Synefiasmeni Kyriaki (1943) di Vassilis Tsitsanis è la “Bloody Sunday” greca.
La Grecia è, soprattutto era, una nazione canterina, un popolo che ama la musica e la pratica. Nei bar, sugli autobus, nelle ouzeri o nella taverne, ma anche nelle strade è spesso presente, sia il pop contemporaneo, molto drammatico e passionale, ma anche la tradizione, il laykos, la canzone più sofisticata. E ovviamente il genere più turistico, quello che la colonna sonora di Zorba the Greek, il film di Michael Cacoyannis basato sul romanzo di Nikos Kazantzakis, ha portato alla fama internazionale nel 1964. Composto da Mikis Teodorakis è legato alla danza chiamata sirtaki, che a differenza da quanto comunemente ritenuto non è affatto una danza tradizionale, bensì un prodotto della testa di Teodorakis che realizzò modificando e rallentando l’Hasapiko, questo sì nato dalla cultura popolare.
Ma la perla nascosta, oramai non molto a dire il vero, della musica greca, quella forse più ostica e che fatica a trovare una dimensione che va oltre le cerchie ristrette degli appassionati è il rebetiko, un genere che poco concede, nelle sue forme più pure, alla piacevolezza melodica e che spesso è cantato con una certa ruvidezza, al punto che viene paragonato al blues. Ma non al blues elettrico della scuola di Chicago, nato nel secondo dopoguerra e diffuso fino a quasi cancellare le altre forme, ma quello rurale, grezzo, con voci poco melodiose, quello che dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Venti/renta del 900 si poteva ascoltare solo nelle zone rurali del sud.
Anche il rebetiko, come il blues e il tango, ha origine all’inizio del Novecento, e la sua culla è l’impero ottomano, quel miscuglio di popoli e culture che verrà spazzato via dalla Prima guerra mondiale. La diffusione della popolazione grecofona nell’Anatolia era cospicua e si concentrava soprattutto nelle grandi città. Smirne in particolare era una città greca ed è questa città che è al centro delle rivendicazioni greche, la prima tappa della “Meghali Idhea”, che aveva come ultima meta la riconquista di “Costantinopoli”. Di qui, con il viatico delle potenze europee, una politica aggressiva che arriva alla guerra. Una guerra quasi vinta, l’esercito ellenico arriva a 80 chilometri da Ankara, che si trasforma in catastrofe. Alla politica nazionalista militare greca risponde la politica nazionalista etnica turca. Sono tra l’altro gli anni in cui si porta a compimento il genocidio armeno. E così i turchi nel 1922 cacciano i greci, quasi un milione di greci, in realtà un milione di ortodossi in quanto l’anagrafe ottomana si basava sul credo religioso, viene costretta a lasciare le proprie case e andare in Grecia. E dove finisce? La maggior parte viene dislocata al Pireo, un’altra a Salonicco e infine molti emigrano negli Stati Uniti d’America. 
Il Pireo è letteralmente invaso da profughi, gente che parla un greco corrotto, molti non lo parlano affatto, gente che ha perso tutto o quasi e che vive ai margini di una piccola città portuale e l’esito non può essere che lo sviluppo di un microcosmo semi criminale, fatto di bulli, di violenti, un mucchio di gente che vive alla giornata, di piccoli traffici e che passa tanto tempo nelle ouzeri, nei kapheneion. E la musica e i musicisti in questi locali sono protagonisti, raccontano le vicende delle strade, dei bari, degli evasi, dei tossici. E lo fanno su una struttura musicale che prende molto dalla tradizione orientale per la struttura, ad esempio è obbligatorio il taximi, cioè l’introduzione strumentale come nelle composizioni turche ed egiziane, anche se ridotta nella misura, per gli strumenti -il bouzouki e il baglamas sono di derivazione orientale- e infine per l’uso del cantato cosiddetto melismatico, quello che distribuisce la sillaba su varie note.
Ovviamente è un musica poco amata dalla borghesia e dal potere, la sua continguità col mondo sommerso, i suoi testi che trasudano di anormalità, i suoi musicisti, non certo modello di virtù, la pongono in una zona morta con pochi sbocchi. Ciononostante lentamente comincia ad avere un seguito, cominciano le pubblicazioni grazie soprattutto alla grandezza di alcuni suoi esponenti che tra la fine degli anni Venti e gli anni Cinquanta creano un corpus di canzoni straordinario. Markos Vamvakaris, Sotiria Bellou e Vassili Tsitsanis in particolare, ma tantissimi altri.
La stella del rebetiko comincia a declinare a fine anni Cinquanta, i nuovi gusti, le influenze occidentali, il nu ...[continua]

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