Paolo Bergamaschi ha lavorato per 24 anni come consigliere politico presso la Commissione Esteri del Parlamento Europeo. Veterinario di professione, collabora con riviste, siti web e quotidiani con reportage e analisi di questioni europee e avvenimenti internazionali. Ha pubblicato Area di Crisi. Guerra e pace ai confini d’Europa (2007), Passaporto di Servizio (Infinito edizioni, 2010), L’Europa oltre il muro (Infinito edizioni, 2013) e Terre d’Oriente (Infinito edizioni, 2017).

Vorremmo partire dalla situazione in Asia centrale, in particolare in Kazakistan...
Posso cominciare con un aneddoto? Mentre lavoravo al Parlamento europeo, siccome l’Asia centrale è una di quelle zone del mondo di cui non importa niente a nessuno, mi sono più volte trovato a fare io le relazioni, per il gruppo dei Verdi, perché a me invece interessava, e quando l’Unione europea ha deciso infine di occuparsene, ho seguito da vicino lo sviluppo delle relazioni tra Ue e Asia centrale.
Ebbene, ricordo che quando era relatrice la francese Nicole Kiil-Nielsen, è toccato a me organizzarle il viaggio. Abbiamo deciso di cominciare appunto con una visita in Kazakistan, senonché ho avuto l’infelice idea di pianificarlo per febbraio. Per cui siamo arrivati ad Astana a metà febbraio. Erano le sei di mattina e, intanto che scaricavano i bagagli, ho guardato fuori. Nell’area antistante l’aeroporto c’era un cortile dove si vedeva un termometro digitale... appena ho realizzato quello che avevo visto, ho dovuto riguardare: c’erano meno venticinque gradi! È stato così che ho imparato che Astana è la seconda capitale più fredda del pianeta, dopo Ulan Bator, la capitale della Mongolia. Abbiamo trascorso tre giorni e mezzo ad Astana, dove la temperatura massima era meno dodici, meno tredici; giornate splendide, di un sole brillante, ma era così freddo che l’umidità dell’aria si congelava e cadendo a terra, con i riflessi del sole, provocava un effetto quasi di brillantante. Era bellissimo perché tutt’intorno c’erano questi corpuscoli, quasi delle paillettes. Un’esperienza indimenticabile. Per fortuna anche alla persona che accompagnavo piaceva camminare, per cui abbiamo fatto delle lunghe passeggiate sul fiume Ishi, completamente gelato, per spostarci da un edificio all’altro, anche se devo dire che c’era pochissima gente che si spostava a piedi.
Ma torniamo alla domanda. L’Asia centrale è costituita da cinque repubbliche; quattro culturalmente turchiche, una, il Tagikistan, iranica (quindi indoeuropea). La potenza regionale è il Kazakistan, che è il nono paese al mondo per estensione territoriale; un territorio enorme, nove volte l’Italia per neanche 19 milioni di abitanti, ma soprattutto un paese ricchissimo di risorse naturali; basti ricordare che fornisce il 40% dell’uranio mondiale. Io l’ho definito un “supermercato dell’energia”, perché è un grande produttore di idrocarburi, gas, petrolio, ne sa qualcosa l’Italia… Durante i viaggi che ho fatto c’era sempre personale dell’Eni che andava e tornava dal Kazakistan: lì l’Eni ha moltissimi interessi e diciamo che la politica estera ed energetica dell’Italia non può prescindere dagli interessi dell’Eni…
Ma il Kazakistan è ricchissimo anche di altre materie prime, in particolare delle cosiddette terre rare, alla base dei semiconduttori, dei chip, ecc., ecc.
Essere in buoni rapporti col Kazakistan è quindi fondamentale. Peraltro, la dirigenza kazaka è perfettamente consapevole di questa situazione: ai kazaki è sempre piaciuto essere corteggiati sulla scena internazionale. Non a caso hanno adottato una politica estera multivettoriale, perciò certo legata alla Russia, ma libera di muoversi a trecentosessanta gradi, quindi avendo rapporti con la Cina, con l’Unione europea e gli Stati Uniti. Ovviamente il cordone ombelicale con Mosca è rimasto molto forte. Mosca non ha mai mancato di far sentire la propria voce, una voce spesso scomoda soprattutto quando cercava di mettere in riga Nazarbayev… anche se Nursultan Nazarbayev, che è il padre fondatore della patria, viene direttamente dalla nomenclatura comunista dell’Unione sovietica. Tra l’altro Nazarbayev, fino al 2019, è stato uno dei leader più longevi al mondo, sicuramente il leader più longevo nell’area dell’Osce, perché era al potere dal giorno dell’indipendenza del Kazakistan, quindi dal 1991, fino al 2019, quando ha deciso spontaneamente di cedere la presidenza a quello che, fino a poco tempo fa, si pensava fosse un suo prestanome.
Nazarbayev, infatti, prima di lasciare la presidenza si è creato una sorta di centro di potere alternativo che gestiva gli interessi più delicati e opachi del paese, per cui sembrava avesse ancora in mano i fili dei burattini.
Se posso aprire una parentesi, sempre per inquadrare il paese, il Kazakistan ospita due tra le maggiori catastrofi ambientali provocate dall’uomo. A ovest abbiamo il prosciugamento del mare d’Aral, che ha sconvolto completamente la vita delle popolazioni residenti nella zona. Nella parte orientale del paese si trova invece la città di Semej, già Semipalatinsk, dove c’era il poligono nucleare dell’Unione sovietica, in cui sono stati fatti tutti i test atomici.
Dopo la fine dell’Unione sovietica, il Kazakistan, in nome del nuovo corso e dell’avvio di questa politica multivettoriale, ha spostato la capitale da Almaty, una città di più di un milione di abitanti, non particolarmente bella però vivace, dove c’erano tutte le ambasciate, ad Astana, una città inventata dal niente, una sorta di Disneyland, Wonderland, con tutti edifici nuovi, in marmo sfavillante, vetrate incredibili, torri e grattacieli futuristici. Il centro vitale, culturale, è rimasto Almaty. C’è sempre stato questo dualismo tra Almaty e Astana che peraltro dal 2019 si chiama Nur-sultan in omaggio a Nazarbayev.
Ai tempi in cui ancora si chiamava Astana, ricordo di aver visto cose incredibili: volendo essere la vetrina, il biglietto da visita del Kazakistan, voleva colpire il visitatore fin dal principio, per cui era pieno di edifici in stile neoclassico, in marmo portato dall’Italia; addirittura mi hanno accompagnato in questo grande centro commerciale, dove all’ultimo piano era stata ricostruita una spiaggia caraibica, con la sabbia, una laguna, una temperatura di 30 gradi e punti luminosi che assomigliavano al sole caraibico... tanto per darvi un’idea del lusso in cui galleggiava questo paese.
Com’è possibile che in un paese così ricco di combustibili fossili sia scoppiata una crisi dovuta a problemi energetici, cioè al raddoppio del costo del gas, in particolare del gpl?
Infatti. Il Kazakistan con i proventi petroliferi, dell’uranio, ecc., galleggiava su un mare di dollari. Dove sono andati a finire questi petrodollari? Devo dire che per me il termine che calza a pennello, per questa come per altre repubbliche dell’Asia centrale, è quello di cleptocrazia. Il Kazakistan è una cleptocrazia nel senso che l’élite al potere ha arraffato tutto quello che poteva arraffare. Non a caso alcuni dei familiari di Nazarbayev compaiono nei famosi Panama papers e in altri leaks che sono stati pubblicati dal consorzio dei giornalisti investigativi. In questa area esiste una cultura fondata su una sorta di “diritto di bottino”, per cui chi vince le elezioni (che molto spesso sono elezioni farsa) ha il diritto di accaparrarsi il bottino del paese. Punto! Parliamo di società claniche, dove il clan che vince spartisce le ricchezze tra i suoi, lasciando gli altri alla fame. Ora, dalle notizie che arrivano, non è chiaro se effettivamente il clan di Nazarbayev sia stato emarginato. Pare che Nazarbayev sia stato destituito da Tokayev dall’incarico di presidente del consiglio di sicurezza nazionale. Alcuni dicono che sia già espatriato...
Nazarbayev era in buoni rapporti con Mosca, anche se ultimamente c’erano state frizioni sia per le sue linee di politica estera, sia per il trattamento della minoranza russa. Il Kazakistan ha infatti emanato delle leggi per adottare l’alfabeto latino anziché quello cirillico, sancendo il kazako (una lingua turchica) come lingua ufficiale, il che ha disturbato notevolmente Putin, assieme a questa scelta di instaurare un rapporto privilegiato con l’Unione europea. Esistono tre paesi a cavallo fra Asia ed Europa. C’è la Turchia, che vede una parte di Istanbul sull’altra parte del Bosforo, quindi in territorio europeo; c’è la Russia, che è a cavallo degli Urali. Ecco, pochi sanno che anche il Kazakistan vanta una parte di territorio al di qua degli Urali. In nome di questo, quando l’Unione europea ha lanciato la politica di vicinato con i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo e con le ex repubbliche sovietiche europee che fanno da cuscinetto tra federazione russa e Unione europea, anche il Kazakistan ha cercato di intrufolarsi. Alla fine questi tentativi sono stati respinti perché era una forzatura un po’ troppo grossa. Però ci hanno provato. D’altra parte per noi il rapporto con il Kazakistan è indispensabile, anche se non dobbiamo dimenticare che le forniture di petrolio e gas passano comunque attraverso gasdotti e oleodotti controllati da Putin e da Mosca.
Come interpretare la precipitazione che c’è stata in queste settimane?
Il Kazakistan è un paese socialmente devastato, nel senso che, come spiegavo prima, l’élite al potere è piena di soldi ma la popolazione fa fatica a sbarcare il lunario, quindi è ovvio che siano scoppiate delle tensioni sociali molto forti in un contesto peraltro tutt’altro che tranquillo.
In Asia centrale, fino a pochi anni fa, c’erano due dittature sanguinarie, il Turkmenistan e l’Uzbekistan di Karimov, una terza dittatura, il Tagikistan, e poi c’erano due paesi, il Kirghizistan, la repubblica direi più aperta, più mobile, dove già nel 2005 c’è stata la famosa rivoluzione dei tulipani (una delle rivoluzioni colorate temute da Putin e considerate una macchinazione dell’Occidente) e infine il Kazakistan, dove Nazarbayev aveva lasciato qualche margine d’azione alla società civile: esistevano delle Ong che, pur in libertà vigilata, potevano portare avanti anche dei programmi finanziati dall’Ue.
Questo per dire che da parte dell’Europa c’era un atteggiamento benevolo nei confronti del Kazakistan, vuoi perché era indispensabile dal punto di vista energetico, ma comunque la repressione non era così dura come dalle altre parti, anche se comunque in parlamento i rappresentanti dell’opposizione non andavano mai al di là di uno o qualche volta due deputati, per cui le voci critiche erano voci smorzate. Il maggiore dissidente, Mukhtar Ablyazov, noi poi lo conosciamo bene perché era il marito della Shalabayeva, la cui vicenda ci ha fatto apparire davvero come la repubblica delle banane.
Ora dalle cronache leggo che sarebbero arrivati migliaia di agenti infiltrati dall’esterno, tagiki, uzbeki o altro, legati al terrorismo islamico o ad altri servizi segreti. Io francamente non penso che i servizi occidentali abbiano giocato un ruolo in queste ultime vicende. Non era nel loro interesse, tanto più che da tempo abbiamo dato per scontato che il Kazakistan sia legato allo spazio dell’ex Unione sovietica, quello che Putin sta cercando di ricompattare sia come alleanza militare (il contingente di 2.500 soldati mandati a mantenere l’ordine dopo gli scontri è formato da 5-6 repubbliche dell’ex Unione sovietica), sia dal punto di vista economico attraverso la cosiddetta Unione economica euroasiatica.
Puoi spiegarci cos’è l’Unione economica euroasiatica?
Si tratta di un processo di integrazione economico-politica dello spazio ex sovietico speculare a quello che l’Unione europea ha fatto con i paesi europei.
L’Unione economica euroasiatica è decollata ufficialmente nel 2014 e oggi consta di cinque paesi: Armenia, Bielorussia, Russia, Kirghizistan e Kazakistan. Ai tre paesi fondatori, Kazakistan, Russia e Bielorussia, si sono poi aggiunti l’Armenia (con il voltafaccia clamoroso nei confronti dell’Ue, con cui aveva già finalizzato un accordo di parternariato) e infine il Kirghizistan. Questi paesi fanno parte anche dell’alleanza militare, il Csto, “Collective security treaty organization”.
Questo processo di integrazione rispecchia fedelmente quello che ha fatto l’Ue. L’obiettivo è creare un’area economico-commerciale con una valuta unica. Esiste anche una commissione, analogamente alla Commissione europea. È quindi logico che Putin, sulla base di questo ambizioso obiettivo, stia corteggiando le altre repubbliche dell’ex Unione sovietica e ovviamente la preda più ambita è l’Ucraina. In fondo un’unione economica euroasiatica senza l’Ucraina è un processo di integrazione amputato, perché manca un attore primario.
Ma l’Ucraina ha fatto un’altra scelta...
Però gli appetiti di Putin non sono mai scemati; come si sa, l’appetito vien mangiando. Credo sia utile avere una panoramica della situazione attuale: dove sono oggi i “boots on the ground”, gli stivali sul terreno, russi? Abbiamo i russi in totale controllo della Bielorussia, dopo le elezioni fasulle del 2020; abbiamo gli stivali russi sul terreno nel Donbass, una parte dell’Ucraina, li abbiamo in Georgia, quindi in Abkazia e in Ossezia del sud; li abbiamo in Moldavia, nella Transnistria e li abbiamo anche in Nagorno Karabakh.
Insomma, l’area da loro controllata inizia a essere ampia e gradualmente si stanno allargando con altre basi militari, con consiglieri militari e con il supporto ai vari autocrati che hanno bisogno di essere puntellati dall’esterno da Putin per evitare le sollevazioni sociali che emergono proprio per via di una disparità sociale enorme, perché le risorse vengono gestite in modo predatorio, come peraltro accade in Russia.
Cosa possiamo aspettarci ora?
Gli spazi di democrazia, già limitati, verranno ulteriormente ristretti. Già ora le politiche adottate dalla Russia vengono emulate anche altrove nello spazio ex sovietico: attraverso le leggi contro i cosiddetti “foreign agents” e in generale contro le organizzazioni non desiderate, stanno facendo fuori tutti gli spazi che potevano giocare un ruolo nella democratizzazione del paese. La Russia ha sempre accusato i paesi occidentali di sobillare le cosiddette rivoluzioni colorate (la rivoluzione delle rose in Georgia, la rivoluzione arancione in Ucraina, la rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan e poi quella in Armenia nel 2018) per ribaltare il potere nelle repubbliche dell’Asia centrale, per cui Putin ha utilizzato, per simmetria, strumenti analoghi. Ah, voi sostenete le Ong? Bene, io le metto al bando. Pensiamo a quello che è successo il mese scorso a Memorial, l’associazione fondata da Sacharov che era il fiore all’occhiello della Russia dal punto di vista dei diritti umani.
Nella visita che feci qualche anno fa alla sede di Memorial, ricordo questi archivi immensi che denunciavano le nefandezze commesse da Stalin; ricordo anche una manifestazione davanti alla Lubjanka, che era la sede del Kgb, oggi Fsb, dove per giornate intere abbiamo letto gli elenchi delle persone trucidate, eliminate da Stalin durante le purghe. Bene, Putin ha detto: “Ah, voi promuovete queste cosiddette Ong che in realtà sono burattini vostri? Bene, io finanzio i partiti populisti antieuropei e antisistema”. Il fatto che nell’estrema destra siano ora tutti fan di Putin, in Europa, e che giochino un ruolo a favore della Russia è indicativo di questo.
Putin poi considera uno spazio vitale incomprimibile le ex repubbliche sovietiche europee, quelle che fanno da cuscinetto, le tre repubbliche caucasiche, la Bielorussia, la Moldavia e l’Ucraina. Di conseguenza l’azione dell’Ue in questi paesi diventa una sorta di invasione di campo. Quello è il mio cortile, quella è roba mia. Se non state fermi, io vi creo lo stesso casino in quello che è il vostro cortile di casa. E qual è il cortile di casa dell’Ue? I Balcani, dove oggi Putin sta restituendo pan per focaccia agli europei.
I Balcani tradizionalmente sono considerati area di espansione europea, sono paesi candidati o potenziali candidati all’adesione dell’Unione europea (anche se il processo di allargamento è congelato di fatto). Gli europei davano quindi per scontato che fosse l’Ue il loro punto di riferimento, salvo poi scoprire, qualche anno fa, che i russi erano lì, che anche i cinesi erano lì, e stavano destabilizzando la regione, mettendo in discussione anche la politica europea di allargamento.
Cosa sta succedendo in Bosnia?
Quello che sta succedendo in Bosnia è frutto delle strategie di Putin: Dodik, il leader della repubblica Srpska, è il cavallo di troia della Russia, tra l’altro con le sue ultime prese di posizione sta mettendo in difficoltà lo stesso presidente della Serbia, Vucic, che è pure amico di Putin ma non come Dodik. E così la Bosnia è oggi sull’orlo del collasso. Siamo al punto di instabilità più alto mai raggiunto da quando è entrato in vigore l’accordo di Dayton, quindi dal 1995.
Putin, forte delle analogie tra Serbia e Russia, ha creato questo cosiddetto “asse ortodosso”. Se andiamo a vedere, in effetti le analogie sono diverse: la Russia era la repubblica più forte all’interno dell’Unione sovietica così come la Serbia era la repubblica più forte all’interno della Yugoslavia. Quando è crollata l’Urss, così come quando è crollata la Serbia, una parte della popolazione russa (e una parte della popolazione serba) si sono trovate a essere minoranza negli stati emersi dal crollo delle potenze precedenti e hanno adottato la stessa dottrina, fondata sul diritto di intervento per proteggere le proprie minoranze nelle nuove repubbliche indipendenti.
È come se oggi l’area dell’ex Urss, almeno nella parte europea, e quella della ex Yugoslavia fossero caselle di una scacchiera, la scacchiera della geopolitica, dove ciascuno degli attori muove le proprie pedine. Solo che per Putin, che ha il potere assoluto, è facile muoversi. Ben più complicato per gli Stati Uniti e per l’Ue, che deve mettere d’accordo 27 paesi riottosi cui ora si aggiunge un attore esterno come la Gran Bretagna che porta avanti la propria politica estera.
Parliamo dell’Europa. Hai citato la crisi dei Balcani. Qualcuno sostiene che la Bosnia Erzegovina avrebbe dovuto essere ammessa nell’Unione europea subito dopo la guerra...
Esiste un dilemma, una tensione continua tra integrazione e allargamento. C’è chi, come Macron, sostiene non possa esserci allargamento se prima non c’è vera integrazione. Ora, io non penso che le due cose siano in antitesi, è chiaro però che deve cambiare qualche meccanismo. Io per esempio non sono d’accordo nel dare diritto di veto in politica estera alla Serbia una volta entrata nell’Ue. L’art. 31 del Trattato, infatti, concede il diritto di veto a ciascuno dei paesi membri dell’Ue. Già adesso l’ha utilizzato molte volte Orban, a favore di Putin; se ci si mette anche la Serbia...
Certo la Bosnia oggi è un non-stato, nel senso che non può avere una sua politica estera, perché al suo interno la Repubblica Srpska ha diritto di veto, per cui non possono essere adottate politiche chiare nelle relazioni con i paesi terzi. Per esempio la Bosnia non riconosce il Kosovo, nonostante la Federazione bosniaco-croata sarebbe favorevole, perché la Repubblica Srpska blocca tutto. Insomma ci sono diversi problemi da risolvere. Per non parlare di una serie di altre riforme che sono altrettanto, se non più urgenti. Da quant’è che parliamo di unione bancaria? Tra l’altro l’euro per adesso non è sotto attacco, ma una volta rientrata la crisi sanitaria, dato il livello di indebitamento dei paesi dell’area euro, non so quanto resisteremo alle probabili manovre speculative. E poi c’è la politica fiscale comune. Sono tutti nodi che vanno sciolti e che potrebbero preparare la strada a un allargamento. Io infatti sono convinto che l’allargamento a questi paesi avrebbe un effetto benefico, stabilizzante. Invece mantenerli in questo limbo, in questa area di incertezza non fa che esasperare la loro instabilità. Questa è la mia convinzione. Per esempio, il Montenegro, che ha settecentomila abitanti, ha già aperto tutti i capitoli negoziali. Se si volesse mandare un segnale forte ai paesi dei Balcani, si potrebbe intanto far entrare il Montenegro; per tanto che sia instabile, per tanto che ci siano frizioni tra la minoranza serba e quella montenegrina, è un paese del tutto gestibile. Vogliamo mandare un segnale ai Balcani? Intanto facciamo entrare il Montenegro.
La Bosnia, da questo punto di vista, è molto indietro: la sua candidatura non è stata ancora acquisita. L’Ue ha indicato quattordici priorità, quattordici riforme sostanziali che il paese dovrebbe compiere. Tra queste, la composizione del collegio di presidenza, che oggi viene assegnato su base etnica alle tre componenti principali, serba, croata, bosniaca. I rappresentanti delle comunità rom ed ebraica, con il famoso caso Sejdic e Finci, hanno fatto ricorso al Consiglio d’Europa, alla Corte europea dei diritti umani, denunciando come, date le leggi attuali, nessun membro delle loro comunità potrebbe mai far parte del collegio di presidenza. Ora, nonostante una sentenza della Corte europea dei diritti umani, la Bosnia non è mai riuscita a superare questo impasse. La Serbia è più avanti ma, come dicevamo, nessuno vuole mettersi in casa un altro cavallo di Troia di Putin; già non riusciamo a gestire Orban...
Si sono appena conclusi i negoziati Usa-Russia. Come la vedi?
Dove si possa arrivare con questi negoziati non lo so. Certo s’è visto che questa volta non c’era Trump e non c’era nemmeno alcuna intenzione di compiacere Putin. Credo sia legittimo discutere di sicurezza, ma non sulla base delle richieste russe. A me sembra che il castello di sanzioni messe in piedi dagli americani e dagli europei siano molto forti. Gli americani si sono detti determinati a finanziare un’eventuale guerriglia ucraina nel momento in cui i russi decidessero di procedere con l’invasione dell’Ucraina, che peraltro è già stata invasa nella regione del Donbass.
Il fatto è che il peso dell’Occidente, a livello globale, economico e finanziario, si sta riducendo: ormai l’Occidente non fa il bello e il cattivo tempo come lo faceva prima. Dal punto di vista economico, la Cina recita un ruolo sempre più forte, sempre più marcato, per cui escludere i russi dai sistemi di transazione finanziari, il cosiddetto swift, ecc., non so che impatto avrebbe. Vediamo cosa succede con l’Iran, che comunque, nonostante le tante difficoltà, riesce a sopravvivere.
D’altronde, lo dico come pacifista, che quindi guarda sempre agli strumenti militari con molto scetticismo, per quanto riguarda l’autonomia e l’indipendenza delle ex repubbliche sovietiche, beh, si vedono le differenze tra quelle baltiche e le altre. Le repubbliche baltiche sono in sicurezza perché sono entrate subito nella Nato; gli altri sei paesi, invece, che non hanno potuto o voluto fare la scelta atlantica si ritrovano oggi in balìa delle bizze di Mosca. Purtroppo è una considerazione che va fatta, sulla quale bisogna riflettere.
Da più parti si sostiene che non è pensabile che l’Ucraina entri nella Nato...
I russi vogliono almeno la garanzia che l’Ucraina sia un paese a sovranità limitata. Qui forse è utile ricordare il termine “finlandizzazione”. Durante il periodo della Guerra fredda la Finlandia era obbligata alla neutralità dall’Unione sovietica, cioè non poteva entrare nell’alleanza atlantica; anche la Svezia era in una situazione analoga, però aveva qualche margine di manovra in più. È interessante come questa attuale pretesa russa abbia scatenato un dibattito in Scandinavia. Sia in Svezia che in Finlandia si sta discutendo apertamente della possibilità di entrare nella Nato. Per cui questo veto di Mosca sulla Finlandia oggi non esiste più. D’altra parte la Finlandia è saldamente nell’Unione europea e anche nell’area euro e sta valutando se, per garantire la propria sicurezza, non sia il caso di entrare nella Nato. Così in Svezia. E se in Finlandia la maggioranza dell’opinione pubblica è sempre stata scettica, o contro l’adesione alla Nato, adesso sta mutando.
Nell’ultima intervista parlavi del fatto che l’unico vero potere dell’Europa è il soft power, il potere del convincimento, della cultura, dei valori, eccetera. Può bastare? A che punto sono invece le discussioni su un possibile esercito europeo?
Sull’esercito europeo io sono molto scettico. Ci saranno sforzi per integrare ulteriormente le forze armate, i Battle groups, le forze di reazione rapida, come ha annunciato Borrell; ci sarà un po’ più di efficienza nella capacità di mobilitazione, però secondo me al di fuori della Nato si farà poco, anche perché non ha senso duplicare le risorse, le catene di comando. Qualcosa in più verrà fatto, un minimo di autonomia strategica dovrà essere conquistata, anche perché non dobbiamo dimenticarci che ci troviamo in quella che viene definita una “window of opportunity”, una finestra di opportunità, che probabilmente si chiuderà con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti nel 2024. Nel senso che oggi abbiamo Biden, con il quale si può ragionare, ma se ritorna Trump, o qualche repubblicano scalmanato che vuole sbarazzarsi dell’Europa, beh, l’Europa dovrebbe prepararsi. Insomma, abbiamo questa finestra temporale che va fino alle prossime elezioni presidenziali americane: dobbiamo elaborare un minimo di autonomia strategica e prepararci anche perché la situazione non è rosea: l’area del mondo libero e democratico si sta restringendo.
Oggi le scelte europee sono ancora quelle che contribuiscono a determinare gli standard economici commerciali a livello globale. Mi piacerebbe che l’Ue determinasse anche gli standard politici, dei diritti e delle libertà...
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)