Cinismo, illusioni e ambizioni imperialiste accompagnano le bombe che piovono sull’Iran in questa guerra tra stati gangster. La faida pubblica tra il presidente Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva apparentemente portato le relazioni tra i rispettivi paesi al minimo storico a causa della pulizia etnica di Gaza da parte di Israele. Ma questa “faida” si è rivelata solo una grossolana esagerazione dei media liberal. Questo secondo e molto più intenso bombardamento dell’Iran, che ha fatto seguito agli attacchi del giugno 2025, era stato pianificato con largo anticipo. Gli Stati Uniti e il loro rappresentante regionale, Israele, condividono il desiderio comune di affermare l’egemonia di quest’ultimo sul Medio Oriente.
Perché il bombardamento dell’Iran è avvenuto proprio ora? Sì: Trump voleva distogliere l’attenzione dai dossier Epstein, dalle tattiche fasciste dell’Ice, dalla “crisi del costo della vita”, da una serie di battute d’arresto diplomatiche e da un indice di gradimento in calo che si attesta al 43%. A dirla tutta, anche il gradimento di Netanyahu era in diminuzione, al 30%. Entrambi i leader hanno bisogno di una vittoria. Attaccare il retrogrado regime iraniano doveva riavvicinare gli elettori indipendenti e la base di Trump. Lo stesso per Netanyahu, che comunque otterrà il sostegno solo dai partiti ortodossi degli insediamenti religiosi su cui poggia la sua coalizione. Il gioco pare valesse la candela: l’Iran appariva debole alla luce degli effetti persistenti degli attentati del giugno 2025, del crollo della sua moneta nazionale e delle massicce proteste che hanno travolto il Paese a inizio 2026. Resta da vedere quanto effettivamente sia debole l’Iran.
La geopolitica e il crudo realismo stanno guidando gli eventi: Trump e Netanyahu presumono entrambi che i forti possano agire come desiderano e che i deboli patiranno ciò che devono patire. Tra i rivali regionali di Israele, solo l’Iran era rimasto in piedi: Egitto, Giordania e Marocco hanno riconosciuto tacitamente o formalmente l’“entità sionista”; Arabia Saudita e stati del Golfo hanno riattivato i rapporti commerciali con Israele, la Siria è rimasta dilaniata da una guerra civile culminata nella caduta del suo presidente assassino, Bashar al-Assad; l’Iraq è ancora afflitto dall’eredità dei conflitti interni seguiti all’invasione americana del 2001; il Libano è un disastro; per quanto riguarda la Palestina, poi, è accerchiata da insediamenti israeliani in continua espansione, dalla catastrofe umanitaria a Gaza e da una crisi di sovranità. Non che Israele abbia risposto a un’esigenza da “adesso o mai più”, ma sicuramente questa le sarà parso un momento particolarmente opportuno.
Né la politica estera americana né quella israeliana sono state particolarmente originali. In momenti diversi della storia, tutte “le grandi potenze”: Inghilterra, Italia, Francia, Germania, Giappone e Russia hanno perseguito politiche per rafforzare la loro egemonia regionale, ampliare il loro “spazio vitale”, assicurare le loro sfere di influenza; il tutto utilizzando tattiche orribili per raggiungere i loro obiettivi. Le giustificazioni restano più o meno le stesse: stiamo tutelando l’interesse nazionale; la nostra sicurezza richiede misure proattive; le vittime trarranno beneficio dalla sconfitta; e, naturalmente, l’imperialismo starebbe realizzando il “destino della nazione”.
Ma a ispirare questa guerra non è stata una missione dal popolo ebraico, sancita dalla Bibbia, per la conquista della Giudea e della Samaria, né l’inesistente cospirazione mondiale ebraica descritta nei falsi “Protocolli dei Savi di Sion”, né i timori americani di una fantomatica arma nucleare iraniana, e neppure il desiderio di diffondere la democrazia.
Si possono trovare ragioni molto migliori. Ci sono i vantaggi materiali e psico-politici che gli Stati Uniti e Israele otterrebbero rispetto al petrolio (prezzi), al settore immobiliare, ai progetti di annessione, al proprio narcisismo e al desiderio di portare un presidente impopolare a essere celebrato per aver sconfitto un nemico odiato; tutte ragioni troppo scontate per richiedere ulteriori elaborazioni.
L’Iran è il nemico più esplicito degli Stati Uniti. Sconfiggerlo darebbe completezza ai tentativi di riaffermare l’egemonia regionale degli Stati Uniti sull’America Latina e sui Caraibi -come richiesto dalla Dottrina Monroe del 1823 e da nuove versioni di quello che un tempo era conosciuto come il “destino manifesto”. La sicurezza nazionale è la debole giustificazione per attaccare gli stati “narco-terroristi”, ma anche per acquisire la Groenlandia e per desiderare più spazio vitale; aspirazione che ha spinto fino a chiedere che il Canada diventi il 52° stato. Gli Stati Uniti sono intenzionati ad affermarsi come un egemone mondiale autonomo, responsabile solo nei confronti di se stesso. Ciò aiuta a spiegare la sua crescente separazione dall’Europa e dalla Nato, il suo ritiro dai trattati e dalle organizzazioni internazionali e il suo abbandono dell’approccio multilaterale alle situazioni di crisi.
Le giustificazioni per il bombardamento dell’Iran si sono spostate dalla necessità di difendere i manifestanti all’essere “proattivi” di fronte a una “minaccia imminente” ai pericoli connessi alla costruzione di un’arma nucleare da parte del regime e alla sua riluttanza a scendere a patti e fare “affari”. Ma non si è colpito prima, quando i manifestanti venivano massacrati; all’epoca la stessa Cia aveva negato che un attacco agli Stati Uniti fosse imminente. D’altro canto, Obama aveva firmato un complicato accordo con l’Iran che impediva di sviluppare un ordigno nucleare per scopi militari. Insistendo sul fatto che avrebbe potuto ottenere un accordo migliore, tuttavia, l’8 maggio 2018 il presidente Trump avrebbe strappato l’accordo esistente.
Naturalmente quel tentativo fallì. Man mano che emergevano nuove opportunità per riaccendere la sua impresa nucleare sospesa, monitorare l’Iran diventava impossibile. Date le opinioni e i pregiudizi americano-israeliani sull’Iran, poco importava che quest’ultimo avesse recentemente affermato (come aveva fatto durante i negoziati con Obama) di essere interessato allo sviluppo dell’energia nucleare per scopi economici. Dopo il bombardamento dell’Iran nel giugno 2025 da parte di Stati Uniti e Israele, i loro leader hanno insistito sul fatto che gli impianti nucleari iraniani erano stati distrutti. Ma era una bugia: in realtà, quegli impianti nucleari erano sopravvissuti. Trump e Netanyahu stanno ora cercando di trasformare la bugia in verità.
Voglio essere chiaro, così da non dare luogo a malintesi: la teocrazia iraniana è corrotta, ipocrita, dittatoriale e incompetente nell’amministrazione degli affari economici. Il Paese stava già attraversando una spirale economica discendente, prossima al collasso, quando il governo ha cominciato a reprimere duramente i manifestanti; le sue azioni criminali e disumane hanno provocato 10.000 morti e 50.000 arresti. Tuttavia, queste coraggiose rivolte in nome della democrazia si intrecciano con la cinica realtà che stiamo vivendo ora. Tutte le astuzie della storia entrano in gioco, quando sentiamo Trump invitare gli iraniani a rovesciare il loro regime ora, perché “non avranno più una possibilità migliore”, aumentando così la possibilità di esporli a ulteriori rappresaglie e forse persino a una guerra civile.
Ciò che accadrà una volta caduto il regime è apparentemente di secondaria importanza ora per gli Usa, proprio come lo era prima dell’invasione dell’Iraq. La convinzione che il popolo iracheno avrebbe festeggiato l’arrivo delle truppe americane era, nella migliore delle ipotesi, ingenua e, nonostante l’opposizione al suo leader, Saddam Hussein, fosse diffusa, esistevano divisioni interne tra varie milizie tribali-religiose, spesso con obiettivi politici molto diversi. Lo stesso accadde dopo la caduta di Bashir al-Assad in Siria e in numerose rivolte in Africa.
Probabilmente il più grande di tutti i filosofi politici, Thomas Hobbes, aveva avvertito che rovesciare un sovrano senza averne un altro pronto a intervenire è una ricetta per il caos; ma si tratta di una lezione che gli Stati Uniti, evidentemente, devono ancora imparare.
La posta in gioco non ha fatto che aumentare con la morte della Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, e di vari importanti alti ufficiali della pericolosissima Guardia Rivoluzionaria. Non sorprende che l’annuncio della morte di Khamenei non sia stato accolto solo da festeggiamenti gioiosi, ma anche da manifestazioni di lutto pubblico. L’Iran è diviso e le conseguenze appaiono inquietanti. Alcuni membri del Consiglio Supremo hanno un seguito militare popolare. Ambizioni contrastanti e altre preoccupazioni potrebbero portarli a rivoltarsi l’uno contro l’altro o a ricompattarsi come formazione religiosa che vada a contrastare un’opposizione democratica -la cui leadership e i cui obiettivi rimangono comunque poco chiari.
Nel frattempo, la guerra si sta espandendo: Israele invia truppe in Libano per eliminare Hezbollah e l’Iran colpisce gli Stati del Golfo e l’ambasciata statunitense a Riyad, in Arabia Saudita. Non c’è quasi nessuno Stato nella regione che non sia stato oggetto di attacchi missilistici o peggio, e il presidente Trump ha affermato che potrebbe impiegare truppe di terra, il che significherebbe invasione. Né l’Iran dovrebbe contare sul sostegno dei suoi vicini: loro sono sciiti, ed è improbabile che i sunniti di altri paesi del Medio Oriente si impegnino in una dimostrazione di solidarietà. In effetti, la Lega Araba è stata particolarmente cauta nella sua risposta a questa crisi. È inoltre poco probabile che critiche e condanne si traducano in gravi conseguenze per gli aggressori. L’equilibrio di potere regionale è al sicuro e i fanatici religiosi e i coloni xenofobi, i cui partiti tengono a galla Netanyahu, sono certamente soddisfatti della piega che hanno preso gli eventi. Nel frattempo, l’Iran e i suoi cittadini stanno già pagando un prezzo eccessivo per questa scappatella occidentale, avendo subito già quasi 1.000 morti nei primi giorni del conflitto e devastanti attacchi alle infrastrutture.
È probabile che la situazione peggiori.
Gli obiettivi americani e israeliani restano poco chiari; “l’espansione della missione” è in atto mentre l’obiettivo si sposta dal costringere l’Iran al tavolo delle trattative, alla garanzia “zero” della capacità dell’Iran di costruire una bomba, fino al cambio di regime e al riordino regionale.
Ma c’è tempo per decidere. Il presidente che una volta si lamentava costantemente del coinvolgimento americano nelle guerre straniere ha affermato che i cittadini dovrebbero prepararsi a un lungo conflitto. Speriamo non troppo lungo, ovviamente, dal momento che gli americani tendono a celebrare le guerre straniere quando iniziano, ma diventano rapidamente impazienti quando i sacchi per cadaveri iniziano a tornare a casa.
C’è l’opportunità per le forze progressiste di agire con decisione. Tuttavia, la maggior parte dei democratici rimane fissata su critiche formali, piuttosto che sostanziali: ora i democratici sono principalmente impegnati a criticare il presidente Trump sul piano legale, per non aver consultato il Congresso prima di dichiarare guerra, agendo unilateralmente e ignorando così la Costituzione. Ciò non è sufficiente. È necessario esprimere giudizi sullo scenario che si verificherebbe qualora l’attacco di Trump alla teocrazia iraniana si rivelasse un successo -e sulle nuove circostanze che ciò potrebbe creare. Il Partito democratico non ha offerto una propria versione di quali politiche sul Medio Oriente possano servire l’interesse nazionale. Non ha condannato esplicitamente l’imperialismo americano, né ha punito Israele per il suo comportamento scandaloso a Gaza e in Cisgiordania. Insomma, il partito non ha presentato finora nemmeno le linee generali di una politica estera alternativa. A meno che i democratici non siano all’altezza della situazione, le loro prospettive di cambiare la posizione dell’America nel mondo e di riconquistare le sue promesse non sono rosee, ora che ci avviciniamo alle elezioni di medio termine del 2026.
New York, 4 marzo
L’Iran sotto attacco: gli Stati Uniti, Israele e la guerra
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Realizzata da Jason Shulman, traduzione di Maria Laura Morgione
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Stephen Bronner è senior editor di Logos, giornale online (www.logosjournal.com). Insegna Scienze Politiche alla Rutgers University del New Jersey. Ha pubblicato, tra l’altro, Modernism at the Barricades: Aesthetics, Politics, Utopia (Columbia University ...
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Stephen Bronner è senior editor di Logos, giornale online (www.logosjournal.com). Insegna Scienze Politiche alla Rutgers University del New Jersey.
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