[...] Ma se i concetti di stato e di potere giuridico sono forti e saldi, ancor più saldamente radicati sono i concetti che vertono sulla famiglia, la proprietà, l’eredità... La negazione della proprietà di per sé è un’insensatezza. “La proprietà non morirà”, dirò, parafrasando una nota frase di Luigi Filippo, e la sua trasformazione, come il passaggio da personale a collettiva, è oscura e incerta. Al contadino in Occidente è entrato nel sangue il suo amore per la propria terra con la stessa necessità con cui in Russia i contadini capiscono facilmente la proprietà comunitaria. Non c’è nulla d’assurdo qui. La proprietà, e particolarmente quella terriera, dall’uomo occidentale era considerata come una liberazione, come sua peculiarità, dignità e massima significazione civile.
Forse egli si convincerà dello svantaggio di appezzamenti incessantemente frantumati e frazionati e del vantaggio dell’economia combinata, degli arati e dei campi comunitari...
Ma come convincerlo “senza tortura” a rinunciare subito al sogno da secoli carezzato, sogno del quale è vissuto e si è dilettato e che effettivamente lo ha messo in piedi, asservendo a lui la terra, alla quale prima era asservito?
Il problema che vien subito dopo -il problema dell’eredità- è ancora più difficile. Tranne i fanatici celibi come i monaci, gli scismatici, gli icariani, ecc., nessuna massa accetterà la rinunzia assoluta al diritto di lasciare una parte dei propri beni ai propri eredi. Non conosco un argomento col quale si possa contrastare questa forma di amore elettivo o parentale, questa trasmissione -assieme alla vita, l’aspetto e persino le malattie- delle cose che mi sono servite da strumento. Forse in nome di una coatta fratellanza e amore verso tutti? Nella peggiore condizione umana i servi della gleba addetti alla casa del proprietario avevano qualche straccio, che essi lasciavano ai loro e che quasi mai veniva tolto dai proprietari. Se togli al più povero dei contadini il diritto di far lascito, egli prenderà un palo in mano e andrà a difendere “i suoi, la sua famiglia e la sua libertà”, cioè si metterà senz’altro dalla parte del prete, del gendarme e del funzionario, cioè dei suoi tre peggiori tutori, i quali lo spogliano e prevengono così che egli lasci qualcosa ai suoi, ma... non offendono il suo sentimento umano per la famiglia così come lo intende lui.
E allora? [...] O ammainare la propria bandiera e battere in ritirata, perché la forza, evidentemente, sarà dalla loro parte, o lanciarsi nella battaglia e in caso di vittoria locale, temporanea, cominciare l’instaurazione dell’ordine nuovo, della liberazione nuova con... un massacro!
Ad Arakcheyev non costava fatica introdurre le sue utopie economico-militari, poiché aveva dietro di sé un esercito bastonatore, una polizia bastonatrice, l’imperatore, il Senato e il Sinodo, e anche così non fece nulla. Ma dopo l’abolizione dello Stato dove prendere la “squadra punitiva”, i carnefici e soprattutto i delatori, e di essi ce ne sarà un enorme bisogno? Non si comincerà la nuova vita con la conservazione del corpo sociale dei gendarmi?
Possibile che l’incivilimento con lo knut e la liberazione con la ghigliottina costituiscano l’eterna necessità di ogni passo avanti? [...].
Non andrò oltre, ora. E a conclusione dirò questo. Mentre stavo accanto ai cadaveri, accanto alle case distrutte dalle palle di cannone, mentre ascoltavo, in uno stato di febbre, come fucilavano i feriti, con tutto il cuore e con tutto il pensiero invocavo forze selvagge a far vendetta e a distruggere il vecchio, delittuoso mondo di campagna, le invocavo, senza neppure star molto a pensare a quel che lo avrebbe sostituito.

Da allora sono passati vent’anni.
La vendetta è venuta da un’altra parte, la vendetta è venuta dall’alto... I popoli hanno sopportato tutto, perché nulla hanno capito né allora né poi; la via di mezzo è tutta calpestata e coperta di fango... Un tempo lungo e pesante ha dato agio alla riflessione e all’osservazione.
Né tu né io abbiamo cambiato le nostre convinzioni, ma diverso è diventato il nostro atteggiamento. Tu ti slanci in avanti come prima con la passione della distruzione, che scambi per passione creativa, spezzando gli ostacoli e rispettando la storia solo nell’avvenire. Io non credo nelle vie rivoluzionarie d’un tempo e mi sforzo di capire il passo umano nel passato e nel presente al fine di sapere come camminare con esso, senza restare indietro e senza correre avanti in una lontananza, dove gli uomini non mi seguiranno, non possono seguirmi.
Ancora una parola. Dichiarare questo nell’ambiente in cui viviamo esige se non più, certo non meno coraggio e indipendenza dell’occupare in tutte le questioni l’estremità più estrema. Penso che tu sia d’accordo con me in questo.
Nizza, 23 gennaio 1869
Tratto da Alexsandr I. Herzen. A un vecchio compagno