Livia Turco, già ministro per la Solidarietà sociale e poi della Salute, nel 2017 è stata insignita del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Attualmente presiede il Gruppo di lavoro “Interventi sociali e politiche per la non autosufficienza” del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Da tempo si invoca una legge sulla non autosufficienza, questione che la pandemia ha riportato in primo piano. Nell’ultima legge di bilancio c’è un articolo di cui si è parlato poco, ma che ha una portata potenzialmente molto significativa per la vita delle famiglie, perché pone alcuni punti fermi rispetto a questo tema. Puoi raccontare?
È una tema che mi sta molto a cuore anche perché, avendo vissuto una lunga non autosufficienza con la mia mamma, so bene di cosa parliamo. Ora, grazie anche alle sollecitazioni arrivate dalla rete della non autosufficienza, a una intelligente mobilitazione sociale e a dei ministri sensibili, il tema è finalmente entrato nell’agenda politica.
La pandemia indubbiamente ha spinto tutti noi a riflettere molto sui soggetti fragili, sulle nostre stesse vulnerabilità, anche perché i più colpiti sono stati i bambini e gli anziani, cioè le fasi della vita estranee alla cosiddetta vita produttiva. Nella mia storia politica c’è stata una lunga fase di elaborazione sul tema tempi di vita, sulla vita come ciclo fatto di stagioni. Ecco, questi ultimi mesi mi hanno riportato alla mente molti di quei pensieri e mi hanno anche fatto percepire come nel tempo fosse avvenuta una regressione culturale: cioè il paese della denatalità e dell’invecchiamento davanti a questa emergenza si è trovato spiazzato proprio sul versante della cura dei figli e delle persone anziane. Beh, se ci pensi è un po’ paradossale trovarsi impreparati proprio su questi due punti.
Da poco è uscito l’ultimo rapporto Istat sulla denatalità, dove abbiamo segnato un nuovo record negativo. Mi chiedo quali altri segnali attendiamo per farci carico di questo dato di fatto.
Comunque, come dicevo, in questo periodo sono tornata a ragionare su una visione della vita come ciclo, come alternarsi di stagioni, ciascuna da vivere pienamente nella sua peculiarità; anche sull’importanza di una mescolanza dei tempi di vita. Tutti punti che nella legge abbiamo assunto fin dal titolo che è appunto “Promozione della dignità della persona anziana e presa in carico della non autosufficienza”.
Nel frattempo il ministero doveva preparare la legge finanziaria. Attualmente abbiamo uno strumento, il Piano per la non autosufficienza, che prevede un fondo che, tra tutti i fondini, è quello più dignitoso perché ha seicento milioni di euro, è strutturale, ma va rinnovato perché in scadenza.
Allora anziché incrementarlo con la solita logica dei bonus, ci siamo detti: facciamo della legge di bilancio, l’occasione per piantare i chiodi della legge di riforma. E siccome la vera sfida qui non è di fare una legge di indirizzo, bensì di individuare quelli che sono i livelli essenziali, cerchiamo di anticipare la legge quadro inserendo nella legge di bilancio questi livelli essenziali delle prestazioni in ambito sociale, i cosiddetti Leps. Il testo della legge di bilancio indica precisamente i “Livelli essenziali delle prestazioni sociali per la non autosufficienza”.
Al cuore dei livelli essenziali che avete indicato c’è la domiciliarità, cioè la possibilità di rimanere a casa.
I Leps noi li abbiamo visti come una sorta di anticipo e quindi come parte integrante della riforma. E siamo partiti mettendoci nei panni delle persone. Ebbene, la stragrande maggioranza delle persone vuole poter stare nella propria casa. Ci siamo trovati tutti d’accordo sul fatto che questa dovesse essere una scelta assolutamente incentivata. Ovviamente nell’ottica della libertà di scelta, perché poi c’è anche chi dice: “No, io voglio andare nella casa di riposo”. Però la scelta di fondo, in una visione umanistica, che è poi quella che ci suggerisce l’Organizzazione mondiale della sanità, è stata quella di incentivare la domiciliarità, attraverso un approccio cosiddetto biopsicosociale, che cerca di tenere assieme l’aspetto biologico con quello dell’autonomia, della capacità di relazione con l’esterno, che guarda alla persona e alla sua autosufficienza in senso ampio, non solo come benessere fisico ma come possibilità di movimento, di relazione con l’esterno, i cosiddetti “funzionamenti”.
Allora, proprio partendo di qui, abbiamo fatto la scelta molto netta della domiciliarità. Ma, attenzione, domiciliarità non è soltanto lo stare a casa, l’assistenza domiciliare. Noi pensiamo a una dimensione che orienti anche l’organizzazione dei servizi, le modalità di presenza in qualunque struttura: anche una Rsa, una casa di riposo, andrebbe gestita secondo il principio della domiciliarità, che deve diventare una sorta di cultura trasversale, per cui qualunque struttura, luogo di accoglienza deve prevedere degli spazi per la dimensione della relazione, oltre che della cura.
Inutile dire che la realtà del nostro paese, sotto questi aspetti, è molto arretrata. Chiunque abbia avuto a che fare con il problema della non autosufficienza di un familiare o amico lo sa bene.
L’assistenza domiciliare oggi in Italia (quando va bene) sono due ore la settimana di una benedetta Oss che viene a casa e ti aiuta a svolgere le funzioni vitali. L’assistenza domiciliare, la cosiddetta Sad, che offrono i Comuni, che dovrebbe aiutare le persone a svolgere le funzioni della vita quotidiana, è insomma molto ridotta e molto disomogenea. Poi c’è l’assistenza domiciliare integrata, l’Adi. Sempre tradotto molto concretamente: un’infermiera che interviene in caso di medicazioni, prelievi, piaghe da decubito. Un po’ poco, no?
È stata la presa d’atto di questa situazione a farci mettere la domiciliarità al centro della legge di bilancio come primo fondamentale livello essenziale. Una scelta che mette in primo piano l’altra questione grande come una casa che è l’integrazione socio-sanitaria.
Che senso ha che ci sia la Sad e l’Adi? Quello che serve è un progetto personalizzato con un’idea di domiciliarità che sia fortemente integrata. Cosa più facile a dirsi che a farsi ovviamente.
Oggi le persone incontrano grandi difficoltà anche solo nell’orientarsi tra i vari soggetti a cui chiedere aiuto in caso di non autosufficienza.
È esattamente così. Infatti la scelta è stata quella di far convergere tutte queste domande di aiuto in punti unici di accesso. I livelli essenziali che vengono fissati dalla legge di bilancio hanno questo doppio binario: integrazione socio-sanitaria e semplificazione dell’accesso. Di qui l’idea di collocare il cosiddetto punto unico d’accesso nelle Case di comunità.
Cosa sono le Case di comunità?
Le Case di comunità sono previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, che tra le sue missioni vede appunto la creazione di “Reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale”. Oggi esistono le Case della salute, che avevano come impostazione originaria esattamente quella delle Case di comunità, ma nel tempo sono diventate perlopiù dei poliambulatori. Anche qui qualche domanda bisognerebbe porsela. Noi siamo un paese che fa tanta retorica, che scrive anche delle buone leggi, ma poi non le applica e nemmeno si chiede perché non siano state applicate.
Nel 2007, il decreto che prevedeva l’istituzione delle Case della salute partiva da questa stessa impostazione, cioè integrazione, massimo del sociale, territorio, medicina proattiva, benessere delle persone, approccio olistico… Bene, perché, tranne alcune esperienze in Toscana ed Emilia, sono diventati tutti poliambulatori? Forse è opportuno chiederselo, se no si rischia che le attuali Case di comunità finiscano per ripetere gli stessi errori. Ma questo è un inciso.
Comunque, anche qui, sempre partendo dal punto di vista delle persone, è chiaro che la domiciliarità non può ridursi all’anziano solo a casa con la badante; parliamo di un progetto integrato capace di includere le attività della vita quotidiana intesa in senso lato, compresa la compagnia, il non essere soli (che è uno dei grandi mali, e lo sarà sempre di più), fino al disbrigo delle pratiche burocratiche e all’assistenza sanitaria vera e propria, possibilmente anche superando questo steccato tra socio e sanitario. Nella vita quotidiana delle persone queste cose non sono divisibili, come fai a dividerle?
Allora per evitare che le persone debbano fare le acrobazie per intercettare i vari assegni e bonus e che ci sia chi prende tutto e chi non prende niente, vengono istituiti questi Punti unici di accesso.
Oggi davanti ai bisogni di una persona anziana non autosufficiente, il familiare non sa da dove partire: dove deve andare, a chi deve rivolgersi? Il medico di famiglia ti indirizza all’Asl, poi l’Asl ti manda a fare vari adempimenti, poi devi andare all’Inps… Allora, intanto c’è la necessità proprio di orientare le persone rispetto alle opportunità che hanno. Serve una funzione di accompagnamento e un luogo che valuti i bisogni di quella persona, che faccia la cosiddetta valutazione multidimensionale (e si presuppone che la facciano insieme l’assistente sociale e il personale sanitario); questo dovrebbe essere il primo momento dell’integrazione socio-sanitaria.
Il Punto unico d’accesso è allora un nodo fondamentale. Noi poi abbiamo aggiunto che il Punto unico d’accesso deve stare nella casa di comunità.
Perché è così importante che queste cose siano identificate come Leps, come livelli essenziali?
Queste di cui stiamo parlando non sono cose nuove, molte sono state anticipate in altri strumenti di programmazione, però non sono mai state nominate all’interno delle norme e leggi primarie che stabiliscono i livelli essenziali. Noi non ci siamo inventati niente, quello che abbiamo fatto è stato codificare un livello che deve diventare “il” modello di riferimento di tutto il territorio nazionale. Quindi non è l’idea a essere nuova, ma la forza con cui la si afferma.
Territorializzare le cure è un’esigenza di cui si parla da tempo anche in ambito sanitario, non solo sociale...
Durante la pandemia anche il versante sanitario si è reso conto di quanto fosse rimasto indietro, nonostante tutti i discorsi e i proclami sulla necessità di una maggiore territorializzazione delle cure.
Finora abbiamo parlato prevalentemente dell’aspetto sociale, ma non dimentichiamo che il cosiddetto “socio-sanitario” serve alla sanità, cioè serve all’efficacia della cura medica. Non a caso i nuovi Livelli essenziali di assistenza sanitaria (Lea) istituiti nel 2007 adottavano un approccio nuovo, non solo prestazionistico, ma che si faceva carico anche della componente sociale.
Questo per dire che la componente sociale è anche di competenza sanitaria. L’hanno scritto loro nei Lea. Ecco, l’arretratezza su questo versante è un elemento di fragilità che è emerso fortemente durante la pandemia. Di qui l’importanza di recuperare la valutazione multidimensionale, che chiama in campo un’articolazione di professioni perché serve l’assistente sociale, ma anche l’infermiera e possibilmente lo psicologo, che svolge una funzione fondamentale soprattutto nelle malattie dell’età anziana, dove in qualche modo bisogna farsi carico non solo dell’anziano ma anche dello spaesamento di chi vive accanto alla persona malata.
Qui la sfida sarà evitare il principio dei vasi comunicanti per cui viene tutto sanitarizzato (difficilmente accade l’inverso). D’altra parte, senza rischi l’integrazione socio-sanitaria non si fa.
Domiciliarità significa pensare anche a nuove forme dell’abitare...
Per noi i modelli di riferimento sono le varie forme dell’housing sociale, le piccole strutture di casa famiglia per situazioni di semi-autonomia; tutte soluzioni che hanno molto a che fare con la domiciliarità. Nel testo predisposto per la legge di bilancio non abbiamo affrontato il tema delle residenze sanitarie per anziani che è una cosa di stretta competenza del Ministero della salute; comunque anche all’interno delle Rsa andrebbe garantito il diritto alla continuità delle relazioni, oltre che delle cure.
Nella legge di bilancio si parla di “interventi di sollievo” per le famiglie. Di cosa si tratta?
Il servizio di sollievo è un modo diverso di guardare alla realtà concreta delle famiglie. Non c’è nulla di ideologico. Se una famiglia ha un problema improvviso deve sapere a chi rivolgersi e questo qualcuno, che è il Comune, deve allestire una risposta. Può farla temporanea, parziale, limitata, ma deve garantire un intervento di sollievo. Cioè, se io sto con l’acqua alla gola, non posso annegare, ci deve essere qualcuno che una ciambella me la tira.
Poi ci sono i servizi di supporto, che sono quelli che servono ad accompagnare le persone in questo itinerario che è la gestione della non autosufficienza. Non ultimo l’aiuto a trovare un assistente familiare capace. Questo è un segnale di attenzione al mercato del lavoro di cura che finora non c’era mai stato. Tra l’altro in questo modo si vincolano i comuni a dare sostegni monetari solo se esistono rapporti di lavoro regolari. L’altra cosa molto importante per le cosiddette badanti è la formazione. Quella è fondamentale, per loro stesse e per le famiglie. Finché mia madre aveva solo problemi di deambulazione e bisogno soprattutto di compagnia, la badante è stata bravissima, quando è stata allettata, lei era assolutamente disorientata.
Il tema della formazione è cruciale. Alcuni comuni hanno già un albo delle badanti; si tratta di formarle, di fare un lavoro insieme, di monitorare, di dare la possibilità alle famiglie di rivolgersi all’ente locale: “Ho bisogno di una persona...”. Questo sarebbe un passo in avanti enorme. Come dicevo, alcune esperienze esistono già, però un conto è che ci siano da alcune parti, un conto è scriverlo con un Leps.
I comuni già in difficoltà, riusciranno a farsi carico anche di questo?
Abbiamo fatto un grande investimento sugli Ambiti sociali territoriali, perché questa è la questione strategica per il sociale. In questi anni ha prevalso la logica dei bonus, dei trasferimenti monetari: ti do un bonus e ti arrangi. Questo è andato a discapito della cultura della presa in carico. Infatti c’è una differenza enorme tra la cultura degli assessori alle politiche sociali di oggi e quelli formati nella cultura della legge 328. La presa in carico è proprio un altro alfabeto rispetto al bonus.
Nella pandemia, se non altro, ci si è resi conto che, per esempio, per offrire il reddito di cittadinanza a quelli che ne avevano veramente bisogno e che casomai non sapevano neanche della sua esistenza, non bastava lo sportello dell’Inps, ma ci voleva quella cosa basilare che è la benedetta assistente sociale. Solo che si è scoperto anche che quella cosa basilare in tante parti d’Italia non c’era. Tant’è che a un certo punto è intervenuto l’ordine degli assistenti sociali a lanciare l’allarme.
Nella precedente legge finanziaria, frut­to della pandemia, era stato inserito un Leps che riproponeva l’art. 22 ultimo comma della 328, che sancisce l’obbligo per i comuni di avere il segretariato sociale e un assistente sociale ogni cinquemila abitanti. Cioè tanti nostri comuni non hanno più l’assistente sociale, non so se ci rendiamo conto e questo è il risultato della logica dei bonus e dei diecimila fondini, che di fatto hanno sostituito la cultura della presa in carico, senza la quale è impossibile progettare il sociale. Le condizioni in cui si sono ritrovati il paese e il sistema del servizio sociale in fondo hanno evidenziato proprio il fatto che non c’era solo un ritardo di sviluppo economico. Lo sviluppo sociale è fortemente dipendente dalla variabile culturale, c’è poco da fare...
Discorso diverso è se sia tecnicamente possibile che un comune con mille residenti, viste le ristrettezze del proprio bilancio, possa permettersi di avere un proprio dipendente assistente sociale. Qui però soccorre l’Ambito sociale territoriale, l’Ats, cioè l’associazionismo dei comuni: tutti i comuni che insistono in un’area dovrebbero concorrere per dar vita all’Ats, che diventa la sede dove il personale viene reclutato e opera per tutte le funzioni del servizio sociale, anche quelle che si svolgono presso le Case di comunità per la fase di presa in carico delle persone non autosufficienti in modo integrato. Non ci sono altre strade.
Ovviamente, la legge di bilancio non si occupa di disciplinare e regolare minutamente il soggetto Ambito territoriale sociale. Quello che dice il comma 161 dell’art. 1 della legge di bilancio (legge 30 dicembre 2021, n. 234) è che l’ambito territoriale sociale è “necessario”.
La strutturazione del sociale è fondamentale. Se tu vuoi fare l’integrazione socio-sanitaria devi avere un sociale strutturato. Per svolgere l’attività di programmazione e gestione dei servizi sociali, per trovare soluzioni ai problemi delle persone, per sviluppare l’housing sociale, per creare residenze per anziani capaci di riprodurre contesti di vita familiare, rispettosa della loro dignità, per metter mano al patrimonio ex-Ipab, per relazionarsi con fondazioni di vario tipo, enti pubblici, enti privati, che casomai stanno a cavallo di due territori comunali, è determinante che non sia il singolo comune a gestire la partita. La gestione dei servizi non decollerà mai se non la si riporta a un livello più ampio. Anche questa non è una novità, però purtroppo ancora non ci siamo: oggi gli Ambiti territoriali e sociali esistono ma se non si riempiono di operatori, di risorse, di idee, di capacità di gestione...
Questo associazionismo dei comuni, questi Ats devono diventare come il distretto in sanità; negli ultimi anni sono cresciuti, ma ora bisogna rafforzarli, nel senso di farli diventare norma nel nostro paese. E poi i comuni devono capire che, proprio per esercitare le loro competenze, si devono associare. Devono insomma avere un assetto adeguato, che significa associazionismo più gli strumenti operativi, cioè personale e competenze. Certo, è l’uovo di colombo! Ma è la mancanza di quest’uovo di colombo che ha impedito che si facessero politiche sociali efficaci e omogenee, e che ci ha fatto rimanere senza assistenti sociali! L’arretramento delle politiche sociali nel nostro paese è stato tale per cui in alcuni territori mancano i servizi sociali fondamentali. Ma ci rendiamo conto? E non parlo solo del Sud.
L’articolo ha un punto debole, che non sei stata l’unica a denunciare.
Certo, la copertura finanziaria! I Leps sono credibili se hai le risorse. Stiamo parlando di diritti esigibili e uniformi. Se non ci metti le risorse adeguate, non è che limiti l’intervento, rischi di vanificare il senso stesso di un concetto! Insomma, se sono diritti esigibili devi metterci le risorse per renderli tali!
Il fatto è che siamo stufi di scrivere delle cose e poi vedere che restano parole… Ripeto, livelli essenziali vuol dire diritti esigibili. Capisco che di fatto i Lea e i Leps siano condizionati dalle risorse; non voglio certo fare un discorso estremistico o avveniristico, so benissimo che c’è la questione della compatibilità, della sostenibilità, però non ci può essere una discrasia troppo clamorosa tra il fatto che scrivi livelli essenziali e poi mi ci metti quattro soldi… Eh, che cavolo! Sono molto arrabbiata su questo, devo dirlo sinceramente. Dopodiché, sono contenta che siano scritti in una legge, quello è un precedente importantissimo, che ovviamente verrà richiamato nella legge organica.
Hai citato il problema di un sociale che negli ultimi anni si è fondato più sulla moltiplicazione di bonus e indennità, anziché su una vera cultura della presa in carico. Tra l’altro, una volta concessa un’indennità diventa molto difficile revocarla.
Infatti nella legge quadro io sono stata tra quelli che hanno detto, per carità non apriamo il tema della riforma dell’indennità di accompagnamento perché, sempre tradotto dalla vita concreta, un trasferimento monetario a volte è molto utile. Qui il problema è che si è ricorso ai trasferimenti monetari non come integrazione ma a scapito dei servizi. È questo il punto. Ma per garantire politiche sociali degne di questo nome, e anche per garantire l’uguaglianza servono i servizi. Dobbiamo uscire dalla logica dei “fondini”, che è la patologia del nostro sistema sociale.
Io sarò sempre grata alle madri di ragazzi disabili gravi, con cui scrivemmo la 328, in particolare l’art. 14, quello sul progetto personalizzato. Da un lato c’erano le associazioni storiche che guai a toccare l’accompagnamento, e poi c’erano queste mamme che avevano invece un’aspirazione più ambiziosa: “Noi vogliamo che i nostri figli, pur con la loro grave disabilità intellettiva, possano dare un loro contributo alla comunità”. Ricordo che usarono proprio queste parole, un’espressione bellissima. Io le ho sempre ringraziate e le porto nel cuore, perché dare un contributo alla propria comunità, se ci pensi, è il massimo della cittadinanza. Benissimo, ma per fare questo, cioè per valorizzare le capacità di ciascuno, servono i centri diurni, dove questi ragazzi possono stare in compagnia e svolgere delle attività, servono i progetti di inserimento lavorativo; così come servono dei servizi di sollievo per le famiglie. Ecco, tutti questi servizi sono carenti nel nostro paese, per non parlare degli asili nido... e qui non c’è assegno che tenga. Ripeto, bisogna costruire dei servizi.
Nella legge di Bilancio sono stati anticipati i punti essenziali di quella che sarà la legge sulla non autosufficienza. Puoi parlarne?
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza contiene l’impegno del governo al varo di una riforma complessiva degli interventi per gli anziani non autosufficienti. Ora, la riforma della non autosufficienza si fonda sul principio secondo il quale quella anziana è una stagione “attiva” non solo in termini di attività sociali, ma anche in termini di partecipazione, di trasmissione della memoria, di educazione e di scambio con le nuove generazioni. Dopodiché, come sappiamo, molte persone nel corso di questa stagione si ammalano e spesso diventano dipendenti dall’assistenza e dall’aiuto degli altri. Ebbene, è proprio in questa fase critica che diventa fondamentale poter disporre di un sistema integrato, capace di garantire anche alle persone non autosufficienti una reale presa in carico che preservi e anzi rafforzi il contesto di vita domiciliare e promuova gli interventi necessari a scongiurare il rischio di isolamento e solitudine.
Chiaro che in questo discorso grande attenzione dovrà essere riservata al tema della residenzialità, che dovrebbe però collocarsi all’interno di un progetto di rigenerazione urbana e del contesto sociale, delle relazioni umane, cioè di costruzione della comunità e della prossimità. Vivere pienamente e attivamente, essere ben curati, non restare a casa soli, cioè a casa sì ma non confinati, sono tutti obiettivi presenti in questa nuova legge.
Nel disegno di legge viene ulteriormente enfatizzato il tema dell’accessibilità. Viene inoltre affrontata la questione dei caregiver, che è una questione enorme. Così com’è una questione enorme la rivisitazione dei percorsi di formazione di coloro che hanno a che fare con la non autosufficienza.
La non autosufficienza non è soltanto l’inabilità motoria, è anche la neurodiversità: saperla gestire vuol dire saper gestire la multidisciplinarietà degli interventi.
Dicevi dell’attenzione al caregiver, a chi si occupa della persona non autosufficiente...
La legge si impegna a riconoscere e quindi a tutelare la figura del caregiver. Qui le questioni sono tante. Per esempio, dovremmo chiederci: una persona che viene impegnata per tre, quattro, cinque anni nell’assistenza complessa a un familiare convivente, avrà bisogno di qualcuno che l’aiuti a inserirsi o reinserirsi nel mercato del lavoro, a fare in modo che non ci siano compromissioni nello svolgimento delle altre funzioni contemporanee, come per esempio quella educativa nei confronti dei propri figli? C’è poi il tema della tutela assicurativa per persone costantemente sottoposte a situazioni di stress e di lavoro intenso in cui non è che puoi dire: “No, guarda, io adesso smetto perché il mio orario è terminato”.
Ovviamente qui per caregiver intendiamo colui o colei che segue una persona con disabilità gravissima e che quindi deve rinunciare a tutto. Ecco, pensiamo a una persona costretta a lasciare il lavoro cinque-dieci anni prima del raggiungimento del minimo pensionistico: è un disastro! Ricordo che all’epoca, quando si discuteva della riforma delle pensioni, c’erano questi genitori di disabili gravi che dicevano: “Scusate, il nostro non è un lavoro usurante?”. Allora avevamo trovato questa scorciatoia del congedo pagato di due anni, per cui tu ricevi lo stipendio (tranne ferie e tredicesima) per due anni; lo puoi frazionare o utilizzare di fatto come anticipo di pensione. È una misura molto importante, certo, ristretta al lavoro dipendente…
Non abbiamo parlato della sostenibilità finanziaria del sistema.
Noi abbiamo operato una scelta molto netta: tra le tante scuole di pensiero, la “nostra” è che devono essere risorse pubbliche, quindi raccolte con la fiscalità generale. Perché il rischio della non autosufficienza non è categoriale, è connesso all’invecchiamento, quindi siamo tutti esposti. Poi possono intervenire i fondi integrativi, i welfare aziendali, saranno le parti sociali a fare delle proposte.
Periodicamente, spesso in concomitanza con qualche scandalo, riemerge l’indicazione a riformare l’indennità di accompagnamento ancorandola al reddito per liberare delle risorse. Ora, a parte che ci sono già state delle sentenze in merito, c’è anche da dire che le pensioni in Italia non sono poi così elevate, e che i ricchi non sono poi così tanti. Quindi, pur concordando con molte di queste valutazioni, credo vada anche individuato il momento giusto per operare certi cambiamenti. Ecco, mi sembra che siamo oggi in una fase in cui non si può togliere, bisogna semmai aggiungere.
Allora la strada maestra è definire questa una grande priorità del paese, perché lo è, e procedere con forti investimenti pubblici; come li hai fatti sul reddito di cittadinanza li puoi fare sulla non autosufficienza…
Dopodiché, ripeto, non è che io sia contraria a forme di sussidiarietà, a integrazioni, però io credo a un pubblico che programma, che vigila, che promuove, che sollecita le responsabilità anche del privato, perché no… Però davvero dobbiamo metterci in testa che stiamo parlando di una cosa che ha lo stesso rilievo della lotta alla povertà. Sulla presa di coscienza della non autosufficienza dobbiamo fare una battaglia culturale. Perché, ripeto, possiamo diventare tutti non autosufficienti e rispetto a questa prospettiva tu non puoi non offrire un servizio adeguato.
Una legge che fa di tutto per lasciare gli anziani nella propria abitazione, però all’interno di un contesto fatto di servizi socio-sanitari integrati e accessibili e di una rete di prossimità dove anche il caregiver possa trovare il giusto sostegno. Beh, se venisse realizzata avrebbe una portata rivoluzionaria nella vita di tante famiglie…
Non so se si può definirla rivoluzionaria. Alla fine, se vuoi, si tratterebbe molto semplicemente di far sì che le persone possano usare l’ombrello, se piove.
(a cura di Barbara Bertoncin)