Paolo Calzini, già docente di Relazioni Internazionali e Storia dell’Europa Orientale presso le Università di Milano e Bologna, è adjunct Professor di Studi Europei alla Johns Hopkins University e Senior Adviser all’Istituto di Studi di Politica Internazionale di Milano.

Come si è arrivati al precipitare degli eventi in Ucraina?

Cominciamo da alcune premesse. La prima è che la crisi scoppiata in Ucraina è senza paragoni la più grave rispetto a precedenti crisi che pure c’erano state sia all’interno dell’Ucraina sia nei rapporti Est-Ovest. In Ucraina c’era già stata una rivoluzione, la cosiddetta rivoluzione arancione del 2004-2005, che aveva provocato qualche tensione; anche sul piano internazionale c’erano stati vari episodi, in particolare, nello spazio post-sovietico, la guerra russa-georgiana del 2008. In ambedue i casi le tensioni erano state assorbite rapidamente. Anche perché non era stato toccato l’elemento cruciale, invece in gioco oggi, di una modifica dello status quo territoriale.
La crisi attuale è stata inoltre improvvisa e inaspettata, ha colto di sorpresa tutti gli attori interessati; il che ha provocato delle reazioni impulsive, approssimative, non meditate, proprio per questo effetto appunto dell’emergenza. Ciò ha contribuito a inasprire i rapporti e specialmente nella prima fase non c’è stato, da parte di Occidente e Russia, come pure all’interno dell’Ucraina, un approccio improntato a considerazioni più di prospettiva di che cosa questa crisi significasse.
La crisi ha radici antiche. Da tempo il cosiddetto spazio post-sovietico, che comprende Bielorussia, Ucraina, Moldavia e i tre stati caucasici, è al centro della competizione fra Occidente e Russia.
Nella stessa Ucraina, un’apparente condizione di stabilità mascherava delle tensioni, delle contraddizioni interne che d’altra parte erano state evidenziate anche da alcuni sintomi, alcuni episodi: già la rivoluzione colorata aveva dato il senso di un regime privo di legittimità. E poi nella porzione europea dello spazio post-sovietico c’erano stati una serie di conflitti che hanno portato a quelli che si chiamano conflitti congelati: la Georgia con le due formazioni secessioniste, la Moldavia con la Transnistria, e quella che è stata una vera propria guerra, poi fermata, tra Armenia e Azerbaijan per il Nagorno-Karabakh.
Questa situazione d’insieme, regionale e ucraina, è stata interpretata in modo approssimativo sia da parte russa che da parte occidentale, preoccupate soprattutto di mantenere lo status quo in un’area di rilievo cruciale nei rapporti reciproci. È prevalsa l’illusione che questi margini di stabilità garantissero da uno scontro diretto.
Lei contesta che si possa parlare di una nuova guerra fredda.
Non è una nuova guerra fredda. Intanto il sistema internazionale è completamente diverso: allora l’asse Russia-Stati Uniti era l’asse portante del sistema internazionale; oggi siamo in un sistema multipolare, che vede l’ascesa dei nuovi stati emergenti non occidentali (la Cina è l’esempio più clamoroso), un relativo indebolimento dell’influenza occidentale nel suo insieme, e un forte ridimensionamento della Russia (che pure resta una grande potenza nucleare) sia nelle sue capacità di hard power che di soft power. Nel senso che non c’è più l’attrazione dell’ideologia comunista, perché la Russia non propone più un modello effettivamente alternativo a quello liberal-democratico (è un modello appunto di capitalismo autoritario, però non va molto al di là di questo). Per quel che riguarda l’hard power, cioè i mezzi di coercizione, non è più in grado di esercitarli a livello globale; possiamo dire che la Russia mantiene, per la logica geopolitica della prossimità, una prevalenza a livello regionale.
Durante la guerra fredda c’era una cornice istituzionale riconosciuta a Est e a Ovest, che imponeva regole di politica internazionale mutualmente accettate. Una cornice fondata su una divisione netta dell’Europa e con la presenza di due aree, una a prevalenza russo-sovietica, l’altra a prevalenza occidentale americana. C’erano insomma due blocchi contrapposti.
Ecco, oggi questa cornice non c’è più: in Europa vediamo due poli, l’Ue e la Russia, con in mezzo quest’area intermedia, il "vicinato comune”, che resta non definita sul piano delle influenze esterne; una sorta di no man’s land, un’area aperta a una competizione da parte delle potenze esterne. Questi stessi regimi, ucraino, georgiano, bielorusso, oscillano nella loro politica internazionale, barcamenandosi tra l’esigenza di garantire la propria giovane indipendenza e il rischio di rimanere schiacciati fra due potenze esterne.
Nella percezione russa, quest’area -l’Ucraina in modo particolare- rimane di interesse vitale, per ragioni storiche, economiche, strategiche, ma anche emotive. Per gli Usa e la Ue, pur essendo questa un’area in cui ci sono interessi e anche una motivazione ideologica di proiezione di valori democratici, non esiste una giustificazione storica e strategica equivalente a quella russa. Non a caso, nell’ultima crisi, all’indomani della rottura della sovranità ucraina e dell’annessione della Crimea, con una guerra ibrida nel Sud-Est, l’Occidente, al di là delle sanzioni, non è intervenuto con gli stessi mezzi. Sul piano politico-psicologico l’Occidente ha ammesso la sua posizione di inferiorità. La Russia, forte anche di una sua risolutezza psicologica-politica, ha così riconfermato che quello è un terreno di sua spettanza.
La crisi in Ucraina ha suscitato anche una forte propaganda.
Da una parte ha fatto emergere, sia da parte russa che da parte occidentale (con differenze naturalmente da paese a paese) quanto fossero radicati gli stereotipi e gli atteggiamenti ostili alla controparte. A vent’anni dalla fine della guerra fredda, nelle élites politiche e nell’opinione pubblica è riemerso il sedimentato antagonismo tra la Russia e le potenze occidentali.
Questa propaganda purtroppo ha reso molto difficile un apprezzamento obiettivo delle cause e degli sviluppi della crisi, creando anche della confusione, la cosiddetta fog of war, la nebbia della guerra. Tuttora le cause di questa crisi sono oggetto di aspro dibattito tra Russia e Occidente e anche tra alcuni osservatori occidentali fra di loro.
Veniamo dunque alla crisi in Ucraina.
L’Ucraina è diventata un focolaio di tensioni rilevante in un mondo caratterizzato da diversi focolai, la Siria, il Nordafrica, lo stesso Afghanistan; tutti conflitti regionali, ma di interesse globale perché coinvolgono le grandi potenze; sono tutti  conflitti, d’altra parte, caratterizzati da una forte dimensione etnico-politica o etnico-religiosa.
Le grandi potenze sono portate a sostenere una parte rispetto all’altra e, al contempo, hanno la preoccupazione comune di garantire che queste crisi non esplodano colpendo la stabilità del sistema internazionale nel suo insieme. Nel caso dell’Ucraina, come dicevamo, è riemersa la contrapposizione Occidente-Russia con grande forza. La rivalità, l’antagonismo si fonda su due ordini di argomentazioni. Il primo è quello degli interessi. L’Ucraina è quello che si chiama, in inglese, un cleft country, cioè un paese collocato lungo le linee di divisione tra il mondo slavo grossomodo e il mondo europeo centro-orientale o occidentale. È un paese situato lungo una faglia geopolitica, facendo riferimento alla teoria di Huntington dello scontro di civiltà, quindi un luogo fortemente strategico. Se lei guarda la carta geografica, vede inoltre che è un paese fondamentale nell’equilibrio di potenza in quest’area che rimane al centro dell’Europa.
Il secondo ordine di considerazioni che spiega lo scontro è quello dei valori definibili ideologici. Non è uno scontro ideologico equivalente a quello tra comunismo e capitalismo e tuttavia c’è una certa contrapposizione tra il modello liberale democratico e quello statista-autoritario. Con però la differenza che nei due casi la base economica è quella capitalista. E poi c’è il livello appunto dello scontro delle idee, delle civiltà contrapposte, per cui la Russia afferma i suoi valori conservatori, tradizionali contrapposti ai valori occidentali decadenti (qui c’è anche tutta la polemica sull’omosessualità).
Perché l’Ucraina è oggetto di tensioni? Perché è un paese di peso, è l’unica potenza media della regione, con un’ampiezza territoriale pari a quella della Francia, se non di più, e una popolazione di 45 milioni di abitanti; nonostante oggi sia sull’orlo della bancarotta, è un paese con molte risorse, agricole, industriali, quindi oltre a essere collocato strategicamente, ha un suo peso.
Il problema dell’Ucraina è che è un paese di recente indipendenza. Non solo, la sua è un’indipendenza, come dicono i francesi,  octroyée, concessa, il che ha reso particolarmente complesso il processo di state-building e nation-building (anche se ci sono sempre state queste aspirazioni da parte ucraina). L’Ucraina è un cosiddetto "regime ibrido”, in cui ci sono elementi di democrazia ed elementi di totalitarismo in costante oscillazione tra una tendenza ad aprire in senso democratico e l’altra a richiudersi in senso autoritario.
Va riconosciuto che l’Ucraina, a differenza di altri stati post-comunisti, in tutto il periodo post-sovietico è riuscita ad attenersi alle regole elettorali della democrazia: c’è stata una successione di elezioni; certo, con brogli, pressioni, ma entro i limiti. L’organizzazione americana Freedom House, che non è certo soft nei confronti dei regimi post-comunisti, ha definito l’Ucraina un paese "partially free”, parzialmente libero. Mentre, al contrario, la Russia è considerata un paese "non libero”, proprio perché il processo elettorale è talmente condizionato da non aver permesso un’alternanza di governi. In Ucraina nell’ultimo decennio c’è stato prima un governo emanato dalla rivoluzione arancione chiaramente filoeuropeo e poi un regime invece più pro-Russia, prima con Tymoshenko e Yushenko e poi con Janukovic, destinato a essere rovesciato con la forza della rivoluzione.
Qui il dato evidente è che sia il governo filoeuropeo che quello filorusso si sono dimostrati totalmente incapaci di portare avanti il processo di emancipazione politica e di progresso economico del paese. Entrambi sono stati criticati per l’elemento di corruzione, per la centralizzazione dei poteri nella presidenza, e per la presenza di un’élite del mondo degli affari, i famosi oligarchi, e di quello burocratico politico, che ha pensato ad arricchirsi senza mostrare alcun senso dello Stato, con il risultato che oggi l’Ucraina economicamente è a un livello addirittura inferiore a quello della fine del controllo sovietico. Quindi un’economia in bancarotta e una società impoverita e umiliata da una corruzione che ha raggiunto livelli inauditi. Tutti questi elementi hanno favorito l’emergere di una rivolta di massa nei confronti dell’ultimo regime.
L’Ucraina è caratterizzata dalla presenza di due comunità diverse, quella maggioritaria nazionale ucraina e quella minoritaria russa, russofona.
Queste due comunità sono localizzate in regioni diverse. Quella ucraina a Occidente e quella russa nel Sud-Est, in Crimea, con un’area intermedia in cui le due comunità interagiscono e sono meno schierate in un senso o nell’altro.
C’è anche una diversità socio-economica: l’area del Sud-Est è quella più industrializzata e urbanizzata; mentre le province occidentali estreme, quelle più nazionaliste, sono più arretrate e comunque legate a un’economia agraria.
Non bisogna pensare che siano le aree filo-occidentali le più ricche; al contrario, il grosso del prodotto nazionale viene da Donbass perché sono le zone industriali, non a caso vi sono emigrati i russi, che sono perlopiù alla classe operaia. Gli ucraini, invece, per tradizione appartengono alle classi rurali. L’area tradizionalmente agraria è anche quella in cui negli anni Trenta c’è stata la grande carestia indotta da Stalin. Questa era la zona contadina per eccellenza, dove oggi sono arrivati i cinesi che cercano di comprare delle terre.
Va da sé che la dimensione multietnica è resa più complessa dal fatto che ai confini dell’Ucraina c’è la Russia, una "comunità madre” per la minoranza russa, che è molto pesante.
Non va nemmeno dimenticato che storicamente, con l’eccezione di alcune province occidentali, divenute parte dell’impero asburgico e poi finite sotto influenza polacca, il resto della popolazione ha una storia secolare comune nell’ambito dell’impero zarista e poi dell’impero sovietico. Il nucleo forte della rivolta in favore di un’identità ucraina pura riguarda le regioni annesse alla Russia solo dopo la Seconda guerra mondiale.
Insomma, nel complesso la storia dell’Ucraina è integrata a quella russa, il che ha prodotto tutta una serie di legami a livello di scambi economici, ma anche sul piano emotivo e affettivo. Con due effetti: un’inclinazione della parte russofona a mantenere un rapporto privilegiato con la Russia e, al contrario, il rifiuto, da parte ucraina, di un collegamento con la Russia ritenuto spesso opprimente: d’altra parte, se si vuole creare un’identità specifica ucraina è inevitabile volersi emancipare da questo legame con la Russia. Quindi la comunità ucraina punta a un’ucrainizzazione del sistema e a un orientamento nettamente a favore dell’Europa, che nella componente radicale nazionalista assume un forte tono antirusso e antagonistico alla minoranza russofona; quella russofona punta grossomodo (a parte un’ala estrema, quella separatista) a un’Ucraina multietnica. Qui la lingua rappresenta un elemento aggiuntivo di complessità. In Ucraina di fatto (anche se c’è stato un tentativo dell’ultimo governo di abolirlo) c’è il bilinguismo. La grande maggioranza è in grado di parlare le due lingue. Il russo è la lingua diffusa, la lingua del commercio, la lingua intellettuale, dei media, e comunque è la lingua franca nell’ambito ucraino.
Purtroppo l’irruzione della violenza ha portato alla radicalizzazione su base etnica delle due comunità. Qui c’è un principio che va ricordato: la presenza di etnie diverse non porta necessariamente alla violenza, come dimostrato dall’esempio di altri paesi (Canada, Spagna), ma è invece l’irrompere della violenza, come nel caso dell’Ucraina, a esasperare la dimensione dell’identità etnica.
Quindi oggi in gioco è l’identità Ucraina, se manterrà o meno il suo carattere multietnico. Da questo punto di vista si è già persa un’occasione. Può raccontare?
La crisi è stata scatenata dal rifiuto del governo di Janukovich, all’ultimo momento, di firmare l’Accordo di associazione con la Ue; un’associazione vista dal grosso della popolazione (certo più nella parte ucraina che in quella russa) come la exit strategy per uscire dalla crisi. La delusione ha scatenato tutte le tensioni già presenti a livello sociale, politico, economico nei confronti di un regime molto corrotto e inefficiente.
Dopo una fase iniziale che va dal novembre 2013 al febbraio 2014, che aveva visto pressioni, schermaglie, uso della violenza da parte della polizia, e poi anche da parte della piazza di Majdan, a febbraio si è arrivati a uno scontro diretto e a una spinta rivoluzionaria, che riguarda non tanto i partiti di opposizione, ma quella parte della piazza (diventata man mano prevalente) fortemente influenzata da settori radicali, nazionalisti (alcuni li definiscono anche fascisti).
Il 21 febbraio, dopo scontri anche violenti, c’è stata la caduta del governo, la fuga di Janukovich e l’apertura di una nuova fase culminata nella guerra civile.
Ecco, in quella stessa data c’era stato un accordo di massima, in base al quale il governo cedeva le armi e si instaurava un governo di transizione che attraverso un processo elettorale avrebbe dovuto portare a un cambio di governo. Nella tradizione ucraina era un percorso verosimile. Questo accordo per una transizione condivisa era stato mediato dalla presenza, a Kiev, di tre ministri degli esteri, quelli polacco, francese e tedesco, per cui c’era una garanzia occidentale che in qualche modo avrebbe potuto monitorare il processo elettorale. Ma l’occasione di una transizione pacifica è stata persa. Questa ipotesi infatti è stata travolta. Gli sviluppi di questa rivoluzione (che non è più la rivoluzione arancione, ma è una rivoluzione in termini propri perché c’è l’uso della forza) si prestano a diverse interpretazioni.
L’ interpretazione occidentale, della maggioranza dell’élite politica ma anche degli osservatori, è che in effetti è stata un’azione legittimata da quella che è la logica rivoluzionaria. La rivoluzione ha una legittimazione in sé che nasce dall’emergenza, dalla contrapposizione a un governo repressivo, corrotto e via dicendo. L’altra versione, che è quella russa naturalmente, e anche di alcuni osservatori occidentali, è che in effetti è stata una combinazione di una spinta dal basso e di un colpo di stato, cioè anche all’interno della rada, del parlamento, c’è stato un riallineamento e quindi un putsch, come si dice; a seconda delle due interpretazioni c’è legittimità o meno di questo governo.
Ora cosa dobbiamo aspettarci?
Il nuovo governo sta puntando al consolidamento; ha firmato l’accordo di associazione con l’Europa. Resta il fatto che è un governo di parte perché la componente radicale nazionalista resta influente; in più è legittimata per il fatto di essere stata la forza che ha portato al cambio di governo. Poroshenko è un uomo pragmatico, legittimato dalle recenti elezioni, che cerca di fare un governo di unione nazionale, anche se sono stati adottati provvedimenti e atteggiamenti che hanno messo in allarme una minoranza russa già prevenuta.
Il precipitare degli eventi con l’annessione-secessione della Crimea e l’instaurazione di regimi sostenuti dall’ala radicale della comunità russa, nel Donbass, non poteva che favorire le forze oltranziste da una parte e dall’altra. La Russia ne ha approfittato, facendo leva sulle aspirazioni all’autonomia, se non all’indipendenza delle comunità russe, violando il principio di sovranità, il principio del diritto internazionale, facendo peraltro riferimento al precedente del Kosovo.
Nel Donbass sono state instaurate le cosiddette repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.
In questo scenario, sono emerse anche milizie fatte di volontari, sovvenzionate dai privati, fuori controllo da una parte e dall’altra. Inizialmente, Poroshenko, utilizzando l’esercito regolare e le milizie nazionaliste,  ha cercato di reimporre controllo su queste regioni in nome dell’integrità ucraina, ma l’operazione si è rivelata velleitaria. Queste forze ribelli separatiste, che pure rappresentano istanze effettive della minoranza russa, sono state appoggiate direttamente dalla Russia: il confine è aperto, non è controllato e quindi c’è stata un’immissione di mezzi militari, di mercenari o anche volontari russi e probabilmente anche di alcuni reparti specializzati dell’esercito russo.
Così, se fino a luglio c’era l’impressione che l’azione governativa potesse essere risolutiva, con l’entrata in gioco delle forze russe, il regime ucraino ha dovuto fare marcia indietro. Ora, da circa un mese vige il cessate il fuoco. A questo punto, io vedo responsabilità di tutte le parti dell’aver radicalizzato e fatto precipitare la situazione. Non parlo solo delle forze radicali da una parte e dall’altra, ucraina e russa, ma anche delle potenze esterne. La mia convinzione è che si doveva appoggiare l’accordo del 21 febbraio per una transizione pacifica, che un passaggio di regime anche radicale si poteva fare in modo morbido, attraverso un processo elettorale, approfittando della tradizione ucraina. Certo, è facile dirlo...
Diceva che sia la Russia che l’Occidente hanno delle responsabilità.
La responsabilità della Russia è evidente, ed è una responsabilità di fondo, che viene da lontano. Cioè la Russia ha appoggiato il regime di Janukovich, che tra l’altro ha permesso l’accordo per la base di Sebastopoli, senza tener conto che era un regime assolutamente impopolare e privo di legittimità, quindi potenzialmente molto debole. Poi c’è stato l’intervento diretto in Crimea e adesso nel Donbass.
Da parte occidentale, però, è mancata totalmente la capacità di condizionare l’atteggiamento delle forze rivoluzionarie. Certo, non era un’impresa facile, ma aver accettato acriticamente che quell’accordo di compromesso fosse spazzato via, dando piena legittimità al nuovo regime, ha comportato un pesante costo politico, nel senso che l’Occidente ha perso la possibilità di assumere un ruolo di arbitraggio e mediazione.
Un altro elemento di cui si deve tener conto a mio avviso (ma che non va neanche esagerato) è la presenza di un nucleo nazionalista ucraino portato anche all’uso della forza. In qualche modo l’Occidente non ha preso chiaramente posizione fin dall’inizio a favore delle forze politiche democratiche isolando la componente radicale. Dobbiamo infatti tener conto che questa minoranza radicale ucraina porta avanti valori, non solo antirussi, ma anche antieuropei, perché il nazionalismo estremo non è evidentemente un valore europeo.
Il progetto di un’Ucraina multietnica è irrimediabilmente fallito?
Vedo in astratto due linee di sviluppo. La prima prospettiva, forse fallita -ma che resta come scenario potenziale- era appunto quella di creare un’Ucraina con una identità multipla. A favore di questa linea c’era il dato di fatto che esiste una quota significativa della popolazione, la cosiddetta area grigia della società ucraina, che è favorevole alla riconciliazione, perché pur essendo schiacciati tra due estremi, i rapporti rimangono stretti. Non a caso il tasso di matrimoni misti è alto.
C’è un intermingling molto forte. C’è un nucleo limitato ma influente, che sono le regioni occidentali, la Galizia e la Volinia, che durante la Seconda guerra mondiale si sono alleate con i tedeschi, mentre la maggioranza degli ucraini ha combattuto con l’Armata rossa. Ma storicamente sono popoli che sono vissuti insieme. Tuttavia, se si vuol costruire un’identità ucraina omogenea è chiaro che si è tentati di ridurre questo elemento multietnico a spese dei principi democratici di garanzia dei diritti delle minoranze. Un altro elemento di peso è rappresentato dall’incombente presenza della Russia. Ad ogni modo, l’idea di un’identità multietnica comporterebbe, tra le altre, due scelte. Una è mantenere il bilinguismo e l’altra è il federalismo, che aprirebbe alla concessione di autonomie.
Questo scenario implica un’ulteriore scelta e cioè il non allineamento internazionale dell’Ucraina da una parte o dall’altra, una "finlandizzazione”. Indubbiamente la linea rossa è la Nato: per la Russia l’idea che l’Ucraina entri nella Nato, anche simbolicamente, è inconcepibile. Sarebbe anche una perdita di rilievo storico clamoroso.
 A favore di questa ipotetica soluzione moderata, in America si sono espressi anche esponenti del pensiero realista classico, come Kissinger e Brezjinski, non certo un filorusso. Una tale opzione farebbe anche uscire l’Occidente da questo dilemma fondamentale e cioè come rispondere alle aspettative di indipendenza di questi paesi, di un certo distacco dalla Russia in nome dei valori democratici, mantenendo un rapporto non antagonistico con la Russia, che mantiene un ruolo cruciale sul piano della sicurezza (pensiamo al Medio oriente, alla Siria) e sul piano economico per l’Unione europea, con le forniture di gas, ecc.
Allargando questa prospettiva, potremmo anche ipotizzare che se l’Ucraina potesse maturare gradualmente un sistema rispettoso dei valori democratici e quindi multietnico, assieme a una stabilizzazione economica, questo in prospettiva potrebbe avere un effetto dimostrativo, di contaminazione, con la società russa. Questo risponde ai principi della corrente di pensiero definita costruttivista, cioè l’idea che anche a livello di politica internazionale contino i modelli politici ideali nei rapporti società-società.
Ecco, ci sarebbe anche questa chance che rischia di andare persa.
L’altra ipotesi invece?
L’altra alternativa che io temo stia emergendo è quella di una politica di intransigenza del nuovo regime ucraino, in cui l’elemento nazionalista, anche se elettoralmente limitato, rimane molto influente, facilitato dal clima creato dalla guerra civile. Qui, in prospettiva, c’è una ucrainizzazione della società ucraina, con una drastica riduzione delle istanze della minoranza russa, che non potrebbe che portare a un irrigidimento dei rapporti Est-Ovest.
Il rischio è che l’esigenza di mantenere il controllo e di rispondere alla spinta di quest’ala oltranzista radicale, legittimata prima dal Majdan e adesso dalla guerra con i separatisti, porti al rafforzamento di una dimensione autoritaria; già ora si sta rafforzando l’idea, anche nei settori moderati dell’Ucraina, che bisogna riconquistare i territori persi e anche di recente ci sono state manifestazioni di violenza a Kiev.
Il governo di Poroshenko tenta di mediare; ha avuto non poche difficoltà a far accettare al suo parlamento il cessate-il-fuoco, che per ora regge, in attesa di un accordo.
Che tipo di accordo si può prevedere? Qui secondo me ci sono tre ipotesi. Una, estrema: quest’area del Sud-Est, segnando una spaccatura storica dell’Ucraina, graviterà se non addirittura sarà annessa alla Russia, e il grosso dell’Ucraina, senza la Crimea, entrerà nell’orbita occidentale. Questo, da un lato, avrebbe un effetto chiarificatore, ma anche degli effetti drammatici nei rapporti Est-Ovest.
La seconda ipotesi, quella in positivo, cui ho già accennato, è volta a garantire la riunificazione dell’Ucraina, grazie a un rapporto di collaborazione russo-occidentale, in cui, come ha detto Putin, ognuno paga la sua parte: la Russia con l’energia e l’Occidente con gli aiuti; e così si riesce a costruire un minimo di Ucraina unificata, con concessioni di autonomia alla minoranza.
La terza, la più probabile, è che si vada a una situazione contingente, di un conflitto congelato. Come avviene in Transnistria, il Donbass si separa, ma non viene annesso dalla Russia, rimane un’entità autonoma. Questa per la Russia sarebbe la soluzione migliore, perché garantirebbe una sua presenza nell’area, senza il costo economico, politico e diplomatico di una nuova annessione.
Diceva che nell’ipotesi di un’Ucraina che orbita nettamente nel sistema occidentale, la Russia potrebbe riservare delle sorprese.
Nell’ipotesi, sempre in astratto, di un’Ucraina che entra a far parte del sistema occidentale, diventando quindi un bastione antirusso, si allargherebbe l’influenza politico-militare-strategica occidentale in quest’area; tutto questo, legato a una politica delle sanzioni che già oggi tocca due settori fondamentali, quello della finanza e quello dell’energia, potrebbe effettivamente portare a un’erosione del ruolo personale di Putin che adesso tatticamente ha vinto, ma strategicamente non ha una situazione facile, anche e soprattutto sul versante economico. L’attuale calo del prezzo del petrolio può giocare negativamente, perché metà del bilancio russo dipende dall’esportazione dell’energia. Ecco, la combinazione di questi elementi può portare a esiti inattesi.
Per ora c’è quest’euforia nazionalista patriottica molto forte; l’opinione pubblica, anche se dubito voglia un coinvolgimento militare, oggi è chiaramente schierata in senso anti-occidentale, perché vede un Occidente che interferisce in una zona di influenza e di privilegio russo.
Oggi non ci sono movimenti di opposizione forti e anche sul piano economico la situazione per un po’ può tenere perché la Russia è un paese ricco e ha grandi riserve finanziarie. Però non è detto che non ci siano sorprese. Resta comunque il fatto che la popolarità di Putin ancora oggi significativa non va confusa con il deficit di legittimità del regime russo nel suo complesso. Difficoltà sul piano economico potrebbero portare a una caduta di popolarità con conseguenze politiche imprevedibili. La storia russa ci ha abituato a scosse improvvise.
C’è un ultimo interrogativo: mettiamo che cada Putin, c’è da auspicarlo, ma quale governo emergerebbe da un tale sommovimento? Oggi Putin non può arretrare troppo, perché c’è chi è addirittura più nazionalista di lui.
Gli interrogativi sono tutti aperti. Per ora non credo si vada a soluzioni nette; ancora una volta ci si attesterà su una soluzione di compromesso, come si dice in inglese, muddling through, si tirerà avanti, con però questa nuova ferita all’interno del sistema europeo e una rinvigorita contrapposizione tra Russia e Occidente.
(a cura di Barbara Bertoncin)