Giorgio Arfaras, direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi di Torino fino al 2020, ha lavorato nell’industria e nella finanza. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: La storia non è finita. Dalle origini del capitalismo alle varianti occidentale e orientale, Guerini e Associati, 2021, Le regole del caos. Riflessioni sul disordine economico mondiale, Paesi edizioni, 2023 e Filosofi e tiranni, Paesi edizioni, 2024. Il libro di cui si parla nell’intervista è Breve storia dell’economia, Salani, 2025.

Hai scritto una “breve storia dell’economia” in cui spieghi come appunto l’economia faccia parte della nostra vita quotidiana.
In questo lavoro ho voluto parlare di economia da vari punti di vista: l’aspetto storico, l’impatto nella vita di tutti i giorni, l’indagine sul perché alcuni paesi crescono e altri no, e infine la parte tecnica, che sostanzialmente riguarda i miei trent’anni passati in finanza, che presumo interessi meno. Il mio obiettivo era organizzare un racconto, perché la collana era “breve storia”. Quella dell’economia è una storia che si può presentare come una sequenza che porta al progresso oppure come una decadenza, dipende da come ci si vuol schierare.
La parte sull’economia quotidiana è forse la più originale, perché, attraverso letture, aneddoti, esperienze personali, si tratta di andare a ficcare il naso nella vita di tutti i giorni e vedere come l’economia la influenza. La mia intenzione era quella di far capire che l’economia non è un complotto, non sono i soldi. Anche una mia amica giorni fa diceva “sono i soldi che governano il mondo”; io ci sono rimasto malissimo perché non è vero, il mondo è governato dalla dinamica della tecnologia e dei rapporti sociali, non dai soldi. I soldi sono un mezzo.
Dicevi che hai voluto offrire qualche spunto di riflessione su come certi mutamenti sono avvenuti in determinati luoghi e non in altri
Qui una delle considerazioni più interessanti che io ho trovato riguarda l’analisi “istituzionale” di ciò che impedisce lo sviluppo economico. Lo sviluppo economico non è stato impedito dal colonialismo, che è un fenomeno relativo a un periodo limitato e ha interessato sostanzialmente paesi facilmente conquistabili. Sono stati colonizzati paesi che non avevano Stato, non avevano esercito, non avevano niente. Non sono stati “presi” il Giappone o la Cina, né la Persia o l’Impero Ottomano. Per l’India occorreva accordarsi con i Maharajah. Questo è anche un invito a non semplificare troppo:  a me sembra che sia stata piuttosto la struttura istituzionale e sociale a impedire ad alcuni paesi di svilupparsi, per esempio la presenza o meno di strutture familiste-patriarcali. Un’analisi di questo tipo rende laica una spiegazione che altrimenti diventa strana, metafisica: per dire, l’Italia, insieme alla Germania, si è sviluppata molto meno di altri paesi, come Francia, Spagna e Gran Bretagna, che non a caso si erano già costituiti in stato, ma perché avevano una società più semplice. In Italia c’erano i Comuni, che erano entità autonome, e lo stesso in Germania. Se altrove l’alleanza con la nobiltà aveva permesso di modernizzare, da noi dovevi fare i conti con un sistema proprietario complicato perché poi c’era la borghesia cittadina, la media proprietà agricola, eccetera. Noi, come i tedeschi, avendo avuto società molto più articolate, all’inizio ci siamo sviluppati più lentamente e meno.
Di nuovo, non esiste una magia o un’interpretazione lineare o un “destino” nelle cose: le storie prendono una strada anziché un’altra per ragioni che possono essere spiegate senza ricorrere a un finalismo. È poi questo alla fine il racconto vero.
Anche l’idea che la storia “finisca” con la caduta del socialismo reale nell’Europa orientale e con il crollo dell’Unione Sovietica, sancendo così la vittoria definitiva dei sistemi parlamentari e dell’economia di mercato, beh, non è proprio così. Nemmeno nel libro di Fukuyama le cose sono così lineari. Fukuyama osserva che, in una società cristiano-borghese, tende a prevalere l’individuo “isotimico”, cioè colui che non è arso da grandi ambizioni. Però poi aggiunge che rimangono anche gli individui con forti ambizioni e chissà cosa combinano.
Io ho vissuto direttamente le dinamiche e le aspettative innescate dalla caduta dell’Unione Sovietica, perché lavoravo in finanza. Dovevate vedere l’entusiasmo che c’era a Londra, Francoforte: “Adesso faremo un mercato finanziario enorme che emetterà obbligazioni, con cui ricostr ...[continua]

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