Com’è successo che una giovane ragazza italiana, di formazione cattolica, sia andata, ormai da una decina d’anni, a vivere a Gerusalemme Est, la “Città Vecchia”, abitata prevalentemente da arabo-palestinesi?
Io sono originaria di Varese. Lì ho frequentato il liceo classico, poi a Milano il Conservatorio e a Lugano, in Svizzera, ho conseguito le mie lauree in violoncello. Nel frattempo, ho frequentato l’Accademia della Scala, poi ho suonato alla Verdi di Milano ed è stato così che un mio compagno d’orchestra, un ebreo italiano, mi ha detto che a Gerusalemme c’era un bravissimo insegnante di violoncello che secondo lui avrei dovuto incontrare. In quel periodo avevo due opzioni: una era andare a studiare negli Stati Uniti e l’altra a Gerusalemme, ma, mentre gli Usa non mi interessavano granché, sono sempre stata attratta dal Medio Oriente. Mio nonno paterno era nato al Cairo, quindi già un po’ della mia storia era legata a questi luoghi, per cui ho deciso di partire. Ho sostenuto l’esame per l’ammissione all’Accademia di Musica, presso l’Università che ha sede a Gerusalemme Ovest e fin da subito ho iniziato a insegnare anche all’Istituto Magnificat, una scuola abbastanza “speciale” di musica, fondata una trentina d’anni fa in seno alla Custodia di Terra Santa dell’Ordine Francescano dei Frati minori (all’interno dei locali del Convento di San Salvatore, nel cuore del quartiere cristiano di Gerusalemme Est), dove la maggioranza dei docenti sono ebrei israeliani, mentre gli allievi sono quasi tutti palestinesi (cristiani e musulmani).
Poi ho vinto l’audizione per suonare nell’Orchestra Barocca di Gerusalemme (Jbo), composta tutta da israeliani e, nello stesso tempo, la mia collega violoncellista, incinta, mi ha chiamato e detto: “Guarda, io insegno al Magnificat, (dove ti hanno preso essendo io in maternità), però insegno anche da un’altra parte: nei campi profughi palestinesi. Che ne diresti di sostituirmi?”. Ho accettato e insegnare subito al primo anno in questi posti è stato sicuramente qualcosa che mi ha toccato profondamente. Ero arrivata per la prima volta in Israele soltanto pochi giorni prima di sostenere l’esame di ammissione e sino ad allora avevo visto giusto il Santo Sepolcro e il Muro del Pianto. Naturalmente sapevo dell’esistenza dei campi profughi, ma noi, da bravi europei, siamo più impegnati nel ricordare la Shoah che a preoccuparci di quello che sta succedendo ai giorni nostri, nella quotidianità. La mia bisnonna, tra l’altro, aveva lontane ascendenze ebraiche, tutta la famiglia dalla parte della mia mamma era nel Partito comunista, la mia zia materna era andata all’apertura dei campi ad Auschwitz: quindi io sono andata in Israele sapendo che quello era un luogo con un grande conflitto, un luogo problematico. Per me è soprattutto il posto che mi ha insegnato l’altra faccia della musica: sono arrivata a Gerusalemme il giorno dopo aver suonato al Teatro alla Scala, dove ho trascorso due anni, una bellissima esperienza, vedi tutte le signore molto eleganti, noi stessi orchestrali vestiti bene, addirittura una volta ci hanno fatto suonare indossando abiti di Dolce e Gabbana. Da ragazzina questa è una cosa che ti diverte, però capisci che la musica ha un altro significato, non è solo quella cosa lì e oggigiorno soprattutto non può esserlo. Per esempio, il violoncellista statunitense Yo-Yo Ma, nel 2000 ha riunito musicisti di tutto il mondo per dare vita al “Progetto Via della Seta” e presta il suo aiuto a moltissime Fondazioni impegnate in azioni umanitarie e di solidarietà. Poi ci sono gli italiani, come Michele Cantoni che vive a Betlemme da più di venti anni e ha fondato i ...[continua]
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