Chiara Frugoni, medievista e studiosa del francescanesimo, ha pubblicato Perfino le stelle devono separarsi, Feltrinelli 2013, il libro di cui si parla in questa intervista. Ricordiamo anche Chiara e Francesco, Einaudi 2012.

Hai scritto un libro sulla casa della tua infanzia a Solto. Perché?
L’ho scritto certamente per motivi personali, però anche per dare una testimonianza storica. A me sembrava che altrimenti una serie di tradizioni orali si sarebbero perse perché la società della mia infanzia non esiste più, non esiste più il paesaggio di Solto, vicino Bergamo, un paese estremamente povero, agricolo, rimasto, fino agli anni subito dopo la guerra, pressappoco medievale. Ridendo, all’università dicevo di essere l’ultima testimone del medioevo, perché tante cose che leggevo, di tradizioni, mentalità, storie, le avevo veramente vissute in questo paese. In più mi sono trovata a vivere tra due società molto diverse, perché i miei genitori appartenevano a due classi completamente diverse: mia mamma era figlia di una proprietaria terriera e di un notaio, quindi di famiglia, se non ricchissima, molto benestante; dalla parte del mio babbo, invece, la povertà rasentava quasi l’indigenza, perché suo padre era morto giovanissimo nella guerra del ’15-’18, quando lui aveva tre anni, perciò mio padre era cresciuto con la mamma e la sorella della mamma, la zia, che aveva un modestissimo impiego nell’azienda ferroviaria di Brescia, quindi erano poverissimi.
Come si erano conosciuti il tuo babbo e la tua mamma?
Il mio babbo era molto amico del fratello della mia mamma, e ugualmente della mia mamma, fin dai tempi dell’asilo. Si può dire che abbiano vissuto insieme un’intera vita, una vita molto felice, dove però il babbo ha sempre opposto alla ricchezza dei miei nonni materni il più fiero disprezzo. Per cui, soprattutto fino agli anni Cinquanta, noi eravamo veramente molto poveri.
Quello che ho cercato di far capire era anche come, in quella società, potessero convivere dei sentimenti assolutamente opposti, cosa che oggi mi sembra non possa succedere. I miei nonni materni volevano molto bene a me e anche a mio fratello, però avevano delle durezze che oggi sarebbero assolutamente inconcepibili per dei nonni affettuosi. Per esempio, subito dopo la guerra, quando il babbo era tornato a Roma per cercare di riprendere la carriera scientifica interrotta da questa parentesi molto misteriosa di partigiano andato a Salò a fare il controspionaggio, noi abitavamo nel palazzo dei nonni in piazza del Duomo a Brescia: ebbene, di tutto quel palazzo bellissimo, ancorché con gli affreschi e la vera stoffa di broccato, ci avevano assegnato un’unica stanza dove stavamo ammassati. Per dire: queste due famiglie non si sono mai incontrate, non abbiamo mai fatto un Natale insieme.
Ecco, la lunghissima estate la passavo a Solto con i nonni materni. La nonna era una donna molto intelligente, di straordinaria energia, che reggeva tutti questi contadini che andavano e venivano portando regalie, come si fosse ancora in un regime feudale. La nonna Teresa, che aveva degli aspetti quasi mascolini nel dirigere i contadini, essendo stata allevata come una signorina di buona famiglia, sapeva fare una quantità di cose, il tombolo, dipingeva, fotografava e poi era piena inventiva, e a me dedicava molto tempo, quindi io ho un ricordo molto buono di questa nonna. Poi invece a Brescia tornavamo dalla nonna paterna, cui io volevo moltissimo bene, perché era poverissima però mi portava dappertutto, a far ginnastica, a far passeggiate, ed essendo piena di fantasia raccontava delle favole e dei pezzi di realtà, che abbelliva molto, divertentissimi.
Mi è sembrato anche interessante notare che la povertà, che regnava sovrana, stendeva un velo tetro anche sui miei nonni materni, nel senso che loro mai hanno investito. C’era per esempio questo giardino stracolmo di fiori e bellissimo, ma esigeva una quantità d’acqua infinita che ogni sera andava tirata su dal pozzo. Era una fatica, ma mentre io lo facevo per gioco, i contadini erano obbligati. All’epoca c’erano già le pompe, eppure mia nonna non ha mai pensato di metterne una, appunto perché, esattamente come al tempo romano, era disponibile una manodopera che costava pochissimo, quindi non si investiva in macchine, il che voleva dire che non si migliorava mai in nulla. Così tutti questi terreni, che erano tantissimi, rendevano anche poco, ma quel poco per i miei n ...[continua]

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