Fra le canzoni statunitensi apertamente femministe o comunque tese a mettere in evidenza le questione femminile, “You Don’t Own Me”, incisa dalla giovanissima newyorkese Lesley Gore nel 1963, rappresenta certamente un punto di svolta perché segna l’incontro della cultura musicale e culturale mainstream con la corrente, ormai non più sotterranea, dei movimenti per i diritti civili, il Free Speech Movement, le rivolte di Berkeley. Insomma, il brano segna il momento cruciale, il passaggio dell’emersione del malessere femminile a un circuito diverso, ben più ampio poiché si trattò di un disco di grande successo non solo nazionale. Trainato dal precedente super-hit “It’s my party”, la pop song della Gore fu il cavallo di troia capace di espandere la parola ribelle femminile al di là del pubblico colto, degli studenti, dei circuiti della sinistra east e west coast. Il testo di quell’inno di indipendenza femminile, proprio perché ruotava attorno al semplice ma chiaro concetto “tu non mi possiedi”, era notevolmente avanzato per l’inizio degli anni Sessanta, e aveva una potente carica propositiva. Inoltre poiché a cantarlo era una ragazza adolescente -Lesley all’epoca aveva 17 anni- aggiungeva un elemento di dirompente frattura generazionale. Era come se dicesse: marito, padre “non ti appartengo”, ma allo stesso tempo: “mamme, zie, sorelle maggiori, quello che vi è capitato non succederà a me, non succederà a noi”. 
Una particolarità del brano di Lesley Gore è quella di appartenere al gruppo delle canzoni dalla nascita improbabile, cioè quelle il cui autore non appartiene affatto alla categoria che ti aspetteresti. Venne infatti scritto dal cantante e autore di Philadelphia John Madara, che, assieme al concittadino David White, era autore di numerosi successi commerciali, dei testi, diciamo, non certo rivoluzionari. 
Altro esempio di autore improbabile, è la canzone più emblematica contro la violenza e la discriminazione razziale, “Strange Fruit”, una vera e propria istantanea di un linciaggio, incisa da Billie Holiday nel 1937. Fu scritta (testo e melodia con un piccolo contributo della Holiday) da Abel Meeropol, un bianco newyorkese di origine ebraico- ucraina, iscritto al Partito socialista americano. Lui e sua moglie, tra l’altro, adottarono i figli di Julius ed Erhel Rosenberg, condannati a morte per spionaggio nel 1951. 
In qualche modo simile è l’origine di “Non, Je Ne Regrette Rien” l’ultimo successo di Edith Piaf del 1961. In questo caso l’inattendibilità nasce dal fatto che questa sorta di “My Way” orgogliosa, che lascia intuire una lunga vita drammatica e contrastata, è il frutto del venticinquenne Charles Dumont. Il brano invece calza perfettamente alla cantante francese: è come se Dumont l’avesse scritta per lei, benché non la conoscesse ancora al tempo della sua composizione (1956).
Una storia simile a quella delle canzoni di autore improbabile è quella delle canzoni “riappropriate”, quelle in cui una interpretazione successiva a quella originale assume tale valenza da oscurarla.
È questo il caso del brano soul -rhythm&blues, come era catalogato allora- “Respect”, scritto e inciso da Otis Redding nel 1965 che Aretha Franklin incide nel 1967. 
Aretha Franklin, nata a Memphis, Tennessee ma cresciuta a Detroit, Michigan, era stata una bambina prodigio del gospel. Figlia del reverdendo C. L. Franklin, noto come “l’uomo dalla voce da un milione di dollari”, venne istruita e guidata dal padre, un uomo severo e intransigente. Era una ragazza timida e insicura, anche per il fatto che la madre se ne era andata da casa e su di lei la figura paterna proiettò ombre che ne oscurarono la fanciullezza e la giovinezza. E questo si inserisce in una ricchissima catena di padri, mariti, fratelli o, in ogni caso, uomini che gestiscono la vita artistica di donne nere, nel migliore dei casi con paternalismo finalizzato al controllo totale e alla sottrazione di compensi, ma spesso con la violenza, le percosse, la denigrazione (“senza di me non saresti nulla”).
Dopo una carriera di alti e bassi, Aretha Franklyn esplode nella primavera del 1967 appunto con la rilettura di “Respect”. Otis Redding disse: “Ho perso la mia canzone, quella ragazza me l’ha portata via”. E gliel’aveva davvero portata via poiché, a parte l’esecuzione vocale intensa e ispirata, le aveva dato una nuova vita, un nuovo senso modificandone lievemente ma significativamente il testo. 
Redding parla a sua moglie e le chiede rispetto perché l ...[continua]

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