Carlo Flamigni, ginecologo di fama internazionale, è primario del reparto di fisiopatologia della riproduzione dell'Ospedale S. Orsola di Bologna, e presidente del SIFES, Società Italiana Fecondità e Sterilità. Da tempo impegnato sui problemi della bioetica.

Tempo fa fece notizia l'annuncio che lei fermava la sua ricerca. Ce ne può parlare?

Credo che innanzitutto vada fatto un discorso generale su queste cose. Io vi dico la mia opinione.
Il motore di questa società è per gran parte la ricerca scientifica. La ricerca scientifica procede con una sua velocità, il controllo della ricerca scientifica deve essere affidato alla società. Ed è un controllo di tipo tecnico e un controllo di tipo morale. In fondo la bioetica è nata così, come necessità di controllare le vie di sviluppo della ricerca scientifica e di verificare se queste vie non conducessero anche a risultati contrari all’interesse sociale o agli interessi morali; o comunque che non determinassero quello che viene considerato “l’indice di scandalo”. La popolazione ha un certo indice di reazione nei confronti delle cose nuove, che magari è così oggi e non sarà più così domani, ma che va rispettato.
Allora il problema è che questo controllo è longitudinale, non può essere fatto di colpo, perché la ricerca scientifica si muove progressivamente. Immaginatela come un serpente che esce da una tana, che ha un indirizzo e va in una direzione, ma che via via che viene fuori, vengono fuori delle valenze laterali che sono altrettanto importanti perché portano a strade altrettanto importanti, e che meritano altrettanto importanti considerazioni. Allora il controllo morale va fatto longitudinalmente e quindi ritengo, ad esempio, che non possa essere fatto dalle religioni, che sono immobili perché ancorate ai loro problemi tecnici, di immobilità legata alla struttura dalla quale sono formate, e quindi incapaci di mediazione. E la mediazione è uno dei sistemi con cui si fa il controllo longitudinale.
In questo modo, sono convinto che, considerato momento per momento questo controllo longitudinale, si deve partire dal concetto che non tutto quello che è possibile fare debba essere fatto. Che delle cose debbano essere rinviate, riconsiderate, altre che debbano essere abolite e così via. Io potrei fare anche oggi una valutazione di una cosa della quale non so prevedere mai l’accettazione, di un’altra di cui non so prevedere l’accettazione in tempi brevi e di un’altra ancora, invece, di grande discussione attuale.
Per esempio non so prevedere l’accettazione di qualcosa che comporti  la confusione di genomi umano e non umano: questa mi sembra una cosa -la parola che mi viene è: bestiale- inaccettabile da parte della nostra società, e non vedo oggi, ma credo che non vi potrò vedere mai, degli scopi che la possano giustificare. E credo anche che di fronte a una cosa simile l’indice di turbamento della popolazione, per quello che io posso prevedere, non si modificherà mai.
Una seconda cosa invece di cui vedo le impossibilità attuali, ma di cui potrei verificare domani che questa impossibilità non c’è più, è la terapia genica. La terapia genica oggi è accettata da tutti per quello che riguarda le cellule somatiche: se un bambino ha una malattia indotta geneticamente, legata al fatto che le sue cellule non sono capaci di fare un certo enzima perché manca un certo gene, io gli tiro fuori delle cellule, le arricchisco del gene giusto, gliele restituisco, e probabilmente così lo curo e lo guarisco.
Ma quando arriviamo alle cellule germinali -l’ovocita, lo spermatozoo, o l’embrione nelle prime fasi di sviluppo, quando tutte le cellule sono totipotenti-, il discorso cambia completamente. Prima di tutto perché le modificazioni che io induco diventano stabili nella progenie, non riguardano più soltanto quell’individuo ma tutti i suoi discendenti, se ho indotto una mutazione questa mutazione sarà stabile. In più io non ho le tecniche sufficienti per garantire che l’introduzione di questo gene faccia esattamente ciò che io voglio, potrebbe fare quello che io voglio, ma anche qualche altra cosa: potrebbe aggiungere un gene, ma spegnerne un altro altrettanto necessario, oppure modificarne un terzo. Quindi io potrei indurre un’alterazione di tipo mutazionale, una mutazione quindi, che si riproduce sistematicamente nella progenie e che determina una nuova forma di patologia. Io non ho il diritto di farlo. Ma il giorno in cui le tecniche saranno così sicure che l’introduzione di un gene non sarà casuale, ma io potrò dire che ho questo gene, che lo devo mettere lì e lì lo metto, allora il discorso bioetico cambierà.
Sapete che adesso c’é un'enorme ricerca che viene fatta sul genoma, una ricerca di grandissima importanza, forse la più grande ricerca che viene fatta attualmente in campo biologico, quella che certamente interferirà di più con la vita dell’uomo. E’ una ricerca, tra l’altro, alla quale partecipano quasi tutte le società di ricerche scientifiche del mondo, le più moderne, degli Stati Uniti, dell’Europa occidentale e così via. Ora cercherò di spiegarla brevemente anche se è più complicata di così: si cerca di fare una specie di mappaggio del cromosoma per arrivare a dire che questo gene è lì e serve a questo, cioè identifica dove sono i geni e a che cosa servono.
Cambierà la medicina di domani, perché per esempio già si sta scoprendo che molte malattie che si pensava avessero carattere diverso, hanno carattere genetico. Non solo, ma trasforma la medicina della malattia nella medicina del paziente.
Ieri io non sapevo se una persona avrebbe potuto ammalarsi in avvenire di una corea di Huntington, e oggi invece glielo posso dire, faccio un’indagine e gli dico “lei ha una predisposizione genetica ad ammalarsi di corea di Huntington”; quando poi questa persona si ammala gli posso dire quante probabilità ha di morire entro un anno. Ma non lo so collocare. Col mappaggio dei cromosomi domani sarò in grado di dire “lei a 34 anni avrà la corea di Huntington e morirà o non morirà”, cioè saprò collocarlo nel suo destino. Potrò cioè prevedere l’avvenire patologico della gente per molte malattie.
Provate ad immaginare cosa significa questo. Vi dò solo due indicazioni: i datori di lavoro e le assicurazioni. Pensi qual è il peso di una simile ricerca.
Mi sembra molto pericoloso...
C’è un pericolo, c’è un rischio molto grande, perché una volta che c’è l’informazione come si fa a tenerla segreta? E’ un grossissimo problema. D’altra parte la ricerca non la si ferma, la si deve controllare.
E’ un campo dove la bioetica deve dare delle indicazioni, deve dire: sì, si può fare questa ricerca, ma non la estendiamo fino ad un certo punto e così via...
Quindi questo della terapia genica è un tema nel quale c’è proibizione oggi ma non è detto che ci debba essere domani.
E poi ci sono dei temi sui quali invece l’accordo non ci sarà mai, e quindi è necessario un confronto tra le varie posizioni filosofiche: per esempio, il problema dell’embrione.
Quand’è che l’embrione diventa persona? Allora ci sono tantissime possibilità: diventa persona secondo una serie di indicazioni biologiche, diventa persona secondo una serie di scelte filosofiche. Dò retta a Severino Boezio o dò retta all’embriologo che mi dice che al quattordicesimo giorno c’è la linea embrionaria o che mi dice che il sistema nervoso compare nella tal settimana e così via? E ci si deve confrontare anche con posizioni come quelle religiose, che non accettano mediazioni e che dicono: no, c’è un assunto dal quale noi non ci muoviamo che dice che nel momento del concepimento inizia la persona.
Vedete quindi quante differenti posizioni.
Scusate la premessa così lunga ma era necessaria. Io non ho mai detto che mi vergogno di quello che faccio, o che faccio degli errori. Ho detto che le cose che ho fatto fin qui in questo momento non possono essere sviluppate senza qualche rischio: rischio di fare cose che non vogliamo, rischio di sprecare cose non devono essere sprecate, rischio di fare delle cose fine a se stesse delle quali non vediamo l’interesse scientifico reale. Questo è stato il concetto, un concetto pragmatico-scientifico.
Non c’è un rischio che progressivamente possa farsi strada una qualche forma di eugenetica...
Qualche sensazione di questo genere c’è già. Vediamo quello che succede nelle analisi prenatali. Intanto però non pensate che le indagini prenatali possano dare un numero straordinario di informazioni, danno informazioni sui cromosomi che sono quindi informazioni molto superficiali e poche: quando lei cerca, per esempio, la sindrome di Down, questa va da percentuali minime a percentuali massime del 3 o 4% che crescono con l’età. Però le dà anche altre informazioni su una patologia cromosomica che modifica la qualità della vita, ma in senso non sempre sostanziale. Per esempio la sindrome di Turner. E’ una sindrome caratterizzata da assenza congenita delle ovaie, sono bambine X zero, non cresceranno più di un metro e mezzo, in un certo numero di casi avranno altri problemi di salute, -trasposizione dei grossi vasi-, ma non è la legge: le cose fondamentali sono che non potranno avere figli e che saranno piccole di statura. Oppure c’è una sindrome analoga maschile che è la 47 XXY, la Klinefelter, gli uomini sono sterili, però raramente hanno altri problemi, è descritta una lieve diminuzione dell’intelligenza ma non è costante. In questi casi è molto difficile trattenere la coppia dalla decisione di abortire quando scoprono situazioni di questo genere. Eppure qui si pone il problema fondamentale di che cosa è la vita, di quanto è preziosa, se effettivamente la qualità della vita deve essere assoluta perché la vita valga la pena di essere vissuta, a chi spetta alla fine veramente il compito di decidere...
Credo che qui il problema fondamentale sia quello della preparazione psicologica delle persone nei confronti del problema di avere o non avere figli. E qui cadiamo in un grande dramma. Perché la cosa più difficile al mondo, decidere di avere un figlio ed educarlo, viene affidata ai dilettanti che siamo tutti noi. Quanti figli nascono per fretta, imprecisione, errore di calcolo, e poi vengono, molto spesso purtroppo, trattati di conseguenza, con fretta, superficialità...
Il problema è che queste coppie sono influenzabili da tante cose, e uno dei fantasmi più straordinariamente pesanti che angosciano le donne è il timore di fare un figlio imperfetto. Allora bisogna stare molto attenti perché, se un domani l’ecografia ti dice: “questo bambino è normale però gli manca un dito”, la madre non si senta talmente gravata dall’orrore di aver fatto un bambino imperfetto da decidere di interrompere la gravidanza. Perché questo sarebbe terribile. Io ho fatto tutte le battaglie in favore dell’aborto, però trovo che questo sarebbe terribile. E farebbe molta paura.
Quindi un rischio c’è. E non nel senso che la genetica domani mi farà fare i bambini biondi, con gli occhi azzurri, alti un metro e novanta, perché a questo nessuno ci pensa, la ricerca scientifica non è disponibile per queste fesserie, ma in senso diverso: in India è stata utilizzata l’amniocentesi per scoprire le bambine e poi interrompere la gravidanza. E noi stessi qui dentro abbiamo avuto una richiesta di villi coriali da una coppia che poi abbiamo saputo che ha interrotto la gravidanza perché era una femmina, tanto che ora noi non diamo più la risposta sul sesso. Perché nel primo trimestre di gravidanza l’indagine sui villi coriali può dare questa informazione e nel primo trimestre è ancora la coppia che decide. Allora noi non le consentiamo di decidere sulla base del sesso.
Io credo sia raro che una coppia decida così, però poi vi pongo un altro problema: è un nostro diritto? E poi: questa coppia che avrebbe deciso di interrompere la gravidanza che razza di coppia sarà dal punto di vista genitoriale nei confronti di quel bambino? Ma se cominciamo a parlare di qualità di vita, allora andiamo a finire in un grande pasticcio. Dobbiamo utilizzare termini medi e termini di buon senso perché altrimenti ci perdiamo nella casistica.
Le nonne-mamme. Molta gente vi ha visto il segno del superamento più assurdo di ogni limite...
Ma perché la gente non pensa, e immediatamente viene trascinata a dare giudizi. Il problema è che tutti noi dovremmo essere abituati a scuola, tramite educazione civica, a diventare tutti, in qualche modo, anche minimamente, esperti di bioetica.
Il giudizio di bioetica ha alcune caratteristiche e una di queste è lo spessore. Il giudizio di bioetica è la sovrapposizione di tanti differenti giudizi, giudizio biologico, medico, filosofico, storico e da questo spessore alla fine cerca di trarre una conclusione. E poi aiuta a pensare, a non dare immediatamente delle risposte viscerali.
Nel caso quali sono le critiche? Le critiche sono molto precise. Dicono: sono donne anziane, non avranno molto tempo, né molta voglia né molta capacità, vista l’età, di educare dei figli, quindi noi facciamo nascere degli orfani. Poi dicono: è un genoma estraneo, le motivazioni sono poco chiare, non c’è nessun dato scientifico epidemiologico su come questi bambini vivranno, cioè come sopporteranno il fatto che la mamma è anziana, il confronto che potranno fare con le mamme degli altri bambini e così via. Queste sono le critiche principali. Benissimo, però adesso vi dico delle cose diverse: oggi una donna ha una vita media di ottant’anni, nell’altro secolo la vita media era di cinquanta, e le donne a quarant’anni facevano spessissimo figli e avevano dieci anni di vita media da attendere. Oggi se lo fanno a sessant’anni hanno vent’anni di vita media da attendere. Il medico che va a parlare di problemi di geriatria sale sul pulpito e dice: non è paragonabile una donna di cinquant’anni di oggi con la donna di quarant’anni di allora, oggi la donna è più capace, più giovane, la medicina l’assiste, prende gli estrogeni, la vitalità è maggiore, non è solo una speranza di vita ma la qualità della vita... poi scende da quel pulpito e sale in un altro e dice: non è possibile che una donna di sessant’anni faccia dei figli, perché è anziana, perché non è capace... C’è contraddizione. Poi la donna può dire: d’accordo, io ho sessant’anni, sono anziana, c’è il rischio della gravidanza, benissimo, me lo assumo, ma perché non posso avere figli con una donazione e mio marito invece può avere figli spontaneamente per i fatti suoi fino a settanta anni? Se vogliamo equiparare il problema del sesso castriamo gli uomini a cinquantadue anni: quando vado in pensione io, dal punto di vista di capacità di avere figli, impediamolo anche a lui, ma questo non può esistere.
Oggi noi stiamo congelando gli ovociti, abbiamo già qualche successo, quindi presto saremo in grado di congelare le uova. Quello, cioè, che oggi si fa per gli uomini, -"lei sta per essere trattato per una malattia e perderà la sua fertilità, mi dia il seme, lo metto là, quando lei è guarito torna e potrà avere figli con sua moglie"-, domani lo potremo fare per le donne. E allora se una donna mette le sue uova a congelare a trent’anni e poi torna a cinquant’anni e dice “vorrei le mie uova perché voglio un bambino”, è un suo diritto, perché glielo vuol togliere? Ce l’ha l’uomo, ce l’ha anche lei. Oggi si sta cercando di rallentare il processo di distruzione quotidiano degli ovociti, che è quello che determina la menopausa. Se lei lo rallenta la menopausa non avverrà più a cinquant’anni, verrà a sessanta. Lei come toglie dopo il diritto a procreare?
Se poi si entra nel campo delle motivazioni, c’è da impazzire.
Qual è la motivazione giusta? Io generalmente porto a esempio una motivazione sbagliata che a tutti, però, pare giusta. Viene da me una coppia di cinquantenni che avevano un unico figlio e dicono: “avevamo investito tutto su di lui, la nostra vita era lui, lo vedevamo tornare a casa in motorino, ha girato la strada, è arrivata una macchina a 100 all’ora, non s’è neanche fermata e ci ha lasciato un cadavere sulla strada. La nostra vita è vuota, non abbiamo più niente intorno, eppure abbiamo una casa, abbiamo messo via dei soldi per farlo studiare...” e così via. La gente pensa che questa motivazione sia giusta. Invece è sbagliata, perché questa coppia vuole sostituire un figlio che non sostituirà mai.
Ma l’altra, più sottile, la motivazione che dice: “io ho dentro di me dell’amore da dare, sono sola, sono solo, siamo soli, tante ragioni, secondo matrimonio, non ho potuto prima, ma ho dell’amore da dare, perché non lo posso dare? Ho chiesto l’adozione, ma sono vecchia e non me la danno e allora?”.
Io non sono né da una parte né dall’altra, dico solo che queste cose vanno pensate con grande cautela. E che sarei molto preoccupato se ci fosse una legge che dicesse a cinquant’anni sì, a cinquantuno no, perché sicuramente si farebbero delle ingiustizie. Dico che ci vuole non un tribunale di etica, ma un laboratorio di etica, che aiuti a ragionare, a pensare, a capire, a valutare. Non la commissione che filtra, perché alla fine succede come per tutte le commissioni o i comitati nel nostro paese, che alla fine diventano enti che erogano favori, e non è questo il campo, ma che aiuti le coppie, i medici e le persone coinvolte a ragionare sui singoli problemi. C'è stata una donna anziana che ha avuto una gravidanza da noi, ma che mi ha imbrogliato perché è venuta da me e mi ha detto: “ho sessantadue anni, non ho mai avuto figli, nella mia casa mi trattano male, non mi ritengo una donna completa, ho deluso tutti...”, una pessima motivazione, l’età era troppo avanzata e ho detto: “signora, non mi sento”. Allora si è calata dieci anni, è andata dai miei collaboratori, io non l'ho mai più vista, e adesso ha un figlio. Non sono preoccupato, perché ha un marito più giovane di di dieci anni, il bambino cresce bene, la famiglia ha i soldi per educarlo bene, non sono preoccupato per questo, ma per la tortuosità con la quale lei ci è arrivata.
D'altra parte noi abbiamo una donna anziana, come madre, che in due anni ha perso il marito e una figlia. In due incidenti stradali diversi, tra l’altro il secondo procurato da un drogato che l’ha quasi cercata questa ragazza per ammazzarla. Lei è stata in gravissima depressione, poi si è ripresa, la famiglia è di tipo patriarcale, con tante persone intorno che l’hanno aiutata a tirarsi su, gli stessi medici le hanno detto “beh, perché non cerchi di avere un figlio”, lei è caduta nelle grinfie di un medicastro di Napoli che le ha spillato dei gran soldi, poi è venuta, noi ci abbiamo pensato a lungo, e poi, tenendo conto di tutto, l’entourage familiare, queste sue motivazioni che erano questo bisogno di dare via qualcosa che aveva dentro... E adesso lei ha avuto un figlio a cinquantotto anni, il figlio sta crescendo benissimo, sono tutti felici, la sua vita è cambiata. Io sono molto contento di averlo fatto, mentre per l’altra sono preoccupato di averlo fatto.
Non so se mi spiego, ma non bisogna stare alla superficie di questi problemi, i giudizi devono essere meditati, dobbiamo tutti fermarci un po’. Forse adesso che abbiamo parlato un po’ voi non siete più così sicuri sul fatto che questa non sia una cosa da fare.
Però una delle motivazioni contrarie correnti è che per l’uomo c’è una possibilità naturale, per la donna la possibilità è solo artificiale, con terapie che possono anche influire...
No, no, le terapie non influiscono su niente. Questo è un intervento tecnicamente semplicissimo. Il problema è la gravidanza che è minacciosa per una donna non giovane, può farla ammalare. C’è un grande bisogno di filtri prima, bisogna essere certi che sia una donna sana, c’è un grande bisogno di igiene dopo, la donna deve essere scrupolosissima. La gravidanza fa paura anche a me, tutte queste donne non più giovani hanno partorito col taglio cesareo, non è mai successo niente di drammatico, ma sono state tutte operate...
Però cos’è la natura?
Perché questo concetto della natura inviolabile? La natura non è piuttosto un’espressione della nostra storicità?
Io non la vedo questa natura inviolabile che è là e che non vuole che nessuno la tocchi. Io dico che nei momenti culturali più diversi e quindi in rapporto alle modificazioni storiche noi consideriamo tante nature diverse. Perché certamente la natura che lei considera oggi non è la stessa natura che considerava sua nonna, e non è nemmeno quella che considererà sua nipote. Noi accettiamo sempre qualche cosa che era inaccettabile prima, perché è così che avviene il progresso. C’è una sollecitazione che ti spinge a considerare una cosa nuova, una resistenza che fa sì che tu non l’accetti e che mette in evidenza il tuo indice di scandalo, il tuo timore di novità scandalosa, e poi, piano piano, la riconsideri, l’accetti, vedi che non è pericolosa e così va avanti l’umanità. E’ andata avanti così da sempre.
Ancora non è possibile congelare gli ovociti, si congelano invece gli embrioni. Che cosa si fa degli embrioni che restano? C’è chi dice che lì c’è comunque una potenzialità di vita...
Intanto non è vero che gli ovociti non si congelano, noi li congeliamo, non li abbiamo ancora trasferiti perché vogliamo ancora avere delle sperimentazioni biologiche che ci assicurino che non facciamo dei grossi danni, ma presto cominceremo a trasferirli. Quindi già questo, a distanza di poco tempo, non è più vero.
Per quel che riguarda gli embrioni congelati.
Innanzitutto perché si congelano? Si congelano per dare maggiori occasioni alla donna di avere una gravidanza, essendo sempre molto poche le occasioni per tentativo. Si mettono tre embrioni, ma ne abbiamo formati dieci, gli altri sette si congelano, e se la donna non rimane incinta, torna, ne scongeliamo altri tre e speriamo che in questi tentativi successivi rimanga gravida. Ma può darsi che rimanga gravida subito e io rimango con degli embrioni là. Lei può tornare dopo un anno o due anni a riprenderli per un secondo figlio, ma può anche darsi che non li voglia. E allora che cosa si fa degli embrioni?
Fondamentale è sapere che cos’è un embrione e se esiste uno statuto dell’embrione perché uno statuto antropologico, etico dell’embrione, sul quale dobbiamo trovare un accordo, deve esistere.
Allora c'è chi dice, e fra questi anche molti cattolici, che esiste una fase pre-embrionale e poi una fase embrionale. E la differenza è grande. Si dice, cioè, che nel primissimo periodo di divisione cellulare, a causa della totipotenza delle cellule -ognuna delle quali è capace di dare un embrione intero-, dell’impossibilità di sapere quante di queste cellule sono in grado di dare un embrione, -moltissimi embrioni non si formano, da un uovo fecondato può venire fuori una malattia, oppure niente, o una chimera, o due gemelli-, a causa del fatto che non si è ancora formata la cosiddetta linea embrionaria che è il primo accenno della struttura dell’embrione che si forma in quattordicesima giornata, che non c’è sistema nervoso, né capacità immunologica, che mancano tutte quelle caratteristiche che alla fine fanno l’individuo. Mancano soprattutto quelle fondamentali: l’unicità e l’unità. Non ci sono, perché se io prendo un embrione di quattro cellule e le divido faccio quattro bambini. E ancora: in tutta la prima fase di divisione cellulare funziona solo il genoma materno, quello paterno non funziona. Com’è possibile pensare a questo come embrione?
C’è una difesa del concetto di embrione fatta da Sgreccia che è un sacerdote, c’è una risposta altrettanto spessa dei filosofi laici che dicono che Sgreccia non è riuscito nel suo tentativo.
Tenga poi conto anche di questo: i cattolici non dicono che la vita comincia lì, fanno il discorso del cespuglio: “dietro il cespuglio si muove qualcosa, non so se è il cane o il coniglio, ma non ho diritto di sparare”. Dicono che non sappiamo se è già, immediatamente, persona, ma che è possibile e quindi che dobbiamo considerarlo come persona, fin dal momento del concepimento.
Insieme con Lauricella io ho scritto uno statuto dell’embrione che è stato presentato e discusso due anni fa da Politeia a Roma. Noi diciamo che fino al quattordicesimo giorno non è embrione ma un pre-embrione, e che quindi non vogliamo accettare che si applichino a questo le stesse regole che si applicano all’embrione. Certo che dobbiamo tenere conto che nel suo sviluppo c’è solo l’uomo, su questo non c’è dubbio, ma le regole sono diverse.
Allora se l’embrione non può essere utilizzato perché la madre non lo vuole e non è possibile donarlo, secondo noi questo embrione può andare benissimo per la ricerca scientifica sugli embrioni. La quale ricerca, tra l’altro, sta impegnando enormemente tutto il mondo. I tessuti embrionali vengono utilizzati per una serie incredibile di ricerche scientifiche. Oggi girano diabetici per il mondo che hanno avuto innestati da qualche parte dei tessuti embrionali, del pancreas embrionale... La ricerca sull’Alzheimer, sul morbo di Parkinson, viene fatta con tessuti cerebrali fetali.
E le cose sull’embrione andrebbero viste ancora in modo più severo, e criticamente, quando si passa alla ricerca su embrioni di volume maggiore, su feti. La ricerca più straordinariamente impressionante che sia stata fatta sui feti è stata fatta negli anni ’60 e ’70 a Stoccolma da Diczfaluzy, uno svedese di origine ungherese, il quale prendeva donne che volevano abortire e diceva loro: “signora, non abortisca ora, rinviamo tutto alla ventesima, alla ventiduesima settimana perché così potremo fare della ricerca scientifica”. Loro arrivavano alla ventiduesima settimana, venivano cesarizzate e veniva estratto questo fetino, si iniettavano delle sostanze radioattive e si vedeva che cosa succedeva di qua e di là, poi si prendeva il fetino, lo si distruggeva, si prendevano tutte le cellule, si estraevano... E’ terribile da raccontare, ma tutto quello che noi sappiamo sull’unità feto-placentare, che ci consente oggi di salvare molti bambini, lo sappiamo da queste ricerche. Era possibile saperlo altrimenti? Non lo so. Le avrei fatte io? Non so rispondere. Ma le posso dire una cosa: se lei va a vedere nell’ordine dei ricercatori, il secondo nome che compare dopo Diczfaluzy era quello di Mancuso, direttore della clinica ostetrica dell’Università Cattolica di Roma, e il terzo nome è quello di Dell’Acqua, che è il direttore della fisio-patologia della riproduzione dell’Università Cattolica di Roma, e il quarto nome è quello di Benagiano, eccetera. Insomma, gli italiani erano là, erano là a fare queste ricerche i maggiori esponenti dell’ostetricia cattolica in Italia. E io immagino che lo facessero con grande dolore e con una sensazione di grande sgomento, la ricerca però è stata fondamentale. Perché non discuterne di come i cattolici si sono posti allora e di come si pongono oggi. Quello che io sto dicendo adesso ho cercato di dirlo alla televisione, mi hanno tagliato il pezzo in cui facevo queste affermazioni...
Quindi il problema del congelamento dell’embrione è estremamente complesso, il problema dell’embrione va discusso e bisogna trovare una soluzione di mediazione. Tenete conto che la cattolicissima Spagna ha deciso che esiste la vita pre-embrionale, quindi è laica su questo piano e dice che il pre-embrione può essere usato per la ricerca; l’Inghilterra la stessa cosa; in Germania invece, l’angoscia, la paura, i ricordi del periodo nazista hanno indirizzato la legge verso delle soluzioni assolutamente chiuse. Come si indirizzerà l’Italia non lo so, ma è necessaria evidentemente una mediazione su questi temi.
Tenete poi conto che congelare l’embrione vuol dire anche aprire la strada alla ricerca finalizzata alla salute dell’embrione: quando l'embrione è arrivato a quattro cellule, prendo una cellula, la studio, faccio un’indagine cromosomica e saprò se l’embrione è normale. Ma anche qui: la biopsia dell’embrione domani che informazione darà? E’ giusto farla? E’ qui che nasce il timore dell’eugenetica. Perché avere in mano l’embrione può portare a trattarlo, a fare terapie geniche, che sono quelle che non si vogliono fare.
E poi si torna al problema dello statuto dell'embrione. E' il famoso paradosso di Tibuzzi: quando si prende questa cellula e la si esamina, si sta facendo una biopsia dell’embrione o l’autopsia di un nuovo individuo? Non lo sapete voi, e non lo sa nessuno. Ma io dico che non è persona. Sono attento soprattutto alle valutazioni filosofiche della definizione di persona, non a quelle biologiche.
Per concludere torniamo sulla questione del limite. Una volta l’etica si costruiva a partire da limiti dati, oggi ce lo dovremmo dare da soli... Ma lo scienziato, il ricercatore non trova la sua ragione di vita nell’andare avanti? Allora?
Certamente che dover abbandonare una ricerca è molto doloroso e sgradevole. E se lo è per me, che mi occupo in gran parte di problemi di etica, pensi quanto può esserlo per il tecnico di laboratorio che di quella ricerca fa la sua vita, e che quindi tende a chiudersi nei confronti della critica: è la sua vita e la sua vita nessuno la può criticare. Qualcuno invece arriva e dice: “interrompiamo la tua vita perché è criticabile”. E’ dolorosissimo, è dolorosissimo dirlo, accettarlo, eccetera.
Però questo è necessario. Non solo, ma è anche uno dei modi per consentire alla gente di dare valutazioni longitudinali perché quello che consente di dare queste valutazioni è anche la fiducia nella ricerca. Si deve poter contare su una ricerca che non è folle.
Voglio dire: chi è che proibisce oggi a un laboratorio di cominciare a cimentare il genoma umano con quello dello scimpanzé? Probabilmente non succederebbe niente... D’altra parte inserimenti di pezzetti di DNA umano ne sono stati fatti, esistono conigli che producono insulina umana, esistono capre che producono latte con le caratteristiche di latte umano e così via, però queste non confondono le due specie, sono generi che rimangono completamente differenziati. Ma chi domani potrebbe impedire che... Solo i limiti che ci poniamo da noi stessi.
Da un lato oggi la ricerca scientifica è cambiata: non è più uno sguardo che scruta, ma è una mano che fruga e indaga, e induce modificazioni e dalle modificazioni che induce, capisce. Quindi è molto più aggressiva oggi di un tempo.
Dall’altro lato, però, il ricercatore sente di più la necessità di porre dei limiti alla propria ricerca, la deve anche, inevitabilmente, per ragioni di concretezza, finalizzare, deve capire prima dove lo può portare. Non è più possibile una ricerca come la si vede nei film, mi metto a fare una cosa e casualmente scopro... Questo non ha più senso. E poi non c’è più lo scienziato che fa delle cose da solo in laboratorio, oggi si lavora tutti insieme, tutti studiano la stessa cosa, e come io ho scoperto una cosa la debbo mettere a disposizione di tutti. Quindi è una ricerca globale, complessiva. Una ricerca che si permette meno giochetti, e quindi può essere più affidabile.