Il libro della Mastrobuoni è utilissimo per la sua straordinaria concretezza, e anche per il suo tenersi distante da ogni tentativo di imbastire spiegazioni generali usando concetti derivati dalle mistificazioni intrinseche ai movimenti neonazisti.
Se Camus aveva scelto il contagio fisico come metafora universale del male che può colpire le comunità degli uomini, in forme diverse e ricorrenti, dalla guerra al totalitarismo, fino alla malattia morale di una società che bada soprattutto al guadagno, non c’è invece nulla di metaforico nell’indagine della Mastrobuoni, ricca di nomi, cognomi e luoghi, sulla strategia che manda i nuovi nazisti, nei loro diversi orientamenti principali, a insediarsi nei territori della ex-Ddr (di cui non sempre sono originari, talora sono anche dei Wessies), soprattutto in piccoli paesi, spesso sotto il migliaio di abitanti, in cui possono assumere ruoli pubblici e privati importanti, senza che debbano presentarsi subito con tutti gli aspetti della loro ideologia. Del resto, il titolo del testo probabilmente è stato ispirato, più che da Camus, che può essere dato per scontato, dalla Peste brune, come titolò il suo rendiconto focalizzato sulla fine di Weimar e sul primo trionfo del nazismo Daniel Guérin, marxista libertario, nel 1936: undici anni prima che l’opera di Camus imponesse una metafora universale.
La strategia che indaga la Mastrobuoni non è stata scelta a caso. I Länder che formavano la vecchia Repubblica Democratica Tedesca (Meclenburgo, Pomerania, Brandenburgo, Sassonia, Turingia; la Prussia orientale, come gran parte della Pomerania, è toccata ai polacchi, e quindi non è più un problema della Germania) abbandonati da una parte cospicua della loro popolazione, privati dall’Unione Sovietica di gran parte della loro struttura produttiva, poi chiusa o svenduta, con bassi prezzi della terra e delle case, una popolazione che dopo l’iniziale entusiasmo ha cominciato a risentirsi di essere trattata come cittadini di classe inferiore, quando non di conniventi con il proprio governo, era il luogo ideale per cominciare un’opera di colonizzazione (basta leggere Autunno tedesco, 1992, di Franco Tatò, che è stato di fatto il liquidatore di una delle grandi aziende della Germania orientale per capire come è avvenuto il passaggio dall’economia pseudo socialista all’economia sociale di mercato). È una strategia che ha avuto successo. Dopo il riuscito radicamento e i primi successi elettorali nella zona, i nuovi nazisti hanno cominciato a espandersi anche nella parte occidentale della Germania, grazie all’assorbimento di un partito, come l’AfD, nato ordoliberista e rapidamente spostatosi poi all’estrema destra; essi rappresentano ora un rischio reale per le prossime elezioni nazionali.
I cognomi portano a riconoscere che una percentuale rilevante dei nuovi nazisti proviene da famiglie che sono state naziste nel passato. Ma i luoghi sono forse anche più importanti di quanto non dica l’indagine, che pure li mette al centro. Non si tratta solo del peso di un passato che graverebbe in misura più rilevante sui cittadini dell’ex-Repubblica democratica tedesca: il fatto che in epoca di scarsa mobilità individuale essi, generazione dopo generazione, siano passati quasi senza interruzione dall’autoritarismo del secondo impero a un regime militare, dalla dittatura hitleriana a quella stalinista, senza mai conoscere le regole di una democrazia liberale. Il passato di per sé non orienta le scelte del presente, e apre anzi a diverse possibilità. Più importante è che le regioni protestanti del nord-est fossero quelle che più precocemente votarono per il partito nazista, già nelle elezioni del 1932, prima che convergessero su quella scelta anche tutti gli opportunisti che nelle elezioni successive non mancarono di rispondere positivamente alle violenze e alle manipolazioni. Ma, soprattutto, si tratta di un fatto strutturale della Ddr, uno stato che indubbiamente nell’epurare i nazisti, in particolare tra i magistrati e gli alti funzionari ...[continua]
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