Emilio Lupo, psichiatra, direttore Asl Napoli 1, responsabile sanitario del Centro di salute mentale Uosm 49, nel Rione Sanità, è segretario nazionale di Psichiatria Democratica.

Qual è il vostro approccio alle problematiche della salute mentale?
Noi partiamo dall’idea basagliana del primato delle pratiche territoriali, un approccio nient’affatto ideologico, bensì di grande rigore scientifico, che mette al centro dell’agire l’analisi costante del proprio operato: si costruiscono insieme alla persona dei programmi individuali, che vengono poi continuamente messi in discussione e verificati. Per questo, ovviamente difendiamo ad oltranza la 180 e siamo fermamente contrari alla proposta Burani Procaccini, che vorrebbe invece riaffermare la vecchia idea custodialistica di separatezza del “malato”, tipica dei manicomi. All’idea di controllo sociale noi infatti contrapponiamo una visione che mette al centro la diffusione di socialità, applicata a tutte le problematiche con cui ci confrontiamo quotidianamente: la gestione del territorio, il rapporto con i pazienti, la conduzione della casa-famiglia, le pratiche di inclusione sociale.
La strada, quindi, è sicuramente quella delle pratiche territoriali; come realizzarle operativamente è qualcosa da inventare ogni giorno, confrontandoti con i colleghi e la comunità. E’ un lavoro duro, senza scorciatoie, senza mai nulla di scontato; d’altronde la vecchia idea “se chiudiamo il paziente, abbiamo risolto il problema” non è scientifica e soprattutto non paga: i manicomi sono l’esempio più emblematico di come “separare” non significhi “curare”, ovvero farsi carico delle persone che stanno male.
Quindi dai un parere molto negativo sulla proposta Burani Procaccini…
L’aspetto più grave di questa legge, secondo me, è che si trasmette alle famiglie l’idea che esistano delle scorciatoie: “Tu hai il problema, noi non ce ne facciamo carico collettivamente, ma ti diciamo dove depositare la persona”. D’altronde, il lavoro con le famiglie, perlomeno a livello nazionale, è ancora un po’ carente; ancora non siamo riusciti a coinvolgerle, a far capire loro che queste scorciatoie non risolvono il problema ma lo occultano, servono solo a espellere le persone e a costruire istituzioni totali e, soprattutto, sono perfettamente inutili a chi sta male e attraverso il delirio esprime il proprio disagio. E’ invece importante dare senso alla sofferenza. Il sintomo è solo l’espressione comunicativa di un disagio che ovviamente ha radici più profonde. E’ su questo versante che occorre lavorare molto perché la salute mentale è un problema tosto, in cui bisogna sporcarsi le mani, in cui bisogna innanzitutto esserci.
Fino a che punto si riesce a realizzare tutto questo? Ad esempio fino a che punto la persona è in grado di esprimere il proprio bisogno?
Innanzitutto occorre saper instaurare un rapporto, che non deve essere né occasionale né incentrato esclusivamente sui sintomi, bensì su una dimensione di crescita a partire dalle opportunità offerte dal territorio. Fare un progetto con una persona che frequenta il Centro Diurno vuol dire anche pensare ai suoi bisogni pratici, al lavoro, alla rete sociale; significa, alla fine, lavorare per “cacciarla” dal Centro stesso. Un buon centro diurno, infatti, è quello che promuove l’autonomia delle persone, l’autonomia possibile. Perché non è che imponiamo le mani e salviamo le persone. Qui lavoriamo per non cronicizzare il rapporto, promuovendo, appunto, l’autonomia ma lasciando una porta sempre aperta: noi non vogliamo che le persone vengano tutti i giorni ma se ne hanno bisogno possono starci mattina e pomeriggio. Non a svernare però, perché questo significherebbe non farsene carico.
Certo, è un lavoro faticoso, nel quale occorre tener presente una moltitudine di fattori, perché, ad esempio, la solitudine o il bisogno economico possono a loro volta creare problemi di disagio mentale, per cui all’interno del nostro progetto, insieme alla psicoterapia o al supporto farmacologico, è importare poter dare risposte anche su questo fronte.
Tu sei qui da quattro anni fa. Che situazione hai trovato al tuo arrivo?
Beh, non proprio idilliaca. Il Centro Diurno non era ancora stato aperto, c’era una conflittualità notevolissima fra gli operatori, tanto che nel giro di un anno si erano succeduti tre o quattro primari, e soprattutto mancava completamente un lavoro di collegamento col territorio. C’era una media di 2.700 giornate di ricoveri all’anno ...[continua]

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