storica, e nato da un progetto di Haidi Giuliani, che Francesco ha conosciuto dopo i fatti di Genova. Questo sito parte da Portella delle Ginestre e arriva fino a Carlo Giuliani.
Tra le interviste viene da citare subito quella a Licia Pinelli perché in questi anni è stata sempre molto restia a parlare…
Sì, diciamo che intanto non è stato facile convincere queste persone a parlare, anche perché, essendo storie molto drammatiche, si va a toccare la loro sensibilità. Erano anni e anni che Licia Pinelli non rilasciava interviste, ne aveva rilasciata una nell’82, se non vado errato, a Pino Scaramucci, poi ho scoperto che in tempi più recenti c’era stata una breve intervista di Giuseppe D’Avanzo sul sito di Repubblica ma si può dire che un’intervista così articolata, a tutto tondo, erano moltissimi anni che non la rilasciava. Ora, visto che comunque, volenti o nolenti, il 12 dicembre e piazza Fontana e la vicenda di Pinelli sono un riferimento obbligato se si vuol parlare di quegli anni, è chiaro che l’intervista a Licia, che apre il libro, è quella simbolicamente più forte. Però anche le altre interviste mi sembrano valide perché, raffigurando le personalità e le storie di quei giovani, essendo delle minibiografie, sono anche delle microstorie sociali. Voglio dire, però, che se abbiamo cercato di far emergere anche l’Italia di allora, non è certo per fare una stupida apologia di quegli anni. Per quanto mi riguarda se da una parte sono critico per un’interpretazione unilaterale che definisce quegli anni solamente come “anni di piombo”, così, dall’altra, rifiuto una visione apologetica alla Mario Capanna, del tipo “formidabili quegli anni”. Quegli anni furono formidabili, certo, ma duri, complessi, articolati; sarebbe stupido e superficiale etichettarli in un modo o nell’altro.
Quello che noi abbiamo cercato di evidenziare è però che soprattutto nella prima metà degli anni ’70 il Paese ha vissuto dei fermenti sociali che hanno contribuito almeno per un certo periodo a migliorare i suoi spazi di democrazia, di crescita civica. In questi casi si ricorda sempre lo statuto dei lavoratori o il referendum sul divorzio, che sono state battaglie importanti. Quindi nelle nostre interviste abbiamo provato a far emergere questo aspetto. Un altro aspetto è che si raccontano sempre città diverse, la Pinelli parla di Milano, poi c’è Roma, Parma, Pisa, Torino. Mi piace anche ricordare l’intervista a Daria Basso che racconta della Falchera, quartiere operaio di Torino, di Gabriele Giunchi che racconta la Bologna del 77, e così anche su Roma ci sono delle testimonianze importanti. Diciamo che viene fuori un quadro sociale, culturale, politico, di quegli anni che a noi sembra non banale, che ci è sembrato giusto valorizzare in maniera equilibrata e non apologetica.
E però un’impressione difficile da evitare, che non dà tanto il contenuto del libro, ma proprio il libro in sé, la decisione di farlo, è quella del “noi e loro”. Io questa impressione non riesco ad evitarla. Ma se penso, per esempio, all’agente Custra io non vorrei più dire: “noi e loro”. Come si può risolvere questo problema, se è un problema? Questo mi lascia un dubbio.
Guarda, credo che per adesso questo problema non si possa risolvere, lo scrive molto bene Giovanni De Luna. Alla base del libro c’è anche la denuncia della mancanza di verità su quegli anni. E’ un fatto che si sa tutto del terrorismo di sinistra e però del terrorismo stragista pure si sa, in parte, ma senza che si sia arrivati a una verità giudiziaria. E una verità politica, che ognuno può avere, resta parziale e non è riconosciuta. Quindi oggi il problema di avere una memoria condivisa, o, dicendo meglio, di una storia condivisa, perché memoria suona come soggettiva, è tuttora insoluto e lo resterà finché non verrà fatta chiarezza e giustizia su quegli anni. “Noi e loro” non piace neppure a me, abbiamo sempre ricordato che non ha senso riproporre gli schieramenti di allora, ma è indubbio che finché manca una verità e una giustizia su quegli anni a tutto tondo, che coinvolga quindi anche lo Stato e chi allora ebbe responsabilità ben precise nelle trame contro la democrazia, finché questa chiarezza non verrà fatta, il rischio che permanga il “noi e loro” è inevitabile.
Voglio dire un’altra cosa, però. In previsione di presentazioni che stiamo facendo per il nostro libro, ho letto il libro di Luca Telese, Cuori Neri, e devo dire che pur con cose non condivisibili, la ricostruzione che viene fatta, dando voce ai sentimenti vissuti dall’altra parte, ne fa un libro importante, che quindi credo vada letto. Premesso questo, però, mi sento anche di dire che chi allora militava nel partito o nei gruppi neofascisti, comunque, tramava contro la democrazia e la libertà, e la nostra generazione per quanto abbia avuto estremismi ideologici, abbia fatto cose inaccettabili, nonostante vedessimo paesi come Cina e Cuba come fari di democrazia per poi accorgerci dopo che tipo di regimi fossero, credo che nonostante tutto questo la nostra generazione lottasse per avere più libertà e più democrazia. Quindi, fermo restando il rispetto verso tutti i morti, fermo restando che non possiamo dimenticare la degenerazione violenta e militarista di quegli anni che, in qualche modo, ci fece diventare speculari ai nemici che combattevamo, resto contrario a mettere sullo stesso piano i due schieramenti e le due storie.
Mi allaccio a questa idea di un movimento che fondamentalmente era democratico e che poi s’è imbarbarito perché lo Stato ha reagito in un certo modo. In questa versione grossomodo Piazza Fontana è lo spartiacque, “prima si era innocenti subito dopo colpevoli” ha detto qualcuno, e mi sembra che anche l’introduzione avvalori un poco questo…
Che sia auto-assolutoria, cioè…
Sì, mi sembra che si avvalori che la colpa è dello Stato. Ora, lo Stato faceva schifo, questo non si può tacere, anzi, bisogna dirlo perché lo si dimentica, ma che la violenza, nel movimento ci fosse già dall’inizio, “di suo”, a me sembra incontestabile. E mi sembra comodo adottare una logica giudiziaria, come se solo i fatti fossero reati, ma in politica le parole sono fatti, e comunque non c’erano solo parole. Insomma, eravamo tutti rivoluzionari e sognavamo la lotta armata, poi quando è arrivata, per fortuna molti non ci sono entrati dentro (e questo è anche un merito, intendiamoci) ma è difficile staccarsi dalle responsabilità di averla predicata, prefigurata, teorizzata... Voglio dire che la questione della violenza ci riguarda in prima persona, e mi sembra proprio che lì abbiamo rimosso tutto proprio grazie al fatto che poi qualcuno “ci ha preso in parola”. Ecco, questo uscirne puliti a me sembra proprio sbagliato…
Beh, secondo me il 12 dicembre fu indubbiamente un trauma, questo è difficile negarlo. Certo, va anche detto che nelle ricostruzioni viene spesso usato come alibi per una rimozione, quasi che prima del 12 dicembre fossimo tutti dei santarellini, e dopo abbiamo scoperto che il mondo era cattivo…
Probabilmente dobbiamo distinguere. Diciamo che nei gruppi dirigenti della nuova sinistra da tempo c’era un’elaborazione politica e teorica del cambiamento e della rivoluzione che era dentro percorsi classici della presa del potere, per cui dai Quaderni rossi, al Potere operaio pisano emergeva una elaborazione teorica che certamente era dentro la tradizione marxista o leninista. Certamente non era eretica, non teorizzava la disobbedienza, non parlava di Hannah Arendt, per dire. Mi ricordo una battuta del nostro amico Peppino Ortoleva che diceva che se avessimo letto più Hannah Arendt e meno Lenin avremmo fatto meno danni. Aveva ragione. E’ vero che il filone classico marxista era già maggioritario dall’inizio nei gruppi dirigenti, nei militanti. E’ vero però che nel biennio 68-69, la spinta libertaria, controculturale, non dico nonviolenta, ma quella più eretica, era ben presente, se non maggioritaria. Detto questo, è altrettanto vero che fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, anche come reazione alla risposta del potere, dico io, ci fu un’involuzione graduale, e lì ritorna il discorso della violenza come levatrice della storia. Va tuttavia specificato, a mio avviso, che anche rispetto al brigatismo i gruppi extraparlamentari, pur credendo in una presa del potere violenta, la intendevano più come un processo da “lunga marcia cinese”, o da “lotta di popolo armato”, dove le masse sarebbero state protagoniste, il che non ha certo impedito che emergessero sempre più dinamiche di conflitto violento.
C’è questo libro di Sidney Tarrow, uscito anni fa per Laterza, intitolato Democrazia e disordine, che dimostra che fino al ’73-74, quando c’era una presenza piuttosto forte dei movimenti sociali nelle piazze, gli episodi di violenza e terrorismo furono molto marginali, mentre nella seconda metà degli anni ’70, con il rifluire dei disordini sociali di massa, questi episodi crescono in maniera esponenziale. E’ un lavoro interessante che non parte da pregiudizi ma analizza le dinamiche.
Comunque sia, sicuramente questo elemento della violenza era già presente dall’inizio. In questo senso noi abbiamo messo una postfazione di Haidi Giuliani che ad alcuni è sembrata una forzatura, perché non si capiva cosa c’entrasse con gli anni ’70. Infatti non l’abbiamo messa per fare un paragone impossibile tra i movimenti di allora e i movimenti di oggi, quando se non altro grazie alla globalizzazione tutto è diverso, ma per altri due motivi: uno, per evidenziare come, pur cambiando gli anni, i tempi, i decenni, c’è come una costanza nel contrapporsi, da parte dello Stato, o di sue parti, ai movimenti che vogliono i cambiamenti; due, anche se non dichiarato in maniera esplicita, per mettere in evidenza come il “movimento dei movimenti” o “no global” che dir si voglia, sia stato molto diverso da quello degli anni ’70 dal punto di vista culturale e dell’elaborazione teorica, fuori cioè dai dogmi del marxismo-leninismo e della presa del potere, con un carattere, cioè, che li avvicina molto al pensiero anarchico e libertario. Le modalità di conflitto anche radicali sono sicuramente molto diverse da quelle che praticarono i movimenti degli anni ’70.
Resto un attimo su questo punto. Sicuramente piazza Fontana è stato un grande trauma, così come la morte di Pinelli. E però l’altro grande trauma è l’omicidio Calabresi, il primo omicidio politico di sinistra: ecco, in questi tre episodi, legati così strettamente uno all’altro, non potrebbe esserci il nocciolo della possibilità di una memoria condivisa?
Certo. E però qui si torna un po’ al discorso iniziale. Proprio le vicende delle famiglie Pinelli e Calabresi sono emblematiche di un modo asimmetrico, da parte delle istituzioni, di rapportarsi al lutto e al dolore delle persone. In dicembre abbiamo partecipato al Leoncavallo all’iniziativa di presentazione del nostro libro, che si inseriva nell’iniziativa del circolo anarchico che ogni anno ricorda la ricorrenza del 12 dicembre, e anche lì, nel dibattito, veniva fuori questa asimmetria: com’è giusto ricordare Calabresi, dare riconoscimenti pubblici, ascoltare la famiglia, è inaccettabile che un’altra vittima e un’altra famiglia, che ha vissuto la stessa tragedia, venga dimenticata. Ma voglio aggiungere anche un’altra cosa: premesso che dal punto di vista dell’autocritica rispetto alla campagna che facemmo contro il commissario Calabresi non mi sembra che ci siano state ambiguità o tentennamenti, con molta franchezza voglio dire che se prima c’era stata la criminalizzazione del commissario Calabresi ora siamo passati alla beatificazione. E da questo io prendo le distanze, perché, al di là della vicenda giudiziaria specifica, se lui, cioè, fosse dentro la stanza o meno, comunque tutta la questura di Milano, tutti i suoi funzionari compreso il commissario ebbero, ahimé, un ruolo ben preciso nel prendere una persona, tenerla prigioniera tre giorni e tre notti, torturarla, di fatto, perché questo significa tenere una persona in una stanza senza poter uscire, mangiare o altro… Quindi è evidente che anche il commissario Calabresi, che non era il piantone della Questura, e gli altri funzionari fecero una scelta sbagliata, grave che portò a quelle conseguenze tragiche. Per cui dovremmo avere un atteggiamento più equilibrato.
Anche noi sembriamo, invece, avere un po’ la coda di paglia. Siccome abbiamo preso parte a una campagna assurda e sbagliata, anche se partiva da un’esigenza per certi aspetti giusta -denunciare la volontà di seguire la pista anarchica sbagliata- che si appuntò su una sola persona mettendola, quindi, in qualche modo, nel mirino dei gruppi di allora, non riusciamo più a dire che il commissario Calabresi ebbe un certo ruolo in quello che è successo, al di là del fatto che fosse o meno nella stanza.
Ecco, io questo voglio continuare a dirlo senza timore di essere frainteso, così come denuncio e critico le degenerazioni che ebbe la sinistra extraparlamentare di quegli anni.
Dobbiamo stare attenti a non passare da un eccesso all’altro. Io ho letto il libro di Mario Calabresi, credo sia un libro che vada rispettato come testimonianza di una persona che ha vissuto quella tragedia, però una cosa mi ha lasciato perplesso e un po’ mi ha fatto arrabbiare: se l’elaborazione del lutto da cosa privata, che in qualche modo ricorda, dà spazio a ricordi familiari, diventa cosa pubblica, cioè si misura con la memoria e con la storia pubblica di questo paese, è chiaro che non va più bene che nel libro vengano dedicate poche righe alla vicenda Pinelli, alla famiglia Pinelli, che in qualche modo ha vissuto la stessa tragedia che ha vissuto Mario Calabresi qualche anno dopo.
Ecco, queste cose secondo me dovrebbero emergere senza timore. Per il resto condivido il fatto che, come dici tu, non dobbiamo farci schermo del 12 dicembre: il momento di piazza Fontana fu uno spartiacque e però a livello teorico certe elaborazioni correvano già. Lo ripeto, comunque parlavamo di lotta di popolo, di rivoluzione proletaria, come si diceva allora, in un’ottica però di protagonismo delle masse. Altra cosa fu la degenerazione della seconda metà degli anni ’70 in cui si terrorizzava…
Scusa Sergio, io però non intendevo tanto la campagna d’odio fatta da Lotta Continua, mi riferivo proprio all’omicidio. Nel momento in cui qualcuno teorizzava l’uso dell’omicidio politico (cosa che poi ogni rivoluzionario in quanto rivoluzionario, secondo me, è propenso a fare, salvo valutare sempre l’utilità nel momento storico), qualcun altro è passato dalle parole ai fatti. Beh, mi sembra un trauma analogo a piazza Fontana. Lì è successo qualcosa che a mio avviso non possiamo isolare dicendo: “Beh, quello fu un caso particolare di giustizia proletaria, il terrorismo venne dopo”. A parte il fatto che noi non sappiamo cosa abbia animato gli assassini, se un desiderio di vendetta o un ragionamento politico, io propendo per quest’ultima ipotesi perché allora tutto era politico, ma, comunque sia, quell’omicidio secondo me segnò una data fondamentale nello sviluppo del terrorismo in Italia…
Su questo non sono d’accordo. Condivido le cose che ha scritto Adriano Sofri. Credo che l’assassinio del commissario Calabresi non c’entrasse nulla con la strategia delle Br, Prima Linea, eccetera. Credo sia stato un un atto estremo di chi credeva, ahimé, di vendicare Pinelli. Credo anch’io che non si sia trattato di un atto di terrorismo.
All’inizio degli anni ’90, Rossana Rossanda, proprio nel mezzo della vicenda giudiziaria di Adriano Sofri, Pietrostefani e Ovidio Bompressi, disse appunto che quell’omicidio politico era paragonabile a un atto di guerriglia alla Tupamaros e credo che avesse ragione. Si inseriva in una logica appunto condannabile, di omicidio politico. Ora, se siamo contro la pena di morte, chiunque la commini e la eserciti, sia stato un gruppo politico o un singolo individuo, è sempre esecrabile, anche in questo caso la cosa va completamente condannata, drasticamente, però appunto l’omicidio politico è un omicidio di un uomo del potere, può essere il ministro degli interni, può essere Carrero Blanco, può essere pure un ministro di polizia che viene giustiziato dal gruppo guerrigliero perché appunto ha fatto dei provvedimenti reazionari.
Resta un omicidio politico, non è terrorismo. Terrorismo è un’altra cosa ancora, se no anche Che Guevara sarebbe un terrorista, anche i Tupamaros sarebbero terroristi... Ma non erano così, bisogna distinguere, non è un problema semantico…
Qui c’è un problema con la parola. Se seguiamo la definizione tecnica della parola è ovvio che quasi nulla, a parte le stragi, di quello che è successo in Italia, è terrorismo, perché l’omicidio mirato, l’omicidio politico, non è terrorismo… E anche se fai strage della scorta di Moro è una strage funzionale al rapimento, non ha come scopo di seminare il terrore fra i civili. Allora come lo chiamiamo? Guerriglia? Ma se vogliamo dare un connotato negativo alla parola, che parola possiamo usare?
Però terrorismo vuol dire terrorizzare. Infatti si dice che la guerra moderna sia l’atto terroristico più eclatante, perché si terrorizzano popolazioni intere. Ma è chiaro che se io comincio a sparare non più solo al Ministro degli Interni o anche al Presidente del Consiglio, ma colpisco i magistrati in quanto magistrati, i giornalisti in quanto giornalisti, agenti di custodia in quanto agenti di custodia, insomma intere categorie di persone, è evidente che a questo punto terrorizzo interi strati di popolazione, e quello quindi è terrorismo. Il colpire il singolo personaggio o simbolo del potere, il Ministro degli Interni, ad esempio, è la pratica dell’omicidio politico, in quel senso lì è lotta armata, ma io non lo chiamerei terrorismo. Ammazzare Tobagi o Casalegno voleva dire terrorizzare il cinquanta, sessanta per cento del giornalismo italiano, non è una questione tecnica, è politica …
Ma se chi ha ucciso Calabresi avesse voluto intimorire tutti gli organi dello Stato repressivi, sarebbe terrorismo anche quello…
Beh, io non lo credo, perché mi sembra evidente che chi ha ucciso Calabresi credeva di vendicare un’ingiustizia, la morte di Pinelli. Tant’è vero che non ci fu continuità…
Non si potrebbe adottare invece come definizione di terrorismo, e io penso che sia questa quella passata di fatto, quella per cui sei un terrorista se, in presenza di una situazione in cui comunque le libertà fondamentali sono salvaguardate, quelle di parola, di organizzazione, di associazione, in cui nessuno ti impedisce l’uso della parola per convincere gli altri a seguirti, passi alla violenza, quella vera, non il picchetto ai cancelli o il blocco di un’autostrada, ma quella armata, quella mortale?
No, secondo me no.
Perché?
Ma allora dovremmo rivedere interi giudizi sui movimenti. I Tupamaros facevano attentati…
Ma i Tupamaros non erano in una situazione di democrazia…
E’ vero, però è anche vero che noi eravamo formalmente in una situazione di democrazia ma quell’anno ci furono le elezioni, ci fu la legislazione speciale, c’era un sistema repressivo che tramava contro la democrazia. Era una democrazia che stava subendo degli attacchi molto chiari, c’erano le stragi, sicuramente eravamo in un regime parlamentare ma sottoposto a trame di un certo tipo. No, io non sono d’accordo perché se poi scivoliamo in una casistica, tu dici il picchetto no, ma allora le manifestazioni di piazza, lo scontro con la polizia, cos’è terrorismo o no?
Va bene, d’accordo, fermiamoci qui su questo punto. Mi ha colpito molto, nell’intervista di Lo Russo, anche quella molto bella, che lui si è incontrato col poliziotto che sparò al fratello. Mi sembra un caso forse unico…
Sì, con Tramontana, col carabiniere…
E lo descrive molto bene ed è quasi commovente. Cosa ne pensi?
A me ha colpito molto mentre lo diceva, ho provato anche ad approfondire, a farlo parlare, ma lui non voleva soffermarsi sull’episodio, anche, comprensibilmente, per rispetto di un incontro che è stato riservato e privato.
E’ come se in piccolissimo, in una casa privata o non so dove, si sia svolto un atto di una commissione verità e riconciliazione…
Sì, credo sia stata una cosa importante, un micro-episodio di conciliazione e di confronto, insomma, tra chi ha avuto il fratello ucciso e il suo assassino. Quando abbiamo presentato il libro a Parma qualche giorno fa erano presenti Paolo Nori, che è uno scrittore, e Haidi Giuliani. Paolo Nori ha letto un passo di questa intervista, perché anche lui ha colto giustamente l’elemento rivoluzionario, se vogliamo dire, di grande importanza, di grande novità, umana ma anche politica, dell’intervista di Lo Russo. Tra l’altro questa è stata un’intervista anche toccante perché Giovanni quelle cose le diceva in maniera commossa, e forse è un peccato che anche nelle recensioni che ha avuto il libro ci si sia poco soffermati su questa intervista, che invece, hai ragione, sicuramente ha un impatto simbolico anche molto forte. Credo sia stata una delle pochissime volte in cui c’è stato l’incontro tra il parente della vittima e chi ha avuto la responsabilità dell’uccisione. Credo che anche su questo si debba riflettere.
All’inizio hai detto che per adesso il libro non poteva che essere così. Ma che tragitto puoi intravedere tu, su questa storia, per far dei passi in avanti?
Io credo che tutti noi avremmo molto più interesse a parlare delle cose del presente e del futuro, che delle cose del passato, appunto perché sì, la memoria, la storia sono cose importanti, ma tutti noi dovremmo lasciarle agli storici. Condivido le cose che scrive De Luna nell’introduzione, di andare verso una memoria, una storia condivisa, ma credo che questo dipenda non da noi, protagonisti di allora, o da noi che oggi facciamo un lavoro di informazione politico, culturale, intellettuale, giornalistico che dir si voglia, ma piuttosto dalle spinte, dalle pulsioni che si agitano nel paese. E purtroppo, visto l’andazzo, la degenerazione che sta avendo il sistema politico dei partiti, ahimé, credo che per adesso sia molto difficile che a livello istituzionale possa arrivare una volontà di riconciliazione, chiamiamola di elaborazione comune di quegli anni. Come scrive Giovanni nell’introduzione, ci sono tombe senza nomi, bisogna che prima o poi queste tombe abbiano serenamente i nomi, insomma che siano riconosciuti anche questi come morti della comunità.
Ecco, io però sono pessimista.
Ma bisognerebbe anche dare l’esempio. Noi, sempre nell’idea che il “mea culpa” sia molto importante per arrivare a risultati da questo punto di vista, lanciammo la proposta (che naturalmente nessuno ha raccolto, anche per l’ovvio motivo che non siamo nessuno) che si facesse un convegno su Camillo Berneri, la cui uccisione in Spagna fu pressoché rivendicata dal Pci, con l’alto patrocinio del Presidente della Repubblica. Poteva essere un evento addirittura politico di grande importanza. Voglio dire che c’è una valenza politica, nazionale naturalmente, non di parte, che si può accompagnare a dei processi di autocoscienza, però bisogna esser capaci di “affrontare il dolore” che ci si fa. Purtroppo, se guardiamo indietro la storia si sedimenta come si sedimenta, e poi, se passa molto tempo, è difficilissimo rimediare. E’ sconsolante…
No, però è vero che la storia in molti casi può essere anche rivista, revisionata. Pensa appunto in Israele al dibattito che c’è stato sul 1948…
Hai ragione…
C’è la possibilità di rivedere la storia. In fondo revisionismo cosa vuol dire? Tutta la storia può essere soggetta a revisione se per esempio gli storici acquisiscono la possibilità di arrivare a delle fonti a cui prima magari non era possibile arrivare.
Tutta la storia in qualche modo è revisione, il problema è in quale direzione va la revisione, se cerca la verità. In Israele alcuni storici coraggiosi, e lasciamo stare che ora Morris è cambiato, hanno voluto mettere in discussione alcuni dogmi, e si è avviato un discorso importante. Sto leggendo questo libro di Burg Avraham che è molto bello, Sconfiggere Hitler, non so se l’hai letto… Il ragionamento che fa Burg è che Hitler purtroppo non l’abbiamo ancora sconfitto perché oggi usiamo ancora la Shoah per una logica militarista, di guerra, introiettata dentro di noi e non riusciamo a uscirne. Il fatto che cinquanta, sessant’anni fa c’è chi ha voluto distruggere il popolo ebraico, noi ora continuiamo a viverlo in una logica di guerra e vediamo Hitler da tutte le parti. E appunto lui pone il problema di fare i conti con la memoria, con la propria storia, e mette in discussione alcuni dogmi, alcune verità. Ma non mette in discussione la memoria della Shoah, per carità, ma il fatto che non si può continuare a brandire la memoria, una tragedia di quella portata, in chiave presente per giustificare poi tutto il resto, quello che avviene nei Territori e nel Medio Oriente. Ecco, questo è un esempio di revisione storica che va nel senso positivo.
Giovanni De Luna mi diceva che in Messico è rimasto impressionato dal memoriale della strage di studenti del 68: con tutti i nomi delle vittime ma anche dei generali colpevoli dell’eccidio...
Beh, peggior condanna non si potrebbe...
Purtroppo la società italiana da questo punto di vista non riesce ancora a rompere un certo tabù.