Bruno Manghi, sociologo, già sindacalista Cisl, ha pubblicato Far del bene. Il piacere del dono e la generosità organizzata, Marsilio 2007.

Partiamo da Pomigliano. Si è fatto un gran parlare di diritti fondamentali in pericolo, di passaggio cruciale delle relazioni industriali, di ritorno agli anni 50. Tu come la vedi?
Io ritengo che Pomigliano sia Pomigliano. Non è la storia delle relazioni industriali, eccetera eccetera, tutte stupidaggini. Pomigliano è un grande stabilimento industriale che non funziona per via di tassi di assenteismo elevatissimi e di tassi di qualità discutibili, ma che, per motivi sociali, non è chiudibile. Punto. A sorpresa, il Marchionne, dopo che per 20 anni i suoi predecessori ci hanno ripetuto che "bisogna ridurre i volumi, fare cassa integrazione...”, dice: "No, rilancio”. Questo è stato sconvolgente: Pomigliano diventa un protagonista della piattaforma europea dell’auto, avendo già la Polonia che va benissimo. Ora, io credo che difficilmente Pomigliano potrebbe costruire Alfa di qualità da mandare negli Stati Uniti, mentre la Panda, come volumi, si presta di più, però di tutto ciò facciamo fatica a dir qualcosa di preciso. Quel che io posso dire in base alla mia esperienza è che il problema di Pomigliano non è inedito. Lo stabilimento brasiliano della Fiat, a Belo Horizonte -me lo raccontavano sia i sindacalisti, perché la Fim fece là un investimento formativo, sia il direttore di allora, Cappellani, un grande dirigente Fiat, che dopo la pensione è rimasto in Brasile a far lavoro sociale- era un posto dove la gente prendeva tre mesi di stipendio e lasciava la fabbrica, perché tanto ne aveva abbastanza; se giocava il Tiradentes nei dintorni, saltava i muri e andava alla partita. Questo per anni. Era un posto dove per due volte consecutive vinse le elezioni di commissione interna la lista dei comunisti albanesi. Cosa potessero sapere del comunismo albanese... Lo descrivevano, cioè, come un posto degno di un grande racconto alla Guimaraes Rosa. Ebbene, adesso quello è lo stabilimento principe del sistema sudamericano, il fiore all’occhiello della Fiat brasiliana, produce più della Wolks­wagen. Questo per dire che tutto può cambiare. A Mirafiori, 20 anni fa, si facevano gli straordinari il sabato per aggiustare le vetture rotte, male uscite dalle linee. Quindi bisogna sempre analizzare uno stabilimento, una storia industriale, un incrocio tra una cultura e la dura disciplina industriale.
Questo è un tentativo che si apre, speriamo che vada bene, e non è detto. Anche perché l’impressione che mi sono fatto dalle mie conoscenze, parlando con parecchi ex giovani che sono stati miei allievi al Sud, è che ci sia una sostanziale ribellione dei più anziani, che essendosi ormai abituati, tra cassa integrazione, altri lavoretti, eccetera, a intravedere una finestra lontano, non si capisce perché debbano tornare a lavorare veramente. E poi però c’è un cospicuo numero di giovani, con un livello di istruzione anche notevole, che vede lì la propria prospettiva professionale, e quindi vorrebbero giocarsela. A mio avviso i problemi sono di questa natura, non politici, e quindi io mi auguro che la cosa funzioni.
Quanto alla storia dei diritti, bah. Lo sciopero non si può impedire, perché si lede un diritto soggettivo, tutelato dalla Costituzione. Ma poi anche nel pubblico impiego viene punito il sindacato che lo proclama. Quindi è inutile star lì a farla difficile. L’assenteismo: in tutti gli stabilimenti dove è molto elevato, si cerca qualche misura per scoraggiarlo, mi sembra normale. E lo sembra anche a quelli che non lo fanno. Però, lo ripeto, se parliamo di Pomigliano, parliamo di Pomigliano, non parliamo della storia delle relazioni industriali nel mondo, della Fiom e di Sacconi, no. Questo è tutto un di più. Parliamo di quello che è già un problema difficile di suo, senza bisogno di scomodare grandi questioni.
Ho letto l’articolo sul Sole 24 ore in cui si riportavano le tue valutazioni, tutto sommato positive, di questo nuovo sistema di organizzazione del lavoro, il world class manifacturing, che per altri invece non sarebbe che un modo per l’intensificazione dei ritmi…
Ci sono due aspetti: uno è l’aspetto che anche nei posti più rigidi, di disciplina industriale tayloristica, come ci hanno insegnato studiosi e non studiosi, c’è una serie di astuzie operaie, per sopravvivere, per darsi del tempo, per trovare degli accorgimenti, che poi magari l’azienda scopre e utilizza rendendoli standard. Poi c’è il problema dell’ideazione di soluzioni, che ovviamente è sempre stato anche questo un problema, e che dovrebbe essere, potrebbe essere, uno sviluppo positivo della concezione della qualità. Però questo implica un dialogo; quindi non repressione contro scazzo, ma un dialogo costruttivo. Un esempio: anni fa, uno dei più creativi dei sociologi industriali, Beppone Bonazzi, fece una ricerca col sistema dello shadowing, cioè di stare a fianco, per scoprire una strana anomalia. La Fiat, mentre faceva Melfi, cioè questa linea innovativa con tutti giovani diplomati, svegli, eccetera, aveva provato, per fare un test, a riprodurre una futura linea di Melfi a Mirafiori con lavoratori tutti di 50-52 anni, scoprendo alla fine che la produttività di Mirafiori era uguale a quella di Melfi. La domanda era: come mai questi signori, che non erano certo appassionati di questo lavoro che non gli aveva mai dato granché, se non della sicurezza, alla fine avevano delle performances analoghe a dei giovani ritenuti brillanti? Perché la Fiat aveva messo al loro fianco dei giovani assistenti, che facevano loro delle domande, che parlavano con loro, non dico come se fossero dei padri o degli zii, ma per la prima volta nella loro carriera organizzativa qualcuno chiedeva loro: "Come la risolviamo questa questione?”. Ecco, io direi che è questo il tema. E’ un tema di clima, è un tema di relazioni, che va fatto nel particolare, non con proclami inutili. Quando c’è questo clima si risolvono alcuni dei problemi e c’è una creatività maggiore, che poi eventualmente va anche premiata. Se invece c’è la pura gerarchia, uno fa il furbo e l’altro comanda. E questo lo conosciamo, no?
Riguardo ai ritmi…
Francamente mi sembra difficile intensificare molto Pomigliano, se devo dire la mia opinione… Lì di antiveleni ce ne sono tanti e quindi bisogna convincere la gente. In realtà non è una banale intensificazione, non è il volume, che interessa, è il volume del prodotto buono e la continuità del lavoro.
Quel che si vuol sapere è se alla fine escono dei prodotti decenti, e in numeri sufficienti, visto che l’organico è ampio. Quindi non avrei la preoccupazione della nascita di un nuovo gulag. Poi la questione è complessa, perché le cose sono state lasciate andare per tanti motivi e perché ci sono dei mondi del lavoro che sono sempre sotto stress, in cui si pensa: "Qui bisogna farcela altrimenti…”, piccole aziende, medie; e altri, invece, che per loro nascita storica stavano tranquilli, come quelli dell’Alitalia, e pensavano che a loro non potesse capitare assolutamente niente, quale che fosse il costo. E poi capita.
Ecco, quelli di Pomigliano sanno che non si può chiudere Pomigliano, che sarebbe molto difficile, che ci sarebbe il rischio di una guerra civile, e quindi si crea questo scetticismo di fondo, che è molto negativo, e che va sormontato da proposte positive, non semplicemente dalla frusta. La frusta lì non funziona, credo. Conoscendo un po’ di personaggi che ci lavorano… Mentre può darsi che lì si possa, come altrove, nel Sud, trovare un punto di incontro. Pensiamo a Bari, dove ci sono aziende meccaniche ottime che funzionano, a Termoli, di cui nessuno ne ha più sentito parlare, a Cassino che era un’azienda rigidissima, quella dove è stato fatto il primo sforzo d’automazione finanche eccessivo, errore poi riconosciuto dalla Fiat: i risultati erano disastrosi, ma oggi di Cassino nessuno parla più in senso negativo. Quindi c’è stato qualche "passaggio a Nord Ovest”.
Tornando alla questione dei diritti minacciati, attaccati…
Ma sì… Questa teoria dei diritti che purtroppo ha un padre nobilissimo, che è Trentin, come diceva il mio amico Celli in un suo bellissimo saggio, si traduce in "tanti diritti, poca contrattazione”. Cioè il fatto di ingessare in diritti tutte le conquiste funziona finché funziona il sistema. Dobbiamo selezionare.
A me non sembra che lì sia un problema di grande rilievo. Lì. I diritti dobbiamo andare a vederli negli ospedali, dove lavorano le cooperative, nel mondo del lavoro diffuso, del proletariato nuovo e del terziario. Beh, ragazzi, datevi una mossa... Non lo dico al sindacato, che fa quello che può, ma voglio dire, lì ci sono le cose di maggior valenza, negativa intendo.
In una fabbrica automobilistica in Germania hanno dato un premio di produzione di 7000 euro. Non c’è una rigidità anche salariale? Questa discussione sul contratto nazionale…
Il contratto nazionale è diventato la scala mobile. Da 15 anni il contratto nazionale ripropone i diritti tradizionali e recupera quello che può del potere d’acquisto, punto e basta. Questo è e per fortuna che c’è. Ma di lì non viene niente di interessante. Va mantenuto, dico io, perché sennò, chi non ha altro contratto che deve fare? Però tutte le altre cose, le non molte che avvengono, purtroppo, avvengono ad altri livelli. Per esempio la Cisl Lombardia fece un mese fa una "Fiera della contrattazione”, a Sesto San Giovanni, in cui erano stati selezionati i 220 più interessanti accordi, sia industriali sia sociali. Lì vedevi nel piccolo venire avanti novità molto interessanti. Ad esempio, pratiche di conciliazione, tra orario e condizione umana. Contratti "a menu”, dove, dentro una media azienda, tutto è personalizzato in un meccanismo molto complesso. Quindi la pratica di conciliazione tra lavoro e condizione di vita, che peraltro è transitoria, perché tu oggi sei in una condizione, domani sei in un’altra; queste sono cose interessantissime insieme ad altre di tipo più marcatamente sociale. E’ chiaro che questo non lo può fare nessun contratto nazionale.
Sappiamo di un’azienda tessile del Nord, di tutte donne, in cui ci sono una trentina di contratti: una ha problemi di orari coi figli, una assiste il padre malato, eccetera…
Sì, io ho bisogno di te, tu hai bisogno di me, vedo la mia vita, vedi la tua produzione. L’azienda ideale è l’azienda che non ha bisogno di straordinari, dice Luciano Pero, perché sa prevedere nell’arco di tre o quattro mesi gli ordini e organizzare, concordemente col personale, il flusso di lavoro che le serve. E non è impossibile.
Questo però presuppone una logica sindacale più partecipativa...
Certo, ma questo è evidente. Il conflitto è un’emergenza, non devi mai negarne la possibilità, mai. Tu devi sempre avere aperta la possibilità del conflitto, però -e questo lo pensano anche i lavoratori e l’hanno sempre pensato- più problemi risolvi senza conflitto, meglio è. Quindi la logica partecipativa c’è quando c’è una civilizzazione delle relazioni, certamente. In questo senso è vero, bisogna salvaguardare una logica dei diritti, ma non farla diventare infinita: van difesi i diritti basilari. Anche perché, scusate eh, oggi le grandi nubi che incombono non sono lo scontro diretto tra capitale e lavoro, ma sono ben altre: dalla finanza alle prepotenze. Basta un derivato andato male, e nel loro piccolo, capitale e lavoro, hanno finito di parlare.
Non che voglia indurti a far della polemica con la Cgil, però la Cisl sembra più attrezzata culturalmente per la partecipazione...
Allora, prendiamo i due livelli della partecipazione. Il primo è quello della partecipazione organizzativa: siamo in una fabbrica, in un ufficio, in una rete commerciale, e per far funzionare le cose discutiamo, ci mettiamo d’accordo. Il secondo, molto più complesso, è quello della partecipazione alle decisioni strategiche, in cui c’è un’entità in cui si discute chi farà il manager, cosa dovranno fare gli stabilimenti, eccetera. Ecco, mentre il primo livello viene naturale, nel senso che è una cosa che si fa volentieri e senza bisogno di premi, il secondo no. La partecipazione organizzativa, fra l’altro, viene particolarmente naturale in Italia, dove c’è una tradizione di bottega, in cui il discutere un problema tecnico da parte di un muratore, di un venditore, di un operaio, viene fuori. Paradossalmente è il taylorismo l’eccezione.
Questa dimensione, quindi, è del tutto storica per noi, e ha anche prodotto cose felici sul piano dei prodotti. L’altra, la partecipazione strategica, che significherebbe, per esempio, diventare azionista dell’azienda, è più complessa, perché come ho scritto in un saggetto, "Il padrone che vorrei”, l’ideale medio di un lavoratore è avere un buon padrone, un buon contratto e un buon lavoro, non è che "devo pure occuparmi della strategia”. Questa è la forza del conservatorismo Cgil. Cofferati una volta disse: "Di padrone ne basta uno”, che, devo dire, è una banalità culturale che però si adatta a uno scetticismo normale dei lavoratori verso questo orizzonte.
Tuttavia capita, nella vita, che arrivino delle crisi, delle riorganizzazioni, in cui capisci che devi partecipare, sennò va tutto a ramengo, e allora lì devi contare.
Questo è il grande tema su cui noi della Cisl ci interroghiamo: c’è la contrattazione, e questa è la civiltà, per ridurre la asimmetria capitale-lavoro, per mettersi insieme e superare i contratti individuali, però, oltre questa soglia, si pongono problemi che non si affrontano più contrattando, ma contando insieme, su cose determinate. Per esempio è chiaro che a mio avviso le ex municipalizzate non dovrebbero far contrattazione, dovrebbero essere aziende partecipate, e quindi più responsabili, perché la contrattazione in queste aziende si scarica sui consumatori. O nel caso Telecom: sì, privatizziamo, però facciamo contare i lavoratori, che a quel punto possono anche accettare dei sacrifici, ma sapendo che questa azienda durerà, mentre oggi non lo sanno. Questo è il tema, difficile.
Ovviamente noi dobbiamo rendere possibile la partecipazione, non dobbiamo renderla obbligatoria. Adesso ci sono delle aperture, ci lavorano Treu, Ichino, Castro e altri, c’è un progetto di legge interessante… Ma ci arriverà anche la Cgil, dieci anni dopo, ma insomma, prima o poi arriva anche lei.
Fa impressione il sindacato americano che in un momento più che mai strategico, perché la Chrysler era finita, ha più azioni della Fiat, per adesso...
Lì doveva salvar la baracca, doveva salvare anche il fondo pensioni. Il sindacato lì è messo veramente in una situazione critica, perché la parte contrattual-salariale è la metà del problema, il resto sono le pensioni e la sanità. Loro, quando contrattano, contrattano tutto, quindi l’esaurimento della fonte è veramente una prospettiva orrenda. Alla fine lì si vede, è nelle cose difficili che si vede...
Ma per questa partecipazione, ci son già delle proposte...
Il disegno di legge dice: "Consente, ove lo si voglia, un azionariato collettivo dei lavoratori”. Collettivo, non individuale, che non servirebbe a niente. Collettivo non cedibile, per cui tu hai dei posti in consiglio di amministrazione, che non sono del sindacato, sono dei lavoratori. Poi il sindacato propone i suoi. Questa è la strada maestra. Che è quella americana poi. Io entro dentro, a quel punto quando si decide, si decide: se fare lo stabilimento in Svezia o no, eccetera...
L’altra strada è quella tedesca, dove non c’è bisogno delle azioni, ma c’è un consiglio di sorveglianza, la Bestimmung, la cui istituzione fu caldeggiata dagli americani nella Germania occupata, perché non si fidavano di Krupp e del grande capitalismo tedesco che era stato tanto importante per Hitler. Così facilitarono l’approvazione di una legge, che poi si allarga nel tempo, che sanciva la cogestione: c’è un consiglio di sorveglianza, composto per metà meno uno da rappresentanti dei lavoratori, che decide chi fa l’amministratore delegato e dà una valutazione. Non entra, cioè, nelle politiche quotidiane, perché per le politiche quotidiane c’è la gerarchia e il sindacato, e se la vedono loro, per gli orari, i salari, ecc. Ma quando devono decidere se fare l’acciaio o le caramelle, il consiglio di sorveglianza giudica le decisioni strategiche del consiglio di amministrazione, ed ex post può dire: "No, non va bene, vai via”. Questa è la via tedesca, ma impraticabile in Italia.
C’è una terza proposta, più debole, sostenuta dal mio maestro Baglioni, che non sarebbe neanche male: far sì che i consiglieri indipendenti nel consiglio di amministrazione, che sono autorizzati dalla legge Vietti, non siano più cooptati dal padrone ma in qualche modo indicati dal sindacato, o anche dai consumatori, se fossero organizzati. Per cui tu avresti una presenza non di un sindacalista, ma, che so, di un economista di fiducia dei lavoratori. Ecco, questa è la versione debole che alcuni criticano, altri accettano. Però la proposta maestra resta quella di rendere possibile l’azionariato collettivo dei lavoratori per una quota rilevante, minoritaria ma rilevante e determinante, del pacchetto azionario.
I lavoratori si dovrebbero tassare...
Lì ci sarebbe un accesso facilitato e questo si farebbe attraverso la contrattazione. Per questo motivo la Cgil non si oppone. Se contrattualmente si decide in una azienda di fare un’esperienza partecipativa, poi si offre ai lavoratori, previa ovviamente la loro consultazione e il loro preventivo accordo, questa chance e si valuta. Questa è la strada tecnica.
Però quel che conta è convincersi che c’è un orizzonte di problemi che va oltre la contrattazione. Specialmente nelle emergenze...
Lo spettacolo è sempre più spesso quello della divisione sindacale. Paradossalmente c’era molta più unità quando i partiti di riferimento erano divisi e contrapposti. Ricordo che ponemmo la stessa domanda a Trentin, ai tempi delle prime scelte "da sola” della Cgil e lui disse, implicitamente molto polemico coi suoi, che l’unità sindacale fino ad allora era stata considerata un dogma dalla Cgil...
Sì, peccato che sia stata la Cgil a non volerla fare. Distinguiamo l’oggi e il sempre. Che in un paese ci sia l’unità sindacale o il pluralismo sindacale, non fa una grande differenza. In certi casi il pluralismo sindacale può essere utile, arricchisce la scena sindacale, in altri casi invece l’unità sindacale è decisiva. Varia nelle fasi storiche. Nel caso italiano, alla fine degli anni ‘50, e soprattutto negli anni ‘60, si sviluppa questa tensione verso l’unità sindacale, per motivi che adesso non è il caso di elencare. Però far l’unità sindacale con tre grandi apparati è dura, è un merging in cui interessi consolidati, carriere, valori anche, culture, vengono messi in difficoltà. Come si fa allora? Semplice, bisogna cogliere l’occasione. Voglio dire che non può essere una costruzione graduale, Firenze uno, Firenze due, le discussioni...
Genere unificazione della Germania, se ho capito...
Esatto. La fai, la fai quel giorno. Allora, le occasioni che ci sono state, sono due. Una è l’unità dei metalmeccanici…
L’Flm, la Federazione lavoratori metalmeccanici…
No, prima dell’Flm. L’Flm fu un modo per non fare l’unità. I sindacati metalmeccanici, eravamo nel sotterraneo della Cisl, esecutivi Fim-Fiom-Uilm, tutti schierati per l’unità sindacale, Benvenuto, Carniti, Cazzola, tutti e il povero Trentin solo, contro. Però era un azionista importante! Lui alla fine disse a Carniti: "Se vuoi che venga solo io, facciamo l’unità sindacale, se vuoi che vengano anche i lavoratori comunisti...”. Il mondo comunista, più ancora che il partito, non vedeva di buon occhio questa cosa, preferiva una lenta costruzione Cgil Cisl e Uil, e non un azzardo. Avrebbe significato fare in Italia quello che fecero in America negli anni ‘50, l’unificazione fra Afl e Cio. Fu un’occasione unica.
Non è noto, ma noi della Fim e della Uilm facemmo i congressi di scioglimento, perché era obbligatorio, statutariamente. Ma la Fiom ci lasciò lì. La storia è la storia. Poi si fece l’Flm che, ripeto, fu un modo per non fare l’unità vera. Una federazione che prendeva decisioni unitarie, ecc. ecc.
Seconda occasione: ‘96. D’Antoni offre l’unità sindacale, anche superando molti malumori della Cisl: "C’è una cosa da fare oggi... beh, è un momento storico e anche politico italiano, facciamo l’unità sindacale”, e Cofferati dice di no, anche con critiche personali a D’Antoni non elegantissime. ‘96, convegno a Napoli, con Cofferati che interviene, Larizza, tutto documentato.
Quindi gli unici due momenti della storia in cui sarebbe stato possibile fare una forma di unità sindacale, i comunisti si sono rifiutati.
Altro che dogma!
Quindi non si farà. Purtroppo io sono anziano, ho vissuto due possibilità, c’ho dato l’anima, non ne vedrò una terza. Noi eravamo superunitari, noi, la sinistra sindacale della Cgil, Gastone Sclavi, Sabbatini, eravamo tutti d’accordo, i socialisti, i psiuppini, Benvenuto coraggiosissimo. Questa è la storia, le altre sono sciocchezze. L’unità sindacale, come anche in politica, non può essere un processo fatto come il Concilio, che si discute, si discute. No, tac, cogli l’occasione, rischia!
Poi sarebbe nata una dialettica diversa, i chimici erano pronti, sarebbe nato un grande sindacato industriale unitario, che poi avrebbe messo in moto una marcia di avvicinamento fra le confederazioni. I comunisti hanno detto di no.
Sullo stato di salute dei sindacati, Pietro Marcenaro in un’intervista ci disse fra l’altro una cosa che ci colpì: "Nel sindacato oggi non si fa un’ora di volontariato”...
E’ sbagliato. Assolutamente. Allora, facciamo delle distinzioni. Quando ero ancora impegnato nel sindacato abbiamo fatto una piccola statistica, che partiva dalla Cisl, e poi per analogia, sul numero degli iscritti, l’abbiamo estesa alla Cgil e alla Uil: risulterebbe che ci sono 700.000 persone, in Italia, non a tempo pieno, che godendo di privilegi molto modesti, tengono in piedi la struttura sindacale: tutte le Rsu, tutte le Rsa, cioè quelli nominati, tutti i componenti delle leghe dei pensionati a livello locale, tutti i componenti delle federazioni di categoria a livello locale; nella Cisl sono 210.000, nella Cgil saranno 350.000, il resto alla Uil: 700.000 persone.
Se Marcenaro pensa a madre Teresa di Calcutta ha ragione; se pensa a uno che si sbatte perché ha 8 ore di permesso, e magari un rimborso spese quando va al direttivo ogni due mesi, si sbaglia, perché per me questo è volontariato. E’ come l’assessore del mio comune, che prende 300 o 200 euro al mese. Questo è il volontariato corrente. Il sindacato è un deposito di volontariato immenso, di questo volontariato che non ha niente di eroico, però tiene in piedi una rete sociale imponente, finché ce la fa.
Poi noi abbiamo gli stranieri mentre la Cgil non li ha contabilizzati perché li mette insieme agli altri. Noi con l’Anolf-Cisl sappiamo quanti sono. Allora, più del 10% di iscritti attivi al sindacato sono stranieri. Io ho fatto i corsi per loro in molti posti, a Prato, dopo l’orario di lavoro. Non sarà volontariato, sarà perché gli piace, certo, soprattutto... Fatto sta che quando gli dicevi: "Per favore, vai a intervistare i tuoi pachistani...” quello andava e portava indietro dieci questionari. Cos’è questo? Non lo so. Guardate che, è dimostrato, nessuna grande organizzazione, nessuna, vive senza volontariato. Né la Chiesa, né la dittatura… E’ un elemento sociologico di base. In qualsiasi grande organizzazione ci sono sempre dei coglioni che fanno più di quello che ricevono. Poi la qualità di questo volontariato, cosa si fa, perché si fa, non vuol dir niente. Vuol dire che il sindacato, come ha detto Baglioni in quel bellissimo libro L’accerchiamento, del Mulino, in Occidente non è più lo strumento dell’emancipazione, è un’istituzione sociale di grande rilievo, molto utile, che fa molta tutela individuale, dà molti servizi, e che tiene in piedi delle situazioni. Se alla Chrysler non c’era il sindacato, non si faceva granché, ecco.
Quindi questo è il sindacato. Noi dobbiamo piantarla di pensare a "quei 20 anni” di sindacato, a pensarlo così, perché quei 20 anni lì ci son stati, punto. Come dice un mio grande amico della Fiom: "Abbiamo vissuto l’età dell’oro, quindi non rompiamo le palle ai giovani...”, cioè chiusa lì.
Il sindacato bisogna prenderlo com’è, cioè né Pietro Marcenaro né io oggi forse andremmo al sindacato per esprimere i nostri nervosismi. Probabilmente al nostro posto lo faranno parecchi stranieri.
Il problema ormai enorme del precariato. Lì il sindacato non c’è...
Lì il sindacato non c’è mai stato, solo che questi mondi si sono allargati. Allora, organizzare i precari è troppo caro, è un problema organizzativo veramente complesso. Lo si tenta, perché noi abbiamo delle organizzazioni sindacali Cgil Cisl e Uil degli interinali, in cui qualcosa si fa, ma poi, alla fine, abbiamo soprattutto una vertenzialità individuale. Per le piccolissime, per gli artigiani, la strada, secondo me, è quella degli enti bilaterali.
Puoi spiegare?
Enti bilaterali vuol dire che tutti i lavoratori e tutte le imprese di un settore X, gli edili sono i più storici, fanno un versamento obbligatorio. Negli edili originariamente questo serviva per pagare i momenti di non lavoro durante l’inverno. Poi si sono arricchite, queste casse, e hanno fatto quindi i centri di prevenzione degli infortuni, e alcuni funzionano benissimo, le scuole edili e altro. Questo vale per gli artigiani. Ci sono degli enti bilaterali che funzionano molto bene, in cui tu fai un po’ di welfare, puoi fare un po’ di formazione professionale, hai una cassa comune. Tutti pagano per coloro che possono avere un problema. E’ un’istituzione assicurativa bilaterale.
Secondo me è una buona strada, che anche dal mondo ci vengono a studiare, per queste situazioni lavorative non organizzabili col sindacato che conosciamo.
Ma queste casse sono locali?
Provinciali, sì. Sono generalmente casse provinciali poi con una cassa nazionale. I lavoratori del turismo hanno un’importante cassa. E poi ci sono questi enti bilaterali per la formazione, invenzione a suo tempo di Maroni, non male, che invece di dare tutti i soldi alle regioni, danno dei soldi per fare formazione, d’accordo con le aziende. Fondi interprofessionali, si chiamano. Capisco che entriamo un po’ nel tecnico, ma senza parlare di questo non parliamo di sindacato, oggi. Il sindacato si salva, diciamo così, pur non essendo più un movimento, attraverso questi grandi accorgimenti, cui, peraltro, si pensava già ai primi del Novecento. Voglio dire: la Società Umanitaria di Milano, queste cose le vedeva, no?
Poi in questa situazione entrano pesantemente le partite Iva. Allora qui il tema è talmente semplice quanto crudele: se tu la flessibilità non la fai pagare, sei morto. La flessibilità va bene se costa. Il principio è elementare, me lo diceva il mio amico Amoretti della Cgil, grande personaggio: tu vuoi la flessibilità? Pagala. Vuoi il notturno? Pagalo. Se invece c’è una flessibilità che costa pure meno, è la fine del mondo! Se dai i tirocinii ai laureati, è la fine del mondo. Qui è certo che bisogna fare delle correzioni, però bisogna farle attraverso accordi locali, perché se ci mettiamo a Roma a discutere, faremo 15 trasmissioni televisive, con Cremaschi da una parte e Sacconi dall’altra, e siamo finiti. Invece nell’Italia produttiva in particolare, in Emilia Romagna, in Lombardia, si possono fare degli accordi, in cui si correggono delle cose. A partire dal principio base che il vantaggio si deve pagare.
Infatti quello che funziona meno peggio è l’interinale, perché l’ora lavorata dall’interinale costa di più dell’ora normale, perché tu sei dipendente dell’azienda interinale, e l’azienda che ti prende deve pagare anche i tuoi datori di lavoro, quelli dell’agenzia. Secondo: un’azienda che usa l’interinale deve organizzarsi, non è che chiama uno, bim bum bam, no, deve avere un’organizzazione del lavoro capace di prevedere i momenti di punta, quindi con una certa maturità organizzativa.
Comunque l’interinale riguarda solo certe persone e certe aziende ben caratterizzate, il 3% circa, mentre invece l’Iva o il co.co.pro sono sparse un po’ ovunque e non si vedono. Ma pensiamo allo scandalo delle microcooperative! Tu vai oggi anche in un grande ospedale, e prima di incontrare un dipendente dell’ospedale, incontri cinque persone che dipendono da altri. Il pubblico impiego, non i piccoli padroni, è il maggior produttore di precariato, in Italia. E la ragione è semplice: bloccate le assunzioni, alla fine ci si è salvati così, malamente. Però il pubblico impiego è un produttore di precariato indiretto impressionante.
Ma si può rimediare? E come?
Certo, sono tutte cose che si possono correggere. Però non credo a delle cose mondiali, riformare la Biagi, eccetera, per carità, ci viene il mal di testa solo a pensarci. Le chiacchiere che si farebbero! Però accordi locali responsabili, per il tuo mercato del lavoro, quello che tu conosci, quelli sì, si potrebbero fare. Il mercato del lavoro è sempre locale, anche se grande...
Accordi di correzione e di sperimentazione. La parola riforma va abolita. Bisogna provare e poi vedere se funziona. Ovviamente sulla base di alcuni principi chiari, che, alla fine, si riducono alla decenza.
Oggi c’è il vantaggio che, rispetto alla mia generazione, sia i sindacalisti sia i funzionari del padronato conoscono molto bene il mercato del lavoro. In questo campo la competenza è cresciuta moltissimo. Anche le regioni sono migliorate, le agenzie del lavoro oggi sanno. Vent’anni fa brancolavamo nel buio.
Detto tutto questo, poi è chiaro che se arriva la supercrisi ciao... Son tutte cose appese a un filo, perché di questa crisi conosciamo la durata, che è sicuramente lunga, ma non l’entità, non sappiamo dove colpirà, e quello può cambiare anche molto.
A proposito di crisi vorrei aggiungere che questo nostro modello della cassa integrazione, che è in espansione, sempre criticato dai furbacchioni super esperti, per via dei privilegi, eccetera eccetera, in realtà non è male. Tenere i lavoratori legati potenzialmente all’azienda finché esiste non è male. Bisognerebbe estenderlo un po’. Tutti i paesi che noi invidiavamo, quelli della grande indennità di disoccupazione, spendono gli stessi soldi e non è che vanno meglio, anzi.
E’ quasi un luogo comune che sarebbe meglio l’indennità di disoccupazione che libera...
Libera dove? Chi? Poi è chiaro che sette anni all’Alitalia sono troppi, però in una fase difficile come questa, quando l’azienda di riferimento regge è meglio restarci legati. Anche una parte del padronato, in particolare dei padroni medi, asseconda questo, perché la risorsa umana è anche un fattore loro, perderla per poi doverla ricostruire non è una gran prospettiva. Insomma, la cassa integrazione non è malaccio, è un po’ costosa, ma intanto grazie a lei, negli anni ‘90 abbiamo fatto una riorganizzazione industriale enorme senza sangue. Non voglio rifare il verso a Tremonti, per carità, però, insomma... La sinistra, che in questi anni ha sostenuto tutte le cose più destroidi, non è stata molto brillante.
Concludiamo tornando a Pomigliano. Il risultato del referendum ha stupito tutti…
Ma in un caso del genere, come in tanti altri, le variazioni antropologiche sono incalcolabili, le variazioni di voto da reparto a reparto, da gruppo a gruppo. Lì bisogna capire chi è il leader, di chi si fida la gente, perché lascia stare chi è il delegato o no, lascia stare Fiom, Fim, Uilm, quelli sono mondi assai particolari, in cui vale la prossimità, che non è camorra, può essere una mentalità precamorrista, ma non è camorra. E poi c’è questa dimensione tipica dell’outsider. Quello che dice: "Io so che tanto questo accordo si farà...”. E così, visto che tanto si farà, dice: "No”. E’ una cosa così naturale, se ci pensi. E’ un protagonismo personale, le grandi organizzazioni sono piene di outsider.
Ci vorrebbe un giovane antropologo che andasse lì per capire, sempre che meriti, i meccanismi che si mettono in moto e che superano largamente la capacità di influenza di Fiom, Fim, Uilm. Poi ci sono anche altri elementi. Quando collaboravo ancora col sindacato a tempo perso mi sono occupato di Gioia Tauro, il porto. Gioia Tauro è un porto di terminalisti, non è un vero porto, con parecchie centinaia di giovani laureati e diplomati assunti.
Ebbene, c’era un ritmo di 900 sabotaggi all’anno. Per sabotaggi intendo dire il carrello che va contro la gru, tutte piccole cose, solo che manifestavano un senso di disagio molto forte. E da dove veniva? Lì un giovane assunto, diplomato o laureato, che lavora come terminalista al computer, sul suo telefono deve essere sempre reperibile, perché una nave non può tardare un minuto. La intercettano a Suez, la conducono lì, vai sulla gru, scarichi i container da una nave a un’altra nave, e quella riparte.
Quindi è un lavoro che ha un senso di obbligo, di disciplina, molto forte, pagato, certo, 1300 euro lordi, che nella piana sono anche soldi. Sì, ma tuo cugino, che a 850 euro non fa nulla dalla mattina alla sera a Palmi, al Comune, è un esempio che ti sta sempre sotto gli occhi. Cioè tu vivi in un posto non industriale, ti sei fatto raccomandare per essere assunto lì, e questo è sicuro, sei entrato e dopo poco ti dici: "Cazzo, mi sono condannato... e ho pure studiato”. E ci credo che lo pensi, con tutti i fancazzisti che vede in giro!
Quindi la durezza industriale c’è. Altrove, in mondi operosi, come in Emilia Romagna, posti di bottega, la gente si spara se non sa cosa fare. Si sono radicate, cioè, culture abituate ad affrontare anche queste discipline molto sgradevoli, severe, in cui c’entra molto l’estrema puntualità. In altri territori questa mentalità si deve formare. E succede perché se uno va a Priolo oggi, anche se è un po’ in disarmo, i chimici ci sono, se vai alla Texas Instruments a Catania, gli ingegneri ci sono. E non è che non funzionano.
La storia di un territorio è comunque importante...
Senza dubbio, e bisogna conoscere le situazioni. Per esempio ci sono dei posti tradizionali che si adattano meglio. Quando andavo a Taranto, per la formazione, chiamavo uno storico antropologo di Bari, che ci tracciava sulla carta la linea della transumanza, che parte dal Nord della Calabria e attraversa la Basilicata e di lì in Abruzzo e Molise. Quello della transumanza è un mondo della fiducia. In Abruzzo le fabbriche funzionano tutte. Val di Sangro, vai a chiedere, son tutti soddisfatti. I focus di casino sono altrove, sono a Reggio Calabria, in posti non isolati, in posti di grandi traffici.
Sì, paradossalmente, dove il mondo della reciprocità è molto antico, si creano meno problemi alla modernizzazione che non nei mondi mescolati. L’interno anche è così. Benevento, per esempio, è un posto buono, se dovessi fare un investimento lo farei a Benevento...