Michele Salvati è un economista, politico e politologo italiano, deputato dal 1996 al 2001 e primo teorizzatore del Partito democratico. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Tre pezzi facili sull’Italia. Democrazia, crisi economica, Berlusconi (Il Mulino, 2011) e Capitalismo, mercato e democrazia (Il Mulino, 2009).

Il combinato riforma costituzionale e riforma elettorale ha suscitato tanti sospetti. Lei cosa ne pensa?
Il punto dolente, dove c’è uno strappo, un atto di fiducia eccessivo nel sistema politico italiano, è quello della legge elettorale, non quello della riforma costituzionale, che è una cosa modesta, diciamolo molto francamente. Le modificazioni importanti che fa questa riforma sono fondamentalmente due: l’eliminazione del potere di fiducia del senato e la sua trasformazione in camera delle regioni, o delle autonomie, e in secondo luogo la modifica delle prerogative delle regioni eliminando i casi di sovrapposizione netta tra regioni e stato dovute alla riforma del Titolo V, che assegnava poteri importanti alle regioni anche seguendo una moda allora prevalente di andar dietro alla Lega.
Quindi la riforma costituzionale di per sé è relativamente modesta: una riforma che avesse voluto accrescere sul serio i poteri del premier e del governo, a mio avviso anche abbastanza saggiamente, avrebbe introdotto la fiducia costruttiva e la capacità di scioglimento del parlamento in capo al premier; condizioni presenti entrambe in due costituzioni sicuramente eccellenti come la tedesca e, a seguito di quella, la spagnola.
Dopo la repubblica di Weimar, di scioglimento in scioglimento del parlamento (dovuti alla congiunzione delle opposizioni entrambe contrarie al governo, però impossibilitate a mettersi d’accordo tra loro), si arrivò a Hitler. Di qui la sfiducia costruttiva: non puoi sfiduciare il premier se non hai già pronta un’altra coalizione che è un po’ il problema che avremmo noi se dovessimo ritornare a un sistema puramente parlamentare nel quale bisognerà, nella buona sostanza, mettere insieme tutti quelli che sono contro i Cinque stelle. Il che naturalmente non farebbe altro che dare ulteriore fiato ai Cinque stelle, per nulla pronti a governare ma prontissimi ad approfittare dell’insoddisfazione dei cittadini di fronte alle performance molto modeste sia di questo governo che dei precedenti.
E' questa la prospettiva che lei intravede nel caso che vinca il no?
Beh, in una situazione di incapacità di crescita dell’economia, che poi è il guaio grosso che abbiamo, un’incapacità che dura ormai da una ventina d’anni e non dà segni di finire, molto probabilmente se salta il referendum e con esso quasi necessariamente l’Italicum, la nuova legge elettorale che si farà sarà giocoforza una legge più di tipo proporzionale. Il rischio, quindi, della formazione di uno schieramento abbastanza raffazzonato di personaggi che vogliono continuare a governare, sarà molto forte. Saggiamente, dal loro punto di vista, i Cinque stelle si sono tirati indietro, quando in realtà sarebbero i favoriti da una legge elettorale come quella approvata dalla Camera in luglio, sia perché sono avanti nei pronostici, sia soprattutto perché nel probabile ballottaggio le destre voterebbero per loro; lo si è già visto. Ma stranamente preferiscono ancora un periodo, diciamo, di macerazione dell’assetto tradizionale in modo da aver più tempo per prendere contatti con persone che diano almeno l’apparenza di saper governare un sistema complesso come l’Italia. Al momento loro non hanno nessuno, però stante la predisposizione di molti tecnici e intellettuali italiani a correre in soccorso del vincitore, anche i Cinque stelle potrebbero mettere in piedi un’apparenza di governo. Ma questo non adesso, donde loro continuano una sorta di aventino, votano contro l’attuale legge elettorale e aspettano di vedere che tipo di governo potrà formarsi con una legge elettorale diversa di tipo proporzionale. Questa è un poco la situazione come la vedo adesso. Di qui la mia predisposizione per il sì.
Ma la sua analisi parte dall’economia e, se si può dire, dallo stato del mondo globalizzato, un’analisi niente affatto ottimistica…
Sì, nel saggio cui lei, credo, fa riferimento, espongo la mia idea su un programma che sia democratico quanto è possibile nella situazione attuale. E l’ho scritto proprio per reazione a tante pubblicazioni recenti che parlano di crisi della democrazia, o comunque di una situazione attuale senza via d’uscita da un punto di vista democratico.
Ora, che la situazione sia più sgradevole per la gran parte dei cittadini, meno vicina alle loro esigenze materiali, di quanto lo sia stata nel periodo tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni Ottanta, il periodo del nostro grande sviluppo, su questo non c’è il minimo dubbio.
Ma questo non era merito della democrazia, c’erano i grandi partiti naturalmente, ma la stessa spiegazione della persistenza di questi grandi partiti va ricondotta semplicemente alle condizioni estremamente favorevoli della situazione internazionale. Era una situazione in cui il grande gruppo dei paesi capitalistici avanzati cresceva al 4, 5, 6 per cento. La pattuglia era guidata da una leadership liberal americana che aveva ben presente i guasti fatti tra le due guerre e aveva ben presente che la cruciale competizione con il mondo comunista, con l’Unione sovietica, si decideva sulla dimostrazione che un sistema liberale era altrettanto in grado di creare benessere e piena occupazione di quanto lo fosse l’Urss. Ricordiamoci che la situazione non era così chiara alla fine della Seconda guerra mondiale. La competizione dell’Urss era molto forte, perché lì non c’era disoccupazione, c’era un modestissimo benessere che però stava crescendo, c’era una crescita economica incredibile che si manifestava soprattutto in campo militare ma non solo in quello. Tutto questo preoccupava gli occidentali e i liberali. Di qui il governo da parte di una elite liberal che aveva fatto proprio il grande insegnamento di Keynes, la possibilità di sviluppare un’economia di mercato ma in condizioni di piena occupazione, da cui il ruolo dello stato, il ruolo del welfare, eccetera.
Allora, gran parte del rimpianto per i grandi partiti di massa di allora aveva più a che fare con questa particolare situazione economica, e gran parte dell’esecrazione che c’è adesso nei confronti dei partiti al governo, siano essi socialisti o conservatori è dovuto a una situazione economica molto diversa che è venuta ad attuarsi a livello internazionale a partire dalle vittorie di Thatcher e Reagan nel ’79 e sempre più chiaramente negli anni Ottanta e dopo: lo sbrigliamento delle capacità del capitalismo e della finanza sull’intero quadro mondiale.
Se fosse vivo, Marx sarebbe felice di questa situazione, la sua idea, infatti, era che quando il capitalismo fosse diventato un sistema mondiale, allora sarebbe diventato mondiale anche il numero dei suoi potenziali becchini, cioè gli operai. Le cose non sono andate propriamente così, però grossomodo la previsione di Marx sulla capacità espansiva del capitalismo si è avverata. Prima questa era rimasta frenata perché un sistema di controllo della finanza, dell’esportazione dei capitali, come imposto a Bretton Woods nei grandi accordi del ’44, la impedivano; gli stati erano liberi di chiudere le frontiere all’esportazione di capitali, sia a breve che lungo periodo. Adesso non più, si è data mano libera, la deregolazione è stata completata sia a livello interno sia internazionale e i suoi effetti si vedono.
Si sono messi in concorrenza tra loro i lavoratori dei paesi poveri ma con grandi capacità tecnologiche potenziali, cinesi soprattutto, con i lavoratori dei paesi ricchi, in particolare quelli dello strato intermedio, con grado di istruzione modesto. Mentre invece chi è stato favorito sono stati i ceti alti, sia a livello tecnico sia, soprattutto, a livello finanziario e manageriale. E questo ha creato una situazione di disagio in tutti i paesi a cominciare dagli Stati Uniti.
Il fatto che negli Stati Uniti sia candidato un personaggio dell’estrema destra come Trump, e dall’altro lato lo sarebbe potuto diventare Bernie Sanders, uno che praticamente porta avanti un programma quasi socialista, cosa inaudita negli Stati Uniti!, è il segnale di una profonda instabilità; una grave spaccatura si è aperta fra i lavoratori intermedi (la chiamano middle class ma stanno tra i primi livelli operai e impiegatizi) spazzati via dalla rivoluzione informatica e un’insieme di ceti relativamente benestanti. Se persino negli Usa è avvenuto questo, che è il paese che più ha beneficiato dall’ultima rivoluzione tecnologica, quella informatica e delle telecomunicazioni, immaginiamoci in tutti gli altri paesi. Allora, in una situazione come questa, con tassi di disoccupazione molto alti e con poche chance per i giovani, se i partiti, lo metto tra molte virgolette, ragionevoli, sia del centrodestra che del centrosinistra, non si scagliano contro questa situazione, sono destinati ad avere grossi problemi con i movimenti populisti che inevitabilmente sorgono  quando la gente sta male. Quando la gente sente minacciata l’occupazione dei propri figli, è ovvio che tende a credere in una serie di sbruffoni che dicono di voler cambiare tutto, ma evitando accuratamente di dare un’idea ragionevole e funzionante del possibile diverso sistema economico e politico che metterebbero al posto di questo che vogliono scassare.
L’Europa?
L’Europa fa dei tentativi maldestri. Semplicemente non ha il coraggio, e non può averlo, di venire direttamente in aiuto dei suoi paesi più deboli perché questo comporterebbe una sanzione immediata da parte dei paesi più ricchi: "Sperperate i soldi che noi industriosi tedeschi”… Non è possibile in Europa la cosiddetta transfer union, l’unione dei trasferimenti per cui una parte del paese dà soldi a un’altra parte. Immaginiamoci, non funziona nemmeno in un paese unificato come l’Italia.
Le obiezioni che ha fatto la Lega ai soldi per il Mezzogiorno sono altrettanto virulente e forti di quelle che fa la Germania nei confronti dei soldi all’Italia. E se neanche noi, dopo più di un secolo e mezzo di unità, siamo riusciti a risolvere questo problema, a spegnere la potenziale incompatibilità tra nord e sud, immagini se lo si può fare a livello internazionale, dove non c’è quantomeno un ceto politico, intellettuale, di opinione pubblica che legga gli stessi giornali, che voti per gli stessi partiti, ecc. In Europa ogni paese deve cavarsela per conto proprio. Alcuni paesi ce la fanno meno di altri, l’Italia per una serie di ragioni idiosincratiche su cui non entro adesso ce la fa meno di altri paesi, quindi è fortemente a rischio.
Uscire dall’Europa aiuterebbe o aggraverebbe la situazione?
Intanto va detto che l’uscita dall’Europa è un rischio che c’è. Il problema è che se noi uscissimo dall’Europa, o per qualche cataclisma internazionale, per un attacco della finanza internazionale o per altri motivi, dalla padella salteremmo nella brace. Perché le regole che valgono a livello internazionale sono quelle che l’Europa cerca di imporci. L’Europa cerca di imporci le regole il cui rispetto taciterebbe la finanza internazionale, che poi, essendo ormai unificata, non dimentichiamolo, è fatta, anche, certo, da finanzieri d’assalto, ma per la gran parte dai fondi pensioni e d’investimento dove abbiamo messo i nostri risparmi, fondi che decidono a livello internazionale dove è meglio investire.
Ma c’è un altro aspetto della globalizzazione divenuto preoccupante per la gente normale: l’immigrazione. Che l’immigrazione, specialmente da paesi musulmani o comunque molto lontani dai nostri costumi, crei problemi allo stato di benessere della gente e non solo a quello, è un fatto ovvio, inutile nasconderselo. Che quindi movimenti populisti contro l’immigrazione o contro la finanza internazionale emergano è altrettanto ovvio.
Quel che non vedo sono i rimedi proposti da chi ha invece una posizione più di classe, come si diceva una volta. Noi non ritorniamo a una situazione come quella dei Trenta gloriosi, degli anni subito dopo la guerra. Non possiamo ritornarci. O, se ci ritorneremo, sarà per qualche cataclisma internazionale come quelli che hanno determinato i grandi spostamenti, i grandi riorientamenti del mondo capitalistico.
Io mi rendo conto che la situazione è drammatica e molto pesante per i ceti più poveri e meno colti e meno attrezzati. Lo è negli Usa, lo è da noi, ma anche in Francia.
Sono i poveri che combattono contro i poveri. Bisognerebbe bloccare la globalizzazione, pesantemente, ma questo l’Europa non lo farà mai.
Detto questo chiedo: se l’Europa fosse uno stato veramente democratico, e potesse votare, lei crede che la situazione cambierebbe molto? Se i cittadini europei nel loro insieme fossero in grado di scegliere un vero governo europeo, invece di lasciarlo semplicemente al Consiglio europeo fatto dai capi di governo; se avessimo un vero parlamento europeo, in cui competessero partiti europei come avviene negli stati nazionali; se all’improvviso questi fenomeni di insufficiente fiducia di un paese nei confronti dell’altro, di insufficiente grado di fraternità (è la terza parola del famoso trittico francese, ma enormemente importante, una democrazia c’è soltanto quando ci sono dei livelli di fraternità tali per cui una decisione del governo anche se danneggia una serie di ceti interni è accettata da tutti); ebbene, se ci fosse tutto questo, lei si immagina che una decisione a livello europeo che danneggia lo stato italiano, o quello francese, o quello tedesco sarebbe accettata da tutti?
Ma anche se arrivassimo a un grado di democrazia europea di questo genere, cosa del tutto implausibile, lei pensa che il governo eletto sarebbe un governo di sinistra? Mah! Ho grandi dubbi. Sarebbe un governo come quello italiano che risponde in parte dando delle mance al Mezzogiorno, e poi fa gli interessi degli industriali del Nord e comunque dei finanzieri, e sarebbe un governo dominato dalla Germania, che è di gran lunga il potere più forte.
Alla luce di tutto questo a me questo gran parlare, fissarsi su una democrazia che non funziona, ecc., cosa vuole che le dica, io la vedo più da economista politologo e sociologo: guardo ai fatti grossi e i fatti grossi non mi convincono che questo sia il problema principale. Ma anche se fosse, gli americani direbbero: "So what?”, e allora? Quali sarebbero le conseguenze? Crediamo veramente che riusciremmo a fermare l’impatto distruttivo della globalizzazione, del progresso tecnico scatenato su scala mondiale? Con una concorrenza con lavoratori che rimangono con bassi salari anche se ormai le loro capacità tecnologiche sono diventate altissime? Basta vedere chi fa i migliori telefonini oggi: sono i cinesi, con Huawei.
Ormai questi hanno raggiunto livelli tecnologici talmente alti che noi non saremo più in grado di imitare! E hanno salari bassi. Quindi possono consentirsi un’accumulazione formidabile. Ti sfornano un milione di ingegneri all’anno. Noi abbiamo una forza lavoro di una qualità bassissima se la confrontiamo con quella tedesca, inglese o francese. Insomma, pur da innamorati, come un po’ tutti siamo, della socialdemocrazia com’è stata nei trenta, quarant’anni del dopoguerra, dobbiamo convincerci che i famosi Trenta gloriosi non ritornano e non possono ritornare.
E quindi di fronte a uno scenario del genere il referendum?
Per quanto riguarda il referendum, io sono costernato dal livello di irritazione, spaccatura nel paese, da questo clima da guelfi e ghibellini che divide tra loro anche persone ragionevoli. Me ne rendo conto, in parte è stata colpa di Renzi, però non è che perché è colpa sua adesso dobbiamo votare sbagliato per punirlo. Certo che è stata colpa sua! So what? La colpa è già maturata, ha esagerato, ma quand’anche lui fosse stato il più possibile tranquillizzante e moderato, ma fermo sulle sue decisioni sia di riforma costituzionale che di legge elettorale, la canea contro di lui sarebbe stata diversa? Non attacchiamoci a quello, lui ha sbagliato, l’ha riconosciuto e amen. Però adesso come la mettiamo?
Io le ragioni del mio moderato e non entusiasta sì le ho scritte da tutte le parti. Penso che la riforma costituzionale, e torno agli inizi, sia modesta, ma vada nella direzione giusta e che molte delle continue critiche che le vengono rivolte, siano, se non del tutto speciose, rimediabili nel periodo di rodaggio che una riforma importante deve necessariamente avere. Se c’è la buona volontà potrebbero essere fatti opportuni ritocchi costituzionali in seguito. Il rischio vero che corriamo è che i senatori che avremo non rappresentino in modo efficace le loro realtà territoriali e si allineino a spaccature politiche pregresse. Ma dipende molto da come viene presa l’intera cosa: c’è anche la possibilità che si crei una dialettica positiva in cui, per darle l’idea, un lombardo dica, prima di far lega con una regione scialacquatrice: "Scusa un secondo, non faccio lega con te. Noi andiamo insieme per rivendicare i nostri poteri, però fammi il piacere, tu metti a posto i tuoi conti”.
Essendo casomai dello stesso partito…
Casomai dello stesso partito…
Ma la mancanza del vincolo di mandato allora non è un errore?
Ma non potevi darlo. L’unica cosa che si sarebbe potuta fare sarebbe stato che non erano i consigli che dovevano mandare in proporzione ai partiti rappresentati nei consigli, ma i governi regionali, gli esecutivi regionali, però è una cosa che non si poteva fare perché su 20 esecutivi regionali 18 sono del Pd e allora immaginiamoci cosa sarebbe successo. Questo sarebbe stato l’ideale. Potevamo prendere tutta l’esperienza del Bundesrat tedesco, ivi incluse tutte le modificazioni che ha avuto in seguito, perché poi anche quella non è stata un’esperienza senza contraddizioni; i dissensi di partito hanno operato eccome, e si è dovuta rimettere a posto con grandi riforme, però adesso è una cosa che funziona. Però questo non lo si poteva fare, semplicemente. Quindi rimane una speranza, che questi si comportino da rappresentanti veri degli interessi della loro regione.
Poi ci sono altri rilievi, ma alcuni di questi sono piccolezze su cui la gente si accapiglia per niente. Non hanno il tempo necessario per andare a Roma? Ma facitemi ‘o piacere, come avrebbe detto Totò. Questi sono consiglieri regionali, adesso vedremo come è fatta la loro elezione ma ce ne saranno un paio, o tre, o quattro, a seconda delle regioni, che si specializzeranno su Roma e faranno fondamentalmente quello; il loro lavoro in consiglio regionale sarà minore, daranno il voto ma saranno in pratica distaccati. La riforma è piena di sfridi, come si dice dalle nostre parti, ma è stata fatta in grande fretta per una serie di ragioni politiche e di consenso che Renzi pensava di avere, questo sì, non lo nego. È talmente evidente che è così. Però, oggettivamente, qual era un’alternativa?
Di riforma costituzionale si è discusso fino all’infinito nelle più diverse sedi. Dalla bicamerale, ai vari incarichi che sia l’ex presidente della repubblica, Napolitano, aveva affidato ai saggi, sia quelli della commissione istituita da Letta. Si sono registrati dei punti di dissenso, però su alcuni punti il consenso c’era. Io sono stato nella bicamerale di D’Alema, ero parlamentare allora e le garantisco che un’esperienza più disastrosa e mortificante di quella raramente l’ho vista.
In realtà una cosa del genere fatta su base parlamentare, politica, non funziona. A meno che noi non vogliamo rifare la costituzione, ma potrebbe riprodursi quel consenso che un grande trauma come la guerra aveva indotto tra ceti politici di altissimo livello che sapevano che dovevano salvare l’Italia? No, certo. Se si voleva fare una riforma la strada era questa. Questa tutto considerato va nella direzione giusta, è abbastanza modesta, avrà dei problemi, nel senso che non rafforza sufficientemente l’esecutivo, su questo sono del parere di Berlusconi, o dei costituenti tedeschi e spagnoli.
Ma un esecutivo fatto con il ballottaggio eviterà i problemi?
Intendiamoci, non ho alcun dubbio sulla democraticità. A mio avviso le seconde preferenze valgono come le prime. Ma perché non ci siano problemi dovrebbero essere "vere” seconde preferenze, che vuol dire motivate da un’analisi accurata dei programmi dei partiti, per dar modo ai votanti al ballottaggio di scegliere a ragion veduta. Diamo il caso concreto che una buona parte dei votanti berlusconiani dica: "Toh, guarda, il programma del Pd ha molti punti di contatto con il nostro, voto per lui”, e che questa considerazione prevalga sulla voglia di prendersi una rivincita e fare i Brunetta.
Il rischio del ballottaggio è quello: che facciano tutti i Brunetta, e votino contro qualsiasi programma. Qui sta il problema della seconda preferenza.
Sì, questo può valere quando la scelta è fra due programmi, ma delle volte si può essere costretti a votare per chi ci piace poco per evitare che vada su chi non ci piace per nulla e addirittura ci fa paura. Anche in quel caso il mio voto al ballottaggio mi rappresenterebbe?
Accetto l’obiezione, però io ho una concezione della politica come il meno peggio. Ripeto che la situazione migliore è quella in cui le seconde preferenze sono una scelta meditata tra due grandi partiti, tutti e due ragionevoli, e le cui ricette, tutto considerato, non sono troppo diverse l’una dall’altra. L’esempio tedesco è illuminante: tra il programma socialdemocratico tedesco e quello della Cdu le differenze non erano molto forti, e hanno potuto fare un grande accordo, e sensato, mettendo per iscritto su 130 pagine tutte le possibili leggi che avrebbero votato insieme e pure i punti ammessi di dissenso o i punti in cui un partito cedeva all’altro. Ma il paese si ritrova i cittadini e i politici che ha. E se i cittadini credono in massa a un programma populista, che grida: "Tutti a casa, mandiamoli via, fan tutti schifo, sono tutti disonesti”; se nel paese sembra sia diventata una categoria politica l’onestà e la disonestà quando non lo sono mai state -ricordiamoci il detto famoso di Nenni: "Se fai il puro a un certo punto nella tua vita trovi uno più puro che ti epura”- allora potresti essere costretto a votare il meno peggio. Ma anche in questo caso se al partito che va al ballottaggio attribuiamo una percentuale di "convinti” ragionevolmente sull’ordine del 28, 30 per cento, con un un’aggiunta di un altro 20 per cento di mugugnanti e menopeggisti, arriviamo al 51 per cento. Beh, però a quel punto chi avesse vinto avrebbe un parlamento dietro di lui.
Stiamo parlando di Renzi. Per lei quindi varrebbe come investitura piena?
Certo, e a quel punto si potrebbe vedere se veramente ha la stoffa. Adesso lui ha cercato di sopravvivere dando un’idea di quel che farebbe, ma in una condizione di estrema debolezza. Dovendo contrattare tutto, con quelli del centrodestra, dell’Ncd, e non dovendo scontentare però del tutto un’anima del partito che c’è. Io, per dire, amo molto Cuperlo, per quei suoi modi garbati e ai modi corrisponde anche un animus e, se devo dirlo, Renzi personalmente mi risulta un personaggio troppo arrogante e devo spegnere la tv quando parla perché se no mi arrabbio, però sulla sua linea politica io ci sono e ci sono in pieno. Ma non escludo affatto che possano esserci delle moderate aperture a sinistra da parte sua. Non lo escludo affatto.
Nelle circostanze attuali, in cui lui non ha un’investitura elettorale sufficiente, deve sopravvivere. E da qui quelle scelte un poco demagogiche che gli rimprovera Monti. Ma un politico per sopravvivere in queste situazioni cosa deve fare?
Ecco, io non gliele scuserei per nulla domani quando lui avesse una buona investitura. Allora no. E allora però il mio giudizio sarebbe che l’Italia, come diceva Mussolini o Giolitti, non è difficile da governare, è impossibile. Un paese di questo genere è destinata al declino. Io penso sia destinato al declino comunque, ho scritto vari libri sul declino, parlavo di declino quando tutti gli altri economisti non ne parlavano, quando era un errore parlarne.
Oggi però dico che una piccola speranza ce l’ho ancora: che quando Renzi si sentisse sufficientemente forte, sarebbe forse in grado di prendere anche misure dure.
Se vince il no?
Se vince il no, si entra in uno stato di difficile governabilità, i nostri problemi veri, quelli di cui fa menzione Monti, rimarranno irrisolti. Se Monti spera che col proporzionale che verrà con la sconfitta del sì, potremo andare in direzione delle sue terribili misure di razionalizzazione, si sbaglia di grosso. In realtà penso che sappia benissimo che non avverrà così. Avverrà ancora peggio, ci sarà maggiore confusione.
Probabilmente non ci saranno rischi a breve di un’uscita dall’Ue, ma si farà una coalizione appiccicaticcia fra Pd, pezzi di Forza italia che non accettano il viaggio comune con la Lega e con i Fratelli d’Italia, e Ncd. Forse riusciranno a silenziare un po’ Brunetta, chi lo sa, ma certamente sarà una cosa ancora più corriva nei confronti delle aspettative popolari e anche più debole di quanto non sia stato Renzi fino ad adesso. Di certo non sarà una cosa che potrà usare il pugno di ferro di un Monti, per intenderci, cosa di cui credo anch’io, in parte, ci sarebbe bisogno. Tutto qui. Ho dato l’idea?
(a cura di Gianni Saporetti)