"A metà settembre 1943, per la vallata di Santa Sofia (Forlì), era un continuo passaggio di ufficiali e soldati inglesi, ex prigionieri liberati o evasi dopo l’armistizio dai campi di concentramento del Settentrione, in viaggio verso il sud. Costoro venivano accompagnati dalle nostre guide fino al confine della Toscana, e affidati ad altri che li inoltrassero, oppure venivano invitati a stabilirsi in montagna, sotto la protezione dei nostri reparti partigiani in formazione. Furono alcuni ufficiali inglesi i primi a parlarci dei loro generali che ritenevano fossero al riparo dalle nostre parti. Un’informazione più precisa la ottenne dal Priore dell’eremo camaldolese l’avvocato Torquato Nanni, noto socialista del posto, che mi riferì il suo colloquio col religioso: alcuni ufficiali Generali inglesi, fuggiti da un campo di concentramento presso Fiesole, si trovavano nella zona di Camaldoli. Era per noi la tanto sospirata occasione per dimostrare agli alleati la nostra decisione, la nostra lealtà, la nostra buona fede”.
Con queste parole, Bruno Vailati -al tempo ventiquattrenne Ufficiale rifugiatosi a Santa Sofia, a casa Nanni, dopo aver combattuto a Roma nei giorni successivi all’armistizio per contrastare l’invasione tedesca- racconta nell’immediato dopoguerra sul "Tempo” di Roma la vicenda della fuga di militari alleati lungo il nostro Appennino. Vailati diverrà nel dopoguerra importante regista cinematografico, studioso del mare e delle culture di tanta parte del mondo.
All’indomani dell’8 settembre 1943 circa 85.000 militari alleati erano detenuti in una sessantina di campi di prigionia e in una ventina di ospedali. Due terzi di questi fuggirono, disubbidendo a un ordine maldestro del Generale Bernard Law Montgomery, a capo dell’esercito britannico in occidente, che aveva comandato loro di restare in attesa della liberazione che sarebbe dovuta avvenire in poche settimane. In verità, la completa liberazione d’Italia avvenne solo diciotto mesi dopo. 50.000 di questi evasero dirigendosi prevalentemente in quattro direzioni: verso la Svizzera, quelli che si trovavano a nord del Po; verso il sud e le linee alleate quelli dislocati a meridione di quel fiume. Precisamente, in direzione dei litorali Tirrenico o Adriatico, nella speranza di sbarchi alleati su cui confluire; lungo la dorsale appenninica, per la natura impervia e scarsamente dotata di grandi vie di comunicazione che avrebbe resa difficile la loro ricattura da parte di fascisti e tedeschi.
A proposito dello slancio con cui élite democratica e popolo si prodigarono per il loro salvataggio, scrive lo storico inglese Roger Absalom in un libro dall’emblematico titolo L’alleanza inattesa: "Sebbene la campagna fosse piena di profughi e vagabondi, i prigionieri fuggiti generalmente ricevettero il più caloroso benvenuto…”. Lo stesso Primo Ministro inglese, Winston Churchill, scrisse di ciò: "Non fu certo fra le minori imprese delle Resistenza italiana l’aiuto dato ai nostri prigionieri di guerra che l’armistizio aveva colto nei campi di concentramento dell’Italia settentrionale. Di quasi 85.000 uomini, con indosso uniformi palesemente riconoscibili e in complesso ignari della lingua e della geografia italiana, almeno 10.000, in gran parte soccorsi con abiti civili dalle popolazioni locali, furono condotti in salvo, grazie ai rischi corsi dai membri della Resistenza italiana e dalla semplice gente di campagna”.
Oggi sappiamo che Churchill aveva appreso quelle notizie dalla testimonianza diretta dei Generali soccorsi a Camaldoli e in Romagna.
Alla Conferenza di Pace di Parigi del 1946, il Presidente del Consiglio italiano, Alcide De Gasperi, evocò a sua volta quei soccorsi, a dimostrazione che il popolo italiano non era di sentimento fascista. E questo contribuì a condizioni di pace meno pesanti per l’Italia.
Torniamo ai nostri patrioti. Vailati fu il protagonista principale della prima delle imprese che condusse infine a Termoli liberata i tre più blasonati fra gli undici Generali soccorsi: Philip Neame, Richard O’Connor, Owen Tudor Boyd. In un primo tempo, dopo aver portato al Quartier Generale alleato i messaggi da questi ricevuti con un viaggio che superò i limiti dell’avventura, il giovane Ufficiale ritornò nei nostri monti e condusse per terra e per mare i tre big lungo una "trafila” democratica, di garibaldina memoria, che iniziò il 30 ottobre e terminò il 20 dicembre. Ad accoglierli i Generali Dwight Eisenhower e Harold Alexander, a ...[continua]

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