La guerra scatenata da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran, estesa quasi subito al fronte libanese, è apparsa fin dall’inizio ampiamente impopolare a livello globale. In nessun grande paese dell’Europa occidentale l’opinione pubblica sostiene l’intervento. Negli Stati Uniti, a metà marzo solo quattro americani su dieci approvavano l’operazione -“Furia epica”, questo il nome scelto da Trump- e il consenso era concentrato quasi esclusivamente tra gli elettori repubblicani. Due settimane più tardi, il sostegno tra questi ultimi era già in calo significativo (dal 76% a poco più del 60%).
Infatti nel corso del mese di marzo all’interno del fronte trumpiano si è aperta una frattura, esemplificata dalle dimissioni di Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center. Secondo Kent, la guerra non è in linea con gli interessi degli Stati Uniti, che sarebbero stati trascinati nel conflitto -a suo dire- dalla pressione di Israele e delle sue reti d’influenza a Washington. Insieme con altri come ad es. il giornalista Tucker Carlson, l’influencer Candace Owens e il negazionista della Shoah Nick Fuentes, Kent rappresenta un segmento dell’area Maga che è apertamente antisemita o flirta con l’antisemitismo. Non sorprende che figure come queste abbiano preso posizioni contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra, anche se per pessimi motivi.
Tra gli elettori democratici, la condanna dell’intervento è rimasta invece quasi unanime per tutto il mese di marzo con il dissenso contro la guerra che alla fine del mese sfiorava il 90%.
Fuori dagli Stati Uniti, si oppongono alla guerra anche tutti i paesi del Golfo, che ne subiscono le conseguenze dirette: sia gli effetti dei bombardamenti iraniani sia quelli della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Russia e Cina hanno entrambe denunciato l’intervento. Putin ha usato toni più aggressivi, coerenti con il rapporto di cooperazione tra Mosca e Teheran, che fornisce all’esercito russo droni impiegati da anni contro la popolazione ucraina. Xi Jinping ha invece espresso una condanna più misurata. A distinguere i due paesi è anche l’impatto del conflitto: Mosca beneficia dell’aumento dei prezzi dell’energia e può accusare Stati Uniti e Israele di violare il diritto internazionale, nonostante l’analogia con la propria condotta in Ucraina dal 2022 in poi. Pechino osserva la situazione con maggiore cautela, preoccupata per la stabilità dei mercati energetici, ma lieta che gli Stati Uniti siano impegnati su un fronte lontano dall’Asia orientale e stiano perdendo al contempo quel poco di reputazione che qualche fan ancora gli riconosceva.
Le economie asiatiche, e soprattutto quelle più deboli, sono in crescente allarme, visto che dipendono in modo massiccio (60-90%) dal gas naturale liquefatto e dal petrolio importati dal Medio Oriente. Persino la diaspora iraniana, che alla fine di febbraio, aveva accolto con entusiasmo la morte di Ali Khamenei, ha avuto, almeno in parte, un ripensamento riguardo alla guerra. Negli Stati Uniti, dove vive la maggior parte degli espatriati iraniani, il sostegno alla guerra è sceso in modo significativo (dal 50% a inizio marzo al 33% tre settimane dopo) man mano che l’euforia per l’uccisione della Guida suprema iraniana si è trasformata in preoccupazione per il crescente numero di vittime civili del conflitto.
L’opinione pubblica mondiale e la grande maggioranza dei governi hanno molte ragioni per deplorare l’attacco contro l’Iran, senza che nessuna di queste implichi simpatia per il regime iraniano (a eccezione della Russia). La prima riguarda il piano giuridico: l’intervento militare costituisce una violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali, salvo nei casi di legittima difesa o previa autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. È molto debole per usare un eufemismo, il richiamo invocato da Israele e Stati Uniti all’articolo 51: l’Iran non aveva aggredito nessuno dei due paesi, ed è difficilmente sostenibile l’idea di un attacco imminente contro due potenze militarmente superiori e dotate di armi nucleari.
Inoltre, al momento dell’attacco, Washington e Teheran erano impegnate in negoziati sul programma nucleare iraniano, e non vi erano prove credibili di un’imminente produzione -tanto meno dell’impiego- di un’arma atomica. Neppure i gravi crimini commessi dal regime degli ayatollah contro la propria popolazione giustificano i bombardamenti. Non tanto perché il ricorso alla forza per fini umanitari richiede comunque una legittimazione del Consiglio di Sicurezza, assente in questo caso, quanto perché l’argomento della “responsabilità di proteggere” appare particolarmente debole quando gli attacchi aggravano la situazione umanitaria dei civili iraniani e libanesi. È difficile dimenticare che l’intervento israeliano a Gaza -ufficialmente volto a colpire Hamas e liberare i palestinesi dal suo giogo- si è tradotto, nei fatti, in sterminio e punizione collettiva della popolazione civile residente nella Striscia. 
Una seconda ragione di netta contrarietà all’attacco preventivo riguarda le conseguenze economiche globali. Il conflitto ha provocato un aumento dei prezzi dell’energia ( all’inizio di aprile oltre il 50% in più rispetto a febbraio 2026) e la chiusura dello stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 30% del petrolio mondiale, il 20% del gas naturale liquefatto e un terzo dei fertilizzanti. Si tratta di uno shock che incide direttamente sui costi di produzione, sull’inflazione e sulla sicurezza alimentare di numerosi paesi, soprattutto quelli più poveri in Africa e in Asia.
La terza ragione riguarda i costi umani. Dopo sei settimane di guerra, migliaia di iraniani e libanesi hanno perso la vita. Gli attacchi condotti da Israele e Stati Uniti hanno colpito infrastrutture civili -scuole, ospedali, università e persino una sinagoga -di rilevanza militare nulla o discutibile. I bombardamenti iraniani, da parte loro, hanno causato la morte di poche decine di civili in Israele e nei paesi del Golfo. 
A ciò si aggiunge un elemento di fondo: la scarsa credibilità degli obiettivi dichiarati. Fin dall’inizio è stato difficile prendere per buone le ragioni addotte da Netanyahu e da Trump. Entrambi hanno annunciato la guerra pronunciando discorsi incentrati sul cambio di regime in Iran e sulla liberazione degli iraniani, obiettivi tanto ambiziosi quanto privi di credibilità visto la reputazione e l’autorità dei loro promotori. 
Questo quadro di schiacciante disapprovazione mostra un’eccezione rilevante: Israele. Un sondaggio dell’Israel Democracy Institute del 12 marzo mostra che, a pochi giorni dall’inizio delle ostilità, il 93% degli ebrei israeliani approvava l’operazione “Leone che Ruggisce”. Neanche trenta giorni dopo, il consenso era sceso al 68%, ma l’adesione alla linea bellica resta solida e trasversale (Fig. 1). 
L’espressione popolare “Sheket, yorim” (“Silenzio, stiamo sparando”) riassume bene il clima: durante un conflitto, lo spazio per il dissenso si restringe drasticamente.
Al di là del calo di consensi che è destinato a calare ulteriormente, resta il fatto che l’opinione pubblica israeliana rappresenta un’eccezione nel panorama globale. 
A parte una minoranza che esprime da settimane pubblicamente il proprio dissenso, la società civile israeliana non sembra interrogarsi in modo significativo sulle modalità con cui vengono condotte le operazioni militari in Iran e in Libano. I due anni e mezzo di devastazione nella Striscia di Gaza non hanno lasciato una traccia apprezzabile nel dibattito pubblico.
Pur mostrando una comprensibile sensibilità per le distruzioni e i lutti causati dagli attacchi iraniani, gran parte dell’opinione pubblica è del tutto indifferente a quelli prodotti dai raid israeliani, i cui costi ricadono soprattutto sulle popolazioni civili.
Il dato sconfortante è che quasi tutti i leader dell’opposizione appoggiano l’intervento militare. Yair Lapid, Gadi Eisenkot, Naftali Bennet e Avigdor Lierberman hanno sostenuto con entusiasmo i bombardamenti in Iran e l’occupazione del sud del Libano. 
Anche Yair Golan, alla guida dell’unico partito sionista di sinistra rappresentato alla Knesset, ha espresso dapprima un sostegno entusiasta e solo in seguito riserve marginali, insieme con l’auspicio di affiancare iniziative diplomatiche all’azione militare. Unico politico di primo piano a esprimere una netta condanna del ricorso alle armi è stato Ayman Odeh, il leader del partito Hadash. Odeh è arabo ed è in sintonia con la maggioranza della popolazione arabo-palestinese israeliana contraria alla guerra.
Si dirà e si dice che Israele costituisce un’eccezione, in quanto unico paese nel mirino dell’Iran e dei suoi proxies. Si tratta però di un’argomentazione poco onesta: al di là di una retorica fanatica, alimentata da slogan come “Morte a Israele”, il regime iraniano non dispone degli strumenti per distruggere lo Stato ebraico, mentre Israele (e gli Stati Uniti) possiedono capacità -nucleari e convenzionali- tali da infliggere una devastazione su larga scala a Teheran e oltre. Se è vero che gli israeliani percepiscono le minacce degli ayatollah come un rischio esistenziale, è altrettanto evidente che tale rischio è in larga misura più percepito che reale.

Il fronte libanese
Due giorni dopo l’attacco congiunto di Israele e degli Stati Uniti contro Teheran, Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi sul nord di Israele, dichiarando di voler vendicare l’uccisione della Guida Suprema Khamenei. La reazione israeliana è stata immediata e si è inserita in un quadro strategico più ampio: colpire i principali alleati regionali dell’Iran, a partire da Hezbollah, il più potente tra i suoi proxy.
Meno scontata è stata invece la scelta di Israele di replicare in Libano la strategia già adottata a Gaza dall’ottobre 2023 in poi. Il 22 marzo, il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che l’esercito avrebbe seguito un approccio simile a quello impiegato a Beit Hanoun e Rafah nella Striscia di Gaza: una campagna caratterizzata dalla distruzione estesa di villaggi e infrastrutture. Si potrebbe osservare che l’obiettivo dichiarato -proteggere il nord della Galilea dai missili di Hezbollah- è legittimo. Tuttavia i risultati sul terreno sono evidenti: all’inizio di aprile, la campagna di bombardamenti aveva già causato oltre 1.500 morti e costretto più di 1,2 milioni di civili -circa un quinto della popolazione libanese- a lasciare le proprie case. 
Inoltre occorre registrare che l’attacco di Hezbollah non è stato soltanto una reazione controproducente e sterile all’uccisione di Khamenei. Da quando l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Libano è entrato in vigore il 27 novembre 2024, l’esercito israeliano ha lanciato ripetuti attacchi contro il Libano, violando lo spazio aereo libanese 10.000 volte, compiendo migliaia di incursioni terrestri e causando al 24 novembre 2025 la morte di 127 civili. Per contro, secondo Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon), Hezbollah si era astenuto dallo sferrare attacchi transfrontalieri in risposta alle violazioni israeliane. Al di là di questo temporaneo autocontrollo, il Partito di Dio resta un’organizzazione responsabile di attività terroristiche a livello internazionale e portatrice di un’ideologia nazionalista sciita, contraddistinta dalla celebrazione del martirio e da un antisemitismo violento. Nondimeno, nel recente passato Israele non ha dato prova di un concreto impegno negoziale con il governo libanese, impegnato dal 2024 nel disarmo delle milizie del gruppo.
I bombardamenti nel sud del Libano segnano, di fatto, il ritorno della cosiddetta “dottrina di Dahiyeh”, elaborata da Israele durante la Seconda guerra del Libano: una strategia che prevede l’uso di forza su larga scala contro infrastrutture civili nelle aree sospettate di essere controllate da Hezbollah, con l’obiettivo di esercitare deterrenza attraverso il costo imposto alla popolazione. 
Finora, le forze israeliane hanno evacuato ampie aree del Libano meridionale, spingendo la popolazione a nord del fiume Litani (circa trenta chilometri dal confine), e hanno distrutto diversi ponti per ostacolarne il ritorno. 
Il fronte libanese offre, in questo senso, una chiave di lettura più ampia del conflitto. Il ricorso a una strategia fondata sulla distruzione su larga scala conferma che l’uso della forza non è soltanto uno strumento tra gli altri, ma il perno dell’azione militare israeliana. È qui che emerge il paradosso: quanto più la forza viene impiegata in modo massiccio, tanto più i risultati appaiono incerti sul piano strategico e difficilmente giustificabili su quello etico. L’invasione di un paese vicino per creare una zona cuscinetto, accompagnata dallo sfollamento su larga scala della popolazione civile, eccede chiaramente i limiti di una difesa proporzionata e rischia di alimentare le dinamiche che dichiara di voler contenere. Del resto, Hezbollah nasce proprio in risposta all’invasione israeliana del Libano nel 1982.
Come si è già visto per oltre due anni a Gaza, le reazioni delle cancellerie europee sono state nel complesso caute quando non complici. Con poche eccezioni -tra cui la Spagna- la priorità è parsa concentrarsi sulla gestione delle possibili ricadute economiche, in particolare sul rischio di uno shock energetico legato alla chiusura dello stretto di Hormuz, più che sull’assunzione di una posizione chiara in merito alla condotta delle operazioni militari e alle loro conseguenze umanitarie. A questo punto, la riluttanza a esercitare una pressione politica su Israele non può più essere interpretata come una semplice omissione, per quanto discutibile, ma è piuttosto una forma di complicità politica e morale di fronte ai raid criminali su Tiro e Beirut.