Dominique Dupagne è medico generalista e professore di Paris VI. Nel 2000 ha fondato Atoute.org, il primo sito comunitario di medicina in Francia, che permette a pazienti e malati di comunicare. Ha anche fondato DesBons, sito che mette in relazione medici e specialisti. È tra gli iniziatori della medicina 2.0 in Francia.

Cos’è la medicina 2.0?
La medicina 2.0 nasce dall’incontro fra quel vasto fenomeno chiamato Web 2.0 (la diffusione dei social network, della condivisione in rete. Ndr) e la medicina, l’arte di curare le persone. In altri paesi, soprattuto in America, si sente parlare di "health 2.0”: per quanto riguarda il contesto francese preferisco parlare di "medicina 2.0”.
Com’è cambiato il rapporto tra medico e paziente con Internet?
Non è cambiato praticamente in nulla. Quello che, invece, è profondamente cambiato, è il rapporto tra il paziente e la malattia, quello dei pazienti tra loro e pure quello tra i medici. Ma ancora non ce ne siamo resi conto. Partirei proprio da qui: grazie a Internet oggi, noi medici, abbiamo accesso in permanenza all’informazione, cosa prima impossibile: avevamo bisogno di grandi biblioteche o di abbonamenti a riviste. Fino a una decina di anni fa i medici tenevano i ritagli degli articoli che leggevano per farsi una base di documentazione: tutto questo oggi non ha senso perché si può trovare praticamente tutta l’informazione disponibile sulla Rete. Prima si facevano delle formazioni: la formazione medica continua. Cos’era? Il fatto di imparare qualcosa di cui non si ha bisogno subito ma che potrebbe essere utile più tardi. È un fenomeno che sta diventando obsoleto: la formazione la cerchiamo nel momento in cui ci serve. Nello studio abbiamo un computer, usiamo Google, perfino per trovare informazioni, come il dosaggio di una medicina. È un fenomeno sul quale si ha completa fiducia per cui è come se si "esportasse” una parte della nostra memoria all’esterno, avendo accesso a una quantità di informazioni enorme.
Dal lato del paziente, invece, cosa succede?
Per i pazienti è stata una vera rivoluzione: i pazienti hanno avuto accesso all’informazione grezza, che era moltissima. Prima del Web 2.0 c’erano, per coloro che si interessavano, solo le riviste divulgative e i dizionario medici. È stata recentemente fatta un’inchiesta per sapere qual è la principale fonte di informazione sulla salute dei francesi: il dizionario medico non è neanche stato citato. Negli ultimi dieci anni c’è stata un’evoluzione sul modo dei pazienti di avvicinarsi all’informazione medica: all’inizio erano avidi di avere informazioni sulle loro malattie, poi hanno iniziato a scrivere in prima persona, sia nei forum, sia commentando articoli, sia aprendo dei blog. Ed è qui che si situa il passaggio "rivoluzionario”: le persone hanno smesso di essere solo ricettori di informazioni, diventando anche emettitori. All’inizio i medici hanno guardato questo processo a metà tra il divertito e lo sdegnato: pensavano che i pazienti non capissero quello che leggevano, basandosi sul principio che solo i medici potessero avere "conoscenza”, mentre quella dei pazienti era solo "informazione”. Ma si è rivelato falso.
Un po’ alla volta, scambiandosi informazioni tra loro, i pazienti hanno creato un sistema di conoscenza. Invece di essere completamente dipendenti dal medico per avere e scambiare informazioni, hanno iniziato a comunicare lateralmente e orizzontalmente. E i loro scambi erano molto interessanti: il vissuto della malattia, trucchi per adattarsi, effetti dei farmaci, impressioni su un medico o una clinica... tutte cose che non si trovano per forza nei libri di medicina.
Queste informazioni, aggregate, formano un vero e proprio sistema di conoscenza che, tra l’altro, non è in competizione con quello del medico. È semplicemente diverso. Il sapere del medico è un sapere molto esteso nel campo della medicina, ma limitato su punti specifici. Questo cosa significa? Che conosce le medicine, che è in grado di paragonare diversi farmaci che servono per la stessa malattia, ecc... Per quanto riguarda, invece, sapere quali sono gli effetti e il vissuto di un farmaco... beh, su questo non può certo competere con una persona che lo sta prendendo. Stessa cosa per quanto riguarda i sintomi di una malattia: li ha letti e studiati sui libri, ma quando ci sono cento persone che hanno la stessa malattia e che condividono i loro sintomi si crea un sistema di conoscenza che, da questo punto di vista, è superiore a quello del medico.
Certo, il medico mantiene una visione globale: ascoltando i sintomi sa fare paragoni e formulare una diagnosi, cosa che i pazienti non possono fare perché conoscono solamente la loro malattia che, però, conoscono estremamente bene. Quello dei pazienti è un sistema di conoscenza che permette loro di consigliare persone che hanno la loro stessa malattia: trattamenti, strategia, esami. Ma non sanno fare diagnosi, almeno per ora. La diagnosi è una cosa che non è permessa da questo movimento. Questi due sistemi di conoscenza che, ripeto, non sono in competizione, crescono uno di fianco all’altro, ma separatamente. I pazienti non parlano molto al medico di queste cose perché ne hanno soggezione; il medico, inoltre, non ha tempo.
Uno dei meccanismi fondamentali della medicina 2.0 è la cancellazione delle frontiere. Prima c’erano esperti, specialisti, medici, pazienti, infermieri, e così via... Ognuno con il suo compito, abbastanza chiuso in fin dei conti. L’informazione è potere, per cui si faceva una sorta di "ritenzione di informazione” per impedire agli altri di entrare nel proprio dominio. La comunicazione orizzontale che ha permesso il Web 2.0, o partecipativo, ha fatto esplodere queste frontiere: gli esperti sono criticati, perché si scopre che spesso hanno dei legami forti con l’industria e con interessi commerciali; inoltre, visto che tutti hanno accesso alle fonti si può verificare se quello che dicono è "veramente vero”.
Oggi quindi che succede?
I medici diventano sempre più eruditi, avvicinandosi agli esperti, i pazienti aumentano le conoscenze, avvicinandosi ai medici: questo, ovviamente, annulla le frontiere. E si creano delle penetrazioni: un paziente che è laureato, per esempio, in biologia, saprà molte più cose sulla sua malattia, grazie alle sue letture, di un medico che non è uno specialista della malattia in questione, anche se ha una specialità come la cardiologia o la gastroenterologia. Ci sono degli sbordamenti importanti. Le frontiere spariscono, con l’orizzontalizzazione e le trasmissione dei saperi.
Qual è la storia della medicina? Delle persone, a un certo punto, si sono interessate alla malattia e hanno iniziato a fare domande ai malati. Hanno messo insieme le informazioni di più persone che avevano gli stessi sintomi e li hanno associati a una malattia. La medicina è nata attraverso l’osservazione dei pazienti: il paziente dà al medico delle informazioni, che le elabora e gliele restituisce attraverso un trattamento. Non era però una vera comunicazione bilaterale. Ora c’è una comunicazione orizzontale nella quale il medico non è più il passaggio indispensabile per il trattamento dell’informazione. Però vediamo questi sistemi di informazione, ancora modesti, non in competizione con quello del medico, che non hanno la pretesa di fare delle diagnosi, ma che si evolvono a gran velocità. Siti come l’americano PatientsLikeMe sono sempre più organizzati, lanciano ricerche... C’è un parola inglese che è perfetta per descrivere questo fenomeno: "empowerment”. Di fatto la medicina 2.0 permette di accrescere le capacità e le competenze del paziente (ma anche del medico) di rendersi autonomo nella gestione del suo problema. "Empowerment” non è una lotta, non presuppone alcuna presa di potere, alcuna rivoluzione. Il paziente non vuole spodestare il dottore anzi, tiene al suo medico e vuole poter confrontare quello che lui possiede, in termini di conoscenza, con lui.
In questo scenario il medico sparisce?
In Francia ci sono dei passaggi obbligatori dal medico: la nostra Previdenza Sociale prevede che, per avere il rimborso dei farmaci, si passi dal dottore. Mi incuriosirebbe sapere cosa succederebbe se i farmaci fossero in libera vendita e il medico non servisse più a questo.
Molti pazienti che vanno dal medico per abitudine -per la pressione o il diabete- magari farebbero da soli, andando da un cardiologo ogni tre anni per un elettrocardiogramma.
Credo che ci sarebbero degli sconvolgimenti abbastanza interessanti. In Francia il passaggio dal medico è semplice e non esclude praticamente nessuno. Chissà, invece, in quest’ottica, come potrebbe evolvere il sistema americano.
Una distinzione che andrebbe fatta è quella tra telemedicina e medicina 2.0.
Sì, la telemedicina è pensata per venire incontro alla scarsità di medici: è un semplice rapporto a distanza. La medicina 2.0 è profondamente umana, non ha nulla a che fare con la tecnologia. La medicina 2.0 non vuole rimpiazzare l’uomo con le macchine. È, al contrario, un ritorno verso l’umano, che significa relazioni più complesse nel senso filosofico che intendeva Edgard Morin. Invece di ridurre tutto a piccole porzioni di informazioni -trattate e classificate nei libri- si ha una comunicazione aperta e orizzontale con centinaia di persone, più complessa e più interessante. Le faccio un esempio di complessità che riguarda il problema di capire gli effetti secondari di un farmaco. Ora come si fa? Si fanno degli studi, che significa che i medici arruolano dei pazienti per fare delle prove cliniche con il farmaco in questione e poi si fanno dire com’è andata. Il paziente elenca i problemi che ha avuto, che il medico deve inserire in delle caselle come "problemi digestivi” o "emicranie”, ad esempio. A volte non è facile perché il medico deve ridurre l’informazione. Il paziente pronuncia una frase di trenta parole, ad esempio, e il medico la deve riassumere con una crocetta in una lista. Questa lista viene poi pubblicata e analizzata. Quando un medico vuole prescrivere un nuovo farmaco consulterà questo compendio. Questa è l’informazione scientifica tradizionale, che è totalmente riduzionista. C’è un altro tipo di informazione che consiste nel prendere nota di tutto quello che il paziente dice, le frasi esattamente come sono state pronunciate. Ora, che abbiamo a disposizione molto spazio, possiamo conservare tutte queste informazioni da qualche parte. Immagini che io le dica che lei soffre di depressione e che le prescriva un farmaco. Lei, preoccupata, va sul foglietto illustrativo che dice "mal di testa, vomito e problemi digestivi”. Immagini, invece, se il suo medico le proponesse di leggere le cento descrizioni di persone che hanno preso il farmaco e che parlano di come si sono sentiti. È una cosa di una ricchezza tale che non ha alcun rapporto con il documento precedente. Credo che ora si vada verso questo: informazioni non perfettamente inquadrate o ben delimitate ma estremamente ricche sul piano semantico. E questo è un altro punto fondamentale della medicina 2.0: si riabilita il discorso dei pazienti.
È una rivoluzione?
C’era un filosofo -e medico- francese, Georges Canguilhem, che diceva: "Non ci sono malattie, ma solo malati”. Ed, effettivamente, non ci sono persone uguali. Ci sono forme diverse di malattia. E questo lo sappiamo.
Per fortuna non siamo robot, ma uomini: se abbiamo dieci diabetici al giorno non li tratteremo tutti alla stessa maniera: terremo conto delle loro aspirazioni, paure, peso, età... Il medico, nel suo lavoro, parte dai dati scientifici, che sono statistici, per andare verso il suo paziente e "adattare” il tutto. Quindi: è una rivoluzione? Mi piace quando trovo la parola così: "R-evoluzione”. Non l’ho certo inventata io, ma è come nell’evoluzione darwiniana: nessuno ha ucciso i dinosauri, sono morti perché erano obsoleti. È quello che succede nella medicina: elementi che contengono delle tecnologie un tempo innovative ma divenute obsolete spariranno per lasciar posto a elementi nuovi, divenuti interessanti. La medicina 2.0 non vuole tagliare delle teste, non c’è "rivoluzione” in questo senso. Io, che sono un militante della medicina 2.0, non sto qui a pugno alzato, non cerco di far cadere nessuno. È vero che critico molto, nella mia attività, i conflitti di interesse, ma è un’altra cosa.
Qual è il rapporto tra le autorità sanitarie e la medicina 2.0?
Come sono abituate a lavorare le autorità sanitarie? Riflettono, elaborano una strategia e un’informazione che, una volta pronte, vengono diffuse tramite una conferenza stampa. E il pubblico, che fino a poco tempo fa si informava prevalentemente attraverso la tv, la radio e i giornali, entrava in contatto con queste informazioni. La parola veniva dall’alto e poi scendeva alla popolazione. Questo era il "push”: si spingeva l’informazione verso la gente.
Ora siamo nel "pull”, cioè il pubblico va a cercare l’informazione. E ce n’è tanta. C’è un rumore fenomenale, ovunque. Oggi, quando le persone hanno un problema vanno su Google e cercano quello che gli interessa. Ma in quel caso non finiscono sull’informazione delle autorità sanitarie. Perché non è fatta per loro. L’informazione delle autorità sanitarie è fatta per se stessa, non per rispondere alle domande della gente. Invece, sui forum, visto che sono delle persone che fanno le domande, e altre rispondono, c’è una corrispondenza.
La domanda che io mi pongo, e che digito, qualcuno l’ha già fatta prima. I francesi non vanno sui siti delle autorità sanitarie e queste ultime lo sanno, ma non conoscono nulla del Web. Due anni fa l’autorità sanitaria se ne uscì con una proposta che diceva: bisogna obbligare coloro che hanno siti sulla salute a mettere link verso i portali dell’autorità sanitaria. Ha fatto molto ridere. Manca, in questo caso, una riflessione per riuscire a produrre un’informazione che la gente poi legga.
Quindi, come fare?
La prima cosa è creare uno spazio comunitario dove la gente possa discutere. Oggi è una cosa costante e scontata, al di là della medicina, nel Web 2.0, ma nel caso di una struttura già esistente è quasi impossibile fare del Web 2.0. In molti ci hanno provato, hanno chiamato degli esperti per creare degli spazi. Una volta creati, la prima cosa che succede è che la gente arriva e critica la struttura in questione. La reazione solita è il panico e, di conseguenza, la chiusura di tutto. I pure-player, coloro che sono nati in Internet, non hanno problemi con questa cosa. Li criticano? Correggono quello che non va. E così si crea un dialogo. Le strutture e le autorità preesistenti al Web 2.0, non accettano facilmente di ospitare degli spazi di discussione dove li si critica. C’è una antinomia tra il Web comunitario e le strutture esistenti. In Francia, a un certo punto, la Previdenza sociale aveva cercato di creare dei forum per i malati: smisero immediatamente perché le persone facevano un sacco di domande, interessanti d’altronde, ma alle quali non si voleva rispondere per non perdere tempo o per imbarazzo e fastidio. E ora non c’è più uno spazio comunitario dove si possono fare domande alla Previdenza sociale.
Da questo punto di vista un caso interessante è quello di Health on the net, una fondazione svizzera che lavora nella Rete dal 1995. Hanno creato un codice di buona condotta, Hon Code, negli anni 2000, che consisteva in un sigillo che veniva dato ai siti che rispettavano alcune caratteristiche: chi scrive sul sito, con che titoli, ogni quanto è aggiornato, come è finanziato... Otto semplici ed essenziali caratteristiche. Sono diventati talmente famosi che Health on the net è diventata una ong riconosciuta a Ginevra.
Nel 2004 i deputati francesi hanno votato una legge per la certificazione dei siti Web. Cosa che prova che non sapevano nulla sul Web. Hanno votato una legge che diceva: "L’Alta autorità della Salute francese deve certificare i siti Internet”. Cosa impossibile. Visto che erano delle persone intelligenti, sono andati a vedere alla fondazione Hon e hanno proposto un accordo, per usare i loro criteri. Ora molti siti francesi hanno questo codice. Questa è stata la sola impresa di moralizzazione o di certificazione della medicina 2.0, ma ha mostrato i suoi limiti recentemente perché, come tutte le regole, sono facili da aggirare: molti siti, non di ciarlatani, ma che magari hanno dietro interessi commerciali, riescono a ottenere questo certificato. Il sistema sta crollando.
Siamo in un sistema dove c’è un balbettio generale, con un fossato che divide "la vecchia guardia”, che non capisce Internet -"è orribile, si dicono molte stupidaggini...”- e una nuova, fatta da chi è dentro la Rete, che è cosciente del fatto che in questo movimento comunitario è molto difficile manipolare o essere disonesti perché ci sono talmente tante interazioni tra le persone che rende molto semplice essere riconosciuti. Nel "vecchio mondo” è più facile, basta pagare il giornalista, l’autorità, il medico... Nel Web 2.0 è il contrario. Quando mi invitano per parlare della medicina 2.0 in situazioni ufficiali parto sempre dicendo: "È più facile manipolare un congresso di medici che un forum di pazienti”. A un medico basta fare un assegno, mentre in un forum no.
Parliamo dei suoi siti... Partiamo da Atoute.org.
Atout.org esiste da dieci anni. Si era in piena bolla Internet: è stato il periodo in cui sono nati siti giganti che costavano milioni di euro. Io, invece, avevo l’impressione che si potesse fare qualcosa di interessante con pochi euro e con un sito comunitario. Oggi ha un milione e mezzo di visitatori al mese. Ne sono molto fiero, perché è qualcosa che ho costruito e perché ha aiutato molte persone. La medicina 2.0 permette a un medico generalista, sconosciuto, di lanciare un sito Internet che poi diventa uno dei più grossi nel suo campo e che tocca più lettori delle autorità sanitarie. Ed è logico, perché io rispondo meglio alle domande delle persone di queste ultime.
Atoute è l’abbreviazione di "à toute à l’heure”, che significa, "a dopo”. Già nel 2000 avevo tentato di lanciare un sito comunitario con forum, ma nessuno veniva. Allora cambiai il tiro: avevo capito che quello che cercavano le persone erano le informazioni. Per un anno, quindi, ho gestito questo sito: Google non era ancora conosciuto, c’erano molti motori di ricerca diversi e io aiutavo le persone a trovare delle informazioni. I forum sono partiti solo dopo. Avevo voluto fare del comunitario troppo presto, un anno dopo i forum di Atoute.org sono partiti.
All’inizio rispondevo da solo, ma poi dei medici che sono arrivati attraverso il sito, mi hanno proposto di collaborare. Altri, non medici, mi hanno chiesto di gestire dei forum tematici (sulla schizofrenia...) come moderatori, a proposito di ciò di cui le parlavo all’inizio, la cancellazione delle frontiere. Sui forum comunitari non c’è un capo e il popolo. C’è l’amministratore, che sono io, i moderatori, gli habitué, che vengono spesso, dei "controllori”, che guardano che non ci siano problemi, i "sensibili”, che sentono se ci sono dei manipolatori. Abbiamo, insomma, una diluizione della gestione volontaria che fa sì che il forum abbia una vita in sé, con sistemi semplici di allerta e di autoregolazione. Nessuno è obbligato. Anch’io il giorno che mi stanco smetto. Ovviamente avrei delle remore, perché ci sono molte persone che sono dipendenti da questo sito, nel senso che le ha molto aiutate nelle loro difficoltà. Atoute.org ospita il più grande forum francese per gli alcolizzati e il più importante per quanto riguarda la dipendenza dal tabacco.
Cosa le ha portato questo sito, sul piano sia umano che professionale?
È stata un’esperienza enorme. Non saprei che altra espressione usare. Per cominciare, sul piano umano, ho scoperto delle persone fantastiche, delle storie altrettanto interessanti e delle malattie che non conoscevo. All’inizio, per due-tre anni, ho risposto a tutte le domande che le persone mi facevano. Non si trattava di proposte di cura, ma di domande sulle malattie, su cosa sono... mi informavo e poi glielo spiegavo. E grazie a questa cosa ho imparato un sacco di cose. Non erano delle consulenze, erano delle vere ricerche di informazioni. Ad esempio, qualcuno mi scriveva: "Mia zia ha questa malattia, cos’è? Ho letto teorie diverse e non so cosa pensare”.
Ora, con i forum, le persone si rispondono da sole. C’è una cosa che è magica: quando qualcuno fa una domanda, la risposta poi viene letta da cento, mille, diecimila persone.­­­
Sono stato molto più utile sul mio forum passandoci due ore al giorno per dieci anni, che curando la gente nel mio ambulatorio. Ho aiutato molta più gente, risparmiato molta più sofferenza e malattie. Spero di aver lavorato bene anche nel mio laboratorio, ma sicuramente non ho visitato tutte le persone che avrei potuto. Su Atoute.org è come se ogni "consulto” possa servire a 500 persone. È questo che è fantastico su Internet. Poi il lato umano: ho potuto conoscere le vere difficoltà delle persone, quelle che non si ha il coraggio di raccontare al medico, mentre su un forum sì, grazie alla possibilità dell’anonimato.
Ho scoperto delle sofferenze soprattutto degli adolescenti a proposito della loro vita sessuale, che non mi avevano mai detto in ambulatorio.
Ho anche acquisito una grande conoscenza del Web 2.0, il che mi ha portato a fare delle riflessioni, a studiare dei testi sui quali altrimenti non sarei capitato. Ho scoperto che la teoria della complessità di Morin era assolutamente congruente con il Web 2.0 e che quest’ultimo portava gli strumenti complessi che mancavano a questa teoria per farla funzionare. È appassionante.
E desbons.fr?
Qui sono partito da una constatazione semplice. In Francia stiamo vivendo una cosa terribile che si chiama "processo di qualità” (demarche qualité), che sta rovinando il sistema sanitario. Si tratta dell’applicazione di metodi di gestione delle macchine industriali al lavoro umano. Questa cosa, quando si costruiscono pezzi di lavatrici, è molto utile; quando si lavora sugli uomini, che sono tutti diversi, è disastroso. Si voleva trovare un modo obiettivo di valutare il lavoro dei medici.
Io voglio riabilitare l’umano e, per questo, ho cercato un altro criterio. Che è completamente soggettivo. Mi sono chiesto: "Cos’è un bravo dottore?”. Non è, per caso, un medico presso il quale un altro medico andrebbe a farsi curare? È un criterio totalmente soggettivo, ma che aggrega molto altre valutazioni. Se un dottore va a farsi curare da un altro è perché sa come lavora, perché ha valutato quello che dicono/fanno i pazienti, le cure, la qualità... Per questo ho creato, insieme a due colleghi, Desbons. Si chiede ai medici di consigliare chi sceglierebbero per se stessi e per la loro famiglia. Ovviamente sulla base di compiti specifici, divisi per tag. Sto cercando di creare una banca dati e poi spero che i miei colleghi si interessino alla cosa. Si vedrà.
Vede, dieci anni fa due tipi hanno detto: "Il miglior modo di caratterizzare la buona informazione è di analizzare i link tra le informazioni e dirsi che la miglior pagina che parla della Torre di Pisa è quella che è più citata tra le pagine che parlano della Torre di Pisa”. È una cosa assolutamente soggettiva ed è il principio che è alla base dell’algoritmo di Google.
Per lei bisognerebbe completare la formazione di un medico con questi strumenti?
Sì e no. La formazione dei medici è sempre peggio. È un vero problema. Gli insegnanti in Francia agiscono senza alcun controllo: voglio dire che non sono messi alla prova, nessuno dice loro "il vostro insegnamento non va bene”. Il professore è il capo, ed è lui che decide. Nelle facoltà di medicina ognuno vuole insegnare agli studenti quello che sa. E visto che ogni anno tutti "sappiamo” il doppio delle cose, gli si insegnano sempre più cose, sempre più tecniche. Ora, inoltre, si usano questi test a risposta multipla: gli studenti sono sottoposti a test con sempre più cifre, caselle, non c’è più riflessione. Mi sento un vecchio "riconglionito” a dire queste cose, ma le assicuro che è una cosa che dequalifica. La "facoltà fabbrica” ora forma degli asini colti. Gli studenti non sanno riflettere, ma hanno la testa piena di cifre. Per cui vedo abbastanza male il fatto di aggiungere una formazione. E poi, chi potrebbe formarli? Nessuno sa queste cose. Solo il paziente le sa.
Ma c’è una cosa in Francia che è anche divertente: una moda che si chiama "educazione terapeutica”. Si è deciso di fare della "formazione” ai malati cronici per insegnare loro a conoscere la loro malattia (ad esempio gestire il loro diabete). Il medico deve fare una formazione ai pazienti per dire cosa devono sapere sulla malattia. Mi ha fatto saltare sulla sedia. Non è questo che bisogna fare! Bisogna fare il contrario: cioè il malato che spiega al medico cos’è la sua malattia. Ci vorrebbero delle persone, gli animatori dei forum di cui le parlavo, che si mettessero in cattedra a dire: "Ora vi hanno spiegato cos’è il diabete. Noi ora vi spieghiamo come funziona dal nostro lato, cosa sentiamo, che problemi abbiamo, quali medicine prendiamo e cosa portano”. Sarebbe straordinario. Formare all’uso di Internet non lo so, tanto gli studenti ci finiscono dentro prima o poi. Internet oggi è talmente al centro delle nostre vite... La vera rivoluzione sarebbe l’unione di questi due sistemi: che i giovani medici ricevano la metà della loro conoscenza dalla facoltà e l’altra dai pazienti. Passerà del tempo. Eppure arriverà.
(a cura di Francesca Barca)