Philippe Sands è avvocato e insegna Diritto presso l’University College London. È stato chiamato a partecipare a importanti processi di competenza della Corte penale internazionale, fra cui quello per l’estradizione di Pinochet; ha rappresentato lo Stato di Palestina nel procedimento sull’occupazione israeliana dei Territori palestinesi. Collabora con il “Financial Times”, il “Guardian”, la “New York Review of Books”. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo La strada verso Est, La via di fuga e 38 Londres Street o sull’impunità (Guanda 2026). Attualmente è membro del collegio legale che rappresenta il Gambia davanti alla Corte internazionale di giustizia nel caso contro il Myanmar per il genocidio dei Rohingya.

Negli ultimi anni, in particolare dopo l’aggressione russa all’Ucraina e ancora dopo il 7 ottobre e la reazione di Israele, i concetti di crimine contro l’umanità e genocidio sono tornati al centro del dibattito pubblico. Può raccontarci come sono nati questi concetti? Si tratta di una vicenda che lei ha scoperto essere legata anche alla sua storia familiare...
Come racconto ne La strada verso Est, tutto è cominciato con un invito a tenere una conferenza nella città di Leopoli (Lviv), che non conoscevo. Ho così scoperto rapidamente che Lviv era Lemberg e che Lemberg era la città in cui era nato mio nonno. La cosa mi ha incuriosito e ho dunque accettato l’invito, non tanto perché desiderassi tenere una conferenza, ma perché volevo ritrovare la casa in cui era nato mio nonno.
Nel preparare la conferenza mi sono molto sorpreso nello scoprire che le origini dei concetti di genocidio e di crimine contro l’umanità erano così strettamente legati a quella città. Ho cominciato a fare ricerche, a scrivere su quelli che sono per me i tre protagonisti della vicenda: mio nonno Leon, Hersch Lauterpacht che ha elaborato il concetto di “crimini contro l’umanità”, e Raphael Lemkin che è l’inventore del termine “genocidio”; tutti orbitavano attorno alla città di Lemberg.
A un certo punto nella storia è entrato in scena Hans Frank, insieme a suo figlio Niklas, che in seguito mi ha presentato il figlio di Otto Wächter. Una cosa conduceva all’altra...
Il cuore pulsante della vicenda è che si possono far risalire le origini di questi due concetti giuridici, molto diversi ma collegati, a una sola città, a una sola aula e a un solo insegnante: Julius Makarewicz, docente sia di Lemkin che di Lauterpacht. Per me è stata un’autentica sorpresa. 
Può spiegarci qual è la differenza tra questi due concetti?
In Lauterpacht il concetto di crimini contro l’umanità è incentrato sulla protezione dell’individuo. La sua tesi era che ogni essere umano, in quanto tale, possiede dei diritti minimi e merita protezione. Lemkin aveva invece una tesi diversa: sosteneva che le persone vengono perseguitate, attaccate e colpite perché appartengono a un gruppo che, in un determinato momento e luogo, è oggetto di odio. Perciò, se si vuole proteggere l’essere umano, bisogna proteggere anche il gruppo di cui fa parte. 
Da qui nasce l’idea di genocidio. Nel processo di Norimberga tale concetto fu effettivamente discusso, ma nella sentenza finale è un termine che non compare. E non compare perché gli americani erano contrari, perché preoccupati che un tale reato potesse essere invocato in relazione ai linciaggi degli afroamericani negli Stati del Sud. Lemkin fu devastato dal fatto che il giudizio finale non contenesse alcun riferimento al genocidio e lavorò molto per sensibilizzare il mondo giuridico in questo senso, riuscendo infine a convincere gli Stati membri delle Nazioni Unite a negoziare e adottare una Convenzione sul genocidio, che fu approvata nel 1948, quasi ottant’anni fa.
Va detto che la sua definizione di genocidio fissava una soglia relativamente bassa. Lemkin aveva una concezione del genocidio molto più ampia di quella poi accolta nella Convenzione sul genocidio, e più vicina a ciò che oggi molte persone associano intuitivamente a questa parola. Quando, tra il 1946 e il 1948, gli Stati negoziarono la famosa Convenzione, la soglia venne innalzata. In sostanza si stabilì che, per dimostrare un genocidio, bisogna provare anche l’intenzione di distruggere un gruppo, in tutto o in parte. Questo è molto difficile, perché occorre entrare nella mente dell’autore dei fatti per capire quali fossero le sue reali motivazioni.
Dopo il 1948, per circa cinquant’anni, accadde ben poco su questo versante. Solo negli anni Novanta, con i ...[continua]

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