Giorgio Benvenuto, entrato giovanissimo nel sindacato, nel 1969 è diventato segretario generale dell’Unione italiana lavoratori metalmeccanici (Uilm). Sostenitore dell’unità sindacale, ha fondato, insieme a Pierre Carniti e Bruno Trentin, la Federazione lavoratori metalmeccanici (Flm). Segretario generale della Uil, poi deputato e senatore per i Democratici di Sinistra, oggi è presidente della Fondazione Bruno Buozzi e vicepresidente della fondazione Giacomo Brodolini.

Sei vissuto in un’epoca in cui c’erano partiti forti e addirittura un sindacato unitario…
Ieri era il primo ottobre. Ecco, io ho cominciato a fare il sindacalista il primo ottobre del 1955, avevo 17 anni. È nel sindacato che ho imparato tutto. Come potrei dire, non avevo una conoscenza di queste cose, la mia famiglia mi aveva educato in un’altra maniera. Mio padre era un ufficiale di Marina, era severissimo, era per l’ordine, infatti avere un figlio che faceva il sindacalista...
Devo dire che in quegli anni, a differenza dei miei compagni di scuola, avevo però avuto la fortuna di viaggiare molto. Mia madre era abruzzese e mio padre era napoletano. Io sono nato, un po’ per caso, a Gaeta, poi siamo vissuti a Pola fino al ’43. Sono stato anche a Messina, a Pescara, a Napoli, a Genova e infine a Roma.
Comunque, a un certo punto, mi volevo rendere autonomo dai miei genitori e quindi andai da questo mio zio, che era la pecora “rossa” rispetto agli altri fratelli. Gli chiesi consiglio, lui era nella Cgil, ma mi mandò da Viglianesi, il maggior fautore della nascita della Uil, nel 1950. Gli chiesi: “Scusami, ma perché mi mandi alla Uil?”, e allora lui mi spiegò: “Ma, sai, i socialisti qui nella Cgil fanno fatica...”. Era il 1955. Poi, nel ’56, con l’Ungheria, fuoriuscì anche lui.
Tu sei stato uno dei tre fondatori del sindacato unitario dei metalmeccanici...
Sì, i metalmeccanici l’unità l’hanno fatta. Oggi nessuno sembra ricordarlo, c’è una specie di rimozione; si ricorda solo l’unità sindacale che ci fu dal ’44 al ’48, ma dal 1969 al 1985, il nostro sindacato era unitario: i metalmeccanici rappresentavano un po’ una “quarta confederazione”, che interveniva nel dibattito con la stessa autorevolezza degli organi Cgil, Cisl e Uil e a volte anche maggiore.
L’unità fu importante perché consolidò, secondo la mia opinione, la democrazia. In quegli anni vennero introdotti cambiamenti importanti, non solo rispetto alle questioni salariali e contrattuali, vennero affermati dei diritti. Uno non può immaginare com’era l’Italia di allora rispetto a quella, pur con tutti i difetti, di oggi. Basterebbe pensare alle donne, forse uno dei pochi ambiti dove non abbiamo subìto arretramenti. Perché invece, rispetto alla condizione dei giovani, del Mezzogiorno, si è andati avanti ma poi...
Riandando a quegli anni, scherzando dico sempre che ho passato più tempo con Trentin, Lama e Carniti che con mia moglie.
Dovete sapere che allora esisteva una norma in base alla quale chi era iscritto al Psi doveva obbligatoriamente essere iscritto alla Cgil. In seguito, il Partito socialdemocratico, il partito di Saragat, fece lo stesso: chi era iscritto al Psdi doveva essere iscritto alla Uil. La norma decadde nel 1966, con l’unificazione socialista.
Comunque noi portammo avanti questa battaglia, la mia più alla luce del sole, quella di Trentin più complicata. Dicemmo: facciamo l’unità dei metalmeccanici perché siamo più avanti: già da tempo facevamo iniziative comuni. Qualcuno mi diceva: tu sei nella Uil, sei più piccolo, ti faranno fuori. Invece non è assolutamente vero. Anche perché se io voglio l’unità non faccio dei processi di assorbimento, faccio dei processi di allargamento. Il sindacato unitario ha interesse ad avere chi è più estremista e chi lo è meno. E poi la Uil, sostenevo, è piccola se parla ai suoi, ma se parla a tutti i lavoratori ha una platea più grande, se le tue idee sono buone...
Ho detto che per Trentin era stato più complicato ma, insomma, anche per noi non fu semplice: io nel ’71 fui cacciato dalla Uil, sui temi dell’unità sindacale. Poi alla fine sono rimasti fuori quelli che mi avevano mandato via, perché la gente, i lavoratori e l’opinione pubblica erano con noi.
A livello nazionale era infine prevalsa l’idea di un “patto federativo” tra le tre sigle Cgil, Cisl Uil nei cui confronti, per esempio, la Uil e la Fim si astennero, mentre Trentin votò a favore.
I lavoratori lo vissero come un ripiegamento rispetto all’idea di una vera unità, di un sindacato unico. Quello ...[continua]

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