Nel ‘39 mio padre ebbe l’intuizione di andar via. E nel ’39 eravamo mio padre, mia madre, cinque figli e il sesto in arrivo, e nonostante tutto mio padre prese la decisione. E andammo a Genova, lo ricordo, con la sola indicazione di un consolato della Bolivia. In un periodo in cui non davano quasi più visti, perché troppa gente si radunava a Genova per andare in Sudamerica. Una delle cose che salvò mio padre fu la conoscenza dello spagnolo, il nostro spagnolo da sefarditi, uno spagnolo antico che ci si tramanda di padre in figlio. Fu grazie a questo nostro spagnolo che al consolato presero in simpatia mio padre. Dovette però fare il biglietto di andata e ritorno. E gli fecero anche firmare una dichiarazione che si viaggiava per turismo. Figuriamoci, marito e moglie con 5 figli.
E poi la nostra salvezza dipese anche dal fatto che mio padre era venuto in Italia nel ‘20 dalla Grecia e aveva mantenuto il passaporto greco. Così fu spinto a decidere anche dal fatto che, in teoria, le leggi razziali del ‘38 obbligavano gli ebrei cosiddetti stranieri ad andarsene. In teoria, perché poi, come tutte le cose all’italiana, si poteva restare. Soprattutto se i figli erano nati in Italia. Infine fu influenzato anche dagli amici che dicevano che ci avrebbero protetto, aiutato, eccetera e tutta quella compassione dette un po’ fastidio a mio padre. Così decise per il Sudamerica. Siamo tornati nel ’48 e allora abbiamo saputo cosa era successo.
Lo zio invece?
Mio zio Nissim stava abbastanza bene economicamente, aveva amicizie influenti, allora un po’ ci si adagiava. Perché in Italia, nascondendosi, salvo qualche spiata ci si salvava. Salvo qualche spiata. Ma loro si sentivano sicuri. E non vollero neanche separarsi. O neanche scappare assieme lontano. Per esempio mia moglie, di Trieste, con la famiglia finì nelle Marche, in campagna, e un prete li aiutò. E invece anche mio cugino Roberto che aveva già programmato di andarsene in America, alla fine rimase. Insomma restarono tutti insieme a Bologna e nelle vicinanze. E furono presi. Il motivo per cui tanti non si sono salvati è semplicissimo: perché ragionavano “se non ho fatto nulla, se non ho fatto del male a nessuno, perché mi devo nascondere”.
Finzi. Non si aveva un’idea. Non si credeva. Il caso della mia famiglia è particolare. I miei zii erano di Bolzano e mio zio con mio cugino, Alberto, che aveva 17 anni, furono presi la sera stessa dell’8 settembre. Ed era rimasta soltanto mia zia con due figlie, una di 16, una bellissima ragazza, e una di 3 anni. E la mia zia aveva la possibilità di portare da mangiare in carcere. Fu avvisata, da un altro zio di Mantova, di venir via, o almeno di lasciar andar via le bambine, ma la zia voleva restare vicino al carcere e non voleva separarsi dalla piccola. La grande allora decise di rimanere anche lei. La mattina del 17 settembre sono passati i fascisti a prenderle e il giorno dopo, da Merano dove c’era un campo di concentramento, sono stati portati via. Fu il primo convoglio che partì dall’Italia, il 18 settembre. I miei cugini e i miei zii erano su quello. Noi lo abbiamo saputo subito e il 19 settembre eravamo già in fuga da Ferrara. Di fronte a quell’evento mio padre e mio zio pensarono che non c’era più da fidarsi di nulla e presero la decisione.
E ci siamo salvati a Mondaino, dove siamo rimasti nascosti, l’ultimo comune della provincia di Forlì, a sud di Rimini. Eravamo tre famiglie, lo zio di Mantova con i 4 figli, e da Ferrara noi in 4 e la famiglia dell’altro mio zio. Eravamo in 10 a scappare. In una situazione in cui l’esercito italiano era sbandato e i tedeschi ancora non avevano preso piede si sperava di passare a sud. La prima notte ci siamo fermati a Ravenna, dove ci ospitò la famiglia Montanari, 10 persone, con tutti questi bambini, evitandoci il rischio di dover registrarci in albergo. Poi la mattina dopo siamo arrivati a Fano. C’erano rastrellamenti tedeschi, ma ancora cercavano prevalentemente soldati italiani, ma non ci fidammo ad andare oltre. E ci fermammo a Fano, in albergo. Ma nell’interno la valle era piena di sfollati e non si trovava posto. Così tornammo indietro fino a Gabicce dove avevamo fatto le vacanze estive. Affittammo una pensioncina che era già chiusa. Fatto sta che ci raggiunse anche il direttore del negozio di Mantova, Guido Vivanti, ebreo, che, non essendo della famiglia, prese alloggio nell’unico hotel aperto dove la sera si giocava anche a carte, e lui era un accanito giocatore, e dove c’erano anche ebrei slavi sfollati. Intanto mio padre e mio zio, che non si sentivano sicuri continuavano a cercare una possibilità. Si poteva traghettare, pagando dei pescatori, ma si era sparsa la voce che fosse diventato pericoloso perché degli ebrei, dopo aver pagato, erano stati poi “venduti” alla milizia dai pescatori stessi. Fatto sta che una sera questi ebrei slavi dissero a Vivanti che partivano, che avevano ottenuto carte di identità false. Lui chiese “chi ve le ha fatte?”. “Quello che lei sta spelando tutte le sere”. Che era poi il segretario comunale di Gabicce, nonché segretario del Fascio. I grandi fecero gran consiglio e poi andarono da questo signore. E lui rispose che non c’erano difficoltà. In pochi giorni avevamo i documenti. Molto intelligenti, fra l’altro, perché ci aveva domiciliato a Milano, nella via della Bianchi, che era stata distrutta da un bombardamento. E non ha voluto nulla, giusto i bolli. Naturalmente ci chiese di andarcene. E noi andammo verso l’interno. E anche lì ci accadde un episodio incredibile, evidentemente non era la nostra ora... Essendo che eravamo partiti in settembre, in fretta, non potendoci portare via molte cose, eravamo in abiti leggeri. A novembre io e mio cugino, che eravamo nell’età della crescita, avevamo bisogno di un cappotto. Mio zio era riuscito a procurarsi un taglio di stoffa e l’avevamo portato a un sarto di Cattolica che ci aveva detto che sarebbero stati pronti sotto Natale. Nel frattempo avevamo avuto i nuovi nomi, e ci esercitavamo a chiamarci con quelli. Quando è stato il momento di andare dal sarto mio zio si è sbagliato. Ha dato i nuovi nomi. Invece che Finzi e Rimini, che è il nome di mio zio, disse “Franzi e Ruini”. E quello non trovò niente e si arrabbiò anche. A quel punto o facevamo la figura dei ladri, o dovevamo dire la verità. E infatti mio zio disse “guardi, per carità, non ci rovini, ma siamo Finzi e Rimini”. Lui si fermò un attimo a guardarci fissi e poi disse “Rimini? Non sarete parenti di Leone Rimini?” “Era mio nonno”. “Che Dio vi benedica”. Il nonno aveva salvato dal fallimento il padre di quel sarto. Capisce le coincidenze? E poi lui si fece in quattro per aiutarci. Capitare con un altro? Poteva voler dire tutto, la fine di tutto. Ciascuno di noi si è salvato per una serie di circostanze incredibili...
Matatia. A mio zio, uno di questi pezzi grossi che conosceva disse “ti salvo se mi dai un milione di lire”. Un miliardo, due miliardi di adesso. E sembra che mio zio l’abbia presa in ridere, anche perché questo era un grande amico... E invece...
Bisogna anche sfatare un po’ la leggenda degli italiani, perché ci sono stati quelli che hanno fatto cose meravigliose, ma anche tanti che hanno denunciato gli ebrei. La famiglia di mio zio è stata consegnata da italiani. Non bisogna essere ipocriti, sono cose che bisogna dire. Sa, ci sono tanti ebrei che non vogliono dir nulla perché “tanto viviamo qua”, ma bisogna dirle. Io sono uno che le deve dire. Perché per mio zio ci fu una spiata di italiani. Loro erano già in questa Savigno, erano già fuori Bologna, quindi si sarebbero potuti anche salvare. (Nissim Matatia e Camelia Hakim, con i figli Matilde, Roberto e Nino furono deportati ad Auschwitz il 30-1-44. Solo Nino fu liberato, ma sopravvisse solo due mesi. N.d.r.)
Un altro mio zio, cugino di mia mamma, è morto da partigiano, l’hanno fucilato vicino alla strada che da Cesena va a Cesenatico. E c’è un cippo dove furono fucilati dei partigiani, fra cui Isacco Hakim. Lui almeno, anche se non è una consolazione, è morto da partigiano. E sul cippo c’è il nome di battaglia “Shasha”, Shasha Hakim. Caravita riporta la testimonianza del partigiano che era legato con Hakim, perché li avevano legati a due a due, e che si salvò per miracolo, perché Hakim gli cadde addosso e lo credettero morto...
Voi nel ‘38 eravate bambini. Che impressione vi fecero le leggi razziali?
Finzi. Per me furono uno schok. Le conseguenze più grosse le ho subite dopo il ’43, a tredici anni, ma non posso dimenticare il ’38. Ho ancora sotto gli occhi, il titolo del Corriere della Sera che diceva delle leggi razziali e dei bambini ebrei che non potevano più andare a scuola. Ero andato a comprarlo per il mio padre e mentre tornavo a casa guardavo questo titolo e mi venivano giù i goccioloni agli occhi.
Matatia. Ma tu avevi la possibilità di andare alla scuola ebraica di Ferrara, ma noi, io e mio fratello, da Faenza, per continuare gli studi, siamo dovuti andare a Bologna. Avevo 9 anni. Un periodo ospite di uno zio, un periodo dell’altro zio. E mi accorgevo che da uno zio ero il benvenuto, ma dall’altro ero di peso...
Finzi. Ricordo una scena di mia madre. Mia madre veniva da Mantova, a Ferrara aveva iniziato a frequentare la comunità, e l’associazione delle donne ebree, ma, andando ai giardini con la carrozzella, aveva fatto anche anche altre amicizie. In particolare con la famiglia dell’ingegnere dell’Eridania. E ci si trovava regolarmente, ora in casa loro, ora in casa nostra. E quell’anno, dopo l’estate, di ritorno dalle rispettive vacanze, quando mia madre telefonò per dire “siamo tornati, vediamoci”, l’altra buttò giù il telefono. Era stata ingenua, e ci rimase malissimo.
Matatia. Per noi il periodo in Sudamerica fu difficile. Partire con cinque figli e la moglie incinta... Ricordo mia madre all’arrivo, che vide degli indios e in particolare una donna che stava schiacciando i pidocchi del figlioletto. Scoppiò a piangere e disse che voleva tornare in Italia. Ebbe una crisi...
E poi non c’erano tanti soldi, perché mio padre in 15 giorni aveva liquidato tutto, e da quel che ho capito poi, ci fu anche un po’ di sciacallaggio, perché era stato costretto a vendere a qualsiasi prezzo. E il negozio mio padre l’aveva affidato ad un ambulante a cui allora mio padre forniva la merce, col patto che avrebbe versato l’affitto in banca. Non solo non versò nulla, perché denunciò subito che il negozio era di ebrei, ma per riottenere il negozio, 9 anni dopo, ci fu bisogno degli avvocati... E noi abbiamo sempre avuto il sospetto che in tutte le difficoltà che ci fece il Comune, al momento di tornare, ci fosse qualcosa...
Finzi. Diciamo che la nostra vita, a parte i problemi di cui parlavo prima, a cui facemmo l’abitudine come a tutte le cose, non cambiò molto fino al ’43. Ma dopo il ’43, quando eravamo nascosti a Mondaino, io che ero stato fino ad allora abbastanza lazzarone, mi dissi che non dovevo perdere gli anni per colpa dei tedeschi. Scattò una molla particolare. Mi misi a studiare come un dannato e infatti riuscii a non perdere l’anno. C’erano altri sfollati, per latino andavo dal prete, l’italiano lo facevo da solo. E così, anche grazie all’aiuto delle suore del posto, riuscii a salvare l’anno scolastico. Questa situazione cambiò il mio carattere. E quando tornai a Ferrara dentro di me era maturata una strana cosa, mi chiedevo perché avevo dovuto soffrire tanto per niente. La volontà di rimanere attaccato all’ebraismo insorse in me come reazione, e infatti poi cominciai a vivere in quel poco di comunità che era rimasta. Nel ’48 poi la nascita di Israele fu un’altra fiammata... Queste cose mi hanno portato poi al desiderio di farmi una famiglia ebraica...
Pensate quindi, dal ’38 al ’48, in dieci anni, cosa abbiamo vissuto.
E prima? C’era antisemitismo?
Matatia. E’ un discorso molto difficile quello dell’antisemitismo. Qui da noi per esempio non esisteva. In certe zone del meridione dove non ci sono mai stati ebrei c’è antisemitismo, e questo è dovuto al cattolicesimo. Credono che gli ebrei abbiano ucciso Cristo o addirittura che abbiano la coda.
Finzi. Questo non solo nel meridione. Vi racconto un episodio della Ferrara del ’43. Ferrara aveva una comunità discreta. Su centomila abitanti nel ’20 c’erano circa 2000 ebrei. Nel ’38 erano rimasti 700, ma erano pur sempre una comunità rilevante. E quindi nel ’38 quando gli ebrei non poterono più andare a scuola, venne sviluppata una scuola media ebraica, dove c’erano già l’asilo e le elementari. Fecero anche le medie inferiori. Io ero del ’30, avevo 13 anni nel ’43. Feci la terza media presso la nostra scuola e poi dovevo andare a dare l’esame di terza, che era un esame pubblico, ufficiale, come adesso. Ci andai con un mio compagno, Alfredo Rietti, che poi è stato deportato e non è più tornato. Ci andammo soltanto noi perché altri, figli di commercianti che non volevano continuare gli studi per mettersi al negozio, rinunciavano ad andare. Allora c’era un unica scuola media a Ferrara, c’erano centinaia di ragazzi, il preside comincia a fare l’appello, chiama, chiama, e distribuisce gli alunni per le classi, chiama tutti, fuorché noi. Alla fine restiamo solo noi sotto questo preside peraltro molto burbero, e lui che dice: “voi che ci state a fare?”. “Siamo venuti a dare l’esame, ma non ci ha chiamato”. Parlavo io perché il mio compagno era molto timido. “Come non vi ho chiamato! Chi siete?”. “Finzi e Rietti”. “ha, ma voi siete ebrei? Ah sì, sì.” Dietro al foglio dell’elenco c’erano i nostri nominativi. Ci manda nell’ultima aula, dove c’erano una quindicina di ragazzi, che s’erano già sparpagliati secondo le amicizie, per aiutarsi come si fa agli esami. Lui li fa radunare invece tutti da una parte, mentre a noi ci fa sedere nell’angolo opposto. Viene dentro la professoressa e vede questa strana classe tutta da una parte con due là in un angolo e cosa fa la poveretta? “Cosa fate voi due là in fondo?”. E allora io a dovermi alzare di fronte a tutti i ragazzi e dire “ma sa, ci ha messo qui il signor preside perché noi due siamo ebrei”. Al che risate degli altri ragazzi, estremo imbarazzo della professoressa che non sapeva cosa fare, e che poi disse “beh, mettetevi anche voi vicino agli altri, tanto non attaccherete mica la malattia...” E io povero ingenuo, avevo tredici anni: “scusi, ma quale malattia?”. “Come, non avete la coda voi ebrei?”. Lascio immaginare le sghignazzate che si sono levate dalla classe. Allora non nell’Italia meridionale, ma nella Ferrara del ‘43. D’altra parte ho avuto la conferma che si tentava di farlo credere seriamente. Nel dopoguerra avevamo un professore di religione molto in gamba, alle cui lezioni partecipavo pur essendo esonerato. Io, che allora ero accettato bene dai miei compagni, avevo raccontato l’episodio dell’esame e loro chiesero al sacerdote se era mai possibile una cosa del genere. Lui rispose “sì, nel libro di etica fascista che dovevano studiare tutti i professori, compresi i futuri preti in seminario, c’era scritto che gli ebrei avevano la coda. E penso che qualche buona biblioteca debba averlo quel testo.
Gli ebrei italiani si sentivano “molto italiani” e quindi la sorpresa fu ancora più grande?
Matatia. Ma siamo sempre stati italiani! E poi basta vedere quanti ministri sono stati ebrei. A Ferrara quanti sindaci ebrei ci sono stati! Ed era così in Europa, l’ebreo tedesco era un tedescaccio, con tutti i pregi e i difetti di quel popolo. Non parliamo poi degli ebrei romani che sono gli unici veri romani che ci sono a Roma, perché sono lì da più di 2000 anni. E poi se andate in Israele vedrete l’ebreo asiatico, giallo, e poi i neri falascià dell’Etiopia.
Finzi. Tutto sommato un vero antisemitismo, con l’odio, eccetera, non c’era.
Matatia. Le dirò che mio padre, pur essendo arrivato qui nel ’20 si considerava e veniva considerato un romagnolo. Aveva tutti i pregi e i difetti dei romagnoli. Era un carattere focoso, donnaiolo, giocatore di carte, campione di biliardo. Incontro ancora dei vecchietti che mi dicono “com’era bravo tuo babbo a biliardo”. Mia mamma poveretta ne ha passate tante. Lui ci stava benissimo a Faenza, poi i figli erano nati qui. Qualcuno, forse, poteva invidiarlo, ma era benvoluto, era l’ebreo di Faenza, ma in un senso molto buono. E poi, all’inizio, fu anche fervente fascista.
Finzi. Mio padre era partito volontario nel ’15, ferito due volte. Poi nel dopoguerra aveva aderito anche lui al fascismo, anche per via della guerra, delle polemiche di dopo. Partecipò in qualche modo anche all’impresa di Fiume, perché da Ferrara partivano dei barconi di roba per Fiume. Ma già nel ‘24 restituì la tessera perché all’epoca di Matteotti aveva cominciato ad aprire gli occhi. Ma partecipava ai ludi, perché faceva parte della palestra di ginnastica di Ferrara, e insomma, era totalmente immerso nella vita ferrarese. Cosicché nel ’38, le leggi razziali furono veramente una mazzata terribile. E c’era sempre la possibilità di farsi discriminare, i discriminati erano gli ebrei buoni in un certo senso, che avevano fatto la guerra o appoggiato il regime, avevano agevolazioni, tipo quella di poter tenere una radio in casa. Nel libro di Caravita ci sono cose incredibili, nel giorno di Natale di non so quale anno, ma in piena guerra, nel tal ufficio si discuteva se quell’ebreo meritava la discriminazione o no... E poi teniamo presente che le leggi razziali sono rimaste anche dopo caduto il fascismo, dopo il 25 luglio.
Va detto anche che il fascismo ferrarese era quello di Felice Balbo, che aveva molti amici ebrei. Ferrara non era una città in cui esistesse del vero antisemitismo. Fino al ’36 avanzato, il podestà di Ferrara era Ravenna, un ebreo. Eppure Ferrara è stata la prima città in Italia in cui c’è stata la distruzione della Sinagoga, nel ’41. Fu un segnale, però gli autori, venuti da fuori, furono presi ed arrestati... ma fu interpretato nel suo significato solo dagli ebrei antifascisti, perché loro forse avevano avuto il sentore di quello che succedeva. In generale non si pensava assolutamente che potesse succedere quello che stava succedendo. Ricordo che il giorno della festa della mia entrata nei precetti, in casa vennero degli amici di famiglia alcuni dei quali erano dei fascisti...
Matatia. Ricordo che mia madre un giorno si vantò che Mussolini gli aveva fatto un complimento in spiaggia. Poi ricordo l’idrovolante che volava basso basso, oppure quando passava per il canale e lui sul motoscafo in piedi... Perché mio zio aveva una villa a Riccione accanto a quella di Mussolini. Molto grande e bella. Il Carlino ne ha parlato tempo fa. Prima della guerra i fascisti obbligarono mio zio a cedere la villa per 14.000 lire. Diciamo venti milioni di adesso. E questo perché dava fastidio a Mussolini avere un vicino ebreo. E per tornarne in possesso gli eredi hanno dovuto fare tre processi con il Comune. D’altra parte quando nel ’48 abbiamo cercato di tornare in Italia, mio padre ha dovuto lottare del bello e del buono, perché la famiglia Matatia a Faenza risultava sconosciuta. 5 figli nati a Faenza e risultavamo sconosciuti. Va bene che era andata a fuoco l’anagrafe però...
E ritornando al fatto dell’antisemitismo, dirò di più, che da un certo punto di vista ce n’è più adesso. Adesso col fatto dei palestinesi, i media, col fare di semitismo e sionismo un solo fascio, è nato un antisemitismo del tutto nuovo. A me fanno le scritte al negozio, con minacce di morte e tutto. Ogni tanto anche per telefono, per lettera anonima, contro i figli. Cose che al tempo del fascismo non succedevano. Non ho mai saputo da mio padre di una telefonata anonima, di una lettera anonima. L’ultima volta c’è stato il rammarico del sindaco, ma son cose che restano. E l’anonimato è sempre brutto.
Finzi. Io alla fine ho dovuto fare una denuncia ai carabinieri... perché mi avevano detto che conoscevano anche i miei figli e che dovevo stare attento anche per loro. I carabinieri mi consigliarono di mettere un registratore vicino al telefono e di fare sentire il clic che scattava. E infatti smisero.
Queste minacce, queste scritte venivano da destra o da sinistra?
Matatia. Prima, più di 10 anni fa, erano di destra. Poi di sinistra. D’altra parte non mi meraviglia, perché, per fare un esempio, ogni volta che sento il Tg3 parlare di Israele mi sembra di sentire l’OLP. Israele è un paese che non ha mai fatto e non fa nulla di buono, solo cose cattive. E in fondo questo la sinistra l’ha sempre insegnato.
Finzi. Non è vero. Fu la Russia a riconoscere per prima Israele, poi dal ’56, dopo i moti di Ungheria la situazione è cambiata.
Matatia. E col petrolio. Tutto il mondo è diventato filoarabo col ricatto del petrolio.
Prima lei ha detto che c’è il “richiamo”?
Matatia. E’ qualcosa di non scientifico, difficile da spiegare. Se ci sono mille persone se c’è un ebreo ci si riconosce. Al di là delle lingue.
Finzi. E’ una voce, un qualcosa che ti unisce, forse anche la comunanza di sofferenze comuni, ma tu senti che quella frase, quella parola è diversa se pronunciata da un ebreo. Lei parla con un medico, so che non è una cosa scientifica. Ma succede. C’è gente per esempio, che sente qualcosa, va a cercare nelle proprie radici e trova che c’è una qualche cosa. Ho incontrato una persona recentemente, per motivi di lavoro, che all’improvviso, mi ha chiesto se ero ebreo. “Sì”, faccio. Allora mi racconta questa storia: lui era figlio di una infermiera e di un primario ebreo, che lei era rimasta incinta e si dovevano sposare. Ma uscirono le leggi razziali, lui ci ripensò e le disse, “guarda, meglio di no, ti sposo a guerra finita”. Lui fu poi deportato e non tornò più. La donna si è poi rifatta una famiglia e solo in punto di morte ha detto al figlio di chi era figlio. E lui erano anni che si interessava all’ebraismo. E adesso dice che quando incontra un ebreo si sente bene.
Matatia. Beh in Sicilia hanno pure scoperto quelle famiglie che erano ebree senza saperlo, ma celebravano il sabato, a Pasqua facevano il pane azzimo in casa, pregavano di nascosto. Facevano tutte queste cose perché erano dei marrani spagnoli. E avevano perso qualsiasi coscienza del fatto, ma avevano mantenute la tradizione.
Finzi. L’altro esempio sono i falascià, gli ebrei dell’Etiopia. Per 2500 anni hanno pensato di essere l’unica tribù rimasta. Non lo sapevano che c’erano altri ebrei in tutto il resto del mondo, glielo hanno detto gli italiani quando sono arrivati in Africa orientale. E loro avevano tutte le loro tradizioni che sono tipicamente ebraiche, ma di un ebraismo antichissimo, tanto è vero che alcune feste ebraiche più recenti loro non le avevano. Così come non conoscono il Talmud. Già nel ’22 qualcosa era emerso. Qualche esploratore aveva parlato di una tribù con costumi simili agli ebrei. Ma nessuno gli aveva dato peso. Ma in Portogallo c’è un paese arroccato su una montagna, dove il venerdì accendono le candele, eccetera, e tutti sono cattolici, ma anche il prete celebra certe cose ebraiche. Sono tutti marrani. E’ un mondo...
E’ una cultura, un qualcosa che era un peccato andasse perso. Adesso per fortuna c’è Israele che provvede in qualche modo. Comunque per l’Europa è stata anche un catastrofe culturale. Se lei pensa alla grande quantità di medici, scienziati, ebrei che sono morti nei campi... E più ancora nel campo delle arti. Perché la scienza ad un certo punto cammina, quello che uno non ha scoperto, prima o poi lo scopre un altro più tardi. E’ questione di tempo.. Ma quello che non è stato scritto o non è stato dipinto è perso per sempre. Non sarà più scritto e non sarà più dipinto. E poi quando a un commerciante gli togli il negozio, potrà aprire da un’altra parte. Ma ad un intellettuale gli togli i libri, gli togli il diritto di esprimersi e di pensare, gli fai diventare straniera anche la lingua madre...
Non c’è il rischio che si dimentichi tutto?
Matatia. Molti dicono che bisogna dimenticare. Ma come facciamo a dimenticare. La maggioranza questo non lo capisce. Ma io come faccio che mi ricordo quando coi miei cugini... adesso io con tutta questa storia non sono riuscito a studiare, parlo come so parlare, ma con questo olocausto voi riuscite a immaginare il danno che ha provocato? Prima noi ebrei eravamo tante comunità, numerose, forti, le feste erano una cosa veramente importante, c’era l’usanza di sposarsi fra ebrei, perché è giusto così, guardate l’Alto Adige, loro mantengono le loro tradizioni ed è giusto. L’olocausto ha spappolato, sbriciolato le comunità. Io quando mi sono sposato trovavo logico sposarmi con una della mia religione, perché lo sentivo, era un sentimento che avevo dentro. Adesso i miei figli si sono sposati con dei cattolici, perché non abbiamo più l’ambiente... Ecco il danno oltre al lutto. E quando non ci saremo più noi? Già adesso c’è chi dice che non ci sono stati i campi di sterminio, dopo cosa succederà? Chi saprà valutare poi? Questa gente avrà il sopravvento e riuscirà a convincere tutti. Ma i miei parenti, diciotto parenti fra le famiglie di mio padre e quella di mia madre, dove sono andati a finire?
Finzi.  Man mano che passa il tempo da una parte i ricordi acquistano un significato che quando si è giovani non hanno, perché da giovani si pensa solo al presente e al futuro, ma dall'altra c’è il fatto che ci chiediamo “e dopo di noi?”. Ecco l’importanza di un libro come quello della Fargion. Dopo quel libro non si potrà più negare. Credo che sia un nostro dovere testimoniare.
Matatia. Ci sono tante cose. Una volta ho detto al sindaco che ci sono piazze ai “martiri di Ungheria, ai “martiri di Spagna”, e se non si poteva intitolare una via anche ai nove ebrei della Brigata Ebraica che combatterono e morirono nella liberazione di Faenza. C’è il ponte che fu costruito da un ingegnere di questa brigata, con tutti i mattoni rotti dai bombardamenti, e c’è una targa su un arcata con la stella di David. Ma è talmente sporca che è illeggibile... E dissi al sindaco: gli ebrei sono stati gli unici a costruire a Faenza, gli altri hanno solo distrutto, campanili, eccetera.
Finzi. Ma molti poi hanno voluto rimuovere. Se penso alle mie reazioni, quando sono tornato dopo essermi salvato, badavo a studiare, dopo dovevo fare la mia carriera, forse non avevo tanto tempo... ma forse non avevo neanche tanta voglia di mettermi in luce... Se io penso a 25, 30 anni fa forse avremmo dovuto fare di più anche noi. Adesso ci si ricorda e ci rende conto degli errori che abbiamo fatto. E vediamo anche che nei nostri figli non c’è un gran interesse. Ho una figlia che a 18 anni se n’è andata a studiare a Gerusalemme, sente molto l’ebraismo ed è molto osservante, ha sposato un ebreo israeliano, ma se gli parlo di queste cose non è che abbia molto interesse.  E anche mio figlio che pure ora si è fidanzato con un ebrea milanese e la cosa a noi ci fa molto piacere...
Matatia. Per loro sono come i racconti dei nonni. Per noi sono cose ancora vive...