Pia Klemp 35 anni, è nata a Bonn. Ha navigato a lungo con l’organizzazione Sea Shepherd per la difesa della natura marina. Una delle pochissime donne ad essere diventata capitana, dal 2017 ha lavorato sulle navi Sea Watch 3 e Iuventa.

Puoi parlarci del tuo lavoro? 
Sono la capitana delle navi Iuventa e Sea-Watch 3, della flotta civile di salvataggio di stanza nel Mediterraneo centrale. Poiché non esistono vie d’accesso legali e sicure all’Europa, le persone in fuga verso il nostro continente sono costrette a consegnarsi nelle mani di bande di criminali e a prendere la strada del mare, che spesso si rivela mortale. Al momento non esiste nessuna forma statale di salvataggio dei naufraghi, così le Ong hanno dovuto colmare questo vuoto. Noi abbiamo operato di fronte alle coste della Libia, per soccorrere le imbarcazioni in difficoltà e trasportare i passeggeri in un porto sicuro.
Come funziona un’operazione di salvataggio?
Ci teniamo a circa 25-30 miglia di distanza dalle coste libiche, est-nord-ovest, navighiamo avanti e indietro. Con il radar e i cannocchiali perlustriamo il mare alla ricerca di imbarcazioni in avaria. In passato era spesso il Mrcc (Maritime Rescue Coordination Center) di Roma a fornirci le coordinate. Una volta raggiunto il teatro delle operazioni, per prima cosa si devono distribuire giubbotti di salvataggio, perché queste imbarcazioni sono in condizioni pessime, stracolme di persone e possono affondare da un momento all’altro. Poi si cerca di capire se ci sono delle emergenze mediche, se c’è qualcuno che necessita di un soccorso immediato e quindi pian piano imbarchiamo tutti gli altri. A volte siamo noi a trasportare i naufraghi in Italia, altre volte li affidiamo a navi militari o della guardia costiera. 
Perché sei sulla terraferma ora? 
In Italia sono state aperte delle indagini contro di me e altri nove membri dell’equipaggio della Iuventa. Per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, anche se siamo noi quelli che hanno sempre operato in conformità con i precetti del diritto marittimo internazionale: le persone in difficoltà in mare devono essere soccorse. Qualsiasi capitano che non adempia a questo dovere si rende perseguibile penalmente. Ora invece veniamo processati proprio per aver prestato questo soccorso. È per questo che da maggio 2018 non possiamo più fare il nostro lavoro: se veniamo in Italia rischiamo la detenzione cautelare. Non sappiamo quasi niente sulle accuse e probabilmente non apprenderemo altro fino al momento in cui verremo rinviati a giudizio. I nostri avvocati credono che questo succederà quest’estate e pensano che il processo potrebbe durare tre o quattro anni. Fino ad allora siamo bloccati a terra. 
Com’è la situazione nel Mediterraneo? 
Il tasso di mortalità della rotta mediterranea è aumentato sensibilmente in ragione del fatto che a così tante navi delle Ong viene impedito di svolgere il proprio lavoro. Come noto, la Iuventa è stata confiscata nell’agosto del 2017. La Sea-Watch 3 si trova a Marsiglia e sembra improbabile che le autorità francesi e lo stato di bandiera le diano l’autorizzazione a lasciare il porto per andare in missione.
La Lifeline viene ancora trattenuta dalle autorità maltesi, la Mare Jonio da quelle italiane, la Open Arms non può abbandonare il porto di Barcellona e via dicendo. In questo momento sul teatro delle operazioni si trova soltanto una nave di una Ong, l’Alan Kurdi.
L’espulsione della società civile dal Mediterraneo centrale non significa soltanto che vengono salvate meno persone, ma anche che non ci sono più testimoni che possano raccontare cosa succede laggiù e rendere conto dei misfatti della cosiddetta guardia costiera libica. 
La guardia costiera libica è un partner del governo italiano.
Il governo italiano, con il contributo del resto dell’Unione europea, ha dato milioni di euro alla cosiddetta guardia costiera libica, le ha messo a disposizione armi e imbarcazioni. Ma la Libia è un non-stato, è il teatro di una sanguinosa guerra civile e la guardia costiera libica non è altro che un’accozzaglia di milizie cui i governi europei hanno dato delle uniformi nuove. I guardacoste libici sono estremamente brutali, catturano i fuggitivi in mare, li frustano e li minacciano con le armi. Poi, in evidente violazione del diritto internazionale, li riportano in Libia, dove vengono rinchiusi in campi di detenzione in cui sfruttamento, tortura ed esecuzioni sono all’ordine del giorno.
Abbiamo ripetutamente raccolto testimonianze secondo cui membri della cosiddetta guardia costiera libica sono anche dei trafficanti. Il giorno prima ti torturano e mandano video alla tua famiglia perché paghi per permetterti la traversata e il giorno dopo ti catturano con una nave della guardia costiera libica per riportarti da dove sei venuto. 
Tu come capitana hai dovuto gestire episodi di altissima tensione con la guardia costiera libica.
Praticamente tutte le Ong operanti nel Mediterraneo hanno avuto grossi problemi con loro. Sono estremamente aggressivi, fanno manovre pericolosissime e ci minacciano in continuazione, via radio, ma anche con le armi. Nel novembre del 2017 abbiamo assistito alla cattura da parte della guardia costiera libica di un gommone pieno di persone in cerca di rifugio. La vedetta libica ha investito la piccola imbarcazione, distruggendola, molte persone sono cadute in acqua e affogate. È stato terribile vederle lottare con l’acqua. Sul ponte potevo sentire le loro grida. Noi siamo riusciti a tirare fuori dall’acqua e a portare al sicuro sessanta persone. Altre quaranta sono state costrette a salire a bordo della nave libica, dove li hanno accolti a frustate. Dai racconti dei sopravvissuti stimiamo che tra le trenta e le cinquanta persone siano affogate. 
Ma anche i vostri rapporti con le autorità italiane si sono deteriorati. 
Le Ong hanno sempre collaborato con il Mrcc di Roma, che coordina tutte le operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Questo significa che le autorità italiane sono informate su tutto quello che succede laggiù. L’atmosfera si è rapidamente deteriorata quando il governo italiano ha cercato di imporre il codice di condotta per le Ong, cosa che dal nostro punto di vista rappresentava un abuso di potere, incompatibile con il diritto internazionale.
Alcune organizzazioni, tra cui Jugend Rettet, Sea-Watch e Medici senza frontiere, si sono rifiutate di sottoscrivere il codice. Allora io lavoravo per Jugend Rettet al timone della Iuventa e un giorno dopo la scadenza dei termini la nave è stata confiscata a Lampedusa.
Da quel momento in poi i rapporti con le autorità italiane non hanno fatto che peggiorare: le navi delle Ong non possono accedere ai porti, anche se sono piene di persone traumatizzate che hanno urgentemente bisogno di soccorso, e sono costrette a continuare la navigazione anche per settimane.
Quando poi viene finalmente accordato il permesso di approdare, le navi vengono trattenute illegalmente e le Ong accusate di cose oltraggiose. Ormai abbiamo appurato che anche il Mrcc di Roma non ci inoltra più le richieste di soccorso. Per lungo tempo si è impedito il decollo dell’aereo di ricognizione Moonbird, che incrocia sopra il Mediterraneo alla ricerca di imbarcazioni in difficoltà.
Si vuole evitare a ogni costo che noi apprendiamo quello che succede nel Mediterraneo, quante persone affogano, quante vengono catturate dalla guardia costiera libica. Le indagini contro le Ong, che ora coinvolgono anche singoli individui, sono soltanto l’ultimo passo in questa direzione. 
Che cosa richiedeva il codice di condotta? 
Da un lato una serie di cose scontate che tutte le Ong avevano sempre fatto comunque, come chiunque si attenga al diritto internazionale. Dall’altro lato però c’era una serie di pretese che non stanno né in cielo né in terra. Per esempio, lo stato italiano si riservava di far imbarcare sulle navi delle Ong funzionari di polizia armati. Una cosa inaudita nelle acque internazionali, dove non vige la giurisdizione italiana. Inoltre, il codice precludeva per le navi delle Ong la possibilità di affidare le persone soccorse ad altre navi. Questo significa costringerle a lasciare per un periodo lungo la zona delle operazioni. Nonostante nel codice si affermasse che la priorità per le autorità italiane era la salvaguardia delle vite, erano previste tutte una serie di misure che sconfessavano apertamente questa affermazione. 
Alle Ong è stato spesso rimproverato il fatto di costituire un pull-factor per i migranti. 
Purtroppo ci è toccato sentire più volte questa accusa, che è del tutto priva di fondamento. Ci sono diversi studi che dimostrano la loro falsità, come quello fatto dalla Goldsmith University di Londra.
Le persone hanno tentato la traversata dalla Libia ben prima che le Ong operassero sul terreno. Per me il vero pull-factor nel caso della rotta mediterranea è l’Unione europea: è a causa dell’assenza di vie d’accesso legali che le persone in cerca di rifugio si mettono nelle mani dei trafficanti e si imbarcano sulle carrette del mare. 
Molti hanno paura che aprendo vie legali d’accesso l’afflusso di migranti diventerebbe ingestibile.
Sì, sentiamo spesso ripetere quante persone si preoccupino per le masse di persone che raggiungono l’Italia. Ma in realtà questa percezione da stato d’assedio è del tutto falsata: l’anno scorso poco più di 150.000 persone hanno raggiunto l’Europa attraverso il Mediterraneo. Si tratta dello 0,02% della popolazione europea, non di un afflusso impossibile da gestire. Io sono sicura che abbiamo abbastanza posto e anche abbastanza solidarietà per accogliere queste persone che fuggono dalla fame, dalla guerra, dalla tortura, dagli stupri e dalla morte. È anche vero che a causa degli accordi di Dublino l’Italia si trova in una situazione particolarmente difficile. È uno scandalo che queste persone vengano redistribuite in modo così iniquo tra gli stati europei e che anche quelli più ricchi si rifiutino di fare la loro parte. Però questa situazione non può essere fatta ricadere sulle spalle di persone che hanno bisogno di protezione e di asilo. Non possiamo punire queste persone per i malfunzionamenti della politica europea. 
Come sei arrivata al mare?
Mi sono sempre interessata di protezione della natura e dei diritti degli animali, così mi sono unita all’organizzazione Sea Shepherd, che si occupa della difesa dei mari. Ho passato diversi anni in mare a lottare contro la caccia illegale alle balene nell’Antartico e contro la pesca illegale in Messico. In questo modo ho accumulato anni e miglia di navigazione e ho ottenuto tutte le licenze necessarie per diventare capitana. Poi a un certo punto mi sono resa conto di quante poche navi di salvataggio operassero nel Mediterraneo a fronte di quello che succedeva e ho fatto domanda per lavorare su una di queste navi. Grazie al cielo mi hanno presa quasi subito e dal giugno 2017 ho cominciato a lavorare sulla Iuventa. 
Cosa significa avere a che fare così spesso con la morte? 
Spesso non c’è molto tempo per riflettere perché nelle situazioni di tensione o in cui bisogna agire con rapidità bisogna essere concentrati al 100% e non c’è spazio per molto altro. Quando c’è brutto tempo e dobbiamo aspettare a volte mi rilasso, se penso che in mare non c’è nessuno che rischia di naufragare. Ma poi spesso mi assale l’idea che le persone che non sono in mare sono ancora prigioniere nei campi di detenzione in Libia. Riguardo alla morte, vedere qualcuno affogare è una cosa terribile. Tanto peggio, quando non sei stato abbastanza veloce da tirarlo fuori dall’acqua.
Tra le vittime dell’operazione della guardia costiera libica di cui ti dicevo prima c’era anche un bambino nigeriano di due anni e mezzo, che abbiamo tirato fuori dall’acqua esanime. Il nostro team medico ha cercato di rianimarlo, ma tutti gli sforzi sono stati inutili. E a questo bambinetto, che aveva già dovuto vivere così tanta miseria, terrore e sofferenza, non abbiamo nemmeno potuto restituire un briciolo di dignità.
A bordo non abbiamo una camera mortuaria e così l’abbiamo dovuto mettere nella cella frigorifera. E lì c’erano anche una nave militare francese e una italiana, che non solo non hanno mosso un dito per impedire ai libici di deportare i fuggitivi in Libia, ma non hanno neanche aiutato nel salvataggio. La morte di questo bambino di due anni e mezzo sarebbe stata evitabile. L’immagine del suo cadavere nella cella frigorifera non mi abbandona. Però allo stesso tempo io so che noi facciamo tutto il possibile per salvare queste persone. In questo momento mi tormenta l’idea che nel Mediterraneo ci sia così tanta gente che muore senza che nessuno lo sappia, tutte queste morti invisibili mi sembrano la cosa peggiore. 
E adesso cosa fai?
Devo lavorare moltissimo per preparare il processo, cosa che è tanto più difficile dal momento che non abbiamo accesso alla documentazione. Dobbiamo fare un enorme lavoro di networking con altri attivisti, con le Ong, per costruire un fronte comune contro la criminalizzazione dei rifugiati e dei salvataggi in mare. E dobbiamo anche raccogliere un sacco di denaro per poter affrontare e vincere il processo. Tra avvocati, spese processuali e viaggi potremmo aver bisogno di mezzo milione di euro. 
Cosa ti aspetti dalla giustizia italiana? 
Mi sembra evidente che contro di noi si sta facendo un processo politico. Già da qualche anno in Italia si fa una campagna diffamatoria nei confronti delle Ong. Dopo le elezioni dello scorso anno la situazione è ulteriormente peggiorata con l’azione di Salvini come Ministro dell’interno. Ma io mi aspetto che il Tribunale ci assolverà. Perché quello che abbiamo fatto non è soltanto un nostro diritto, ma è anche il nostro dovere: salvare le persone in mare e portarle al sicuro. Noi diamo per scontato il fatto che anche i giudici lo accerteranno. 
A quali cambiamenti delle politiche migratorie vorresti assistere nei prossimi anni? 
Io voglio che venga istituito un soccorso in mare statale, a cui prendano parte tutti gli stati europei. Ogni morto affogato nel Mediterraneo è una macchia per la dignità degli europei. E voglio che la guardia costiera libica venga fermata invece che finanziata, come succede ora. Nei campi di detenzione in Libia stiamo lasciando morire i diritti umani. Per questo è necessaria l’apertura di vie legali e sicure d’accesso all’Europa, di modo che a tutti sia garantito il diritto di inoltrare una domanda d’asilo. Non ci accorgiamo che i diritti che stanno andando a fondo là fuori sono i nostri diritti, perché se i diritti umani non valgono universalmente, allora non valgono più per nessuno. Sarebbe sufficiente che i paesi europei andassero a rileggere le convenzioni di cui sono firmatari, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, per rendersi conto che prestare aiuto alle persone in fuga è un nostro dovere.
(a cura di Simone Belci)