Cari amici,
fino a pochi giorni fa ero a New York, e avevo già in progetto di raccontarvi di una stranissima mostra alla quale sono andata: si chiama Mao’s Golden Mangoes (I manghi dorati di Mao), ed è visitabile al Chinese Institute -un luogo su cui non ho le idee chiarissime: ha una palazzina niente male intorno alla 50esima a Manhattan, per cui soldi ne ha. Però ospita anche un Istituto Confucio, per cui, soldi ne prende anche. La mostra è tutta su un unico tema, ovvero l’improvvisa follia sui manghi che colpì la Cina intera nel 1968: due anni dopo l’inizio della Rivoluzione Culturale, il Primo Ministro pakistano in visita a Pechino aveva portato come dono dei manghi. Mao, che non amava i cibi insoliti, e aveva bisogno di una trovata per calmare un po’ l’ardore studentesco della prima tappa della Rivoluzione Culturale, decise di affidare il dono alla Squadra di Propaganda dei Contadini e Lavoratori del Mao-pensiero, che erano stati inviati all’Università di Qinghua a riprenderla dalle mani delle milizie studentesche. Solo che, come spiega in un brevissimo documentario-intervista Zhang Kui, che all’epoca era il vice-presidente della Squadra di Propaganda, "eravamo in realtà tutti soldati, dell’unità 8341, ma questo non andava detto”.
Dunque, entrano all’Università, essendo soldati disarmano senza difficoltà gli studenti ("ci fu qualche morto, ma roba da poco”, dice Zhang, come se niente fosse), e ricevono i manghi. Che farne? Dato che era un regalo di Mao, e che nessuno li aveva mai né visti né tantomeno mangiati, decidono di andare alla clinica per farli imbottire di formaldeide, così si conservano, dato che si stavano ammaccando un po’. E poi decidono anche che diventeranno il simbolo dell’amore di Mao per il popolo, e ne distribuiscono ai vari capi della Squadra e da lì in poi la follia non conosce limiti. I manghi vengono fatti rifare in cera e in cartapesta e dati in premio ai lavoratori e agli studenti modello, ben protetti all’interno di bacheche di vetro. Gao Yaoqing, una donna che racconta la sua storia nel mini-documentario, aveva 6 anni all’epoca ma era figlia di un "elemento reazionario”, e quindi guardava ai manghi dati ai suoi compagni di classe dal pedigree rivoluzionario immacolato con un desiderio bruciante. Bacinelle di smalto venivano decorate con i manghi, alcune delle spilline rosse con il volto di Mao sotto portavano anche un vassoio di manghi, c’erano le sigarette Mango, le esposizioni dei manghi, e durante le parate c’erano carri -tipo carnevale- con giganteschi manghi di cartapesta che rappresentavano via via l’amore di Mao, il dorato sole della rivoluzione, l’amicizia anti-imperialista fra i Paesi non-allineati, e via dicendo.

Quello che è in mostra dunque sono diversi di questi oggetti, poster di propaganda, tessuti con i manghi che compaiono in mezzo a spighe di grano e ciminiere industriali decorative, nel solito contesto riservato a questo tipo di cose: ah ah, che stranezza, ma tutto sommato che gusto estetico, colorato oggi da quell’aria un po’ retro! Sulla Rivoluzione Culturale succede molto, e visto che non ha ricevuto lo stesso trattamento del fascismo, per esempio, o dello stalinismo, non c’è "nulla di male” a farne una mostra senza alcun contesto critico: ah ah, guarda tu, avevano perso la testa per dei manghi. Che è un po’ come dire: che cretini, questi cinesi. Spazzando via con un gesto quel "qualche morto” (durante la Rivoluzione Culturale sono stati milioni) e gli anni di repressione, ingiustizia e sofferenza e invece di analizzare per esempio questo dettaglio agghiacciante: la signora Gao, di cui parlavamo sopra, dice nel video che morto Mao, nel 1976, la maggior parte dei manghi di cartapesta e cera finì nella spazzatura. "Quando mia sorella e io li abbiamo visti lì siamo rimaste esterrefatte: i manghi! Quelli che ci erano sempre stati negati perché nostro padre era perseguitato! Così senza farci vedere ne abbiamo raccolti sei o sette, e li abbiamo nascosti nella stiva del carbone”, dice ridendo imbarazzata. "Eravamo sciocche! Però quando dopo il ’78 c’erano frequenti interruzioni di elettricità, mio padre li trovò, e mise uno stoppino dentro a quelli di cera, così anche quando i vicini erano al buio avevamo le candele”. Vi avrei fatto un ragionamento più lungo su quello che penso di una bambina che si sente di non valere nulla perché non ha i manghi di un dittatore carismatico e manipolatore, ma lascio che a farlo siate voi. Il giorno dopo i manghi di Mao sono corsa di ritorno a Hong Kong, dove sono oggi, perché non potevo stare a New York mentre la mia città vive una tale esperienza. Ma di questo vi parlo la prossima volta, quando magari vedremo meglio quello che sta succedendo.

Ilaria Maria Sala