New York, 10 aprile 1946
Mio carissimo Andrea,
mi perdoni se non ho risposto prima alla sua lettera, così particolarmente affascinante (penso alla messa in guardia contro le “Sirene”… ma, insomma, crede seriamente che il bravo Husserl abbia una voce così puramente melodiosa?). Albert Camus è qui - gli faccio da guida un po’ attraverso New York - il che mi prende delle mezze giornate, talvolta - e ho avuto un articolo da scrivere che mi ha procurato una fatica smisurata.
Quanto ad Aldo, si scusa di non scriverle più spesso - è molto preso dal suo affare dei sandali - che fa fatica a ingranare.
La scorsa domenica, Camus è venuto a pranzo a casa. C’era Tucci [...]. Si è parlato di “che fare”. Sono stato colpito di sentire Camus insistere sulla necessità di “creare una società nella società” - uomini legati da una solidarietà materiale spontanea - che conducono una vita modesta e semplice (ma senza regole ascetiche o sospetto di “falansterismo”) e che si limitano - per cominciare, almeno - a esprimere la loro opinione senza riserve sulle questioni della “polis” - senza concessioni all’opportunismo politico, allo spirito di partito, o alla prudenza pratica - sulla base di un piccolo numero di principi chiaramente definitivi - e che, per cominciare, avrebbero probabilmente una forma “negativa”. Mi ha detto che i suoi amici Brice Parain e Pascal Pia sono d’accordo con lui.
Non voglio dirne di più per paura di cadere nell’ottimismo (stimolato dalla grandissima simpatia personale che ho per Albert Camus). Le sottometto questo fatto come un “segno”. Aggiungerò che Camus ha anche notato che l’Assurdo e la Disperazione sono dei fatti “privati” e che tali bisogna conservarli.
Le racconto tutto ciò perché, venendo da un uomo che mi sembra uno dei pochissimi (tra coloro che si rivolgono al “pubblico”) a prendere davvero sul serio i problemi di oggi, mi sembra molto significativo.
Per quanto riguarda i miei rapporti con la filosofia, mio caro Andrea, il mio solo rimpianto è di essere così ignorante in fatto di storia, così come di medicina e di matematica. Peraltro, mi creda, la mia più profonda nostalgia è di riuscire ad esprimermi sotto la forma del discorso corrente e nutrito di esempi terra a terra. Se non ci riesco, è perché sono confuso e ignorante. Il mio soggiorno in America mi avrà aiutato un po’ ad evitare il linguaggio astratto. Ma non è così facile rimediare a una cattiva educazione. ...
Lettera di Nicola Chiaromonte ad Andrea Caffi
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