Guy è un attivista israeliano dell’Associazione Ta’ayush (“Viveve assieme”) impegnata nella difesa dei diritti umani e nella resistenza contro l’occupazione dei territori palestinesi.

Puoi parlare della tua organizzazione e del tuo impegno nei Territori occupati?
Ta’ayush è nata all’inizio del Duemila, all’epoca della Seconda Intifada. C’erano tre gruppi dislocati a Nord, a Sud e a Gerusalemme. C’erano anche molte più persone rispetto a oggi. Organizzavano azioni specifiche. Ad esempio, se sapevano che c’era un villaggio o una comunità che aveva bisogno d’acqua o altro, radunavano un sacco di gente, a volte anche qualche centinaio di persone, e magari formavano una catena umana per trasportare acqua, oppure coperte, medicine o altro. Ma era un evento mirato. Con il tempo, il gruppo del Nord e quello del Sud non sono sopravvissuti. 
Il gruppo di Gerusalemme è rimasto attivo e, nel tempo, ha concentrato i propri sforzi sulle questioni legate alla terra, in particolare sul garantire ai palestinesi l’accesso alle loro proprietà, soprattutto nelle colline meridionali di Hebron e, occasionalmente, in altre aree della Cisgiordania.
L’attività si è quindi finalizzata sull’accompagnare pastori, agricoltori e proprietari terrieri in aree a cui avevano difficoltà a entrare a causa dei coloni e delle altre forze di occupazione. Gli attivisti vanno in questi luoghi con le telecamere per documentare ciò che sta accadendo, con il supporto di un assistente legale. Quello è tradizionalmente l’obiettivo principale. 
Abbiamo anche avuto contatti con altre organizzazioni, altri gruppi di attivisti come “Operazione Colomba”, nonché giornalisti, diplomatici, avvocati e ong che forniscono assistenza legale, infrastrutture e altri tipi di supporto per aiutare la popolazione. 
Com’è cominciato il tuo impegno?
Mi sono unito a Ta’ayush nel 2010, dopo essere stato a una manifestazione a Gerusalemme Est, nel quartiere di Sheikh Jarrah. È un quartiere da tempo in fase di “giudaizzazione”. Il che significa appropriarsi delle case dei palestinesi, cacciarli via e far insediare al loro posto coloni ebrei israeliani. Si tratta di un fenomeno iniziato alla fine del 2009. Ho partecipato a una delle manifestazioni il 6 marzo 2010. Una settimana dopo ho sentito parlare di Ta’ayush. Durante le proteste ci hanno invitato a partecipare alle loro attività, così mi sono unito a loro, tutto qui. Le mie opinioni si erano già consolidate molto, molto tempo prima, ma fino ad allora non avevo fatto nulla di concreto.
Come hai visto cambiare la situazione?
Penso di poter dire che ci sono stati alcuni punti di svolta. Uno di questi è la prima nomina di Trump, che ha creato un enorme cambiamento sul terreno. Perché gli Stati Uniti, da attori che esercitavano pressione e tenevano sotto controllo l’occupazione e le autorità israeliane, hanno cambiato linea, passando dalla critica al sostegno. 
Un appoggio totale, che significa un’impunità totale, una sorta di via libera: fate quello che volete. 
Questo è risultato molto evidente sul campo, soprattutto rispetto al movimento dei coloni. Anche all’interno di Israele la situazione è cambiata: il sistema legale, la mappa politica... Gradualmente le cose sono peggiorate. 
Un altro punto di svolta è stato l’inizio di questo governo, insediatosi nel 2023. È un governo talmente radicale che mi verrebbe da usare dei termini che è meglio che non adoperi. I coloni più radicali sono diventati i leader e hanno iniziato a muoversi senza trovare alcuna voce contraria. Dopo il 7 ottobre, è cominciato il caos. Israele ha visto aprirsi una finestra di opportunità per cambiare la realtà sul campo. 
L’attacco all’Iran a sua volta ha contribuito a far precipitare la situazione. È un’altra finestra di opportunità. 
Anche la pandemia, già prima, aveva creato un contesto particolare: non c’erano molti attivisti; gli stranieri avevano smesso di venire. Inoltre c’erano molte restrizioni di movimento. Restrizioni che ovviamente non si applicavano ai coloni. Tutti questi eventi hanno creato una situazione di fatto, che consiste nel limitare l’accesso dei palestinesi alle loro terre e nel lasciare che i coloni agiscano indisturbati. 
Negli ultimi mesi si è molto parlato della tragedia di Gaza, ma nel frattempo anche in Cisgiordania la situazione è diventata estremamente grave.
Immediatamente in Cisgiordania la situazione ha iniziato a peggiorare. Anche se non c’era alcun collegamento con ciò che è successo a Gaza, la realtà sul campo è cambiata completamente. C’è stata una chiusura totale, una restrizione dei movimenti fino al punto di non avere più alcuna possibilità di muoversi. Non lasciavano uscire le persone di casa. Hanno anche interrotto completamente il sistema scolastico per alcuni mesi. 
Qual è il rapporto tra i coloni e i soldati? I coloni sono civili? Li vediamo sempre più spesso in divisa...
Non è chiaro. Aggiungo che non è chiaro volutamente. I coloni che conoscevamo come civili, che venivano a molestare e ad attaccare i palestinesi e anche noi, ora hanno in dotazione delle uniformi che li rendono in qualche modo delle figure ufficiali; hanno anche le armi e le stanno usando.
Oggi sono loro a dettare legge. La legge è nelle loro mani. In alcuni casi si presentano dicendo apertamente: “Noi siamo la legge” ed effettivamente fanno quello che vogliono. 
Con gli ebrei israeliani che come te sono attivisti si comportano diversamente che con i palestinesi?
Intanto sanno di avere mano libera anche contro gli israeliani. Poi è subentrata questa tensione, questo desiderio di vendetta, non solo contro i palestinesi, ma anche contro noi attivisti. In molti casi se ne escono dicendo che è colpa nostra quello che è successo, che siccome i palestinesi per loro sono l’equivalente di Hamas, noi stiamo sostenendo Hamas. 
Ti capita di parlare con loro?
Personalmente non parlo con loro.
Ma chi sono queste persone, da dove vengono?
È difficile generalizzare. Molti di loro sono adulti, sono già la seconda o terza generazione di coloni. È una realtà consolidata. Dal 1967, la comunità dei coloni si è sviluppata ed è diventata molto forte. E oggi sono loro i leader, sono in prima linea e tutti lo sanno. 
Le autorità, non solo li riconoscono, ma danno loro pieno sostegno, investendo denaro e risorse, in quantità che non potete immaginare. C’è un forte incentivo economico dietro l’espansione degli insediamenti.
Abbiamo letto anche di adolescenti avanguardia delle colonie...
Sono i “giovani delle colline”. È un fenomeno presente già da diversi anni e che sta crescendo. Fanno parte del movimento dei coloni; sono considerati i pionieri, i nuovi leader; sono i più ideologici. Sono in prima linea e stanno di fatto spostando i confini con la forza, creando fatti sul terreno. Purtroppo ottengono dei risultati. 
Una fattoria con pochi giovani può appropriarsi di un’enorme quantità di terra, può cacciare intere comunità. Sono estremamente efficaci.
I palestinesi costretti a lasciare le loro case, dove vanno?
All’inizio vengono molestati, aggrediti, poi si toglie loro la possibilità di uscire di casa, di andare a pascolare o coltivare la loro terra. Alla fine alcuni devono addirittura lasciare le loro case. Dove vanno? Alcuni si avvicinano alle città, alle zone A e B, altri si trasferiscono in luoghi più sicuri. Il fatto è che abbiamo molti esempi di persone che hanno lasciato la propria casa pensando di raggiungere un’area sicura, ma poi nel giro di poche ore, giorni o settimane, è come se questi nuovi “confini” li avessero raggiunti; finiscono sotto attacco e devono andarsene di nuovo. 
Purtroppo c’è sempre il problema dei documenti rispetto alla proprietà delle terre. Specialmente nella parte meridionale della Cisgiordania, le proprietà non sono registrate o lo sono in un modo che rende molto facile alle autorità israeliane tentare di riappropriarsene. Anche nel Nord, dove in teoria era saldamente dimostrato che si trattava di terre palestinesi, perfino le aree che appartengono alla Chiesa o al Waqf, il fondo musulmano, vengono sottratte. Ripeto: stanno facendo quello che vogliono e non c’è modo di fermarli.
Come hai visto cambiare la società israeliana negli ultimi anni, qual è la tua impressione?
È in corso un processo di radicalizzazione, di estremizzazione, di crescente disumanizzazione dei palestinesi. Gli ebrei israeliani ignorano l’esistenza dell’occupazione, l’esistenza della Linea Verde, ignorano il diritto internazionale… semplicemente ignorano l’esistenza stessa dei palestinesi. 
Dopo il 7 ottobre, tutto è passato a un nuovo livello. Come dicevo, è emerso un desiderio di “dare loro una lezione”; forse perfino l’impulso di eliminarli, e tutto questo sta diventando normale, anche nei media, nel sistema educativo, per le strade, ovunque. Slogan come “Vittoria totale”, “Insieme vinceremo”, immagini di soldati uccisi trattati da eroi… e poi armi ovunque: pare vengano rilasciate centinaia di migliaia di nuove licenze per il possesso di armi da fuoco. Per non parlare di tutto ciò che i leader dicono pubblicamente, come l’aperto sostegno al genocidio. Qualcuno ha detto che dovremmo lanciare delle bombe nucleari su Gaza; un altro che dovremmo rendere Gaza un campo da calcio, radere tutto al suolo. 
Non ci sono più tabù. E naturalmente c’è una totale impunità per chiunque dica o faccia qualsiasi cosa. È così. 
Cosa fa l’opposizione, la sinistra?
L’opposizione è una triste barzelletta in Israele. C’è in corso una battaglia per essere il centrista più radicale. 
Pare che se si riesce a non dire nulla su quasi tutto ci si colloca nella posizione migliore per diventare il leader dell’opposizione. Nel frattempo ci sono diversi nodi che stanno venendo al pettine. C’è la questione del reclutamento degli ultraortodossi. C’è la riforma del sistema giudiziario. E poi c’è questo tentativo di rendere questo paese definitivamente una etno-democrazia, un’espressione che non ha senso. È il suprematismo ebraico.
La tua famiglia, i tuoi amici cosa dicono di questo tuo impegno? Ne discutete?
Mi sono allontanato da tutta la mia famiglia, a parte mia sorella e mia madre, molti anni fa a causa delle mie opinioni. Quindi, da molti anni non ho alcun rapporto con i parenti.
Certo, è triste, ma è stata una scelta obbligata. Non potevo fare diversamente. Oramai ho rapporti solo con israeliani che sono a loro volta attivisti. Sono arrivato ad aver paura e a sentirmi in pericolo nel mio stesso paese. Perché alle autorità noi non piacciamo, per usare un eufemismo. Molta gente ci vede come traditori, come nemici o come collaboratori dei nemici.
Non è un fenomeno recente. Esistono ong di destra che prendono di mira la sinistra e gli attivisti. È così praticamente da quando ho iniziato a impegnarmi. Non è una novità. Ma nel tempo tutto è diventato più radicale e più pericoloso. 
Nel tuo ambiente ci sono persone che stanno pensando di andarsene?
Molti dei miei amici se ne sono già andati, altri stanno per farlo; altri ancora per il momento sembrano voler restare. 
Tu ci hai mai pensato?
Sì, certo. Ho iniziato a pensarci molto tempo fa, dopo una vicenda che vorrei dimenticare.
Vuoi aggiungere qualcosa?
In generale, noi attivisti cerchiamo di andare nei villaggi e documentare quello che succede, raccogliere informazioni. Nel corso degli anni questi dati sono risultati molto utili per il lavoro dei legali. Anche per rendere pubblico quello che succede e cercare di motivare altri ad agire. 
È un lavoro importante anche dal punto di vista della conservazione della memoria, della storia.
Quale futuro immagini per questa terra?
Sono molto pessimista. Ultimamente mi sono trovato a pensare che l’idea di questo regime sia quella di implementare una sorta di “soluzione finale” per i palestinesi. È un piano graduale, ma dei passaggi li vediamo già; è in corso un’accelerazione e per ora non vediamo alcuna forza che possa fermarli in alcun modo. So che sto dicendo una cosa forte, ma non riesco a non pensarci vedendo quello che sta succedendo. Continuo a interrogarmi se tutto questo sia plausibile, se sia reale, ma ogni volta che mi faccio questa domanda mi trovo a darmi la stessa risposta.
C’è una nuova generazione di attivisti israeliani...
È così. Ci sono tanti giovani, più che in passato. Oggi la maggior parte del loro attivismo consiste nello stare con le famiglie palestinesi nelle loro case, all’interno delle comunità, nell’essere presenti a scopo protettivo, perché tutti hanno paura degli attacchi in arrivo. Ogni giorno, ogni notte ci sono aggressioni. È questo che gli attivisti fanno principalmente. In passato ci si mobilitava soprattutto nel fine settimana; durante la settimana molti di noi lavorano. Ora però c’è bisogno ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. 
Ci arriva un’enorme quantità di richieste che non riusciamo nemmeno a soddisfare. Il numero di ore degli attivisti sul campo è aumentato drasticamente. La maggior parte di loro sono molto giovani. Alcuni si fermano anche per mesi, altri vengono da fuori. Le comunità dipendono moltissimo da questi attivisti; sono gli unici rimasti. Alle autorità non importa. Non c’è più alcun attore che possa aiutare. L’impegno di queste ragazze e ragazzi è ammirevole perché vengono attaccati anche fisicamente; molti pagano questo impegno a caro prezzo. Che altro dire? Abbiamo bisogno di un intervento esterno, stiamo chiedendo aiuto…
(a cura di Barbara Bertoncin)