Da alcuni anni, ogni autunno mi unisco a gruppi di volontari israeliani e internazionali, coordinati dai “Rabbini per i diritti umani”, assieme a molti attivisti per la pace e la coesistenza, per aiutare i contadini palestinesi a raccogliere le olive intorno ai loro villaggi nei territori occupati dal 1967. Gli ulivi sono gli alberi più tipici e diffusi in tutta la Terra Santa, specialmente nella Cisgiordania palestinese, dove il paesaggio biblico commuove turisti, pellegrini e israeliani. Ma le olive e l’olio sono anche il prodotto agricolo principale in Palestina e un introito molto importante per le famiglie locali, che partecipano tutte assieme per la raccolta sotto gli alberi di loro proprietà.
Da circa quindici anni, la presenza di volontari come me in certi posti vicini ad alcune delle colonie ebraiche meno pacifiche era necessaria solo per ridurre o evitare del tutto un eventuale attrito tra le famiglie palestinesi e i coloni più aggressivi. Ma dopo il pogrom spaventoso di Hamas nelle cittadine e nei villaggi ebraici intorno alla striscia di Gaza il 7 ottobre 2023, l’atmosfera si è esacerbata al punto che si temevano anche all’interno di Israele, e specialmente nelle città miste, gravi scontri etnici. Questo per fortuna non è successo, grazie alla maturità civile dei cittadini arabi israeliani, nonostante l’intimidazione molto pesante da parte della polizia e dei servizi segreti.
Invece, in Cisgiordania, ci sono stati purtroppo alcuni attentati contro i coloni, con quarantasette morti. Tuttavia Hamas non è riuscita nell’intento di spingere i palestinesi della Cisgiordania a identificarsi con la tragedia di Gaza. La tensione in questi ultimi due anni è cresciuta talmente che la raccolta autunnale delle olive è divenuta molto pericolosa e abbiamo dovuto accompagnare e aiutare i contadini locali in quasi tutti i terreni attorno alle colonie. Le donne e i bambini delle famiglie non osavano più affrontare il bullismo aggressivo dei coloni, presidiati da militari responsabili della sicurezza delle colonie. Bande organizzate di coloni, con la protezione tacita o attiva dell’esercito, impedivano alle famiglie palestinesi di raccogliere le olive dagli alberi di loro proprietà nelle valli, sulle terrazze e sui pendii intorno alle colonie, anche se distanti dalle recinzioni di sicurezza. La nostra presenza e il nostro aiuto hanno permesso di compiere gran parte della raccolta anche in zone critiche. Purtroppo ci sono stati anche molti casi di scontri violenti tra i volontari e i coloni, senza che l’esercito o la polizia intervenissero. Io stesso sono stato a raccogliere le olive sui ripidi pendii sotto la recinzione di sicurezza della città di Beitar Elit, arroccata su colline non lontano da Betlemme, abitata da ebrei ultra ortodossi. Non abbiamo avuto scontri, ma le donne e i ragazzi delle famiglie palestinesi sono rimaste a fondo valle e gli uomini che sono saliti con noi a lavorare ci hanno detto che non oserebbero salire da soli, per paura della scorta di guardia alla città che solitamente li scaccia con violenza.
Non solo in Cisgiordania, ma persino intorno ai nuovi rioni ebraici di Gerusalemme è successo che i residenti chiedessero alle autorità di impedire ai palestinesi dei villaggi intorno di raccogliere le olive sui terreni circostanti: terreni registrati come loro proprietà privata, all’esterno delle zone ebraiche abitate, ma inclusi nei limiti municipali della grande Gerusalemme. Il pretesto è stato, come al solito, di sicurezza, misto al timore dei furti.
Perché la situazione è così peggiorata in questi due anni? Il governo israeliano di estrema destra ha approfittato della reazione popolare antiaraba in Israele e della guerra a Gaza per dare mano libera ai movimenti colonialisti ebraici: in questo modo si è allargato il controllo effettivo su sempre più zone dei territori occupati, tutti “fatti compiuti” in direzione di un’eventuale, auspicata, annessione a Israele. Già durante il primo mandato di Trump alla presidenza degli Stati Uniti si era creduto di poterne ottenere l’autorizzazione, poi rinnegata da Biden e adesso persino dal secondo Trump. Ma l’estrema destra continua imperterrita a preparare le condizioni per affrettare ciò a suo avviso avvicinerebbe la venuta del Messia, e in pratica renderebbe impossibile la creazione di uno stato palestinese a fianco dello stato di Israele.
L’esercito ha permesso e promosso informalmente l’installazione di centoquaranta nuovi avamposti civili ebraici isolati, ma difesi dall’esercito, sulle cime di molte colline accanto ai villaggi arabi in tutta la zona C e in parte della zona B, credendo così di avere migliore controllo sulla temuta popolazione palestinese. Oggi questi avamposti, illegali anche secondo la legge israeliana, sono già trecentosessanta, e sono spesso costituiti da piccole fattorie abitate da una sola famiglia isolata, con l’aiuto di gruppi di ragazzi tra i 12 e i 16 anni, reclutati per lo più tra quelli che hanno abbandonato gli studi nelle scuole religiose delle colonie o nei collegi ortodossi. Queste fattorie pascolano greggi di pecore, impadronendosi di enormi spazi demaniali o privati, che prima erano zona di pascolo dei beduini: adesso questi ultimi, con i loro greggi di capre, sono esclusi o cacciati. Per rendere loro la vita impossibile, le greggi dei coloni ebrei vengono condotte intenzionalmente e provocatoriamente attraverso gli insediamenti precari dei pastori locali, causando danni ai tubi d’acqua, ai pannelli solari e ai recinti delle capre.
Il ministro del Tesoro versa somme astronomiche, attraverso i vari ministeri, per promuovere tutti i progetti coloniali, anche attrezzando le nuove fattorie con vie d’accesso, elettricità, acqua, piccoli fuoristrada Atv, armi, casette prefabbricate e persino fondi per insegnamento religioso e borse di studio per la cosiddetta riabilitazione sociale dei ragazzi fuori corso. Immaginate invece quale atmosfera di pogrom creino queste bande che, guidate da pochi adulti armati, attaccano villaggi, appiccando il fuoco ad automobili ed edifici, bastonando i passanti e lasciando graffiti offensivi d’odio razzista e suprematista.
Il ministro della difesa, nominato un anno fa, ha subito annullato la possibilità (quasi mai applicata per sospetti ebrei anche nel passato, mentre usata molto, troppo spesso contro gli arabi) di mettere sotto custodia senza processo cittadini israeliani, cioè ebrei, nei territori occupati. La polizia ne arresta pochissimi, e molto raramente, liberandoli subito senza procedimento giudiziario. Il comandante militare non s’immagina neppure di applicare la sua autorità per espellere dai territori sotto la sua responsabilità i giovani teppisti che provengono da queste fattorie isolate o dalle colonie più estremiste e che fanno veri e propri pogrom nei villaggi arabi. Le statistiche non chiariscono quanti dei quasi mille morti palestinesi in Cisgiordania in questi due anni siano stati provocati da soldati o da civili. L’establishment delle colonie già integrate da anni nella politica israeliana disapprova ufficialmente le azioni dei teppisti, come se non fossero cresciuti nei loro solchi, ma non li boicotta, né li caccia via, né taglia loro gli aiuti logistici.
Con il barlume di speranza aperto dagli accordi imposti da Trump in ottobre, con la tregua e la liberazione degli ostaggi, avrei voluto parlare qui solo del paesaggio idilliaco, dell’odore inebriante delle olive fresche, del lavoro agricolo in comune e dei rapporti umani così diretti e costruttivi. Purtroppo la realtà, sotto le piogge a dirotto, non ci lascia dimenticare gli sfollati impantanati a Gaza, come gli accordi che non danno per ora sbocco a un futuro migliore né per i palestinesi, né per noi israeliani.
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