Nemmeno Tuzla era un posto sicuro. Le granate venivano lanciate all’improvviso, e uccidevano. Per fortuna, a Tuzla non c’erano scontri tra etnie diverse e nemmeno l’odio. Tutti insieme cercavamo di offrire il miglior aiuto possibile nonostante mancassero cibo, acqua, elettricità. Semplicemente, cercavamo di sopravvivere.
La cosa più difficile è stata l’incontro con il dolore dei bambini. Innumerevoli volte, lavorando con loro, mi sono dovuta fermare, perché congelata dall’orrore per le cose che avevano subìto.
È stato particolarmente difficile ascoltare i bambini rimasti soli durante la guerra. Il mio incontro con loro, all’Orfanotrofio di Tuzla, è stato drammatico. Besima, la psicologa, un giorno è entrata infuriata nella mia stanza tenendo in mano un mucchio di referti. Li ha buttati sul tavolo dicendo: “Non può essere che tutti siano affetti da epilessia!”. I bambini dell’Orfanotrofio soffrivano di crisi improvvise. Besima aveva capito che c’era qualcosa che non andava con quelle diagnosi e si era assunta la responsabilità di non dar loro i farmaci prescritti. Iniziai a seguirli. Non avevano l’epilessia, erano solo traumatizzati: la reazione di una bambina a quegli eventi orribili si era allargata come un’epidemia agli altri bambini, altrettanto feriti nell’anima...
Irfanka Pasagic
(Tratto da: Luce. Il bambino più bello del mondo)
(Tratto da: Luce. Il bambino più bello del mondo)

















