Thomas Emmenegger, psichiatra svizzero, in Italia da molti anni, è presidente di Olinda, l’associazione che gestisce il processo di riuso dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini.

Il processo di deistituzionalizzazione dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini ha assunto dei caratteri di grande apertura e addirittura di inclusione e rigenerazione del contesto sociale e urbano in cui è collocata questa struttura. Cos’è dovuto cambiare nell’approccio al disagio mentale per poter arrivare a questo?
Innanzitutto abbiamo cercato di eliminare alcuni concetti, per esempio quello del bisogno. Se non riusciamo a far sì che le persone si muovano nel rispetto dei loro tempi, difficilmente possiamo sviluppare dei processi dove alla fine i limiti delle istituzioni non ricadano sulle persone stesse. E’una vecchia storia che noi conosciamo molto bene, quella dei limiti e degli ostacoli delle istituzioni che si trasformano in etichette individuali. La malattia sicuramente c’è, è anche una malattia psichica, ma questo ci dà poche informazioni sulla persona, e soprattutto è un concetto molto “sporco”, nel senso che spesso è costruito ad hoc anche per giustificare un agire istituzionale. Ciò che invece ci interessa è la persona, il malato, da cui credo si possano ricavare molte più informazioni. Il problema è che queste informazioni che la persona possiede spesso sono nascoste. Come psichiatri siamo maestri nell’individuare ciò che non funziona, le lacune, i danni, e su questo facciamo le diagnosi; dalle diagnosi poi scaturiscono i cosiddetti bisogni. Ma questo è un processo che ha in sé qualcosa di oggettivante, la persona diventa un oggetto, il che la mette spesso nella situazione di non azione o di impotenza: ho individuato dei bisogni e ora metto la persona in attesa della risposta. Le informazioni invece che ci possono servire sono spesso dentro la persona, ma non sono facilmente definibili, perché non riguardano ciò che non funziona, ma ciò che la persona è, le sue capacità soggettive. Sono queste le cose che ci interessa conoscere. Il problema metodologico è allora legato al fatto che le capacità soggettive sono nascoste dentro la persona, non sono facilmente visibili o diagnosticabili, diventano palpabili solo quando vengono applicate, e gli strumenti pratici che le facciano emergere si possono trovare solo sperimentando, esplorando, ma soprattutto apprendendo.
Per noi il concetto di apprendimento è fondamentale, e in particolare il processo dell’ apprendimento radicale, dove cioè posso imparare qualcosa di nuovo, intraprendere esperienze mai fatte (in contrasto, se vogliamo, con un semplice apprendimento incrementale). Questo vale naturalmente non solo per chi ha problemi mentali: spesso infatti ci troviamo di fronte a percorsi nuovi che nessuno degli attori (malati, psichiatri e operatori) ha ancora intrapreso. In questo senso i veri processi di deistituzionalizzazione investono e scommettono sulle capacità delle persone, o meglio, danno credito alle persone. E l’apprendimento per noi diventa uno strumento pratico per applicare le capacità, per farle emergere. L’apprendimento è un concetto ottimistico, ci aiuta da un lato a costruire una visione con obiettivi ambiziosi, ma dall’altro ci permette anche di programmare delle azioni concrete e efficaci.
Quindi pensi che non si possa prevedere un percorso in anticipo ...
Penso sia molto difficile capire fin dove possa arrivare una persona, mentre il mestiere dello psichiatra implica che oltre a fare una diagnosi si debba fare anche una prognosi, dove in qualche modo si dice che la tal persona andrà a finire in un tal punto. Credo che questo sia devastante, anche perché spesso, nel corso della mia esperienza in processi di deistituzionalizzazione, mi sono ritrovato a sorprendermi per persone che hanno fatto dei percorsi che nessuno si sarebbe aspettato.
Scomporre un’istituzione molto forte, l’ospedale psichiatrico, e accompagnare gli utenti nel territorio scoprendolo con loro, e, nel contempo, scoprendo sé stessi, fare delle nuove esperienze impossibili dentro le mura; questo mi ha fatto capire che, se riusciamo a lavorare ai confini dell’istituzione, se riusciamo a spostarli un po’, ad attraversarli, si possono innescare processi molto interessanti. Al Paolo Pini la deistituzionalizzazione è iniziata nel ‘93, anche se il manicomio è stato chiuso solo nel ‘98. L’aspetto che ci interessava di più era la costruzione, intorno al progetto di chiusur ...[continua]

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