Per la politica? È molto semplice, Camus non esiste. E con la sinistra è quasi peggio che con la destra. Questo è chiaro e netto. Nel 2013 i francesi, che pure adorano le commemorazioni -sono noiosissime, ma a loro piacciono- non hanno fatto proprio nulla. L’unico è stato Nicolas Sarkozy che voleva mettere papà nel Panthéon, e meno male che mio fratello ha detto di no perché io avevo detto sì. Ma avevo ricevuto tantissime lettere che mi avevano chiesto di dire sì. E si capiva che erano della stessa estrazione sociale di papà, erano dei poveri. Racconto quest’episodio: uscivo dall’Eliseo per andare al Panthéon, e col tassista non so come è venuta fuori la cosa della commemorazione, perché lui mi dice: “Le commemorazioni ci fanno campare alla grande, ci fanno comodo e a loro piacciono”, e io: “Ah, no, non mi parli di commemorazioni, che rottura”. E lui: “Perché, lei è nel settore delle commemorazioni?”, e io: “Dio me ne scampi, non c’entro nulla, ma è il cinquantenario della morte di mio padre, che era una persona nota, e lo vogliono commemorare e questo mi scoccia”. Dice: “Cinquant’anni dalla morte? È morto nel Sessanta?”. E io: “Beh, sì”. “Ma non sarà mica Albert Camus?”. E io: “Eh, sì”. “Signora, lei non può immaginare quanto io sia commosso, non può, perché per me Camus è… lo leggo continuamente, e come parlava di sua madre! Lei non sa quanto sia commosso! E poi voglio dirle una cosa, che suo padre è famoso e importante, perché di famosi ne abbiamo parecchi, ma d’importanti ben pochi”. E va avanti: “Io sono d’origine polacca, mio padre è arrivato a Parigi, ha fatto il carrettiere ed era analfabeta e Camus m’accompagna sempre”. Allora gli ho detto: “Mi è stato appena detto che si vuol mettere Camus al Panthéon, lei che ne pensa?”. Uscendo dall’Eliseo ero sconvolta, avevo preso degli ansiolitici per evitare una colica. Detesto i luoghi di potere, sono atroci, ne trasuda qualcosa di poco pulito. Dunque gli dico questo e lui: “Signora, oh sì, dica di sì, perché per le persone come noi sarebbe una speranza”. Ecco, a causa di quest’uomo -e di altri che mi hanno scritto- ho detto di sì. In seguito gli ho scritto per informarlo che io avevo detto di sì, ma mio fratello di no, e che volevo metterlo al corrente perché l’incontro con lui mi aveva davvero toccato. Un anno dopo mi ha riscritto lui per dirmi che era passato da Lourmarin, che era stato sulla tomba di papà e che era molto felice che fosse rimasto dov’era. Pazzesco, no? Un tassista. “Dica di sì perché per noi sarebbe un simbolo e una speranza”. E questa cosa, di “avere una speranza”, a persone come mia nonna non era capitata tanto spesso.
Insomma, alla fine sono contenta che mio fratello si sia imposto; in cuor mio neanch’io desideravo che andasse a finire là dentro: sono claustrofobica, il Panthéon è spaventoso, è brutto, è tutto sottoterra. Oltretutto quando ci avevano portato Alexandre Dumas, io ero là, in rue Soufflot, con un cartello che diceva: “Alexandre resta con noi”. Sì, non volevo che ce lo rinchiudessero. No, la politica non ama papà. Penso che per la gente di potere, per le istituzioni, sia impossibile amarlo, perché è un libertario, non ama il potere e, dunque, è irrecuperabile.

Sono stata per molto tempo iscritta al Partito socialista, dal “Programma comune” all’arrivo di Mitterrand al potere. Poi c’è stato il congresso di Valence, dove si sono messi a urlare e a dire che bisognava far cadere delle teste, e ho restituito la tessera. Ho pensato: “Si mette male, ecco un altro paranoico”, ed è finita così. Un giorno a un compagno che mi diceva che Rachida Dati, la ragazza che lavorava con Sarkozy, era una traditrice della sua classe, ho detto: “Aspetta un po’, tu puoi dire che non sei d’accordo con quello che fa, questo lo capisco, nemmeno io lo sono, ma non puoi dirmi che tradisce la sua classe. Che volevi, che rimanesse a farsi le canne nei… Ecco, tu mi aiuti a capire perché la sinistra non ama papà: perché è un povero che se l’è cavata e questo vi rovina la merce che avete in magazzino”. Per poco non sveniva: “Non puoi dir questo!”, “Invece sì, penso proprio questo”. In Francia è conosciuto e amato dai lettori, e a volte, certo, anche da persone ben collocate nella gerarchia sociale, ma in generale con le istituzioni, no, non va.
Un signore di Gallimard nel 2011 aveva cominciato ad andare da tutti: Beaubourg, Biblioteca nazionale, Ministero della cultura, chiedendo: “Per il 2013 che si fa?”. Mai avuta una risposta. Me lo diceva costernato e io: “Perdi il tuo tempo, non alzeranno un dito”, “Ma è pur sempre Camus!”, e io: “Appunto!”. Beh, io sono fiera che continui a dar fastidio. Trovo che, se quasi sessant’anni dopo la sua morte, non vogliono sentir parlare di papà, vuol dire che è molto vivo, che resta scomodo, e questa è una prova di buona salute.
Un altro esempio, le università: nulla. A Aix-en-Provence ho depositato l’archivio di papà, e a dieci minuti da lì c’è la facoltà di Lettere: non hanno mai detto agli studenti che c’era l’archivio e, quando gli studenti proponevano una tesi su Camus, rispondevano: “No, no, ce ne sono già troppe”, e la rifiutavano. Hanno chiuso il centro. L’archivio, finché se ne sta in cantina ed è ben conservato va anche bene, ma non fanno più nulla. E quando ho detto che volevo riprendermelo, niet! Non vogliono rendermelo, dovrei fargli causa per abuso di fiducia. Siccome però oggi la giustizia, il più delle volte, giudica in funzione dell’opinione pubblica, e non in funzione del diritto, potrei anche perdere il processo. Perché nell’immagine pubblica sono quella che vive di rendita, piena di soldi, che non fa niente... e mi vado pure a lamentare? È proprio così. Per questo ho perso dei processi imperdibili.

Sì, Camus è un uomo che dice: “No”, ma che dice anche: “Sì”.
Abbiamo pubblicato un altro libro su questo, che mi piacerebbe uscisse anche in Italia. Un libro intitolato Le monde en partage, che tratta appunto dei luoghi dove è stato per mostrare come in effetti papà può essere un’ottima risposta alla globalizzazione, che sembra essere un flagello, una pestilenza, un terremoto, qualcosa con cui non si può fare nulla. Ma non è vero. Ho cercato di dimostrarlo seguendo il pensiero meridiano dell’Uomo in rivolta.
Ogni volta che si interroga un accademico sul pensiero meridiano, sbotta sempre un po’, ma perché sono dei “francesi”, dei “cartesiani”: o nero o bianco, mentre il pensiero meridiano non è né nero né bianco, ma riguarda quello che possiamo fare noi. E questo vale anche per la globalizzazione. Il mondo è popolato da esseri umani con le stesse angosce, gli stessi desideri, le stesse felicità: tutti uguali! E questo è indistruttibile! Certo che è la finanza a dirigerci! Ma a noi che importa, se non crediamo che il denaro sia un dio. Il pensiero meridiano per me è come la fisica, ci vuole una coppia di forze contrarie perché funzioni, perché ci sia il movimento e si trovi una linea. Vale a dire che io sono piena di contraddizioni, il mondo mi contraddice, gli altri mi contraddicono, ma escludere è impossibile, perché se voi escludete non siete più dentro la vita. La vita è rumorosa, confusionaria, è un casino, ma è bella. Così, con tutto ciò che ha. E dunque, il pensiero meridiano ci dice dell’esigenza estenuante della misura. Sì, estenuante, perché richiede uno sforzo gigantesco, ma come lo richiede, del resto, la libertà. Siamo liberi di pensare e, aggiungo io, di scegliere anche le nostre catene, ma siamo liberi di pensare.

Quando eravamo piccoli -parlo sempre al plurale perché eravamo due gemelli- sentivamo in lui una specie di determinazione fisica. Solo a vederlo si avvertiva bene che mentire con lui era semplicemente impossibile. Non si poteva mentire. E quando ci diceva: “Sei stato tu?”, si aveva voglia di essere inghiottiti dal pavimento, ma non si poteva non dire: “Sì”. Allora lui aggiungeva: “E che te ne sembra?”.
Quando si hanno otto anni essere responsabili dei propri atti è terrificante. Ma a papà non si potevano dire le bugie, no. E oggi io ritengo che la menzogna sia mortifera, che porti la morte, si uccide la propria verità per servirne una che non è la nostra, ma così facendo moriamo a noi stessi. Ma per un bambino non è facile. Per me, poi, che mi rifiutavo di pensare -mamma mi diceva: “Tu non mediti mai”, al che io rispondevo: “No, il pensiero è un microbo”- diventava ancora più difficile.
Sì, non pensavo, ma percepivo. E papà lo percepivo molto intensamente. Sentivo anche la sua solitudine, che al momento dell’Uomo in rivolta fu terribile. Ma ero piccola. Un giorno entrai in salotto, era seduto in poltrona, una poltroncina bassa, e gli chiesi: “Sei triste, papà?”. Alzò la testa verso di me, era più in basso rispetto a me, avevo otto anni, e mi disse: “Sono solo”. Per tutta la vita ci ho ripensato, lo guardavo ma non lo sapevo dire che lo amavo com’era, lo amavo libero, amavo questa libertà, piccola, senza sapere cosa volesse dire. Non so se capì quel che volevo dirgli, perché rimasi ammutolita. Ma papà ha davvero sofferto. E l’Uomo in rivolta è questo, è il pensiero meridiano ed è vero che è molto difficile.

Il resto della mia famiglia materna mi vedeva più o meno come una monella, una monella araba. Se alzavi la testa eri una puttana. E io l’alzavo, la testa. Ma papà amava la libertà delle persone, ci ha lasciato vivere, davvero. Responsabili, e liberi. Portava a casa tanti libri. Ci portava sempre dei libri, grazie a lui ho potuto superare tutte le mie angosce con Alexandre Dumas. È fantastico Alexandre Dumas, è come il prozac, ti fa dimenticare anche il mal di denti. Fantastico! E quando ci chiedeva: “Hai visto questo? E cos’hai pensato?”, e non ha mai avuto l’aria di pensare che quel che dicevo fosse una scemenza (e, sinceramente, non doveva essere qualcosa di molto acuto) ma proprio mai. Per papà ogni essere umano era veramente una persona intera e degna di rispetto. Mi ha insegnato che non esistono gerarchie sociali e, infatti, penso di essere piuttosto maleducata. In tanti mi invitano una volta in quanto figlia di un premio Nobel e poi non m’invitano più. Mi sa che puzzo un po’ di povera… Ma ho imparato questo, e lo penso profondamente, che ogni essere umano è unico. E in tutte le persone che ho potuto incontrare nella mia vita, e sono migliaia, c’è qualcosa che me li rende vicini. E questo penso di doverlo a papà, ed è bello.
Questo era mio padre. Era severo, molto severo, ma tenero e giusto. Ma preferivamo di gran lunga le botte di mamma alle sgridate di papà.

Per la musica c’era mia madre. Aveva fatto il conservatorio a Orano, ma neanche la mia nonna materna aveva tutti questi soldi. Erano un po’ più agiati della mia nonna paterna, ma non così tanto. La mia nonna materna dirigeva un ufficio postale, e oltretutto quando è arrivato Pétain è stata licenziata perché ha rifiutato di applicare le leggi… A quell’epoca a Orano si era messa male. Mamma insomma non poteva diventare concertista. Ha fatto la professoressa di matematica, era più sicuro. Però suonava ogni sera, e papà le aveva regalato, mi ricordo, tutto Mozart. C’erano periodi che suonava per serate intere, e quello che so di mia madre è quello che lei diceva al pianoforte.
Sì, dalla parte di mio padre erano poveri, ma lui diceva che la povertà l’aveva trovata orribile solo al suo arrivo in Europa. In Algeria il sole e la luce la compensavano e quindi non ne aveva sofferto.
Sapete chi è Abd al Malik? È un rapper francese, molto noto in Francia, che ha fatto uno spettacolo tutto su Camus, ha anche pubblicato un libro su di lui. Ecco, lui dice che grazie a papà si è salvato dallo spaccio, dalle droghe. Lui viveva a Neuhof, a Strasburgo, un’area di caseggiati popolari e dice che l’ha salvato capire che era possibile non tradire le proprie origini e rimanere nella propria cultura, e a partire da lì ha costruito tutto il suo percorso e ancora adesso dice che deve tutto a papà.

Quando mi dicono che sono una vestale mi ribello perché non è il mio genere, non mi piace, amo la vita, non i templi e le altre scemenze, piuttosto sono una militante, perché so che papà fa del bene a tanta gente. Lo so. Mi scrivono. Un giorno volevo piantare nell’orto dei pomodori antichi e vengo a sapere che c’è un tipo, che abita in un’isola di fronte a Vancouver, che coltiva dei semi di pomodoro antichi: i tiger stripe, i rigati gialli e verdi. Scrivo a quel signore chiedendogli di spedirmi il suo catalogo e arriva una risposta e sei bustine di semi: “Accetti questi semi in regalo, come ringraziamento a suo padre che mi ha salvato la vita”.
Un giorno si rompe la lavatrice e telefono a Darty o qualcosa del genere. Mi capita una ragazza della gestione chiamate, le spiego che la lavatrice è guasta, e avendo quattro ragazzini per casa se poteva mandarmi subito qualcuno. E lei: “Guardi, non prima della settimana prossima, mi lasci il suo nome”. “Catherine Camus”, e lei: “Catherine Camus? È per caso parente del filosofo?”, “È mio padre”, e lei: “Ah no! Questo no. Lo amo”. Nel pomeriggio sono venuti ad aggiustare la lavatrice. Ma succede regolarmente, per tutti gli ambienti sociali. Mi sono state rubate un blocco di lettere di mio padre. Prima o poi qualcuno diventerà ricco all’improvviso. Un cugino mi ha detto: “Stai attenta potrebbero pensare che tu le abbia vendute, fai la denuncia”. Vado alla gendarmeria, faccio la coda, entro nell’ufficio del tizio che mi chiede il motivo e io: “Mi hanno rubato delle lettere”. Immaginate cosa potrà aver pensato: “Questa la butto fuori subito o aspetto un po’?”. Mi schiarisco la gola e dico: “Sono lettere di valore perché sono lettere di mio padre che era una persona conosciuta e la casa è aperta.  “Ah ecco. E lei lascia tutto aperto…, “Eh sì” e comincia a farmi il pistolotto. E io: “Sì, in effetti è un po’ aperto”. Era odioso. Si mette alla macchina da scrivere e mi fa: “Il suo nome?”. “Camus Catherine”. Si ferma a Camus e mi dice: “Allora mi scusi. Perché è normale che lei lasci aperto. È stata educata così”. Il gendarme! Dietro la sua macchina da scrivere! Ci sono rimasta di stucco! E ha aggiunto: “Mi sarebbe piaciuto incontrare suo padre perché si può essere un operaio o un accademico ma lo possono capire tutti”.
Testimonianze come questa ce ne sono dappertutto. In India, in questo momento, c’è un piccolo centro nel Kerala che ha fatto una mostra su Camus e che ci manda tantissime cose. In Giappone c’è una società di studi su Camus. Anche in Brasile. In Madagascar è rimasta una cosa sola della Francia coloniale, l’Istituto culturale Albert Camus; della Francia hanno mantenuto solo papà. C’è un’africana, che si chiama Parfaite, che ha messo su un hotel, dove agli stenditoi per la biancheria ha appeso delle sue foto e lo chiama “papà”...

Un giorno mi ha telefonato un tizio del Ministero degli esteri: “Senta signora, siamo un po’ scocciati perché abbiamo uno scrittore malese che accetta di venire in Francia a condizione di potersi raccogliere sulla tomba di Camus, non so perché”. Non so perché? Gli ho risposto: “Senta, lei può non sapere perché, ma io sono l’ultima persona a cui lei lo dovrebbe dire”. Chiedo al tizio: “Ma è tradotto in francese?”, “No”, “Ma è noto?”, “In Malesia questo scrittore è importante -mi dice- un po’ alla maniera di Rabindranath Tagore”. Beh, mica poco! Insomma, è venuto a Lourmarin, è andato al cimitero, ha guardato la casa, ha toccato tutto, si sarebbe detto che fosse in preda a un accesso d’idolatria. Un uomo affascinante e un valido scrittore, perché poi ho trovato una traduzione che ho potuto leggere.

Insomma, sembra che Camus  tiri su il morale. Non cambia le persone, gli dice solo: “Avete la dignità, datevi da fare”. Ma potete, potete fare, è questo che è geniale. Alla nostra misura però, perché non è che si debba buttare all’aria il mondo, non ci si riuscirà mai. Ma quello che dice è che si può, si può fare, nella misura che è nostra propria. Anche prendendo atto che siamo molto deboli. Va riconosciuta questa debolezza. È questo che è grandioso. Si dovrebbe crepare appena nati, da tanto che facciamo pena. Si dovrebbe morire di paura. Invece no. Si fa. E lui vi dice: “Potete”. Alla vostra misura, con ciò che siete. E questo sempre. Penso che proprio per questo motivo papà sia un buon rimedio contro tutto ciò che è totalitario.

A proposito dell’attualità di Camus potete vedere anche il film di Joël Calmettes intitolato “Vivere con Camus”. Un giorno mi venne a trovare e mi disse: “Catherine, ho un’idea: vorrei incontrare le persone che dicono che Camus gli ha cambiato la vita”.  “Bello!”, gli ho detto. Alla fine ha fatto un film assolutamente incredibile, che risolleva tantissimo il morale perché fa vedere veramente che è il “mondo condiviso”. Il suo è un pensiero forte e tonificante. Papà diceva sempre: “è un tubetto di vitamine”. Papà parte dal piccolo per andare verso il grande, mentre gli occidentali partono da un’ideologia o da una grande cosa e cercano di farci entrare dentro tutto quanto, a costo di tagliare tutti e due i piedi a un bambino o a un uomo fatto, pur di farli entrare nel grande. Papà parte dal piccolo e, hop, lo allarga. E quello che dice è più vero. Per questo i filosofi non lo considerano un filosofo. Perché non ha creato un sistema. Il sistema è anti-Camus. Da qualche parte -mi pare ne l’Estate- ha scritto: “Nulla di ciò che costringe a escludere è vero”. Cosa volevate che facesse di tutte le filosofie?
Una giovane studiosa che aveva fatto la tesi sull’Uomo in rivolta raccontava che un collega le aveva detto: “Camus? L’Homme révolté? Non è che lo si sia sentito granché durante il maggio 68”. Ed era tutto contento con gli altri che ci ridevano su. Papà era morto nel ’60.
Prendiamo Macron che cerca di stare in mezzo, i giornalisti non la sopportano questa cosa, li rende rabbiosi, dicono che non sta da nessuna parte, e perché? Perché dice che ci sono delle buone idee sia a sinistra come a destra? E allora? Ma andate a comprare la moda pronta al Monoprix o il pensiero pronto dove vi pare, da Marine Le Pen, dai socialisti o in qualsiasi posto.
In realtà l’ideologia ci ammazza. Detesto l’astrazione, questo gusto di essere astratti. È questo che genera i nazisti, che mettevano un tot di ebrei nel treno che partiva all’ora tale, senza volersi rendere conto di quel che sarebbe successo. L’astrazione pura uccide. Noi non siamo astratti. Siamo dei piccoli aggeggi, caldi, bollenti, e leggiamo, e non possiamo essere diretti in quel modo. Mio figlio mi dice: “Macron però rappresenta la finanza”, “Sì ma… aspetta”, “Ma è la finanza che ci dirige”, e io: “È da un bel po’ che mi senti dire che voterò per chi dice: ‘Non riuscirò a fare granché anche se mi eleggono’”. La finanza ci dirige e la globalizzazione esiste, ma preferisco un tizio che ne prende atto e cerca di farci mantenere un’identità nell’entrarci dentro, anziché uno che dice: “No, no, io la finanza la detesto”. E poi?

Lo scrive dappertutto, lo dice continuamente: l’amicizia per papà era essenziale. L’amicizia leale. La slealtà mandava papà su tutte le furie. Il suo migliore amico si chiamava Robert Jaussaud. Fin dall’Algeria. L’ha seguito nelle faccende dei romanzi e dell’attività di Liaison internationale, che faceva esattamente quello che fa oggi Amnesty International. Ed è a proposito di quell’attività che gli dissero che erano pagati dalla Cia. Robert Jaussaud era dentro a tutto questo, e quando papà è morto è stato il nostro tutore. Non è molto noto, a me piaceva tantissimo. Poi c’era Louis Guilloux. Cito quelli che venivano a casa, perché Jean e io non sapevamo affatto che papà fosse famoso. Tant’è che Jean, quando papà lo faceva arrabbiare, si alzava da tavola e se ne andava brontolando: “Scrittorello da strapazzo!”. Abbiamo scoperto che papà era famoso solo quando è morto.
Beh, poi certamente c’era “Chiaro” (Nicola Chiaromonte. Ndr). Poi René Char, Brice Parain. Loro venivano a casa. René Char era molto alto, con grandi mani, grandi tasche dove portava i chewing-gum americani. In casa erano vietati, ma quelli di René erano ammessi. Noi quindi aspettavamo solo che arrivasse René con le sue grandi mani e le sue grandi tasche, e vai! A lungo per me René ha voluto dire “chewing-gum e Hollywood”. Stessa cosa con Louis Guilloux, un’amicizia fortissima. Era una persona deliziosa. Suo padre era calzolaio, veniva da quel tipo di ambiente, quindi sapevano tutti e due di cosa parlavano, e questo in un ambiente intellettuale parigino che era comunque molto “Scuola normale”, dove se non hai l’agrégation (concorso per la docenza universitaria. Ndr) sei un cretino. Credo che questo li abbia molto avvicinati. Brice Parain ha scritto molto sul linguaggio. Che è un vero problema. Papà fu profetico, perché oggi il linguaggio è una catastrofe. Disse che lo slogan sostituisce il dialogo. E parecchio tempo fa, non oggi.
L’atteggiamento, lo slogan. Non si parla più, c’è l’sms. I miei nipoti mi mandano degli sms e io, che già le sigle non le sopporto, gli dico: “Non vi rispondo se non è una frase scritta in francese”. E loro si applicano, ma devono applicarsi. Il linguaggio è importantissimo, ma oggi non si sa più di che si parla. L’attualità di papà penso che dipenda anche dal suo modo di parlare agli uomini, un modo fraterno, il modo di un uomo con le sue debolezze.
Gallimard ha pubblicato un libretto intitolato Mon cher Albert. Era un amico di papà, un po’ più grande, che lo faceva giocare a pallone. È un libro spassoso, perché questo tipo scrive una lettera a papà nel ’77, e racconta tutto quel che facevano. Beh, era un ragazzaccio… Non che facesse tante sciocchezze, ma era un ragazzo di strada, che amava il mare e che, a diciassette anni, si è reso conto che poteva perdere tutto. A quell’età in Algeria la tubercolosi era quasi sempre una condanna a morte. Ed è senz’altro questo -la povertà, l’Algeria che è un paese sublime e il fatto d’aver pensato che stava per morire- a spingerlo a scrivere il primo libro. Ed è incredibile quello che ha fatto papà fra i diciassette e i ventisei anni.  
La casa papà l’ha comprata con i soldi del premio Nobel. E non è che ci sia rimasto molto. L’ha comprata nel settembre ’58 ed è morto il 4 gennaio ’60. Qui è nuovo, ci ho fatto il mio ufficio, era più comodo, prima il mio ufficio era da un’altra parte. Dovete vedere la terrazza, è molto bella. Adesso ho comprato la casa accanto, così sono vicinissima all’ufficio e sono tranquilla.
Abitare lì era diventato molto violento per me, con gente che entrava in casa, ci fotografavano attraverso la finestra... Ora, invece, quando sento: “Dov’è la casa di Albert Camus?”, dico: “è quella subito dopo”. Mi ci diverto tantissimo: “Quella lì, un po’ più avanti”.  
Al cimitero non vado mai. Ormai di visitatori ce ne sono sempre: d’inverno, d’estate, sempre. Allo stesso tempo è commovente: mettono sassolini, lasciano biglietti, scrivono su dei ciottoli cose straordinarie, in tutte le lingue. Una volta sono venute due piccole vietnamite che mi hanno regalato due uccellini, molto belli. Per ringraziarlo. Dal Vietnam! C’è gente che viene da tutto il mondo per papà. È così. Umanamente è importante, ma non ne traggo alcun motivo di vanità. Anzitutto non sono nulla e quando si è la figlia di un uomo celebre si è ancor meno che nulla. La mattina bisogna dirsi: “Ohé, anch’io esisto, attenzione!”.

Quando mi sono messa a lavorare sulle carte? Beh, Carnet III è uscito nell’89, o nel ’90, e Il primo uomo nel ’94. Io avevo molto lavoro ed ero molto disorganizzata perché l’ufficio era in camera mia, avevo quattro bambini, e poi altre cose da fare, altre preoccupazioni… Era un po’ complicato. E poi all’inizio, dopo la morte di mamma, sono rimasta tre mesi con la posta che si accumulava nella mia camera di nove metri quadri, andavo a letto e vedevo la pila che cresceva, un’angoscia. E allo stesso tempo mi dicevo: “Ma io non sono capace di far queste cose, non ci riesco”. Avevo paura che la gente s’accorgesse che ero idiota, che papà aveva una figlia scema. Così mi avvilivo. Alla fine mi sono messa sotto, ho imparato il mio lavoro -perché è un vero lavoro, non è perché sono sua figlia che so farlo- ho osservato le persone con cui parlavo, com’erano, ho studiato tutto per tre anni, e questo mi ha portato più o meno all’83, e poi ho cominciato.
Ma ho fatto a modo mio, cioè come un bue col suo solco, quando finivo un solco prendevo l’altro, ma il tutto mi prendeva parecchio tempo perché papà è difficile da leggere e io ho degli occhi pessimi, un vero disastro. E poi quando si è davanti a un gomitolo di scrittura, più di tre ore non si possono fare. Perché? Perché alla fine si perde freschezza, ci si impunta su qualcosa di letto male e ci si convince che è così. Per cui è bene staccare e ricominciare l’indomani. Mi ricordo un punto su Cézanne, nel Primo uomo, su cui sono ritornata credo dieci volte per capire cos’era.
È un’esperienza molto strana, si rasenta il manicomio.
Fra l’altro all’inizio ho avuto molta paura, perché non avrei saputo difendere papà se avesse subìto una stroncatura e anche quando il riscontro è stato ottimo -per una volta non avevano detto che papà era un cretino- ho avuto paura per altri sei mesi. Terrorizzata.
Ma dicevo che si entra dentro completamente al testo. Io lavoro ovviamente su delle fotocopie, anche perché ho un piccolo problema, una piccola mania, che quando tocco un manoscritto, me lo perdo in cinque minuti tanta è la paura che mi fa. Dopodiché devo buttare all’aria tutta la casa, affannosamente, per scoprire poi che non l’avevo perso, quindi lavoravo su delle fotocopie. All’epoca vivevo con Robert Gallimard e c’era un punto francamente illeggibile. Erano degli scarabocchi con delle parti in bianco, eccetera.
Ci provo una, due, tre volte e la terza volta mi sveglio la mattina e dico: “Robert, ho capito che cos’è”, e leggo la frase. Ho detto che era illeggibile. Lui dice: “Beh, forse. Un senso ce l’ha, d’accordo, ma tu mettila fra parentesi, perché non puoi dire che è così, nessuno può dirlo”. Solo che quando abbiamo fatto il confronto con il manoscritto autentico, ci siamo accorti che era la fotocopia che aveva delle parti in bianco, mentre nel manoscritto la frase era completa ed era esattamente la stessa che avevo scritto io. Per questo dico che è un’avventura psichiatricamente molto pericolosa.  
Il Primo uomo è stato incredibile. Un giorno avevo fatto un brano, alle cinque smetto e un’ora dopo mi sento la pelle che brucia, dappertutto. Mi dico: “Ma che cosa ho?”, mi mancava il respiro, ed è finito tutto quando ho detto: “È la gallina!”. Racconta così tanto la storia della gallina che bisogna sgozzare e che poi la nonna arrostisce, che mi sono sentita bruciare come la gallina, per tre ore. “Cavolo, è la gallina!”, e mi sono sentita subito meglio. Incredibile. Ma papà mi aiuta sempre. Davvero. Se ho qualcosa da chiedergli, lo faccio, ma bisogna che sia veramente nella merda, non lo disturbo spesso, ma ogni volta che ho chiesto, tac! Papà aiuta sempre quando ho bisogno. Gli dico: “Non ne vengo più fuori!”, glielo dico ad alta voce, quando sono veramente troppo stressata e ogni volta mi ha aiutata. L’ho detto a Patti Smith che mi ha risposto: “È naturale”. Diretta, così. Beh, Patti Smith parla coi morti...

L’Algeria? Ci andavo ogni anno, fino al ’60. Poi ci sono stata un anno scolastico quando mia madre era in clinica. Si andava a trovare la nonna di Algeri, la mamma di papà, e a volte si andava a Orano dalla famiglia materna, perché la nonna di Algeri non poteva ospitarci.
Beh, ero a casa mia. Eh sì. Dalla parte materna siamo ebrei berberi. Poi non ci sono più ritornata. Sono tutti morti. Ho voluto tantissimo bene alla mia nonna paterna. Era in-no-cen-te... Credo non sapesse ­neanche che la cattiveria esiste. Era una persona straordinaria.
Due o tre anni fa sono stata contattata da dei sordomuti che fanno una trasmissione su La Cinq per i sordomuti e sui problemi che hanno. E la ragazza, lei stessa sordomuta, mi ha detto: “Ecco, siccome per lungo tempo la lingua dei segni è stata proibita ai sordomuti, facciamo molta fatica a leggere, e il primo libro che mi ha veramente toccato è stato La peste. E mi domandavo se la scrittura di suo padre non fosse stata influenzata da sua nonna e dal suo prozio”. Perché nonna non parlava tanto bene, era sorda, e lo zio Étienne parlava come nonna, con le mani, ma nonna storpiava le parole, e lui praticamente emetteva dei borborigmi.
Papà ne parla nel Primo uomo… Ma quando zio Étienne andava a pesca di trote, poi mi raccontava e io capivo tutto. Raccontava con le mani, che la trota era andata a nascondersi dietro il masso, eccetera, e io capivo tutto. Sicché ho detto che certo, ci parlavo, ma le devo dire una cosa: non ho mai immaginato che mio zio o mia nonna non avessero il loro modo di parlare, a cui non ho applicato nessun aggettivo. Ho scoperto i sordomuti molto tempo dopo la morte dello zio Étienne. Ma ci ho molto riflettuto, penso che la ragazza avesse ragione. Nel senso che è un linguaggio molto più corporeo. Che non ignora il corpo. Lo si dice spesso che papà scriveva prima con la pancia e poi con la testa. Del resto, avete visto che si è scoperto che abbiamo un cervello ventrale. Pare che nella pancia abbiamo lo stesso numero di neuroni di un cane. Io penso d’avere più neuroni nella pancia che nella testa perché se la pancia mi dice di non andare, io non vado. Mentre la testa mi può far fare parecchie sciocchezze. Davvero. Sotto la cintura è più sicuro.
Ora dell’Algeria non so niente. So che in Algeria ci sono persone che amano molto papà, ma è complicato perché ovviamente il potere gli è contro e gli islamisti anche. Il primo che si è fatto ammazzare in Algeria è un medico, il dottor Flissi, che diceva: “Camus è come noi, aveva la tubercolosi e sua madre faceva la donna delle pulizie”. Ma è stato fra i primi a essere abbattuto dagli islamisti. Dopodiché… è complicata l’Algeria, davvero, credo perché l’arabizzazione li abbia amputati. Era un bene che parlassero le due lingue. Ora vivono su una menzogna, perché gli arabi sono arrivati tardi. Quando discuto con un algerino gli dico: “Ehi vacci piano, non ce l’ho con voi, ma io c’ero prima di voi perché mio nonno era un ebreo berbero, siete stati voi a colonizzarlo”. Vivono in una menzogna permanente, sono come degli adolescenti, soffrono, ma non sanno dove gli fa male. C’è chi dice: “Ma perché non va in Algeria?”, ma perché non mi voglio appoggiare dove mi fa male.
Papà è molto ambivalente. Si batté per gli algerini, ma gli danno addosso. Non credo, però, ne siano poi tanto convinti. Penso che in fondo gli vogliano bene. Jean Daniel mi disse che Bouteflika gli aveva confidato, a proposito della storia della madre, che fra la giustizia e la madre papà avrebbe scelto sua madre: “Beh, qualsiasi arabo è in grado di capirlo”...
(a cura di Cesare Panizza, Leslie Hernandez, Antonio Becchi, Barbara Bertoncin.
Traduzione di Umberto Cini)