Marcello Ticca, medico e specialista in Scienza dell’alimentazione, è vicepresidente della Società Italiana di Scienza della Alimentazione e socio della Società Italiana di Nutrizione Umana. Ha partecipato alla messa a punto delle Linee Guida per una Sana Alimentazione Italiana. È stato componente del Comitato Nazionale per la Sicurezza Alimentare istituito presso il Ministero della Salute. Ha da poco pubblicato Miraggi alimentari, Laterza 2018.
   
Da oltre quarant’anni si occupa di alimentazione. Come ha visto cambiare le nostre abitudini?
A partire dal 1963 sono stato a lungo impegnato in quello che allora si chiamava Istituto nazionale della nutrizione, incaricato di organizzare le campagne di educazione alimentare. Nei primi anni Ottanta fu proprio l’istituto a rilanciare il modello alimentare mediterraneo in Italia. Erano state le ricerche di Ancel Keys (uno studio che metteva a confronto le abitudini alimentari di sette paesi) le prime a riconoscere il valore del modello alimentare mediterraneo.
L’Istituto in quegli anni iniziava anche a condurre indagini sui consumi alimentari degli italiani. C’era in particolare l’indagine familiare per pesata. In sostanza, si prendeva un campione di famiglie rappresentativo della popolazione italiana, dopodiché queste persone per sette giorni registravano accuratamente tutto ciò che veniva acquistato e ciò che veniva buttato, gli avanzi. Questo permetteva di avere un quadro, distinto fra l’altro per fasce d’età e grado sociale, delle abitudini degli italiani, che ovviamente cambiano in continuazione.
In questa veste noi ci siamo trovati effettivamente a certificare una fase in cui l’Italia è stata una specie di laboratorio delle variazioni delle abitudini alimentari. Nel primo dopoguerra ci trovavamo di fronte a una situazione prevalentemente carenziale: nella Pianura padana c’era la pellagra e al Sud  situazioni di gravi carenze alimentari; la domenica nelle campagne si mangiava la carne perché magari si uccideva il coniglio e il pollo, ma nelle grandi città, a parte chi disponeva di molto danaro, certi alimenti venivano consumati sporadicamente.
Con il boom economico, si è passati a una situazione in cui invece si è cominciato a esagerare. Anche perché certi cibi sono diventati simbolo di prestigio, pensiamo alla carne, per cui si tendeva a mangiarne più di quanto fosse necessario.
Nel giro di un paio di decenni, il mondo sanitario italiano si è così trovato a fronteggiare delle malattie dovute all’ eccesso. Disegnando le curve di consumo, vedevamo come certi alimenti si impennavano: la carne, i condimenti, gli alimenti grassi... Il paradosso è che ancora oggi l’italiano medio consuma più calorie da proteine e grassi, e meno calorie da carboidrati. Proprio noi che siamo il paese della dieta mediterranea!
Tuttora, coloro che a un certo punto decidono di dimagrire, per prima cosa aboliscono pasta e pane.
Negli ultimi anni, nell’attività di dietologo, ho poi raccolto una piccola collezione di vizi privati e piccole virtù, comprese le manie e i falsi miti alimentari, che rivelano la scarsa conoscenza dell’alimentazione che c’è purtroppo nel nostro paese, non solo a livello popolare, ma anche universitario. Nelle facoltà di medicina, l’esame di scienza dell’alimentazione, quando esiste, è complementare. Quindi il medico si laurea avendo appreso certe nozioni basilari solamente dai libri di patologia e clinica medica, che spesso risalgono a venti-trent’anni fa, mentre la scienza dell’alimentazione è in tumultuosa evoluzione, perché è il punto d’incrocio di tante discipline diverse, fisiologia, chimica biologica, chimica analitica.
Insomma, le nozioni che i medici acquisiscono sono spesso datate e comunque molto limitate. Poi sta al singolo professionista aggiornarsi. Ancora oggi mi trovo spesso di fronte a persone che esordiscono con: "Il mio medico di base mi ha detto...”, a cui seguono talvolta indicazioni che vengono da convinzioni personali infondate.
D’altra parte, un privato cittadino che oggi desideri avere delle notizie più precise a chi si rivolge? Oggi c’è il fenomeno del web, dove troviamo di tutto. Prendiamo le intolleranze alimentari: in rete posso trovare dei documenti prodotti dalla Società italiana degli allergologi, con delle linee guida vere e proprie. Dopodiché, chiunque può pubblicare le proprie idee e "ricette” personali e spesso la gente non è preparata, non sa come distinguere le fonti. Tra l’altro, spesso le persone hanno già una loro idea e vanno a cercare solo ciò che conferma le loro credenze.
C’è proprio una carenza di approccio scientifico. La scienza non dà certezze, formula ipotesi, che vanno continuamente messe in dubbio; è la cultura del dubbio: le ipotesi vanno verificate con successivi esperimenti, perché parliamo in termini di probabilità. Questo nella mentalità italiana non passa. Basti pensare a cos’è successo con Stamina o con i vaccini. Tra l’altro, oggi, le informazioni false hanno una diffusione virale.
Già negli anni Novanta si era posto il problema di come combattere i falsi miti alimentari. Oggi forse la situazione è addirittura peggiorata. Faccio solo un esempio: una serie di persone è convinta che usando gli occhiali con le lenti blu si possa dimagrire. Si dice che siccome in natura non esiste il colore blu (il che non è vero, le melanzane, come tutti gli alimenti ricchi di antociani, sono più o meno di quel colore), i cibi di quel colore danno un’immagine sgradevole,  quindi uno mangia di meno... C’è addirittura un sito dove vendono questi occhiali a lenti blu, e suggeriscono di usare stoviglie blu, mettere una luce blu nel frigorifero e così via. Oppure c’è chi crede che bere un bicchiere d’aceto la mattina faccia dimagrire. Sembra una barzelletta, però ci sono i siti che predicano questo, poi naturalmente ti spediscono a domicilio le confezioni di aceto...
Intanto l’obesità frutto di alimentazione o di stili di vita sbagliati, continua ad aumentare, soprattutto, ma non solo, negli Stati Uniti, influendo pesantemente sulla salute pubblica, perché ovviamente non si tratta solo di un fatto estetico: il sovrappeso e in generale il dilagare di mode, così come il ricorso a diete troppo drastiche costituiscono un grosso problema.
Nella redazione delle varie linee guida sono cambiate le indicazioni che venivano date alla popolazione?
Siamo stati secondi al mondo, dopo gli Stati Uniti, a pubblicare queste linee guida. Le inviavamo ai medici di base, ai farmacisti, in modo che non fosse una diffusione a pioggia ma ponderata: i medici consegnavano uno di questi opuscoletti a chi ne aveva bisogno, alle persone in forte sovrappeso o obese, oppure alle persone diabetiche, ai cardiopatici.
Ovviamente nel tempo ci sono stati dei cambiamenti. Per esempio, quando uscì la seconda edizione, già circolavano degli studi sui danni dell’alcol da una certa dose in poi. Sembrava però che i consumatori moderati (soprattutto in forma di vino più che di birra o superalcolici) avessero una maggiore aspettanza di vita e minore incidenza di malattie rispetto agli astemi. Ecco, ai tempi della seconda edizione questa notizia già iniziava a diffondersi, noi però, per precauzione, non ne parlammo.
Nel frattempo le analisi anche epidemiologiche su larga scala si moltiplicavano e così nell’edizione successiva cominciammo a parlarne, con mille cautele. C’erano dei box con i danni da alcol, le interazioni fra alcol e farmaci, i tempi di smaltimento, ma soprattutto gli effetti man mano che l’alcolemia sale: la perdita della misura, della capacità di attenzione, l’alterazione del senso di benessere, dei propri limiti. Ecco, tra tutti questi elementi, citavamo anche il dato che "sembrava”, in base ai dati raccolti, che invece un consumo moderato eccetera, eccetera.
Bene, sapete cos’è successo? Proseguendo nelle indagini, si è scoperto intanto che molto spesso nella categoria degli "astemi” c’erano anche gli ex bevitori (che ovviamente potevano avere la salute pregiudicata dai comportamenti precedenti). Insomma, le indagini statistiche andavano purificate. Siamo arrivati così alle ultime ricerche, che hanno un tono molto diverso. È ormai certificato che l’alcol è un cancerogeno di tipo 1, alla pari del fumo, ecc. Naturalmente è tutto correlato alla dose. Quindi è vero che l’alcol dilata le coronarie, producendo un effetto positivo sulla circolazione, però purtroppo porta con sé anche questi altri effetti, pertanto non è più possibile parlare di "quantità consigliate”. Oggi il consiglio è di non bere, di non assumere alcolici, e basta. Argomento ovviamente delicatissimo in un paese come l’Italia in cui la produzione di vino è di grande livello e con significativi risvolti economici.
Questo discorso è importante anche per dire che noi non dobbiamo avere paura di smentirci, dobbiamo adeguarci a quello che man mano la ricerca ci dice, senza però rincorrere il sensazionalismo.
Altri cambiamenti hanno riguardato il linguaggio. Prendiamo il consumo del sale. Per anni nelle guide si leggeva: "meglio non eccedere”. Ci sembrava perfetto. Fino a che qualcuno ci ha giustamente fatto notare: "Siete sicuri che una persona sappia cosa vuol dire eccedere?”. Da allora il messaggio è diventato che il sale "meglio poco”.
Il fatto che i nuclei familiari siano sempre più ristretti, se non costituiti da una sola persona, come incide nelle abitudini della preparazione e del consumo dei pasti?
È chiaro che se un gruppo familiare consiste di una persona o due le cose cambiano: mettersi a cucinare per uno è molto diverso che farlo per una famiglia. Le persone lo sanno bene. Non a caso molti dei miei pazienti si rivolgono a me proprio perché hanno idea di mangiare male. Non sempre il problema è il sovrappeso, l’obesità o l’eccessiva magrezza.
Tra parentesi: molte ragazze ultimamente vengono perché desiderano diventare vegetariane ma non vogliono fare stupidaggini, non vogliono diventare anemiche. Questo segnala anche un cambiamento della società rispetto alle abitudini e anche ai valori, se vogliamo.
Resta il fatto che negli ultimi decenni sono progressivamente aumentati coloro che vivono da soli. Questi, tranne poche eccezioni, finiscono o per mangiare sempre fuori, al bar, al ristorante, oppure per disamorarsi della cucina. Una persona che lavora tutto il giorno, che torna a casa verso le otto, se non ha una famiglia, un partner, spesso è portata a mangiare tirando un po’ via, tipicamente scegliendo prodotti pronti, salumi, inscatolati, formaggi, trascurando la preparazione delle verdure, che sono così importanti, o trascurando l’acquisto della frutta perché un single non ha il tempo di passare tutti i giorni al supermercato e non può comprare cassette di frutta. Stiamo assistendo a questa trasformazione delle abitudini.
In questi casi la strategia migliore è farsi raccontare per bene, perché poi qualsiasi dieta va personalizzata. Nello stilare le varie raccomandazioni vanno considerate le preferenze individuali, i piccoli vizi, le cose che non piacciono. Se al dodicenne, al tredicenne piacciono solamente due-tre tipi di verdura e gli altri non li può neanche vedere, è inutile incaponirsi, bisogna dargli quello che gli piace, pian piano i suoi gusti si amplieranno e imparerà che un pasto non consiste solamente in un piattone di pasta e via, ma che è composto da una serie di alimenti, ognuno dei quali fornisce certi apporti specifici che messi insieme completano la gamma di principi nutritivi di cui abbiamo bisogno. Questa educazione alimentare dovrebbe avvenire nelle famiglie.
Un’altra categoria che merita attenzione sono gli anziani, spesso soli, magari con problemi economici, o di depressione o più banalmente di masticazione...
Oggi è molto diffusa la convinzione di avere delle intolleranze.
Sì, aumenta il numero delle persone che credono che alla base del loro aumento di peso ci sia un’intolleranza alimentare. In realtà, a parte la celiachia o l’intolleranza al glutine o al lattosio, non è affatto facile individuare eventuali intolleranze. Gli stessi allergologi hanno prodotto un documento in cui mettono in guardia da tutta una serie di test fai-da-te, che purtroppo però dilagano: ci sono persone che credono che si possa individuare un’intolleranza alimentare attraverso un sistema di elettrodi che vengono applicati alla cute mentre loro tengono in mano un flaconcino chiuso dentro al quale c’è un estratto dell’alimento, quindi senza neanche entrare in contatto con l’elemento incriminato! D’altra parte ci sono persone che ancora oggi pensano che esistano pillole per sciogliere i grassi e che vanno a farsi prescrivere questi cocktail, peraltro spesso illegali e comunque pericolosi.
Anche qui: come si può pensare che un problema di questa entità, che l’Organizzazione mondiale della sanità ha indicato come una delle emergenze maggiori per l’umanità, possa essere risolto dalla ricetta di un medico che opera clandestinamente in un vicoletto? Insomma, se quel medico fosse un genio della farmacologia e avesse individuato la soluzione per il sovrappeso e l’obesità, non sarebbe lì a fare ricette... avrebbe venduto tutto alla Pfeizer o alla Roche e sarebbe ai Caraibi!
In un paese di persone smaliziate come il nostro, ci troviamo di fronte a fenomeni, non solo di grande ingenuità, ma soprattutto rischiosi per la salute individuale. Comunque alla fine non si tratta solo di alimentazione, si tratta anche di correggere lo stile di vita, combattendo la sedentarietà.
Oggi un ragazzo su tre è già sovrappeso o obeso. Anche bambini delle scuole elementari e medie; buona parte di loro presentano già colesterolemia alta, pressione alta.
Il problema è che se io ingrasso da adolescente, o peggio da bambino, non accumulo solamente grasso, ma moltiplico il numero delle cellule adipose, un patrimonio che tenderò a mantenere anche se dimagrisco; quindi sarò una persona che ingrassa facilmente, un potenziale obeso per tutta la vita. Ecco perché le campagne di educazione alimentare dovrebbero essere condotte soprattutto nelle scuole. Negli anni abbiamo visto che queste operazioni hanno una qualche influenza.
Il problema è -lo ripeteva Ancel Keys, lo scopritore della dieta mediterranea- che ci vuole un attimo per creare una falsa credenza in campo alimentare, e non bastano poi dieci anni di dimostrazioni scientifiche contrarie a sradicarlo. È una specie di fatica di Sisifo.
Periodicamente alcuni alimenti vengono demonizzati, come l’olio di palma o il glutine. Come si spiega?
L’olio di palma è economico e molto apprezzato nell’industria alimentare perché dà una particolare fragranza ai prodotti. È effettivamente un olio vegetale, ma è uno dei pochi ricchi di acidi grassi saturi, alcuni dei quali potenzialmente pericolosi per la salute. Nutella continua ad avere tra i suoi ingredienti l’olio di palma, mentre Barilla e altre ditte, di fronte al martellamento, alla fine hanno ceduto. Il fatto è che in realtà non creava poi tutti questi problemi.
È come dire che l’olio migliore per friggere è quello extravergine, che è vero, dopodiché in Italia solo una piccola percentuale, il 30% delle fritture avviene con l’olio d’oliva, per motivi di costo.
Nella campagna contro l’olio di palma è contato anche il fatto che è un ingrediente dei prodotti dolci, che mangiano soprattutto i bambini.
Per quanto riguarda, invece, i prodotti senza glutine è una cosa che non ha senso. È  un esempio di come certi messaggi si possano diffondere in maniera quasi irresistibile.
Le diagnosi di celiachia o di intolleranza al glutine sono rimaste le stesse da anni, e tuttavia si sono triplicate le vendite dei prodotti gluten free. C’è qualcosa che non quadra. Tra l’altro i prodotti senza glutine sono più costosi.
Non solo: la mancanza del glutine, che ha una funzione legante, costringe ad aggiungere più grassi, quindi parliamo di alimenti che finiscono per avere un maggiore potere calorico, una maggiore densità calorica per singola porzione. Insomma non c’è proprio alcun motivo per cui chi non ha problemi di intolleranza al glutine li usi.
È un esempio di come si possano diffondere a macchia d’olio informazioni sbagliate.
L’associazione italiana celiachia, che ha un sito molto serio, lo dice chiaramente: la dieta senza glutine serve solo al celiaco. Per gli altri è inutile.
La mia esperienza comunque mi insegna che a lungo andare questi fenomeni si ridimensionano da soli. Pian piano questi "nemici” scompaiono; bisogna avere pazienza e fiducia, anche se sembra veramente di svuotare il mare con un secchiello.
In fondo anche con la carne è successa un po’ la stessa cosa. Per anni si è ripetuto che non era necessario né salutare mangiare così spesso prodotti di carne, eppure le vendite continuavano ad aumentare, fino a che, a un certo punto, hanno smesso di crescere. Poi c’è il colesterolo, di cui si parla come fosse il demonio; prima c’era stato il periodo dell’olio di semi che fa male... 
Il rapporto con il cibo può segnalare disturbi psicologici o comunque un disagio. Lei come si regola?
Mi è capitato più di una volta di vedere persone, soprattutto giovanissimi e giovanissime con problemi anche di tipo psicologico. In questi casi occorre molta cautela. Anche solo consigliare a una persona di andare da uno psicologo può essere dirompente. Ti rispondono: "Ma io non sono mica matto!”, quindi magari ti limiti a qualche consiglio di ordine alimentare.
Ci sono ragazze, che magari vengono accompagnate dai genitori, che a un certo punto, parlando del peso, vedi che gli si riempiono gli occhi di lacrime; lì capisci quanto soffrano e quindi cerchi intanto di confortarle, di rappresentare loro un traguardo non troppo difficile da raggiungere.
Anche se non ci sono disagi importanti, l’aspetto psicologico conta sempre: bisogna innanzitutto cercare di capire la persona che hai davanti, per quale motivo è venuta, come si è decisa a fare questo passo, quanto sia convinta. Ci sono persone fornite delle migliori intenzioni del mondo, che però hanno enormi difficoltà a resistere alla gola o al senso di fame.
A volte la spinta arriva dall’abbigliamento. Pensiamo alla frustrazione, al cambio di stagione, quando si vanno a prendere gli abiti riposti nell’armadio sei mesi prima, e ci si accorge che quel tale pantalone non si chiude più o che non si entra in quella camicia. Gli abiti sono dei giudici inappellabili. Certo, puoi pure pensare che in tintoria l’hanno lavato male, ma insomma... Quello è un metro, più della bilancia, perché molte persone la bilancia non la usano, altre la usano troppo. Si pesano più volte al giorno, che è una follia; tra l’altro le bilance che abbiamo a casa sono sempre poco attendibili. Ecco, ci sono persone per cui la bilancia è un incubo, che se scoprono che nonostante i sacrifici sono rimaste dello stesso peso, come rivalsa svuotano il frigorifero!
Insomma, cercare di capire la persona che si ha davanti è fondamentale. Ovviamente non c’è mai la sicurezza di centrare il giudizio fin dall’inizio, però con l’esperienza un po’ si impara a intuire. A volte si presentano persone, magari grandi obesi che vogliono fare un tentativo estremo prima della chirurgia bariatrica, che sembrano le più motivate al mondo, su cui uno metterebbe la mano sul fuoco, e poi invece mollano, pur in presenza di risultati. Succede anche questo. Ci sono persone che sono talmente in sovrappeso che questo gli fa cadere le braccia: "Che mi ci impegno a fare?”.
Invece è sbagliato perché i rischi per la salute diminuiscono anche perdendo solamente il 10% del peso. Se si passa dai 140 ai 120 kg si comincia magari a non avere più apnee notturne, a camminare con meno fatica e quindi a essere più attivi fisicamente.
Poi ci sono alcuni disturbi che sono segno dei tempi, come l’ortoressia, l’ossessione verso comportamenti alimentari ritenuti salutari. È una forma di nevrosi, come l’anoressia o la mania da sport, da eccessiva attività fisica. Ci sono queste fissazioni, che, per quanto riguarda l’alimentazione, possono diventare pericolose perché abolendo certe categorie di alimenti, ritenute inquinate o igienicamente non sicure, si scompensa la dieta.
Comunque, effettivamente questo è un mestiere che ti mette di fronte a un caleidoscopio, a una gamma infinita di situazioni. E, attenzione, non esiste una persona per la quale si può aprire il cassetto e consegnare una dieta prefabbricata.
Vengono da lei più donne o più uomini?
Beh, più donne. Gli uomini quasi si vergognano, anche se negli ultimi anni le cose stanno cambiando. Sono in aumento anche i bambini: non è mai troppo presto per cominciare a cambiare abitudini alimentari. Ovviamente, nel caso dei bambini, è perfettamente inutile cominciare se non sono d’accordo. Con loro bisogna raccontare le cose, spiegare e poi chiedere: "Cosa ne pensi? Se non vuoi non importa, ne parliamo fra sei mesi...”, perché poi succede che quando crescono e magari i compagni iniziano a prenderli in giro o il maschietto viene lasciato fuori dalla squadra di calcio, allora può scattare una reazione: "Adesso vi faccio vedere io...”. Insomma, un cambiamento di comportamento si fa solo quando si è pronti. Questo discorso non vale solo per i bambini. Io la domanda la faccio a tutti: "È ben convinto di quello che vuole fare?”. Altrimenti cominciamo una cosa che finisce lì ed è uno smacco per tutti e due.
In questi anni di esperienza di consulenza privata sono cambiate le esigenze delle persone che si rivolgono a lei?
Abbastanza poco. Sicuramente è aumentata la consapevolezza del rapporto con la salute. Ma è aumentato il lavoro per smontare certe convinzioni errate, magari senza riuscirci perché non è che la gente si faccia convincere troppo facilmente. Alla fine noi tendiamo a ricercare ciò che ci dà ragione e a cancellare ciò che falsifica la nostra visione del mondo. Il professor Antonio Nicita, commissario all’Agicom, parla di "informazione emotiva”. Il parere dell’esperto che è una vita che lavora su determinate discipline viene equiparato all’opinione del primo che passa… Ma la singola esperienza personale vale quello che vale. Cioè se una mattina mangio una fetta di crostata e al pomeriggio batto il mio record sui 200 mt, non sono autorizzato a pensare che la crostata migliori il rendimento... I principi scientifici seri sono il frutto di anni di ricerche epidemiologiche su milioni di persone. Purtroppo gli esperti sono spesso noiosi e per il giornalista questo è un problema.
Tornando alla domanda, un atteggiamento abbastanza ricorrente è quello legato a una percezione diciamo "imprecisa” di sé e delle proprie abitudini. Quante volte mi trovo di fronte a persone nettamente in sovrappeso che ci tengono a precisare: "Però non sono un mangione!”. La maggior parte ragiona come se un’oscura maledizione li avesse colpiti e loro ingrassassero per colpa di qualche iattura. Ora, è vero che le esigenze singole sono diverse, e anche la risposta dell’organismo è estremamente diversa, però se io noto che comportandomi in un certo modo il mio peso continua ad aumentare (anche se io ho l’impressione di trattenermi), vuol dire che sto mangiando più di quanto ho bisogno. Alla fine è un fatto abbastanza matematico: se do al mio corpo più energia alimentare di quella che effettivamente gli serve, ingrasso.
Un errore tipico è quello di sopravvalutare quanto si spende e sottovalutare quello che si mangia. Dopodiché il corpo non fa altro che prendere l’eccesso e metterlo a riserva, e l’unica forma di riserva che abbiamo nel nostro corpo è il tessuto adiposo. "Eppure mangio come mangiavo vent’anni fa”, eh, sì, ma vent’anni fa le tue esigenze erano diverse! Bisogna sapere che anche una differenza di 0,1 calorie al minuto di metabolismo di base moltiplicato per tutti i minuti della giornata, per tutti i giorni della nostra vita, alla fine produce un grosso dislivello. È così che si ingrassa.
Ecco, far capire questo è abbastanza difficile perché la gente non percepisce il fatto di avere esigenze minori, anche perché magari l’appetito non cambia.
Dobbiamo considerare che il metabolismo di base (quello che ci mantiene in vita quando siamo a completo riposo) costituisce circa il 60-70% di tutta la nostra spesa energetica. Nel corso della vita, arriva a ridursi di circa il 30%: è una grossa differenza, che noi non percepiamo, ma che conta molto. Ovviamente si riduce anche la spesa energetica legata all’attività perché con l’andare del tempo diventiamo più stanchi, più pigri, abbiamo mille dolori…
Poi ci sono quelli che danno la colpa alle "ossa pesanti”. Un altro mito da sfatare: fra lo scheletro di Aiace Telamonio e quello di una ballerina del Bolshoi la differenza è di massimo due chili. Invece lo sviluppo muscolare cambia moltissimo. Chi ha i muscoli sottili e allungati...
Oppure un altro classico è: "Sono pieno di acqua”. Che non è vero niente, dare un diuretico alla persona obesa è una bestemmia. La persona obesa ha una quantità molto maggiore di tessuto adiposo. Ebbene, il tessuto adiposo, tra tutti i tessuti del corpo, è quello che contiene meno acqua. Meno perfino del tessuto osseo!
(a cura di Edoardo Albinati
e Barbara Bertoncin)