Caroline Peyron è un’artista francese che da tempo vive a Napoli; Grazia Pagetta è una degli animatori de "Le Scalze”, gruppo di associazioni che realizza le proprie attività presso la ex-chiesa di San Giuseppe delle Scalze, a Napoli. Insieme hanno realizzato da ottobre 2014 a maggio 2015 la prima edizione di un laboratorio artistico che coinvolge anche persone affette da autismo.

Com’è nata l’esperienza del laboratorio che stai seguendo?
Caroline. Da ottobre tengo questo laboratorio con un gruppo a cui partecipano alcune persone autistiche di età compresa tra i 13 e i 34 anni. L’idea è divertirsi insieme, però ci tengo a precisare che non faccio arte-terapia; faccio arte! Se poi l’arte fa bene, tanto meglio per tutti, ma non sono una terapeuta; anche se ho studiato analisi e frequento molto la scuola lacaniana di Roma non mi metto a fare ciò che non so.
Non è la mia prima esperienza: di laboratori artistici ne ho fatti diversi, tra cui uno in una scuola materna. È cominciato tutto da lì. Sei anni fa, due mamme di bambini che avevano lavorato con me per tre anni mi sono venute a parlare di loro fratello, Luigi, che è autistico:  "Ha fatto il liceo artistico... Lavoreresti con lui?”. Avevano visto come lavoravo con i bambini, senza imporre un modello, e si erano incuriosite.
È una cosa cui tengo. Spesso l’adulto che lavora coi bambini ha un’idea di disegno e il bambino "riempie”. Credo sia un modo un po’ narcisistico di lavorare, utilizzando i bambini come manovali del proprio progetto. Se si va a vedere la produzione che fanno fare nei licei -artistici e non- spesso è desolante, stereotipata, priva di interesse.
Insomma, ho accettato, e Luigi ha cominciato a venire da me una volta alla settimana per dipingere. Ormai è il quinto anno che viene, e l’ho aiutato a organizzare due mostre. Quando abbiamo iniziato ricordo che c’era un progetto del Comune, uno di quei progetti deliranti del tipo: "Mettiamo gli autistici e i ‘delinquenti’ insieme”. Ci sono andata e mi sono divertita tanto. Siamo riusciti a fare qualcosa, intorno a quel tavolo c’era un clima gioioso... Però là ho visto anche delle cose tremende. C’erano due o tre ragazzi autistici che avevano con sé una corda con attaccate delle parole: mangiare, uscire, andare in bagno... Loro comunicavano con quelle.
Per le necessità primarie...
Caroline. Una cosa rivoltante. E allora ho pensato: "Questo non lo voglio”. Dobbiamo trovare noi il modo di entrare in contatto con loro, non viceversa. Un altro ragazzo autistico, Ariel, aveva assistito alla mostra che abbiamo realizzato nel 2013 con Luigi alle Scalze, dove ora teniamo il laboratorio. Gli erano piaciute le sue opere e aveva detto: "Voglio dipingere come Luigi!”. Allora la madre mi ha cercato, e anche Ariel ha cominciato a venire a casa mia.
L’ha proprio detto...
Caroline. Ogni tanto parla, anche se spesso hai l’illusione che discuta, che parli, ma non fa che imitare una conversazione. Quando scrive, però, scrive cose bellissime. Per esempio, è andato a vedere una mostra di Matisse e dopo ha scritto delle cose di un’acutezza...
Grazia. La madre di Ariel, Cinzia, insegna in un liceo artistico e aveva girato un po’ di scuole alla ricerca di ragazzi seguiti dal sostegno che coltivavano la passione per il disegno e la pittura, trovandone dodici. Siccome lei abita più o meno nei pressi della chiesa delle Scalze ci eravamo conosciute. Parlando con me, era rimasta sorpresa: "Ma perché sai tutte queste cose sull’autismo? Hai un figlio anche tu che...”. In realtà mi sono appassionata al tema dopo che anni fa avevo studiato per un concorso e mi ero soffermata sull’argomento, leggendo molte cose. Cinzia mi ha parlato di questa sua ricerca e, senza neanche conoscerci bene, abbiamo pensato di allestire una mostra con i lavori di quei ragazzi.
Caroline. Ma abbiamo preso i disegni che i ragazzi avevano fatto per loro, non il soggetto imposto dall’insegnante, che non aveva alcun interesse. 
Grazia. Abbiamo organizzato la mostra e anche dei momenti di lettura, con testi scritti da autistici e brani da libri-testimonianza sull’autismo, come quello del giornalista Gianluca Nicoletti, che ha un figlio autistico. Da lì, anche con le sorelle di Luigi, alla fine siamo riusciti a riunire un bel gruppo.
Caroline. Dopo la mostra abbiamo pensato così di costruire un laboratorio, un momento d’incontro un mercoledì al mese, dalle sei del pomeriggio alle otto di sera. Abbiamo pensato che dovessero venire tutti, i genitori, i ragazzi naturalmente, ma anche gli accompagnatori... Un giorno è entrato un accompagnatore, all’inizio stava in disparte, ha detto: "No, io sono un accompagnatore”. E io: "Ma sai tenere in mano un pennello? Allora mettiti a dipingere”. Alla fine era contentissimo: "So dipingere!”. Non ci voleva credere. Ogni tanto poi entra un bambino. Perché, sì, l’idea è che chiunque voglia entrare può dipingere insieme a noi.
Grazia, ci parli delle "Scalze”? Siete in una chiesa...
Grazia. Sì, nella chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo, un gioiello del barocco del grande architetto del XVI secolo Cosimo Fanzago, che abbiamo in concessione con un fitto agevolato. La chiesa non ha più il rito da una ventina d’anni ed è di proprietà in parte del Comune di Napoli e in parte del Fondo edifici di culto. Siamo qui dal 2010 con un insieme di associazioni e collettivamente ci siamo chiamati "Le Scalze”: c’è "Forum Tarsia”, un gruppo di cittadinanza attiva, con persone adulte e anziani del quartiere Montesanto, che opera dal 2001. Poi un gruppo di architetti, "Archintorno”, che si occupa di cooperazione, progetti internazionali e auto-costruzione; il gruppo "Mammama”, di condivisone del tempo libero di genitori e figli. Quella che è un po’ la parte più visibile, che ha reso la chiesa un punto di riferimento forte del quartiere, è "La Scalza Banda”, un progetto di una banda musicale che negli anni è cresciuto fino a includere circa 100 ragazzi divisi nei vari corsi di strumento; una banda multietnica, che raccoglie i giovani del quartiere, napoletani, capoverdiani, negli ultimi tempi anche molti cingalesi. A fianco di questo nucleo centrale, recentemente si è affiancata una banda di adulti, ed entrambe le formazioni partecipano alle iniziative pubbliche di Montesanto e al corteo del carnevale. Insomma, nel tempo i residenti hanno cominciato a guardare alla chiesa di San Giuseppe delle Scalze come a un centro di aggregazione del quartiere.
Come si svolge il lavoro nel laboratorio artistico?
Caroline. Abbiamo un tavolo lungo tre metri sul quale metto della carta bianca, di quella resistente. Tutti quanti -ogni volta siamo di un numero compreso tra le dieci e le venticinque persone- hanno un tavolino accanto con i colori fondamentali, e pennelli non troppo grandi. Io faccio un po’ il direttore d’orchestra, ma lascio sempre suonare più o meno ciascuno come vuole, perché credo che il bello sia quando le cose non sono troppo regolari.
È una fortuna che ognuno faccia a modo proprio, perché poi produce variazioni bellissime. Per esempio, prendo il giallo e dico: "Facciamo dei cerchi”. E ciascuno fa il suo cerchio, grande, piccolo, come vuole. Poi cambio il colore e dico: "Mettete insieme i cerchi”. Alla fine ci sono vari elementi molto "ritmici” e semplici, e quando è abbastanza pieno, dico: "Tutto ciò che è bianco dev’essere dipinto”.
Non si oppone nessuno a questo primo dettato?
Caroline. No, perché è come un gioco: non sono io che impongo una legge, è un gioco. Io dico "Cerchi!”, e poi mi ritiro.
Credo che il bello scaturisca dalla non obbedienza alle mie indicazioni, c’è una variazione continua sui segni essenziali che indico. Mentre la gente dipinge, lavo i pennelli, cambio i colori, insomma, sulla tela faccio poco o nulla. Non voglio che le persone si sentano bloccate. Gli autistici vivono cercando di fare un po’ d’ordine con questo grande "altro” che li invade, perseguitandoli. Perciò non ti devi mettere nella posizione di diventare un "altro” altro, che gli dice cosa deve fare, se no fai solo male. Penso al grande pittore Gustave Moreau, che è stato maestro, tra gli altri, di pittori come Matisse, Marquet e Rouault, e tutti hanno fatto una pittura completamente diversa della sua.
Proprio Matisse diceva che il maestro li destabilizzava, li lasciava liberi, non diceva loro cosa dovevano fare, ma cercava di capire quale fosse la loro strada.
Com’è l’atmosfera nei laboratori?
Caroline. Ci divertiamo tanto. Quando arriviamo al blu partono tutti a cantare: "Nel blu dipinto di blu...”. Alla fine c’è la bellezza delle cose che abbiamo fatto. A ogni incontro produciamo due, tre tele, e alla fine, quando le mettiamo a terra nella chiesa, il gruppo si rende conto che ha prodotto una cosa che ha della bellezza, che c’è un senso nello stare insieme. Le guardiamo e diciamo: "Ma come siamo riusciti a produrre questo?”. Ci stupiamo. Per me questo è importante, se non trovassi che i nostri lavori avessero un valore artistico non farei un laboratorio come questo. Credo non ci sia nulla di più orribile del brutto pannello esposto in parrocchia, a scuola, nel centro sociale...
Grazia. Poi si ruota anche intorno al tavolo. Uno non è sempre allo stesso posto, se no si vedrebbero troppo dei singoli pezzi "personali”. Altrimenti sarebbe più come un corso di disegno. Ma se ciascuno ha una tela per sé può stare a casa sua.
I lavori che fate sembrano frutto della stessa mano...
Caroline. In questi laboratori l’opera scaturisce sempre da un lavoro collettivo. Se fosse un’unica mano sarebbero brutti, a meno che non fosse la mano di un grande artista. Ecco, avere la libertà di accettare la variazione, è questo il bello. Io non ho mai un’idea in testa prima di ciascun laboratorio: dipende da com’è il gruppo quel giorno.
Dunque c’è l’idea di proseguire, l’anno prossimo...
Caroline. Sì, ma non solo. Il prossimo passo sarebbe di trasformare questi lavori in fantasie per dei tessuti da proporre a un’azienda e venderli. Sarebbe bello se queste cose che facciamo potessero finire per dare un reddito, anche piccolo, ai partecipanti. Perché il problema dell’autismo è che fino a quando c’è la scuola va "quasi” bene. Alla mia domanda: "Ma cosa ti fanno fare a scuola?”, Ariel mi ha scritto: "Mi fanno pascolare”.
Dopo comunque è peggio, sono proprio abbandonati a se stessi. Ci sono dei centri, sì, e diciamo che le famiglie che hanno le capacità economiche più o meno si arrangiano, ma per chi non le ha diventa veramente un problema.
L’autismo è uno spettro in cui rientrano tante condizioni.
Grazia. Abbiamo persone veramente molto diverse tra loro. Ovviamente, come tutti noi. C’è Luigi che parla pochissimo, dice alcune parole, però le sorelle hanno imparato il metodo della comunicazione facilitata, quindi lui comunica scrivendo con una tastiera muta, e anche Ariel. Questo grazie a Piera dell’associazione autistici, che ha diffuso questo metodo di comunicazione. Suo figlio è il primo autistico campano laureato in psicologia. Poi c’è Nico, che visualizza nella mente situazioni che sembrano cartoni animati, ed è un continuo parlare... Intorno al tavolo ci sono tutte queste voci diverse, da Luigi che esclama: "Sigaretta!”, a Nico che gli risponde: "Fermati! Sta esplodendo!”. Un crescendo...
Caroline. Appena entra qualcuno di nuovo, Luigi gli chiede: "Come mi chiamo?”. Non: "Come ti chiami”! Altri hanno dei gesti ripetitivi, e certi giorni che faceva molto freddo ho preso un gesto dei ragazzi e ho detto: "Facciamolo tutti, ci scaldiamo così!”. È molto gioioso, non c’è "lo psico-dramma”.
C’è un conflitto tra queste voci diverse?
Grazia. C’è, ma non è un conflitto negativo. Per me il fatto molto importante di questo tavolo è che l’autistico è sempre chiuso nel suo mondo, mentre lo stare con tante persone in una situazione di laboratorio aperto, in cui possono entrare due ragazzini che mettono scompiglio, sembrerà strano, ma non ha mai creato un problema. Ad alcuni di loro piace la vita ordinata: per esempio, Nico, la cui giornata prevede molto tempo da solo, spesso dice: "Ora voglio andare a casa”. Ma poi rimane, e lavora con gli altri. All’inizio ci chiedevamo se potesse funzionare un tavolo così vario...
Caroline. Io non ho mai avuto dubbi. Secondo me è proprio il lavoro d’équipe, il lavoro a più mani che si distribuisce a facilitare il tutto. Non c’è quello che dirige e quello che deve obbedire.
Recentemente Andrea Lollini (Una città 218/2015) ci ha parlato dei "Self advocacy movement”, emersi negli Usa, movimenti di adulti autistici che si oppongono all’idea di essere trattati come malati. Che rivendicano un’identità.
Grazia. È sicuramente vero che negli Usa sono molto più aiutati che da noi. A Roma, a una giornata sull’autismo, molte mamme statunitensi hanno portato la testimonianza di ciò che succede là. Ne risultava che in Italia siamo messi come loro cinquant’anni fa rispetto al sostegno e alle attività per i ragazzi.
Pensiamo per esempio anche al supporto tecnologico: là il tablet te lo danno, perché è un tuo diritto, aiuta la comunicazione... Quei familiari che hanno la possibilità, in Italia, li comprano, li cambiano, seguono la tecnologia. Ma chi non ha le possibilità, cosa fa?
La partecipazione ai laboratori è gratuita?
Grazia. No. A noi dispiace chiedere i soldi alla famiglia, anche se sono dieci euro a incontro, ma con tutte le spese... Per le spese più grosse, come le mostre -sia quella dell’anno scorso,  organizzata da Cinzia, sia quella di quest’anno, che abbiamo fatto a fine laboratorio- abbiamo ricevuto delle donazioni da questo gruppo che si chiama "Social Tango”, che organizza serate di ballo, milonghe, di solidarietà, a sostegno di progetti cui tengono. L’anno scorso con una di queste serate ci hanno donato circa 1.200 euro, e con quelli siamo riusciti a organizzare tutta la mostra, a pubblicare il catalogo e a finanziare i materiali per il laboratorio di quest’anno.
Ora abbiamo ripetuto la milonga e con quei soldi riusciremo a fare una mostra. Il punto è che un progetto del genere avrebbe bisogno proprio di maggiore sostegno, condiviso anche dalle istituzioni, da un assessorato... Acquisterebbe più valore, uscirebbe da questa situazione di volontariato un po’ "arrangiato”.
E arriverebbe a più persone...
Grazia. Il problema c’è, ed è diffuso. Le istituzioni quasi fingono di non vedere che il ragazzino autistico che va a scuola dopo diventa grande e molto spesso resta chiuso in casa. Riuscire a dare uno spazio alle famiglie in cui parlare anche di altro, poter incontrare persone con cui chiacchierare, rilassarsi, è importante. Ce ne siamo resi conto anche nel momento della mostra. Perché quando si raccontano emerge un vissuto pesante, con una quotidianità fatta di crisi. A noi piace che l’ex chiesa delle Scalze possa diventare un riferimento, un luogo dove trovare un momento di serenità, di condivisione, di leggerezza.
Caroline. C’è un genitore che è un amore, quando arriva ci fa sempre tanto ridere... Molti dei genitori ormai si sono appassionati alla pittura. Anch’io credo sia importante che i genitori passino un momento con i loro figli divertendosi. Spesso, in casa, è dura, è difficile. L’alternativa è portarli a delle attività, lasciarli lì e andare via. Ma qui, all’improvviso c’è la possibilità di stare insieme, e al contempo di "non stare insieme”.
Grazia. Nello stesso gioco, intorno allo stesso tavolo.
(a cura di Stefano Ignone)