Ugo Baduel (Perugia, 26 marzo 1934 - Roma, 22 aprile 1989) è stato uno scrittore, saggista e giornalista italiano.

Racconto la mia esperienza personale e in base a ciò anche quella delle persone con cui ho vissuto questa evoluzione. Nel 1951 avevo 17 anni, mi affacciavo alla politica, venivo da esperienze del tutto extra-politiche, tra l’altro di destra, per ragioni e influssi familiari. Proprio intorno al ’51 ricordo un amico già legato più che alla Dc ai dossettiani, che a Perugia erano una parte, dopo il ’49, molto forte, molto colta. Noi giovanissimi facevamo i gruppi di studio e attraverso questi mi sono avvicinato alla politica. Franco Malfatti lo conobbi nel ’52 a Firenze, in un convegno di studenti. A Perugia noi avevamo organizzato gli studenti medi e proprio lì ci fu il mio passaggio, una conversione dai miei precedenti di destra. Ricordo gli scioperi molto battaglieri che facevamo per la riforma della scuola. Tra ’54 e ’55 il ministro dell’Istruzione era Giuseppe Ermini, che era anche rettore dell’Università di Perugia. Andavamo in delegazione a Roma già dai tempi di Guido Gonella, segretario della Dc, ed eravamo contrari invece agli scioperi organizzati dai neofascisti. Eravamo anche in aperto scontro, soprattutto culturale, con i gruppi comunisti presenti perlopiù al liceo scientifico, mentre noi eravamo più forti al liceo classico. 
Sono del ’34 e nel ’52 presi la licenza liceale: ero un anno avanti. Poi volli andar via da Perugia proprio con l’amico di tutti quegli anni di scuola e di esperienze, Gianni Fogu, che era un po’ il capo degli studenti medi di Perugia. So che attualmente lavora all’Eni. Lui venne chiamato nell’autunno-inverno del ’52 da Malfatti, delegato nazionale del Movimento giovanile, a ricoprire la funzione di incaricato nazionale studenti medi, una carica molto importante nel Movimento giovanile. Visto oggi era, con trent’anni di preveggenza, un primo tentativo serio di un’organizzazione organica in un settore fino allora completamente ignorato: l’unica politica era quella degli universitari, e come proiezione totale dai partiti agli studenti, ma fra gli studenti medi invece non c’era nulla. La nostra era già un’azione a sé: come Movimento studenti medi democristiani, non facevamo un’azione di partito. 
Era il grande rimprovero che ci faceva allora Gonella, segretario Dc fino al ’53: “Non fate proselitismo né propaganda per la Dc”. E noi: “Dio ce ne scampi!”. La nostra era già una forma di organizzazione studentesca autonoma. Io arrivai a Roma nel gennaio ’53 come vice di Gianni Fogu al Movimento nazionale degli studenti medi. Andavamo in giro per l’Italia con uno schema che era quello di conferenze, di gruppi di studio, conferenze storiche più che altro. Uno schema di fondo che io poi proseguii quando diventai incaricato a mia volta, concentrando l’impegno sul tema: “Dal primo al secondo Risorgimento”, cioè alla Resistenza.
Un tema che era ben presente nella rivista nazionale dei giovani Dc “Per l’Azione”. 
Si, noi facevamo dei convegni di studio e li promuovemmo a un livello molto selezionato, in tutta Italia, provocando un grande interesse. Gianni Fogu, che era sempre stato uno molto acceso, un uomo travagliato, con crisi ricorrenti da cui poi si riprendeva, dopo una di queste crisi se ne tornò a Perugia. Nel gruppo di Perugia -e qui un inciso si può fare- c’erano diversi altri giovani: Bartolo Ciccardini, Mario Santi, Giorgio Battistacci, futuro magistrato, che era un po’ il capo, la guida.
E che aveva qualche anno in più...
Era il più anziano, sì, aveva fatto la Resistenza, poi i due fratelli Orioli, che anche loro avevano fatto la Resistenza: ora non so dove siano finiti, uno era medico; poi Mario Santi, che ha lavorato all’Eni e poi è andato all’Intersind, il sindacato delle partecipazioni statali. Avevamo contatti con Benedetto De Cesaris, che fondò il centro-studi della Cisl. Nel gruppo c’era anche Ruggero Orfei, che era uno degli elementi di punta. Poi Gianni Fogu e io che eravamo i due più giovani, più altri giovanissimi. Ciccardini era quello a cui personalmente ero più legato. Venni a Roma portato da lui, che aveva portato prima Gianni Fogu, e andai ad abitare a via della Chiesa Nuova, dove allora c’erano due piani. All’epoca, gennaio 1953, nel piano dove condividevo una stanza con Gianni Fogu, abitavano anche i fratelli Claudio e Matteo Leonardi, Gianni Baget Bozzo, Corrado Guerzoni. 
Guerzoni è uno da sentire, perché era, all’epoca mia, direttore di “Per l’Azione”.
Era da poco finito il dossettismo, che tra ’46 e ’51 aveva costituito in via della Chiesa Nuova, ospitata delle sorelle Portoghesi, una vera comunità.
Sì. Al piano di sopra non c’era più Fanfani, anche se andava spesso a cena, ospite delle Portoghesi. Idem La Pira e Lazzati quando passavano. E anche Dossetti quando tornava a Roma. 
Ormai, non più deputato -eravamo nel ’53- veniva poco, ma quando passava era sempre una grande festa. Io Dossetti non lo conobbi lì, lo conobbi proprio al castello di Rossena, nel reggiano, dove andai una volta e passammo un pomeriggio insieme: l’unico contatto personale che ho avuto con lui. Cominciai questo mio lavoro, alla sede dei “gruppi giovanili” Dc in via delle Botteghe Oscure, al quinto piano, proprio di fronte alla sede del Pci. Soprattutto facevo il giornalista, prima vice direttore poi direttore di “Lo studente d’Italia”, un giornale molto interessante da rileggere. 
“Lo studente d’Italia” era l’organo di collegamento per gli studenti...
Sì, e tirava sulle 120-130.000 copie. 
Accidenti…
Sì, davvero molto, e andava in abbonamento, diciamo, con quei sistemi, un po’ da regime, della Democrazia cristiana di allora. Andava in abbonamento a prefetture, presidi, provveditorati, professori vari, sindacati di insegnanti, sindacati cattolici, e quindi un 50.000 copie erano pagate, diciamo, e in più veniva diffuso davanti alle scuole. Era quindicinale. All’epoca, mentre se ne stava andando, Gianni Fogu designò come successore Elio Borgogno, poi vicepresidente della Provincia a Torino. Non l’ho mai più rivisto. 
Malfatti invece, non senza una piccola lotta politica, scelse me come incaricato nazionale e direttore dello “Studente d’Italia”. Facevamo questo giornale con un impianto curiosissimo. 
C’era tra l’altro una rubrica che si chiamava, sull’onda di un film dell’epoca, “Il ragazzo dai capelli verdi”, che andava un po’ sul surreale, in cui Corrado Guerzoni si stava addestrando a fare il futuro programma radiofonico “3131” che ha imparato lì, proprio con “Il ragazzo dai capelli verdi”. Il giornale era sul secondo Risorgimento, con delle puntate che sconvolgevano Gonella, con cui avevamo degli scontri feroci, anche con insulti, perché democrazia e furore nella Dc erano assoluti. Ricordo, ad esempio, un paginone intero sulle Lettere dei condannati a morte della Resistenza, in cui compare un solo prete e poi tutti comunisti: la critica, quindi, fu che facevamo propaganda al Pci. 
La campagna elettorale della “legge truffa” del ’53 noi la facemmo in termini giornalistici, ma tutta puntata contro i fascisti. La sinistra democristiana aderì sostenendo che in realtà serviva per scongiurare il pericolo di un blocco Dc-destre e rafforzare il centro contro i fascisti. Quindi una linea che non piaceva alla segreteria Gonella, la cui campagna era impostata contro i comunisti. Noi facevamo dei convegni in giro per l’Italia con quattro, cinque relazioni, anche di cinque o sei giorni, sempre su primo e secondo Risorgimento. Importante fu un convegno a Feltre, sul finire del ’53, organizzato, come gli altri, in temi e in sottotemi: sulla questione strettamente storica, la questione istituzionale, la questione sociale nei due Risorgimenti, insomma tutta la storia d’Italia riletta attraverso questi passaggi. Avevo invitato Giuseppe Chiarante e Lucio Magri, giovani Dc di Bergamo, su indicazione di Ciccardini che me li aveva segnalati. Molte altre le presenze a Feltre, da Milano, Bologna e Roma.
Nel dicembre 1953 vi fu anche la cosiddetta Bologna II: un momento in cui ci si spinse più in avanti, con l’accettazione da parte dei giovani Dc delle tesi rodaniane dello “Spettatore italiano”, sulla ricomposizione dell’unità delle forze popolari sia pure in termini e in una prospettiva abbastanza medio-lunga. Feltre è di qualche mese prima.
Io andai a Bologna, credo, ma non ricordo quasi niente. Mi rammento un Comitato nazionale ad Arezzo, dove feci una lunga relazione, a inizio ’54. 
Dopo Feltre un convegno lo facemmo sempre ad Arezzo, un altro a Sorrento, per i quadri meridionali. In tutti questi convegni venivano sempre invitati due giovani da ogni provincia italiana. Erano convegni con un centinaio e più di presenze e comportavano anche una certa spesa, un certo impegno. È stato proprio un lavoro in profondità e per un anno sono stato molto impegnato in questo incarico, poi arriviamo a questa Bologna, a cui avrò partecipato, ma di cui, non avendo all’epoca scritto nulla o preso appunti, ho solo ricordi sul puro filo della memoria.
A Bologna, un anno prima, fine maggio ’52, c’era stato un convegno per quadri ristretti di riflessione post crisi dossettiana con relatori Baget Bozzo, Malfatti e Ciccardini, impostante un discorso sui compiti politici e culturali della nuova generazione, non solo Dc.
Sì, e infatti questo discorso sulla generazione cominciò ad andare per la maggiore. Noi anche su “Lo Studente d’Italia” cominciammo a portarlo avanti. Bisogna però tener conto che in tutta questa fase, nell’Esecutivo nazionale del Movimento giovanile non c’erano ancora né Chiarante né Magri. C’erano tanti personaggi, c’era Franco Grassini -che poi è finito all’Iri, adesso non so più che fine abbia fatto- che faceva i Centri di preparazione sociale, poi Corrado Guerzoni, nuovo direttore di “Per l’Azione”, poi Paglietti, alto, biondo, un romano che poi è andato fuori dalla Dc, macontinuando a girare intorno a quella romana; anche lui perso di vista. C’era Umberto Zappulli, un altro che poi è uscito dalla politica: venne via con noi dalla Dc, ma dopo scomparve. Poi diversi altri...
Carlo Leidi?
No, Leidi, di Bergamo come Chiarante e Magri, viene dopo, portato da loro.
Tra ’54 e ’55 c’è aria di crisi tra i giovani Dc.
Nel febbraio del ’54 c’è un Comitato nazionale giovanile ad Anzio, al quale io parlo e do le dimissioni insieme a Guerzoni; dimissioni dal Movimento giovanile, dall’Esecutivo nazionale e dalla Dc, in nome del discorso “fuori dalle parti”, tipico della “Terza generazione”. Fu l’unico punto per il quale io arrivai dalla teorizzazione fino all’atto pratico di dimettersi dalla Dc, che era un po’ forte come decisione. 
Nello stesso Comitato nazionale, Guerzoni si dimise dall’Esecutivo giovanile, sempre con un discorso di questo genere, però restò nella Dc. Ricordo allora benissimo, anche se poi l’ho ricercato invano, ma so di sicuro che allora uscì “L’Unità”, con un titolo: “Baduel e Guerzoni lasciano la Dc”, che poi era sbagliato, perché Guerzoni non lasciava la Dc. In effetti io me ne andai, tanto che venni liquidato, mi ricordo, con 120.000 lire dal Movimento giovanile. 
Al posto mio e di Guerzoni, entrarono nell’Esecutivo nazionale giovanile, in quel Comitato nazionale, Chiarante e Magri. Fu questo l’avvicendamento. 
Ma voi non vi conoscevate? Non eravate già amici?
No, cominciammo allora a conoscerci. Loro, entrando in Esecutivo nazionale, vennero a vivere a Roma, dopo quel Comitato nazionale di Anzio. Io stavo sempre alla Chiesa Nuova con Guerzoni, Baget Bozzo, i fratelli Leonardi e Baldo Scassellati quando era a Roma. Fogu se ne era andato. Ciccardini abitava non dove eravamo noi, ma proprio al convento della Chiesa Nuova.
Lei ricorda come Ciccardini si dimise dalla Dc? Una scelta certo compiuta per fondare la rivista “Terza generazione”, con influsso diretto di Felice Balbo, orientata alla gioventù italiana “fuori dalle parti”, ossia fuori dalla militanza partitica. 
Lui le dimissioni le aveva già date da tempo. Direi che a me la forza per darle la diede il suo esempio. Dimissioni, le sue, che comunque non vennero mai annunciate, non so se ritirò la tessera, difatti rimase nella Dc, ma cambiò lavoro. 
“Terza generazione” stava nascendo. Io partecipai alle riunioni della rivista prima del numero zero, che uscì nell’agosto ’53. Ho partecipato a queste riunioni e poi ho scritto per loro due pezzi sulla scuola. Sulle “inchieste” nei paesi s’impegnò Piero Ugolini, che veniva dal Pci e poi vi tornò. C’era Baldo Scassellati e c’era Ludovico Incisa di Camerana, che veniva da destra. Con lui cominciò un discorso che io rifiutai immediatamente: la rivalutazione delle radici, della Prima guerra mondiale, le bandiere, l’arditismo, il nazionalismo. L’ipersensibilità che veniva dal mio passato di destra mi portò a staccarmi da “Terza generazione” dopo due mesi. Ciccardini è sempre rimasto un democratico, però con questa forte rivendicazione dell’identità nazionale, che era una cosa anche inedita, giusta in parte, rivista oggi. Noi, però, eravamo molto antinazionalisti, anche in maniera sbagliata. Ma c’era il contraltare di Amendola con i comunisti: a queste masse fuori dallo Stato voleva ridare anche il gusto del patriottismo, che sennò veniva riservato alle classi liberali. Anche gli esclusi dal Risorgimento dovevano assumere fino in fondo la bandiera nazionale, non avere solo la bandiera bianca e quella rossa, ma la bianca, rossa e verde. 
Una generazione che, in tempi difficili, si misurava comunque con una modernizzazione del paese.
In molti si buttarono sulla televisione, appena nata: Ciccardini con Incisa, con Vattimo, con Umberto Eco, lanciavano queste prime trasmissioni più moderne come “Matita Blu” e “Cordialmente”. E lì per un pelo non finii in quel girone infernale che mi avrebbe portato a macinare dentro la televisione trent’anni di vita. Preferisco aver fatto la scelta che ho fatto. 
Questi ci finirono e poi ne vennero anche fuori. Vattimo l’ho rivisto recentemente, si ricordava più lui di me che io di lui, perché allora era un lettore de “Lo studente d’Italia”. Io poi, nel giugno ‘54, essendo disoccupato, andai ancora, come libero pensatore, a seguire il congresso di Napoli della Dc, nel quale partecipai, come amico esterno, alle riunioni della nuova corrente della Base con Giovanni Galloni e tutti gli altri. All’epoca De Mita ancora non era nessuno, un portaborse di Sullo. In questo congresso, Magri venne confermato nel Movimento giovanile e Chiarante entrò nel Consiglio nazionale. Dopo Napoli tornai a Roma e andai a vivere insieme con Magri, Chiarante e Zappulli, più Giovanni Di Capua. Intanto non sapevo dove andare a sbattere. 
A fine anno andai a lavorare al Viminale, niente di meno che con il governo Scelba-Saragat, con Michele Lacalamita. Scelba aveva voluto un Ufficio giovani con elementi di sinistra come me -c’era anche Agostino Paci- e lì facevo un lavoro, mi ricordo, di censimento di movimenti, organizzazioni e giornali studenteschi, che poi in realtà diventava una classificazione poliziesca, ma noi non lo capivamo. 
Era il Segretariato della Gioventù?
No, quello era a fianco. Io entrai a far parte del Segretariato dei beni ex-Gil, nel Comitato nazionale. Al Segretariato della Gioventù c’era invece Angela Gotelli, deputata già dossettiana. Il Viminale era allora la sede della Presidenza del Consiglio e l’ufficio in cui lavoravo era una commissione informale di lavoro voluta dalla Presidenza. 
Un ufficio in cui non rimase a lungo…
Infatti. Il 12 marzo del ’55 compaio per la seconda volta su “L’Unità”. Il 9 marzo c’era stato l’attentato incendiario alla libreria Rinascita a Botteghe Oscure, accanto alla sede del Pci, da parte di un gruppo di giovani in divisa fascista. Uno di loro, Mario Gionfrida, aveva perso la mano per lo scoppio di una bomba-carta che stava lanciando. In un clima di acuita polemica nel Paese, con Magri e Chiarante, da “fuori dalle parti” ci eravamo già molto avvicinati ai comunisti: avevamo conosciuto Alfredo Reichlin e Luciana Castellina ed erano cominciati i primi contatti con Franco Rodano. 
Da Rodano ci aveva portato Malfatti e in quella fase Magri e Chiarante tenevano i rapporti e scrivevano su “Per l’Azione” sulla linea rodaniana dello “Spettatore italiano”. 
Chiarante e Magri mi pare che facessero “Prospettive” a Milano.
Facemmo “Prospettive”, espressione della Base, e poi “Il ribelle e il conformista”, per un ambito giovanile. Da Roma c’era Carlo Leidi che teneva le fila. Si faceva avanti e indietro con Milano perché Magri e Chiarante erano nell’Esecutivo nazionale dei gruppi giovanili, almeno fino a fine ‘54. Chiarante restò fino al ’55, quando il segretario Dc Fanfani lo espulse, insieme ad altri, per la partecipazione a un convegno dei Partigiani della Pace a Helsinki. Magri non è mai risultato che si sia formalmente dimesso dalla Dc, a mio avviso alla Dc c’è ancora la sua tessera. Di fatto si allontanò nel corso del ’55.
Torniamo alla fine della sua esperienza al Viminale.
Quando ci fu l’attentato alla libreria Rinascita, mi telefonarono da “L’Unità” chiedendo una dichiarazione. Magri e Chiarante erano a Milano, feci io una dichiarazione con Zappulli che poi usci un paio di giorni dopo a nome Baduel- Zappulli ed è agghiacciante perché era proprio di un comunismo viscerale. 
La tesi era: questo attentato fascista è stato possibile per il clima che il governo Scelba-Saragat ha creato di “caccia al comunista”. La mattina dopo io mi presento regolarmente al Viminale. Viene da me Lacalamita, pallido come un morto. Il periodo era duro, e sembra che Scelba, arrivato al Viminale, avesse chiamato Lacalamita chiedendo: “Ma chi è questo Baduel, un parente di quel Baduel che lavora con noi?”. Non pensava nemmeno lontanamente che potessi essere io. E Lacalamita: “Non lo so, adesso glielo chiedo”. Quando arrivai, verso le dieci, mi chiese: “Ma tu hai un parente...”. E io: “No, sono io”. E lui, subito: “Non ti togliere il cappotto, vai via, tanto qui non hai contratto, non hai niente, grazie a Dio!”. Ancora mi ricordo di Agostino Paci, che fece una colletta: Paci, Lacalamita, le due segretarie e un altro che lavorava con noi, 10.000 lire uno, 20.000 l’altro, mi racimolarono 70.000 lire, me le diedero in mano e mi dissero: “Vai, non ti fare mai più vedere, scompari, perché sembra che eri un infiltrato, una cosa gravissima”. 
Lì il mio ufficio era a fianco di quello di Scelba! All’epoca poi, con i fantasmi dell’anticomunismo, un cripto-comunista che stava lì diventava una prova di dove arrivavano “i tentacoli della Quinta Colonna”. Da allora mi staccai, tornai a Perugia e diedi degli esami all’università. 
Nel frattempo nasceva il settimanale “Il dibattito politico”, con Rodano ispiratore, finanziato dal Pci per coltivare il dialogo con i cattolici e i laici, e affidato ai deputati Mario Melloni e Ugo Bartesaghi, espulsi dalla Dc da Fanfani.    
E già da subito, aprile ’55, ero nella redazione. Tutti usavano degli pseudonimi, ma io firmavo col mio nome. Leggendo il primo numero, Pajetta, lo “sponsor” del Pci,  osservò: “Va bene gli pseudonimi, ma 
questo Baduel dove ve lo siete andati a inventare?”.  Che era l’unico nome vero! E comunque da lì cominciò l’avventura. Io poi, che in realtà ero stato il primo a uscire dalla Dc, fui l’ultimo a entrare nel Pci. Chiarante e Magri entrarono nel ’58 e io invece entrai nel ’60. Quindi sono rimasto due anni in più a pensarci. Però poi ci sono rimasto, a differenza di Magri. 
Ha seguito tutto l’iter di “Il dibattito politico”, 1955-1959?
No, da “Il dibattito politico” me ne venni via nel ’56, ho fatto un anno solo. Andai a “Vie Nuove” e nel ’57 passai a “L’Ora” di Palermo come corrispondente romano, mi sposai e poi nel ’58 arrivai a “Il Paese”, che usciva la mattina distinguendosi da “Paese Sera”. Lì mi raggiunsero Luciana Castellina da un lato e Chiarante, che poi divenne vice direttore, dall’altro. Questa esperienza di “Il Paese”, dal ’58 al ’63, fu molto originale, era completamente diverso da “Paese Sera”. C’era Mario Lenzi che faceva il caporedattore e inventò lì tutte le cose impaginative e tipografiche che poi ha portato al gruppo Caracciolo, a “La Repubblica”. E quindi fummo anche lì un piccolo segno, un antecedente. E anche come linea politica ne avevamo una più a sinistra dell’ala alicatiana. Difatti Mario Alicata ci fece chiudere, perché davamo nettamente fastidio alla diffusione de “L’Unità” in Toscana e a Roma, eravamo in espansione. Direi che il nostro modello era più “Le Monde” che “Paese Sera”. 
Era un giornale dalle idee atte a catturare un certo ceto medio di sinistra. Aveva varie rubriche per esempio, ma come linea politica era su una sinistra più articolata, spingendo non nel senso tradizionale della destra comunista, che cercava le alleanze con il ceto medio alla sua destra. Cercavamo gli studenti, i fermenti non comunisti che però c’erano nella società. 
Torniamo un po’ a Balbo e Rodano...
Con Balbo ho avuto qualche cosa di più rispetto all’incontro con Dossetti, che si limitò a un solo pranzo a Rossena seguito da un’oretta di conversazione. 
Io ero molto legato a Ubaldo Scassellati, che con Baget Bozzo mi aveva individuato. Avevano letto alcuni miei articoli usciti su “Lo studente d’Italia” quando stavo ancora a Perugia, e mi chiamarono per un primo colloquio a Roma. Questi articoli si chiamavano: “Villeggiatura: privilegio della borghesia”, “Borghesia e lavoro”, “Borghesia e religione” e “Conformismo religioso del mondo cattolico borghese”. Facevo tutta un’analisi cattolica di sinistra di tipo sociologico, in polemica con l’ideologia del lavoro in chiave “protestante” e produttivistica, contro l’ideologia della villeggiatura come vacanza, come disarmo dello spirito, contro la religione come adesione formale. 
Questi fermenti antiborghesi andavano forse già nella direzione dei temi elaborati da Balbo e dal circuito ex-Sinistra cristiana.
E infatti questo poi è il filone in cui mi sono trovato naturalmente. Fino al momento in cui avvenne la rottura con Rodano. Ebbi un colloquio con lui di sei ore, estenuante, come del resto ogni colloquio con Franco Rodano, che aveva una dialettica diabolica, favolosa, gesuitica: Mi ricordo che finì che non avevo più un solo argomento per dire: “Non sto più al ‘Dibattito Politico’”. Conclusi dicendo: “Senti, io capisco, mi vergogno di me stesso, io non ci sto più perché non ci voglio più stare”. E lui: “Ma non è un argomento”. E io di nuovo: “È da sei ore che stiamo parlando… mi hai steso al suolo, non ho argomenti di sorta, mi vergogno come un ladro, ma non posso pensare che domani torno al giornale come al solito”. E così finimmo.
Il suo era un tentativo molto dialettico e molto libresco, secondo me, di conciliare tutto. Il suo consociazionismo e conciliatorismo lo portava a volere contemporaneamente tutti i protagonisti e tutte le idee sullo stesso piano, ma così la folla diventava eccessiva. Il tutto pur di evitare lo scontro. Ci spiegava che questa era la sostanza della pace. Voleva conciliare Stalin, il Papa, la democrazia liberale, i radicali, Croce, Cavour… 
Ma non si può. Non puoi giustificare con quel cinismo, quella indifferenza, l’Ungheria, i gulag, tutto quello che succede all’Est. Lui non poteva proporre cose così ad altri. Io poi avevo bisogno di fare delle scelte, a 21, a 22 anni, sentivo impellente l’esigenza della scelta. E lui proponeva una cosa altissima, che era quella di iscriversi al partito di Franco Rodano. Questo era quello che proponeva a tutti. Per poi inviarli di qua e di là: tu ti iscrivi al Pci, tu resti indipendente, tu vai nella Dc. Comunque restammo amici, anche se lo vedevo molto poco. Io presi un filone un po’ diverso: noi eravamo già sinistra comunista, era il ’55. Con Chiarante e Magri, un passaggio sempre di sinistra in sinistra: sinistra Dc, sinistra comunista...
Mentre all’epoca Berlinguer era, mi diceva anche Chiarante, su posizioni diverse...
Eh sì, Berlinguer nasce a destra nel Pci, e poi si avvicina al centro, ma ideologicamente era un riformista, lo è sempre stato, e quindi, nel Pci di allora, questo voleva dire essere di destra. Lui ha poi caricato la sua linea di significati morali e di cose più di sinistra, ma sempre preoccupandosi di dargli una traduzione politica. La questione morale è il suo capolavoro: non una questione moralistica, ma l’individuazione di quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. E per evitare il segno del qualunquismo, darne uno politico alla questione morale.
(a cura di Giovanni Tassani. Per le foto ringraziamo Alessandra Baduel)