Pierre Riches ha insegnato negli Stati Uniti, in Pakistan, Uganda, Giappone, Nuova Zelanda. E’ stato per vari anni parroco nei pressi di Roma. Ha pubblicato Note di catechismo per ignoranti colti e La fede è un bagaglio lieve, entrambi negli Oscar Mondadori, La leggerezza della croce da Leonardo e Pietro da Gallucci. E’ stato ed è amico di molti scrittori e pittori, fra cui William Burroughs, Hannah Arendt, Iris Murdoch, Marguerite Duras, Elias Canetti, Lou Reed, Francesco Clemente, Fabio Mauri, Luigi Ontani e altri.

Partiamo dall’attualità?
La prima affermazione è che la Chiesa è sempre fonte di sacramenti e da lì non si scappa, perciò è sempre importantissima. Se però parliamo della Chiesa, come dire, più funzionale, il discorso cambia. Come lei ricorderà io ero abbastanza speranzoso su questo Papa, perché è molto intelligente, invece mi pare che stia facendo poco.
Io vedo tre aree molto importanti, in cui la Chiesa dovrebbe impegnarsi: la prima, che in realtà sarebbe la terza, è la questione del clima, e lì, insomma, il Papa si adegua. Dice un po’ di banalità, però si vede che ne è preoccupato, e fa sì che anche gli altri se ne preoccupino. Non ho da rimproverargli, perché il problema è molto difficile e si sa così poco cosa fare, che non si può pretendere da lui di fare molto di più.
Ci sono due aree, invece, che mi paiono molto importanti: una è la mancanza di sacerdoti, che significa la mancanza di Eucaristia per il popolo, e lì, invece, mi pare molto grave che non abbia fatto di più. Io ci speravo. Le soluzioni sono parecchie, non tocca a me giudicare quali siano le migliori, ma certamente una sarebbe quella di reintegrare i molti preti che hanno lasciato il sacerdozio, col permesso della Chiesa, per sposarsi. Molti di questi vorrebbero essere reintegrati. Credo che siano parecchie migliaia, dunque sarebbe un bel cambiamento. Già a molti preti anglicani in Inghilterra e a molti preti episcopaliani in America, una volta diventati cattolici, pur con moglie e figli, si è permesso di operare da preti normali. Mi pare assurdo che non si allarghi questo agli altri. E questa sarebbe una prima soluzione.
Un’altra sarebbe quella di ordinare uomini sposati. Non credo che sarebbe bello che i preti celibi cominciassero a cercar fidanzate in parrocchia, perché sarebbe un po’ un pasticcio, però tanti uomini sposati, maturi, potrebbero benissimo diventare preti. E anche lì ci sarebbe un largo spazio da aprire.
Dico subito, ma l’ho già detto, che per me il celibato è una cosa molto importante, da difendere e incoraggiare. E infatti si continuerebbe ad avere il celibato dei religiosi. Però di fronte al gravissimo problema della mancanza di preti per l’Eucaristia, mi pare che il Papa dovrebbe affrontare la cosa veramente con più impegno.
La terza area “problematica” è quella sessuale, sulla quale, pure, mi pare che non si sia mosso affatto. All’inizio si è parlato parecchio di cercare di vedere il modo di dare la comunione almeno a certuni dei divorziati, oltre a quelli che già hanno il diritto, a quelli che forse sono meno in colpa, insomma di rivedere tutta questa faccenda e ha lavorato, se non erro, una commissione, ma poi è stato tutto messo a tacere e non se n’è parlato più. C’è tutto il problema dell’Aids, dei contraccettivi. Come già, credo, vi ho detto l’altra volta, Paolo VI non intendeva codificare o dogmatizzare l’Humanae vitae, lo so direttamente da monsignor Lambruschini, che presentò l’enciclica alla sala stampa del Vaticano; invece Giovanni Paolo II l’ha un po’ più dogmatizzata, per così dire, e credo che questo Papa abbia resistito, quando Giovanni Paolo II voleva proprio farne un dogma in piena regola. Credo che sia stato proprio Ratzinger a sconsigliarlo. Però anche lì bisognerebbe allargare, particolarmente per quanto riguarda l’uso dei contraccettivi dove c’è l’Aids, e in vari altri casi che non sto adesso ad elencare.
Anche per la questione dell’omosessualità: è assurdo dire che l’omosessualità è una cosa non naturale, perché tutti ormai sanno che è una cosa naturale. Anche se in natura non c’è una grossissima percentuale di omosessuali, però ce n’è un numero sufficientemente alto per poter dire che è una cosa naturale non solo nel mondo umano, ma anche tra gli animali. Dunque è un’assurdità che la Chiesa non riconsideri questo problema. Ma l’omosessualità è una piccola parte, è tutto il piano sessuale che non viene affrontato per niente.
Ecco, credo che basti per dire la mia opinione in questo momento sulla Chiesa, salvo se lei non abbia qualche interrogazione da farmi…
No, siccome si parla molto di restaurazione rispetto al Concilio, vorrei sapere cosa ne pensa lei, che al concilio c’era. C’è stato un passo indietro fondamentale rispetto al Concilio?
Io non credo che ci siano stati dei passi indietro, piuttosto che non ci sia stato sviluppo, che si sia bloccato. Passi indietro, no, si può dire che non ce ne siano stati, però non si son fatti passi avanti. Come tutti sanno, i concilii si sviluppano in 50, 100 anni; il Concilio di Trento ne ha avuto bisogno di tanti per svilupparsi. Il problema è che con il Vaticano II si è bloccato tutto. E quando non si fanno passi avanti, come si sperava, ma sempre passi a latere, dicendo altre cose, è come se, nella percezione almeno delle persone, si facessero passi indietro. Tutto è recuperabile, intendiamoci, però bisogna farlo.
Ma lo spirito del Concilio è vivo?
Lo spirito del Concilio… Certamente era quello che animava il Ratzinger di allora, che era il teologo del cardinale Frings, mentre io ero teologo del cardinale Tisserand. Frings era una persona estremamente aperta, arcivescovo di Colonia, e fu molto positivo per il Concilio, però quello spirito non si vede più in Ratzinger. Subito dopo il Concilio si è spaventato. Certo, ci sono state tante persone che hanno sviato, che hanno voluto forzare le cose e allora tante altre persone, anche rispettabilissime, come padre De Lubac, hanno cercato di mettere dei freni. E così Ratzinger. Io credo che se ne siano messi troppi, si è avuta troppa paura. Io personalmente avrei agito molto più apertamente, ma non essendo né vescovo, né Papa, ho avuto poche occasioni per farlo, anche se l’ho scritto. Comunque lo spirito del Concilio è vivo, e credo davvero che ci siano molti vescovi che ancora oggi lo sentono. Ci vorrebbe poco perché quello spirito ricominciasse a circolare di nuovo. Io sono molto ottimista, a lunga scadenza, sulla Chiesa. Credo che ci sia molta vitalità, però ci sono molte forze conservatrici, che tirano nell’altra direzione. Certo è che il Papa non sembra contrastarle.
Facciamo una parentesi. Io ero piccolo, mi ricordo però alcune figure che mi rimasero impresse. Fra queste proprio Tisserand... Lui, che ruolo ebbe, che tipo era?
Lui ebbe un ruolo importante perché all’epoca non solo era prefetto della Congregazione Orientale e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, ma anche vescovo di Ostia e di Porto-Santa Rufina, dunque decano del Sacro Collegio, il che voleva dire che in assenza del Papa, e questo succedeva praticamente ogni giorno, era lui a presiedere il Concilio. Ecco, lui era molto conservatore per quanto riguarda la disciplina ecclesiastica, infatti si arrabbiava molto con me, perché io non sapevo nulla della liturgia e sull’altare facevo dei pasticci. Una volta mi disse: “Lei non venga più sull’altare a servirmi”. Ma eravamo molto legati, perché abbiamo viaggiato molto insieme, e lui era molto aperto in altre cose. Fece un discorso bellissimo perché si usassero le lingue vernacolari nella liturgia. E’ stato un discorso che abbiamo preparato assieme. Lui raccontava che Matteo Ricci, un gesuita andato in Cina nel 1500 che aveva messo su ottime relazioni con l’imperatore cinese, scrisse alla congregazione chiedendo che si potesse dire la messa in cinese, e Roma rispose di no. E Tisserand in questo discorso disse che “se Roma avesse detto di sì, oggi la Cina sarebbe stata cattolica” e questo certamente fu uno dei discorsi che aiutò a persuadere i vescovi ad accettare la lingua vernacolare per la liturgia.
Lei l’aveva conosciuto qui a Roma?
Tisserand era il mio vescovo, è lui che mi ha ordinato prete, lui era vescovo di Porto-Santa Rufina, di questa diocesi, che è tuttora la mia diocesi. Io andai da lui quando pensavo di diventare sacerdote. Sì, ebbi un’ottima relazione con lui. Per molti anni andammo insieme in America, anzi tutti dicevano che ero il segretario del cardinale Tisserand, ma lui giustissimamente non voleva segretari, e neppure io volevo essere il segretario.
Perché giustissimamente?
Perché si diventa longa manus, si crea troppa vicinanza... I cardinali sono molto meglio senza segretari. Il Papa ce ne ha uno, che diventa molto potente, non va bene. Tisserand era molto molto attento a quello, ed essendo io altrettanto attento per ragioni mie, abbiamo evitato quel rischio pur avendo ottimi rapporti. Ho una lunghissima corrispondenza con lui. Ho molte lettere ancora, non so cosa ne farò, a qualcuno le darò. Non c’è niente di terribilmente segreto, ma per esempio lui, essendo il decano, doveva parlare all’apertura del conclave, quello in cui si elesse Paolo VI; io ero il suo conclavista e abbiamo preparato il discorso assieme, di quello ne ho ancora copia, ma non è che siano delle cose segretissime, si chiedeva di continuare il concilio, però è tuttora subsegreto. Tisserand era una bella figura, un uomo molto intelligente, tutto sommato molto aperto, anche se molto ligio alla Chiesa, molto ligio alle regole della Chiesa. Ve l’ho detto di quando andai al conclave con lui? Allora, io stavo in Corso Vittorio, in Palazzo Sforza, venne a prendermi con l’auto e l’autista e io mi sedevo sempre vicino a lui, dietro. Andai per farlo anche quella volta, e lui mi disse: “No no, vada davanti”. Io mi misi davanti, con l’autista. Abbiamo fatto tutto il conclave, è stato eletto Paolo VI, quando è il momento di andarsene il cardinale sale dietro e io vado per mettermi davanti e lui: “No, venga vicino a me, non sono più un cinquantaseiesimo di Papa”.
Così capii: finché non c’era un Papa, i cardinali erano 56, credo, all’epoca, dunque lui era un cinquantaseiemo di Papa, quindi io non potevo sedermi vicino a lui. Ecco, per tutte queste cose era molto molto attento, il che lo faceva ritenere un grande conservatore, invece aveva una mente molto aperta. Aveva fatto la guerra, era un uomo di grandissima levatura intellettuale.
A proposito di lingue vernacolari. Il ritorno del latino come lo vede?
Ma sì, è una cosa secondaria. Difatti tanti vescovi hanno detto: “Io nella diocesi mia non ne voglio” e non lo fanno. Ho chiesto al mio vescovo e lui mi ha detto: “Sì, c’è qualche sacerdote che mi è venuto a chiedere, gli ho detto di sì”, ma saranno in tre su settanta e rotti. Va bene, non è un male, non è mica brutta la messa in latino, io l’ho detta tante volte, non quella tridentina, ma quella di Paolo VI. Quando sono in Svezia, io lo svedese non lo so, quindi se dico la messa in pubblico la dico in latino. E’ sempre stato lecito, non è un dramma, sono cose secondarissime.
Lei si è fatto prete tardi.
Io mi sono fatto prete a 32 anni. Sono stato battezzato a 23 anni. Io sono un puro ebreo, lo sono tuttora, purissimo ebreo, come del resto tutti i fondatori della mia religione.
Come mai farsi cattolico? La conversione com’è avvenuta?
Lo Spirito Santo, mi pare così ovvio! Ancora oggi non mi pare che ci sia qualcosa di più ragionevole. A un dato punto qualcosa dovevo capire del senso che ha la vita.
O Dio c’è, o Dio non c’è. Se uno crede che non ci sia o si diverte, fa il play boy per tutta la vita, ma poi deve suicidarsi perché è noiosissimo, o se ha un senso di responsabilità, di servizio, diventa socialista, marxista o no, ma già nella mia gioventù si capiva che con Stalin il socialismo scricchiolava. Se non si sa se Dio c’è o non c’è, si può diventare buddista e io sono un grandissimo ammiratore del Buddha, del primo Buddha si intende, quello del Hinayana, non quello del Mahayana (quello del piccolo veicolo, non quello del grande Veicolo) che dice che non si sanno queste cose di Dio, ma si sa che la sofferenza è ciò che è più terribile nel mondo e nella vita dell’uomo, e dunque la domanda per l’uomo è: come si fa a eliminare la sofferenza? Eliminando il desiderio è la risposta; ma purtroppo, per eliminare il desiderio bisogna anche eliminare l’amore, ragion per cui il buddismo a me non va bene, però, lo riconosco, la dottrina è di un’intelligenza strepitosa.
Invece, se si crede che Dio ci sia, allora guardandosi un po’ in giro, mi pare che non si possa non riconoscere che prima il giudaismo, poi il cattolicesimo, siano straordinariamente intelligenti e coerenti. Mettiamo pure da parte la Chiesa e la politica: se Dio esiste e vuole farsi capire dalle persone, la cosa più intelligente è che si faccia uomo, e una volta fatto uomo viva una vita del tutto straordinaria e faccia capire che il centro della vita è la croce. Adesso non sto a fare teologia, ma il tutto mi sembra estremamente coerente, al di là di ogni, possibile o impossibile, dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio.
L’avrò già detto e lo ridico, razionalmente mi pare che ci sia il 50,0001% a favore e il 49,9999% contro l’esistenza di Dio, perché non si capisce questo Dio silenzioso, questo Dio assente. Tempo fa, le tre lezioni della messa parlavano del silenzio di Dio, del Dio che non risponde, del Dio che non parla. Difatti io ho fatto una predica su questo Dio silenzioso. Come si fa a credere davanti a queste cose? Ma la fede è un dono, e poi, come ho detto prima, è così intelligente il tutto, calza la vita umana, e la domanda fondamentale della vita -cos’è l’amore- che uno dice, come gli inglesi, “I buy it”, cioè, “mi sta bene”. Ma non è che razionalmente mi paia né ovvio, né facile da spiegare.
La fede è un dono, quindi è un privilegio?
E’ un privilegio, sì, certo, ma è come il privilegio di essere il popolo eletto: si paga caro questo privilegio. Un privilegio è essere la Madonna, però ne ha passate di brutte! Il popolo eletto, io son convinto che è eletto, però guardi che disastro. E come si comporta, io sono scandalizzatissimo di come si comportano coi palestinesi, tanto per dirne una.
Ma quanti di quelli che hanno la fede si comportano malissimo? Tanti. E’ un privilegio che si paga molto caro. Io sono molto contento di averlo, però è faticoso. Non è un vantaggio, perché devi pagarlo. Io son convinto che il popolo ebreo abbia una funzione nella storia che non sia soltanto storica, però sono stati esiliati, sono stati messi in campo di concentramento, sono stati perseguitati. Così si pagano i privilegi. Io sono stato fortunatissimo, ho pagato pochissimo il mio privilegio di essere un sacerdote. Finora, per lo meno. Non è mica detto, se ancora ho del tempo da campare, chissà come lo pagherò..
Questa cosa mi sembra molto forte. L’elezione rende quasi inevitabile quello che è successo dopo?
Rende inevitabile la croce. Bisogna passare attraverso la croce. La vita di Cristo è esemplare, la shoah fa parte della croce. Uno deve guardare il tutto, ed è straordinario, e poi è così coerente: “per crucem ad lucem”, è il tema del Vangelo di Giovanni. E’ attraverso la croce che si arriva alla luce, però bisogna accettarla sta croce, sennò è un peso terribile. Ma poi lo è comunque. Io non ho mai capito come mai per me, fino adesso, è stata così leggera, la croce. Se esiste una persona al mondo che è stata privilegiata, sono io, in tutti i sensi. Adesso sono zoppo, ma davanti alle miserie del mondo è nulla, proprio nulla. Difatti ringrazio Dio ogni giorno anche per la mia gamba, perché se si ferma qui, è nulla, è nulla il mio pagamento. Poi non mi piace neanche l’idea del pagamento, non credo che uno debba pagare, l’idea che uno debba soffrire, mi pare un’eresia. “Siamo nati per soffrire”. Non è vero, siamo nati per godere. Poi dopo, com’è necessario per crescere, la croce è necessaria... C’è quella bella frase francese, che non ha niente di religioso: “partir c’est mourir un peu”, è vero, quando uno cresce è sempre un partire, devi lasciare casa, pian piano, devi lasciare tutto. Ti prepari a lasciare, e quella è la croce. Tutta la vita è un lasciare, lasciare è sempre doloroso, però se si è proiettati in avanti... La gente mi chiede: “Ma non ti manca Alessandria? Non ti manca Cambridge?”. No, non mi manca niente, adesso ho quel che ho adesso, poi andiamo avanti, anche tutto questo sparirà. Mi piace molto casa mia e come sto, ma domani, quando tutto andrà via, va bene, andrà via, nel frattempo me lo godo. Per quello i buddisti sono straordinari, con l’idea che non bisogna essere attaccati, che è molto difficile perché se qualcuno mi ruba un libro, vado in bestia, però va bene, insomma, non bisogna prendersi troppo sul serio. Ecco, il discorso sarebbe molto lungo. Il primo rapporto deve essere con Dio, se esiste. Poi il resto viene da sé. E puoi andare in bestia, per tutto, basta guardare quello che succede nel mondo: questo Dio è intollerabile…
Ha detto “questo Dio è intollerabile”?
Certo, guardi: adesso sono sempre più drammatiche le storie del clima... Però l’abbiamo voluto, quello è poco, ma sicuro: chi fa qualche mezzo chilometro di meno, in automobile? Mangiare meno, spendere meno, consumare meno? Nessuno. Siamo matti, è la follia. Bravo Al Gore, e che risultati ha avuto? Sì, ha avuto il Nobel, mi sta benissimo, ma…
Sempre stando sulla questione dell’ebraismo, i rapporti con la famiglia, prima della conversione...
La famiglia mia non è mai stata molto praticante, tant’è vero che io non ho nemmeno fatto il bar mitzvah. Sono circonciso, all’ottavo giorno, come si deve, però per il resto…
Dove viveva?
Ad Alessandria d’Egitto. Quello è un altro lungo discorso, la meravigliosa Alessandria, come dice Robert Liddle nel suo libro su Alessandria, la “unreal city”, la città irreale. Ecco io ho passato tutta la mia gioventù in una città irreale, dove tutti noi eravamo privilegiatissimi e c’erano poi gli egiziani, gli indigeni, con cui avevamo ottimi rapporti… ma che erano, salvo rare eccezioni, dei servi e basta. Noi avevamo una vita straordinaria, non ho mai vissuto bene come ad Alessandria. Viziatissimi, case bellissime, un po’ di mobili sono anche qua in questa casa mia dove parliamo, non ho mai mangiato così bene, dei cuochi straordinari, poi soldi… Sì, era una vita irreale. Però io da giovane ho cominciato a capire che quella vita non poteva essere la norma, che non era normale. Mio padre diceva che per quello, forse, sono diventato prete, perché avevo visto la discrepanza enorme che c’era fra la massa della popolazione e noi privilegiatissimi. Probabilmente è vero, poi la grazia di Dio ha fatto il resto.
Ma perché era una città così particolare?
Perchè era governata, come Venezia, da una oligarchia, solo che era gente di tutto il mondo. inglesi, greci, ebrei, pochi italiani, francesi, pochissimi egiziani, forse solo uno, e avevano in mano la municipalità, perché gli inglesi si erano riservati gli esteri e la parte militare, ma il resto lo avevano lasciato tutto a questa municipalità, che funzionò dal 1860 fino a quando andò via Farouk, cioè 1950 o 52. E questi oligarchi si facevano le loro leggi, era anche un mondo chiuso, molto cosmopolita, ma chiuso... Se c’era il colera si chiudeva, si lasciavano fuori tutti gli arabi, e noi stavamo lì, nessuno moriva, e non si sapeva neanche quel che succedeva fuori. E poi c’era il cotone, tutti erano ricchi, un lusso incredibile... Insomma, si è vissuti fino al 1950 come l’Europa della Belle Epoque. Adesso c’è un mare di autori che ne ha scritto. Io ho vissuto la coda di quel periodo. Poi ho conosciuto tutti, Kavafis che mi ha accarezzato la testa da bambino, io faccio finta di ricordarmelo, Durrell che io non amavo, ho conosciuto E. M. Forster, che era a Cambridge, che mi invitava a prendere il tè perché ero alessandrino. Lui aveva un boy friend che era un tranviere alessandrino, famosissimo, tornava ad Alessandria a trovarlo. Poi c’era Moustaki, che è stato un boy friend di Edith Piaf, la sua sorella era innamorata di me, lui era un po’ più giovane di me. C’era Youssef Chahine, il cineasta, c’era Aznavour, tutti alessandrini...
Leonardo Mondadori mi aveva chiesto di scrivere qualcosa. Ho una mia biografia già scritta sul computer dove un lungo capitolo è su Alessandria, però vedo che tantissimi libri su Alessandria dicono le cose che dico io, quindi è inutile che lo pubblichi. Michele Ranchetti voleva che pubblicassi, ma non credo. Forse postumo, chissà... Era una cosa straordinaria, Alessandria.
Molti mi chiedono: “Ma hai nostalgia?”. No! Era bellissimo, e mi è servito moltissimo, perché io credo che se uno è privilegiato da giovane, e usufruisce di tanti privilegi, non se ne attacca troppo, dopo, nella vita, è molto più libero. Io non ho mai desiderato una bella automobile, per esempio. Ho desiderato una bella casa, ma ce l’ho! Mi son dato da fare un po’ per averla, ma quando per anni non l’avevo, non ero preoccupatissimo. E’ molto meglio essere ricchi da giovani che da vecchi, credo. Da vecchi le cose danno più grattacapi... Io ormai non sono ricco, sono benestante, non mi manca nulla, ho tantissimi amici ricchi che mi danno tutto quello che desidero. Non è che ho a disposizione molti soldi, però vivo come se fossi miliardario. La persona che mi ha appena telefonato se chiedo che mi porti il caviale, me lo porta, però non lo chiedo, perché mi pare un’esagerazione…
Diceva di Cambridge. Ha conosciuto Wittgenstein?
Beh, è la persona più intelligente che abbia mai conosciuto. Stavo per dire pazza, ma la parola è sbagliatissima, nevroticissima. Anche se io sono stato solo a tre o quattro delle sue lezioni, l’ho sentito parlare due o tre volte, non ho mai fatto tutto un corso con lui, ma tutta l’atmosfera di Cambridge, quando ero lì, almeno la Facoltà filosofica, era intrisa di lui, ed era straordinario. E’ una delle poche persone che ho visto pensare, proprio pensare... Magari stava zitto 20 minuti, il che era imbarazzantissimo per gli alunni, perché aspettavi e non diceva nulla, ma poi quando diceva qualcosa, ti colpiva sempre, era straordinario. E questo per me è stato molto utile.
Dico sempre che sono diventato cristiano grazie a Wittgenstein che mi ha fatto capire i limiti della ragione. Da giovane uno crede che con la ragione si risolva tutto, si capisca tutto. Invece Wittgenstein mi ha fatto capire che con la ragione sola non riesci a capire quello che ti importa davvero, cioè il senso della vita, l’amore, queste cose fondamentali.
Con la ragione non ce la fai, quindi hai bisogno di altri parametri, di altre cose. E allora io li ho cercati e grazie a Dio, con la grazia di Dio, li ho trovati. Ed eccomi qua, non mi dispiace nulla di quel che ho trovato, ci tengo ancora, anche se ripeto che questo Dio, il Dio al quale credo, mi pare molto bizzarro. C’è quella bella frase, di non ricordo quale filosofo, che è anche una piccola rima: “how odd that God should choose the jews”, che bizzarro che Dio scelga gli ebrei. E però li ha scelti. Ma è molto odd. Interessante la parola odd, in norvegese vuol dire triangolo, strano, no? Cosa m’ha chiesto?
Parlava di Cambridge…
Ah, ecco, sì. Ho conservato molti amici, di Cambridge, tuttora, molti che vedo, Olivier Todd, per esempio, il padre di Emmanuel. Emmanuel l’ho visto nascere, lo vedo sempre quando vado a Parigi. Ero molto amico di Anne Marie, la mamma, che è la figlia di Paul Nizan, che è morta di cancro, io un po’ l’ho assistita. Lei aveva la fede, il che mandava in bestia suo marito, che poi erano già divorziati. Anne Marie viveva con lui a Cambridge. Il tutore di Anne Marie era Jean Paul Sartre, perché Paul Nizan l’aveva affidata a Sartre, quando morì.
A Cambridge c’era anche Iris Murdoch, che è diventata una mia amica intima. Ho almeno 100 lettere di Iris, siamo rimasti legatissimi, tutta la vita, l’andai a trovare anche quando aveva l’alzheimer. Poi ho conosciuto Bertrand Russell, un sacco di gente intellettualmente molto stimolante. Mi son divertito molto, non studiavo mai e difatti non ho avuto la migliore menzione: un “first”, ma un “two-one”, che è quello subito dopo. Va benissimo, mi bastava, avevo una buona laurea di Cambridge, che mi è molto servita. Difatti dico sempre ai giovani: “Laureatevi, perché la laurea serve”. E’ un pezzo di carta, e sappiamo che tante volte non ha nessun valore intellettuale, ma serve moltissimo. “Finisci, prenditi la laurea”, anche se è una pessima laurea, sei laureato, è molto importante. A me è servito moltissimo. Andavo ovunque con la laurea di Cambridge, poi ho preso il dottorato al Laterano, che vale ancora meno, però, anche quello, è un dottorato in teologia...
Che anni erano, quelli di Cambridge?
Dal ’46 al ’49, anni molto stimolanti, c’era un sacco di gente e io ne ho approfittato molto. E lì ho cominciato a conoscere un po’ di cattolici, anche. Elisabeth Sewell, che era una donna notevolissima e che divenne cattolica mentre facevo il suo dottorato a Cambridge. Ma a Cambridge decisi di non pormi il problema di Dio, di pormelo dopo, una volta che avevo acquisito abbastanza elementi... Siccome non dovevo lavorare, perché mio padre mi dava dei soldi, mi sono dato un anno o due per riflettere. E li usai, un po’ facendo il playboy. Ho capito che era delizioso, ma noiosissimo, e poi ho riflettuto molto... Conobbi Michele Ranchetti (che cito perché molto conosciuto dal vostro giornale), poi studiai un po’ il buddismo. Un po’ facevo il playboy, un po’ studiavo. Poi un giorno mi sono svegliato e ho detto: “Beh, devo essere battezzato...”. Non vi fu nulla di traumatico, né di così imprevisto. Michele fu sorpreso, e lo è sempre stato, credo, anche se mi fece da padrino… Da allora va benissimo, non mi sono mai pentito di quella scelta, anche se la Chiesa, come lei sa, mi fa arrabbiare moltissimo, ma la Chiesa di cui si legge nei giornali non è la Chiesa dei sacramenti. Ma lo è sotto. Il resto, quello che si vede è spesso scandaloso. Naturalmente non dappertutto. Dipende in che paese, in che contesto. Ho provato grandissima gioia vedendola in parecchi paesi di missione, per esempio, in altri è disastroso. Tutte le cose umane sono così. Non c’è molto da sorprendersi. Se uno vuole vedere la Chiesa sempre come modello, allora certo sarà disilluso, tanto che la lascia subito quando si accorge…
Poi il girovagare per il mondo...
Sono un ebreo errante, sono un sagittario. Il cardinal Colombo, di Milano, che era molto mio amico, mi chiamava l’ebreo errante. Anzi, mi fece un grande complimento, perché qualcuno disse: “Ma Pierre che cos’è?”, “Pierre è cattolico -disse- nel senso etimologico del termine”. Italiano non sono, ebreo sono ma…, egiziano non sono, inglese non sono, cosa sono? E non ho nessun desiderio di essere qualcosa, mi sta benissimo essere quel che sono, chiamatelo come volete. Poi dopo divenni prete. Anche lì c’entra il cardinal Tisserand, perché io chiesi subito una parrocchia ed ebbi la parrocchia di Boccea, che è una piccolissima parrocchia in campagna e allo stesso tempo andavo al Concilio al mattino, ero teologo lì, poi al pomeriggio avevo 800 abitanti, era piena campagna, metà senza luce. Me ne andavo al mattino e dopo tornavo. Poi un giorno padre Raimundo Pannikar mi chiese se volevo insegnare alla Loyola University, che aveva un campus qui a Roma. Accettai e cominciai, e dopo due o tre anni, perché io sono un bravo professore, dopo un po’ di anni, siccome in America gli studenti che tornavano parlavano di me, mi si chiese di insegnare nelle università americane. Ne parlai al cardinal Tisserand, che mi disse: “Non le ho mai chiesto un atto di ubbidienza, ma adesso j’exige che lei accetti, perché vous etes gaspillé (sprecato) a Boccea”. Allora io andai in America e così cominciò la mia carriera da accademico. Allora facevo uno o due anni di insegnamento in America o altrove, poi tornavo e facevo il parroco, facevo qualcosa qui in Italia. Poi andai in Uganda per due anni, poi al Seminario Maggiore del Pakistan. Insomma, insegnai in giro per il mondo. Mi sono molto divertito. Ho avuto una grandissima esperienza, sia della Chiesa che del mondo. E poi quando dovevo andare in Pakistan, andai in autobus da Trebisonda, da Ankara praticamente, a Katmandu. Io ho fatto in autobus tutto l’Iran, l’Afghanistan. In Afghanistan son stato tre o quattro volte, quando si poteva andare. Io ho visto i buddha che hanno distrutto, li ho visti due volte. Ho girato l’India, insomma ho girato moltissimo, ho preso la Transiberiana, ho fatto un sacco di cose così...
Negli Stati Uniti però è più di casa?
Con gli Stati Uniti c’è un legame particolare perché è il paese dove ho insegnato di più, e poi perché è molto particolare il modo che ho io di insegnare tant’è che mantengo un rapporto con i miei ex alunni. Basti pensare che molti anni e anni dopo, mi mandano qui i loro figli, i nipoti, addirittura, adesso. Per esempio tutti i miei libri, sono i figli e i nipoti dei miei ex alunni che me li han messi in ordine, in ordine alfabetico, e continuano a venire.
In che senso un modo particolare di insegnare?
Perché abbiamo un rapporto amoroso. Io ho un rapporto amoroso con i miei studenti, un rapporto, così, per dire una banalità, di tipo socratico. Sono loro che stabiliscono che voti devono avere, non io, poi dopo, se non mi sta bene, discuto. C’è una storia, forse non l’ho mai raccontata a voi, c’è uno che si chiama Schirf, che, cosa strana, fa la birra a Salt Lake City nello Utah. Lì ci sono i Mormoni che non bevono alcolici, e Schirf è sempre in guerra con i mormoni, ne ha parlato anche l’Economist. Allora io chiesi a Shirf: “Allora mi dica che voto devo darle”, c’era A, B e C, e C meno, e lui mi chiese una A. “Mister Shirf, lei non merita neanche un C meno, lo sa? Come mai mi chiede una A?”. “Perché non ho mai avuto una A in vita mia”, “Va bene, allora le do la A”, e gli diedi la A, e da allora mi adora. Ogni volta che vado in America viene a trovarmi in California, mi porta i figli. Non cambiava nulla, perché non aveva mai avuto una A in vita sua, dunque era tutto C, non cambiava nulla. Ma gli ha dato un senso di liberazione.
Ce n’era uno, un mese fa, il figlio di un altro mio alunno, che mi ha aiutato a mettere in ordine le lettere, l’anno prossimo ce ne sono tre. Due sono ex alunni, l’altro è un amico, che è diventato molto mio amico, perché è un prete che dice che sono io che gli ho fatto trovare la vocazione, che mi ha chiesto proprio la settimana scorsa di trovare un villino, qualcosa qui vicino, perché vogliono venire l’estate prossima per 15 giorni. C’è sempre gente che arriva, c’è un giro senza fine. Poi è bello, mi mandano i biglietti per andare in America, quando sono da uno, quello che sta in un altro posto mi manda i biglietti, mi vengono a prendere, sto ospite da loro... Così si ha il polso dell’America, sono persone diverse, con esperienze diverse, con lavori molto diversi, poi vedo almeno due generazioni, qualche volta tre, dunque torno che ho la sensazione di quello che capita.
Insomma, ho girato molto, conosco gente un po’ dappertutto.
Certo che diventando vecchio tutto diventa più difficile. Tengo contatti con email con l’America in particolare, poi con certuni dei miei alunni del Seminario Maggiore in Pakistan. Dei miei colleghi, uno è arcivescovo di Lahore, l’altro è arcivescovo di Karachi, quindi ho contatti ad alto livello ecclesiastico, il che è molto comodo.
Ma quali sono le sue impressioni?
Beh, sull’America temo che sia iniziato il declino. Lì sono d’accordo con Emmanuel Todd. Ma anche sull’Iran siamo d’accordo. Non capisco perché l’Iran non debba avere la bomba atomica se ce l’hanno in tanti -anche l’India e il Pakistan aiutati dagli Usa. Io, ovviamente, sono contro che la si abbia però ce l’hanno tutti, perché non deve averla l’Iran? E’ assurdo che facciano le sanzioni...
Poi recentemente sono stato anche a Shanghai, volevo vedere quello che mi dicevano essere il polso del futuro del mondo. Ma lì non capisco. Shanghai, l’India, la Cina, lì bisognerebbe capire, ma ormai sono troppo vecchio, non riesco a tenere i fili, neanche lontanamente, non li riesco neanche a percepire.
Il quadro delle sue amicizie fa impressione…
Ma è semplice, se ho un amico capita che questo mi faccia conoscere i suoi amici. Se vado a New York e sono ospite di Francesco Clemente o di Julian Schnabel o di Lou Reed, la gente passa e li conosco. Diane von Furstenberg dà una festa, fatti loro, ma io abito lì, così incontro un sacco di gente. E quando son simpatici, allora cerco di coltivare l’amicizia… Però basta, sono troppo vecchio, ormai posso staccare, pian piano voglio staccare.
Spero di morire entro tre, quattro anni, anche prima, solo che vorrei che il mio esecutore testamentario destinasse un po’ le cose che sono qui. Perché c’è troppa roba... e sono tutte cose che hanno una loro storia. Ci sono cose che mi ha regalato la mamma di Michele, che poi voglio lasciare ai figli di Michele, tanto per dire, altre cose che vengono dall’Egitto... Perché io non ho comprato quasi nulla. Di quel che c’è qui, non vedo una cosa che ho comperato…
La solita domanda banale: rimpianti?
No, c’è quella bellissima canzone di Edith Piaf, “Je ne regrette rien”. Beh, mi correggo, sul piano spirituale avrei potuto essere più buono con tanta gente, avrei potuto fare di più. Ecco, questo sì. Non ho passato una vita esemplare, ho commesso un sacco di errori, però non è che ci penso molto. Se vado a esaminare è stata una vita che certo non è stata perfetta, in molte cose poteva essere più esemplare, cioè migliore, mi dispiace che non lo sia stata, e la colpa è mia, dei miei egoismi, degli egocentrismi, di queste cose qua. Scuse non ce ne sono. So di dire cose banali, che son di tutti, però io avevo più responsabilità perché avevo più doni. Lì ho mancato. Allora se vuole andare a guardare i “regrets” sarebbero di quel tipo, ma di grossi regrets non ne ho veramente, non ne vedo... Basta.