Da più di quarantasette anni, il popolo iraniano vive sotto un regime che ha fatto della morte uno strumento politico. Dal 1979, la Repubblica Islamica dell’Iran non governa: domina. Non persuade: terrorizza. Non protegge: elimina.
Intere generazioni sono cresciute imparando che la vita umana vale meno della sopravvivenza del potere. Che una protesta pacifica può finire con un colpo d’arma da fuoco. Che una richiesta di libertà può tradursi in una cella, in una tortura, in una fossa comune.
Il regime uccide a sangue freddo.
Uccide senza esitazione. Uccide persone disarmate, a mani vuote, colpevoli solo di chiedere diritti umani elementari: libertà, dignità, vita.
Non è una deriva recente. È una storia che continua.
Nel 1988, migliaia di prigionieri politici furono giustiziati in poche settimane e sepolti in fosse comuni anonime. Nel 1999 toccò agli studenti. Nel 2009 al Movimento Verde. Nel 2019 centinaia di manifestanti furono uccisi in pochi giorni. Ogni volta lo stesso schema: repressione brutale, silenzio imposto, negazione ufficiale. Ogni volta il mondo ha reagito solo a parole. E ogni volta il regime ha imparato che poteva spingersi oltre.
Quello che sta accadendo in questi ultimi giorni, però, ha una dimensione ancora più disumana.
Secondo testimonianze dirette, reti di attivisti e stime provenienti dall’interno del Paese, oltre 20.000 persone sono state uccise in pochissimo tempo. Non solo colpite. Massacrate. Con armi da guerra usate contro civili inermi.
I corpi non vengono restituiti con il dovuto rispetto. Vengono caricati su camion, trasportati in luoghi isolati e scaricati a terra, uno sopra l’altro, come sacchi di patate, come oggetti anonimi. Le famiglie vengono informate in modo frammentario, confuso, spesso troppo tardi. Devono correre da un luogo all’altro senza sapere dove cercare. E quando arrivano, trovano mucchi di corpi, distesi sul terreno. Madri, padri, fratelli sono costretti a cercare i propri cari tra i cadaveri, come se stessero identificando cose, non esseri umani. È una scena che distrugge la dignità, che annienta l’anima, che resta impressa per sempre. E anche dopo questo orrore, la violenza non finisce. Alle famiglie viene chiesto di pagare denaro per riavere il corpo del proprio figlio, della propria figlia. Un riscatto anche nella morte. Se non paghi, non puoi seppellire. Se parli, vieni minacciato. Se piangi in pubblico, rischi l’arresto. Se i corpi non vengono reclamati in tempo, perché i familiari stanno cercando altrove o non sanno dove siano stati portati, vengono sepolti senza identificazione. Altri non verranno mai riconosciuti perché non hanno più nessuno. Vengono gettati in tombe collettive, ammassati come rifiuti, coperti di terra per cancellare nomi, volti, prove. È così che il regime ha sempre operato. Non è una novità. È così che si spiega perché i numeri ufficiali non coincidono mai con la realtà. Perché migliaia di morti non entrano mai in nessuna lista: corpi non identificati, famiglie arrivate troppo tardi, persone senza parenti, nomi cancellati prima ancora di essere registrati.
Il regime non solo uccide. Cancella.
Le carceri iraniane restano luoghi di annientamento sistematico: torture fisiche e psicologiche, violenze sessuali, isolamento prolungato, processi farsa, confessioni estorte. Tutto è pensato per spezzare l’essere umano, per trasformare il corpo in un messaggio di paura.
E mentre il popolo viene massacrato, il regime spende miliardi altrove.
Non per curare, non per ricostruire, non per proteggere l’ambiente devastato. Ma per finanziare terrorismo e guerre per procura in Libano, Siria, Iraq, Yemen, Gaza. Denaro rubato agli iraniani per alimentare violenza fuori dai confini, mentre dentro il Paese si spara sui cittadini.
Il terrorismo della Repubblica Islamica ha due direzioni: verso l’esterno e, soprattutto, contro il proprio popolo.
Quando la repressione si intensifica, il regime spegne la luce: internet viene tagliato, le comunicazioni bloccate, i giornalisti arrestati. Nulla deve uscire. Nessuno deve vedere. Nel silenzio, le uccisioni continuano. E il mondo, troppo spesso, accetta di non guardare.
Ma ogni silenzio internazionale è una scelta.
Ogni accordo, ogni trattativa, ogni rinvio politico rafforza chi preme il grilletto. Chi continua a fare affari con questo regime contribuisce a rendere possibile ciò che sta accadendo.
La storia non sarà indulgente. Non lo è mai stata.
Il popolo iraniano non chiede privilegi.
Chiede ciò che spetta a ogni essere umano: vita, libertà, dignità. E mentre i corpi vengono ammassati in fosse comuni, mentre i nomi scompaiono prima di essere pronunciati, resta una sola domanda, rivolta a chi guarda da lontano: quanto ancora siete disposti a tollerare che esseri umani vengano trattati come spazzatura, sepolti nel silenzio, mentre il mondo continua a parlare d’altro?
Faezeh Afshan, giovane iraniana, vive e lavora in Italia. È impegnata nella lotta per i diritti delle donne e dei democratici iraniani. L’abbiamo intervistata nel n. 310 di “una città”, maggio-giugno 2025.
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