Augusto Cavadi, dopo gli studi di Filosofia a Palermo, e la specializzazione in Scienze morali e sociali all’Università statale di Roma, ha fatto quattro anni di teologia al Laterano. Il libro a cui si fa riferimento nell’intervista è In verità, in verità ci disse altro, Falzea 2008. Nel 2009 ha pubblicato Il Dio dei mafiosi, San Paolo edizioni.

In questo libro fai un po’ di conti teologici. Puoi parlarcene?
Direi che questo libro nasce da un bisogno di laicità. Io credo che ci siano due concetti di laicità: uno, quello dominante, intende la laicità come una specie di bigottismo alla rovescia, cioè chi è religioso si occupa di religione, di teologia, di spiritualità, chi non è religioso, ed è laico, non se ne occupa. A me pare che questa sia una visione riduttiva della laicità. Credo che la laicità integrale, matura, critica, sia quella di chi non lascia ai preti il monopolio dello studio della religione in generale, come è avvenuto per esempio in Italia dall’unità d’Italia in poi, quando lo Stato italiano ha detto: a me non interessa la teologia nelle università, ci pensi la Chiesa cattolica. Questo è sembrato, probabilmente, ai nostri padri liberali un gesto di laicità. In realtà è stato consegnare una dimensione simbolica, storica, letteraria, importante, a una confessione religiosa limitata come la Chiesa cattolica. Io invece ho sempre avvertito fin da ragazzo il bisogno di una laicità diversa, che è quella poi dei grandi pensatori dell’Occidente: Cartesio, Kant, Hegel, Feuerbach che hanno detto che "il problema dell’assoluto, il problema della dimensione religiosa, il problema della spiritualità, è un problema dell’uomo, non certo dei preti”. E siccome noi siamo "funzionari dell’umanità”, direbbe Husserl, vogliamo assumerci criticamente anche questa dimensione. E quindi ho sempre avvertito il bisogno di affrontare da un punto di vista non confessionale i problemi religiosi. Cioè il mio avvicinamento al cristianesimo era passato da una precisa strada, che era quella del tomismo e del neotomismo, Maritain, Gilson, la quale ci diceva che non si diventava cattolici al modo dei protestanti, per una opzione insindacabile, esistenziale, ma per un cammino di ricerca intellettuale, nel senso che la fede poi è un salto, ma deve essere la ragione che ti deve accompagnare alle soglie di questo salto. Quindi tu indaghi la natura, e ti chiedi se c’è Dio, indaghi la storia e vedi se c’è una tradizione profetica che culmina in un profeta straordinario, che ti dice: "Io sono Dio”, e allora tu esamini criticamente, in base ai documenti che hai, queste testimonianze e se questa persona è un pazzo lo escludi, se è un lucido imbroglione lo escludi; se non è pazzo e non è un imbroglione, scriveva il cardinale Danielou in quegli anni, di fronte a un uomo che si dice Dio, tu non puoi che inginocchiarti. Quindi il mio percorso di fede era stato un percorso che aveva rispettato perfettamente il protocollo pascaliano, quando dice: solo la ragione ti può dire quand’è il momento di andare oltre la ragione. Ma se questo metodo, che io continuo a condividere, in un primo momento mi ha portato a essere nel cuore dell’ortodossia, una volta applicato fino in fondo, mi ha portato a sperimentare in prima persona una frase di Nietzsche, che dice: "Il cristianesimo ci ha insegnato la volontà di verità, e proprio per questa volontà di verità non siamo più cristiani”. Mi ha portato, cioè, a una rimessa in discussione radicale di quei primi risultati e a una posizione che ho provato a chiamare "oltre cristianesimo”. Questo perché non posso definirla anticristiana, perché ritengo che sarebbe una perdita per l’umanità se si cancellasse la memoria di Gesù di Nazareth e del suo messaggio, né acristiana, perché non credo che possiamo fare finta di non essere mai stati cristiani, né post cristiana, perché mi dà l’impressione, come tanti altri post, di una fase che si è superata, che si è chiusa per sempre, cosa che io non credo.
Che cosa intendo per "oltre cristianesimo”? Io credo che il cristianesimo, come il socialismo, il buddismo, l’ebraismo, l’islamismo, come la filosofia occidentale, sia un fiume che contiene energie preziose e detriti insopportabili. Il futuro che un po’ vedo e un po’ auspico, ma non sono sicuro dove finisca la previsione e dove cominci l’augurio, è quello di una sapienza planetaria, che non sia un grande blob amalgamato, ma il risultato di un lavoro di cernita, di autocritica, di liberazione dalle scorie fatto dalle varie tradizioni sapienziali, per valorizzare le perle preziose che contengono, di cui sono state veicolo, e metterle in dialettica con quelle delle altre tradizioni.
Da siciliano mi è venuto spontaneo usare in questo libro la metafora del mosaico, che ha senso solo se ogni tessera è se stessa, ha un suo colore inconfondibile. Se tutte le tessere fossero uguali, il risultato sarebbe assolutamente irrilevante. Il risultato può essere significativo, se l’ebreo è talmente ebreo da avere recuperato il meglio dell’ebraismo, essersi liberato dal peggio dell’ebraismo, ed avere messo questo frammento in dialessi, in armonia, in sinergia, con il frammento del cristiano, dell’islamico, del buddista, il frammento del filosofo occidentale, del socialista, del liberale, eccetera. E quindi "oltre cristianesimo”, perché si tratta  di un cristianesimo che conserva il meglio di sé, si libera del peggio, e si interpreta soltanto come una visione parziale, un frammento, all’interno di un tutto che probabilmente l’umanità non riuscirà mai a costruire. Sarebbe forse bello se si arrivasse a una sapienza integrale, ma probabilmente questa è un’utopia nel senso bello della parola, di un modello verso cui tendere e non una meta da raggiungere in maniera definitiva e irreversibile.
I teologi di solito scrivono per difendere un assetto. Se abbiamo capito il tuo è un libro di un teologo che usa la teologia per spiegare perché l’assetto teologico cattolico non funziona… 
Infatti. E dove non funziona il cristianesimo? Io andrei al cuore della questione, che è la questione cristologica, che è anche la questione più facilmente comprensibile anche a chi non possieda i fondamentali della teologia. Riprendo la citazione del cardinale Danielou che, ho scoperto, riecheggia, senza dichiararlo, Kierkegaard: "Se io mi trovo di fronte a un uomo che si autoproclama Dio, prima penso che sia un pazzo e però vedo che si comporta da persona estremamente saggia, concreta, realistica, poi penso che sia il più grande imbroglione della storia, ma vedo che non ci guadagna niente, perché a forza di dire questo gli si apre la prospettiva della crocifissione, dunque mi inginocchio e adoro”.
La teologia mi ha invitato a verificare questi tre passaggi. Allora la cosa sconvolgente, di una semplicità incredibilmente abbagliante, è che chiunque apra il Vangelo, scopre che il primo di questi tre passi, cioè che Gesù si è autopresentato come Dio, non è vero. Ma non è vero in una maniera non opinabile, perché non solo non è vero negativamente, nel senso che non lo dice mai, ma anche positivamente, perché dice il contrario. Cioè se noi apriamo il Vangelo e troviamo l’episodio del giovane che dice: "Maestro buono...”, Gesù dice subito: "Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono”. O quando gli si dice: "Quando ci sarà la fine del mondo?”, "Ma perché chiedete a me, io che ne so? Dio solo lo sa”; o quando è in croce e dice: ”Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Ma tutta la letteratura testamentaria lo conferma. Uno dei maggiori teologi del XX secolo, Rahner, dice che la parola "Dio” viene applicata al caso di Gesù una sola volta, e c’è il dubbio che, essendo in greco, quindi in minuscolo, si tratti di un ellenismo. Infatti la parola Deus, Divinus, era usata con una molteplicità semantica, con una varietà di applicazioni, di cui noi non abbiamo lontanamente l’idea. Soltanto in questi ultimi decenni l’abitudine di parlare di "divo” della televisione, di "dea” della moda, può farci comprendere un contesto culturale in cui tutto quello che aveva carattere particolarmente valoroso, dignitoso, veniva subito dichiarato divino. Il Ratzinger giovane, autore del best-seller Introduzione al cristianesimo ha scritto una cosa di cui non so se si sia pentito: la prima formula di fede dopo la morte di Gesù, "Gesù Cristo, figlio di Dio”, è stata ricalcata dai cristiani, in polemica con l’affermazione "Divo Cesare, Dei Filius”, Figlio di Dio. Quindi il termine Dio è stato usato per la prima volta dai cristiani a proposito di Cristo in polemica con chi gli intimava: "dovete dire che Cesare Augusto è il Figlio di Dio”. Presumibilmente loro rispondevano: se proprio ci volete costringere ad una proclamazione di fede, noi diciamo che Gesù, il Cristo è il Figlio di Dio. Il termine, tra l’altro, Figlio di Dio in ebraico, e quindi in una lingua che era quella parlata dai primi cristiani, aveva certissimamente un significato non ontologico, ma funzionale, indicava cioè non un’identità di natura con l’assolutamente trascendente, ma una missione. L’espressione "Figlio di Dio”, ammesso e non concesso che Gesù non l’abbia usata, perché questo gli esegeti tendono a escluderlo, ma accettato che altri la usassero a proposito di lui, durante la sua vita, certissimamente sarebbe stata soltanto una proclamazione messianica: "Tu sei il profeta definitivo che il popolo aspettava”.
Ma allora…
Allora si è trattato del più grande complotto della storia? No, io credo nella buona fede di questa operazione. E’ l’operazione che alcuni teologi chiamano della "inculturazione”. Il messaggio originario evangelico era stato pronunziato in aramaico, quindi all’interno di un universo fortemente simbolico, metaforico, in cui molto si giocava, come nelle lingue orientali, sul registro poetico. Quando lo si traduce in greco, la lingua delle definizioni precise, la lingua di Aristotele, la lingua del principio di non contraddizione -"se sei Figlio di Dio non sei uomo, se sei uomo non sei Figlio di Dio”- e quando poi, prestissimo, questa traduzione dall’universo greco passa all’universo romano del diritto, della positività, della precisione tecnica, la frittata è fatta, ed è definitiva. Non a caso Agostino, che viene considerato il fondatore della teologia cattolica, a cominciare dai due dogmi fondamentali, della Trinità di Dio e della uguaglianza di natura del Figlio, e quindi della divinità ontologica di Gesù, per sua ammissione esplicita non conosceva l’ebraico e conosceva malissimo il greco. Quindi siamo di fronte a un equivoco linguistico, che certamente non possiamo escludere abbia anche risposto a una esigenza antropologica: quella di uscire dall’irrilevanza di essere delle formichine sperdute in chissà quale galassia periferica dell’universo; se per dritto o per rovescio, per equivoco o non per equivoco, ti vengono a dire che il Creatore dell’universo si è fatto formichina come te e per te, credo che l’antropocentrismo psicologico, il bisogno di senso che sperimentiamo, assediati come siamo, fuori e dentro di noi, dal nulla, abbia trovato una risposta troppo seducente, per stare lì a dire: "Ma veramente ha detto questo, o non abbiamo capito bene?”.
Ma quindi Gesù chi era?
Io non sono un anticristiano, un antigesuano. Ma non lo era neppure Nietzsche, che diceva: "In fondo c’è stato un solo cristiano, peccato che sia morto sulla croce, poi tutto il resto è stato un equivoco”. Io non ho bisogno di dire che Gesù non è esistito, non ho bisogno di dire che Gesù era un pazzo, non ho bisogno di dire, falsando i dati, che era un illusionista, un mago, un seduttore di folle, perché la sua testimonianza mi pare di una essenzialità, di una limpidezza cristalline.
Gesù non è venuto per annunziare se stesso, ma, nel suo vocabolario, per annunziare l’imminenza storica, inframondana, del regno di Dio, cioè ad annunziare che chi finora aveva dominato, aveva regnato nella storia, il potere politico, il potere economico, i poteri culturali, i poteri religiosi, avevano ormai fatto il loro tempo, l’uomo avrebbe avuto solo un signore, cioè il Padre, e i signori della Terra sarebbero stati detronizzati. Per Gesù questo era un annunzio che valeva non per il domani, escatologico, ma per l’oggi. Non per un aldilà, ma per un aldiqua. Il che presupponeva, nella convinzione di Gesù, che questo Regno di Dio sarebbe stato imminente.
Sergio Quinzio, in uno splendido libretto dell’Adelphi, intitolato La sconfitta di Dio, dice: "Noi cristiani dovremmo partire dalla consapevolezza che nasciamo dalla sconfitta, dalla delusione di Gesù, perché Cristo muore e nessun regno di Dio si avvera”. Chi comandava continua a comandare, chi guadagnava a scapito degli altri continua a guadagnare a scapito degli altri. E invece noi cristiani che cosa abbiamo fatto? Retrospettivamente abbiamo cominciato a decodificare quel linguaggio che era estremamente semplice, immediato, con due operazioni, che è il modo abituale di intendere le Beatitudini. Primo: Gesù non parlava di pane, di libertà, di giustizia, in senso ovvio, ma in senso intimo, spirituale. Quindi quella liberazione non era la liberazione del malato, non era la liberazione del povero, non era la liberazione del colonizzato, era liberazione dai peccati dell’anima, dell’intimo, dall’ignoranza.
Quindi un processo di spiritualizzazione. Ma siccome ci si potrebbe anche chiedere: ma questo processo, per quanto dematerializzato, destoricizzato, depoliticizzato, c’è stato? Manco questo, c’è stato. E allora, seconda operazione, lo proiettiamo nell’altro mondo. "Beati voi poveri... perché di voi sarà il Regno di Dio”. E però Gesù dice: "… di voi è il Regno di Dio”. Quindi non era un annunzio per un altro mondo, era un annunzio per questo mondo.
Queste cose, se le dicesse Augusto Cavadi, non varrebbe la pena né di imbrattare carta, né di perdere tempo col registratore. Si dà il caso, però, che le scriva padre Dupont, che viene considerato il massimo esegeta mondiale sulle Beatitudini. Lui denunzia questo equivoco, per cui tutto si smaterializza e si rimanda a un’altra vita, altra vita a cui Gesù non credeva, perché da buon ebreo non aveva alcuna idea di una distinzione fra anima e corpo. Per lui quando si moriva si moriva, se poi Dio voleva ricreare i fedeli, le persone a Lui fedeli, era il Dio della vita e il Dio della morte, poteva ricominciare da zero e restituire una vita assolutamente nuova a qualcuno che gli fosse stato particolarmente fedele.
Questo è il senso della resurrezione. Allora, accettare che il messaggio cristiano non è un messaggio intimistico ma concreto, sensibile, corporeo, sociale, che non è un messaggio per un’altra vita, ma per questa vita, avrebbe dato tutta un’altra direzione alla storia del cristianesimo.
Sembra difficile, adesso, ripartire da dove si è cominciato a sbagliare…
Già, perché questo implicherebbe ammettere la non immortalità dell’anima, almeno nella prospettiva di Gesù. Per questo io sostengo che è del tutto lecito pensare che l’anima è immortale, ma non è lecito dire che lo si pensi in base al Vangelo. Bisognerebbe dire: "Nonostante il cristianesimo, io credo nell’immortalità dell’anima”. Perché mi ha convinto Platone, mi ha convinto Cartesio, mi ha convinto Kant, ma non perché lo dice il Vangelo, perché il Vangelo non lo dice, dice il contrario. Ma una rilettura del kerigma, dell’annunzio originario "il Regno di Dio è qui, in mezzo a voi”, implicherebbe un’altra conseguenza, non più sul piano filosofico e teoretico, ma sul piano storico politico: se Gesù era convinto dell’imminenza del regno di Dio, non poteva minimamente ipotizzare una Chiesa. Quindi dire che la Chiesa nelle sue strutture, nelle sue gerarchie, nei suoi sacramenti, è stata progettata da Gesù, è un falso storico, è un falso biblico, è un falso esegetico. Qui ha ragione il teologo anglicano Dodd, che alla domanda su chi sia il fondatore del cristianesimo, risponde: "Paolo”. E’ stato Paolo di Tarso che avendo visto che Gesù aveva sbagliato, che il regno non arrivava... C’è un bellissimo aneddoto della tradizione chassidica in cui chiedono al rabbino: ”Lo sai che è arrivato il Regno di Dio?”. Il vecchio rabbino si alza dalla poltrona, si avvicina stancamente alla finestra, sta ad osservare qualche minuto, ritorna e dice: "No, non è vero”, "Ma come hai fatto?”, "Ho visto che c’è ancora gente che soffre, c’è ancora gente che suda, c’è ancora gente che viene sfruttata, c’è ancora gente che non è pienamente libera: vuol dire che il Regno di Dio non è arrivato”. Questo, secondo me è quello che intendeva dire Gesù.
Ma se Gesù non ha voluto la Chiesa, tutte le pretese di infallibilità sul piano interpretativo, e di supremazia su tutti i poteri mondani, dall’imperatore medievale al Parlamento italiano vengono a cadere.
Vuoi dire che invece se Gesù è Dio non si può non essere integralisti?
Ma diventa inevitabile dire: "Sì, noi cattolici vi rispettiamo, però non ci possiamo fare niente se siamo responsabili di un messaggio di salvezza che ci è stato consegnato da Dio in terra, quindi per quanto vogliamo essere democratici abbiamo una responsabilità verso di voi poveri mortali che dovete annaspare sull’aborto, sugli anticoncezionali, sull’eutanasia. Noi abbiamo già la chiave, ed è una chiave che ci è stata consegnata da Dio in persona”. Il quale sapendo che il mondo non sarebbe finito subito, ma chissà fra quante migliaia di anni -diceva il cardinale Journet- "non poteva dare il Vangelo senza creare un organismo vivo che ne assicurasse la retta interpretazione lungo i secoli” ed evitasse le mille interpretazioni possibili. E aggiungeva: "Tu non puoi regalare una pianta, se non regali anche la tecnica per innaffiarla, per mantenerla viva”. E quindi c’è una logica, a mio avviso perversa, ma pur sempre una logica conseguente, nell’affermazione di pochissimi anni fa del già papa Ratzinger, che smentendo il papa precedente, Giovanni Paolo II, dice ai protestanti: "Non siamo chiese sorelle, la Chiesa è una, e siamo noi, e poi ci sono comunità di cristiani che imperfettamente, parzialmente, inadeguatamente, aspirano a diventare Chiesa”.
C’è una logica: se la chiesa è il depositario di un progetto di Gesù, che non è manco soltanto un uomo, ma è addirittura Dio in terra, ci si dovrebbe stupire non già della sua ingerenza nel dibattito, ma della scarsa ingerenza e incidenza. E capisco bene quei lefevriani che dicono che la Chiesa cattolica dal 1965 non ha fatto che calare le braghe, perché ha ammesso di essere la più autorevole degli interlocutori, ma ha ammesso altri interlocutori al dibattito pubblico, rinunziando al rapporto: up-down, io ti insegno e tu ascolti. Ma se io sono la Chiesa docente, di che cavolo dobbiamo discutere io e te? Di ecumenismo, intercultura si può discutere tra uomini, ma se la mia parola è parola di Dio e la tua rimane parola di uomo, perché dobbiamo discutere? Io posso convincere te che hai sbagliato, tu non puoi convincere Dio. Quindi io Chiesa per tutte le cose che ho detto come uomo, avrò potuto sbagliare, (quando ho mandato al rogo Bruno, quando ho costretto all’abiura Galileo Galilei, eccetera), ma tutto quello che ho detto ex cathedra, io l’ho detto per ispirazione dello Spirito Santo. E non ho aggiunto nulla alla rivelazione, l’ho solo esplicitata, quindi non ho aggiunto alla parola di Dio, ho applicato la parola di Dio alle questioni contingenti storiche che si sono andate presentando.
Un’altra strada?
Nell’ultima parte del libro, che poi è la più leggibile, provo a immaginare un "oltre cristianesimo” che si interpreti come frammento del tutto, frammento di un tutto, non come il regista di un film di cui gli altri sono soltanto attori e solo tu sei il padrone della trama e sai già come deve andare a finire. Secondo me nella prospettiva teologica dell’oltre cristianesimo cambierebbe il rapporto con la corporeità, il rapporto con la politica, il rapporto con l’ambiente, il rapporto con le altre religioni, il rapporto con le culture del mondo.
Se Cristo lo riporti più vicino a noi, Dio però sembra allontanarsi, sembra diventare più evanescente. Siamo abituati a una visione molto antropocentrica di Dio...
Ma anche antropomorfica... Credo che questa sia stata l’unica obiezione che mi ha fatto, al dibattito qui a Palermo, Vito Mancuso. "Ma per te, chi è Dio, allora?”. Perché lui condivide questa cristologia, però lui la condivide in nome di una visione hegeliana di Dio, diciamo in nome del panteismo, e il panteismo è molto concreto. Io credo che il panteismo sia più concreto della stessa visione cattolica tradizionale di Dio, perché nella visione cattolica tradizionale di Dio tu lo puoi toccare se tocchi in qualche modo Gesù. E siccome non puoi toccare un Gesù storico, puoi toccare un pane e un vino che mantengono le apparenze del pane e del vino, ma nella sostanza sono lo stesso Cristo che batteva le strade della Galilea, quindi quello che il cardinale Martini chiamava un bisogno di concretezza dell’uomo che vuole toccare Dio, nella visione cattolica tradizionale viene soddisfatto dall’idea che Dio era perfettamente presente in Gesù che è totalmente presente nell’Eucarestia e negli altri sacramenti.
Il panteismo non ti dice di meno, ti dice di più, perché ti dice che quella stessa presenza divina che potevi toccare in Cristo, la puoi toccare in ogni altro uomo, anzi in ogni altro vivente, anzi in ogni altro essente, e che quindi anche il mare, anche le mucche, anche i fiori, anche le stelle, sono il corpo di Dio. Pensiamo a Giordano Bruno, che dice: "Io, del deus super omnia non so che dire, posso parlare del deus insitus omnibus, dentro tutte le cose”. Quindi il panteismo non è un rendere Dio meno palpabile, anzi. Dio è tanto presente fuori di te, quanto dentro di te. Ed è presente fuori di te non solo in una storia, o in un uomo, o in un sacramento, ma in tutte le storie, in tutti gli uomini, e tutto diventa sacramento, in un’ottica panteista. Per esempio, perché non posso avere una comunione con Dio più intensa nel momento dell’orgasmo sessuale, che nel momento del convito, del banchetto con gli amici? Là c’è Dio. Se Dio è tutto, e tutto è divino, non possiamo più fare gerarchie di presenza, d’intensità. Siamo immersi nel divino, come il pesce è immerso nell’acqua, nell’oceano, oceano che circonda il pesce, ma in qualche modo lo sostiene e lo permea, il pesce è acqua, che entra ed esce da lui.
La mia posizione, però, non è più quella cattolica, ma non è neppure quella panteistica, perché, allo stato attuale della mia riflessione, il panteismo, se mi fa guadagnare un’accessibilità totale di Dio, se non l’ho capito male, rischia di far perdere a Dio la possibilità di una interlocuzione personale, di una soggettività, di una personalità. Perché se Dio è tutte le cose, non si può rapportare a me in un dialogo, in un rapporto io/tu. E allora, paradossalmente, io uomo, microbo, sperduto nell’universo, sarei dotato di qualcosa in più rispetto alla totalità di cui faccio parte. E questo è un involontario antropocentrismo, perché il panteismo, mentre annega l’uomo nel tutto, e quindi lo detronizza, lo livella, rispetto agli altri animali, agli altri viventi, sottilmente finisce col dire: "Beh, fino a prova contraria, fino a che non incontriamo i marziani, io sono il luogo in cui l’universo prende coscienza di sé”. Ecco, questo, che l’universo abbia dovuto aspettare non so quanti miliardi di anni per prendere coscienza di sé, mi fa difficoltà. Io propendo nel pensare che questa autocoscienza dell’universo non sia qualcosa che diviene lentamente, ma qualcosa di fondativo, qualcosa di coestensivo, di coeterno all’universo, ed è questo qualche cosa il logos di cui parlano molte filosofie, molte religioni, questo logos che sicuramente è immanente, ma non solo immanente. Io tendo a pensare che ci sia una sporgenza di questo logos che permea l’universo, una qualche forma di trascendenza, che non esclude l’immanenza, si basa anzi sull’immanenza, ma che non sia solo immanenza, e che quindi l’universo non stia ad aspettare me o non so quale altro sperduto abitante per prendere coscienza di sé.
Ma questo logos, questo pensiero che si autoconosce come l’armonia del tutto, come l’anima del tutto, come il senso del tutto, ecco questo logos che possiamo chiamare Dio, secondo me rimane penitus ignotus. E’ l’espressione di Tommaso D’Aquino, il mio primo vecchio maestro: "Di Dio possiamo dire non ciò che è, ma ciò che non è”, perché come è Dio, chi è Dio, ci rimane profondamente penitus, irrimediabilmente ignoto. Allora, ecco perché trovo molta consonanza con l’apofatismo di Luigi Lombardi Vallauri. Apo: cade, taglia, feni, la parola. C’è un silenzio su Dio che è il silenzio del muto, dell’agnostico, ma c’è un silenzio su Dio che è il silenzio del mistico. Io posso tacere su Dio perché non me ne frega niente, ma posso tacere su Dio perché, proprio perché l’ho cercato e mi è sembrato di intuire chi è, sono arrivato alla conclusione che se Dio è Dio, io non posso dirlo, che il nome di Dio, proprio perché ha mille nomi possibili, non ne ha nessuno che lo dica, che lo esaurisca. Allora quando la mistica cristiana mi dice: "Tibi silentium laus” (per te, Dio, la lode massima, il meglio che posso dire di te è il silenzio, è il tacere), io credo che siamo di fronte sicuramente a un arretramento del divino, come giustamente avevi intuito tu, perché, a differenza del cattolicesimo tradizionale e del panteismo, credo che noi di Dio non facciamo mai esperienza, non lo vediamo, non lo tocchiamo mai.
Altra cosa è dire che tutto, proprio perché niente esaurisce il divino in sé, possa essere cifra, metafora di Dio, che possa essere simbolo del divino. Per cui si potrebbe dire, recuperando una formula catechistica che non so che senso avesse: Dio è dappertutto ma non è in nessun luogo. Allora io sono convinto che se non ci fosse un logos che ci mantenesse in questo minuto in essere, e non ci desse il fondamento della vita e del senso, noi in questo minuto non potremmo né respirare, né parlare, né intenderci, né volerci anche un po’ di bene. Ma una cosa è dire che tutto questo è sullo sfondo, siamo, viviamo, respiriamo, parliamo, perché sostenuti da un principio, da un logos, da un fondamento; una cosa è dire che allora io mi inchino e adoro te, o lui, o Ratzinger, o Gesù, o Maometto, o Buddha. No, io non mi inchino a nessuna figura sensibile, animale o vegetale o uomo che sia, o istituzione che sia, perché Dio è comunque l’aldilà di tutto. C’è un inno neoplatonico del V secolo che dice: "O tu, l’aldilà di tutto, non sei nessun ente: proprio per questo puoi essere tutto”. Puoi essere tutto, perché non sei nessun ente in particolare, e quindi non sei Gesù Cristo, non sei neppure il Papa, non sei neppure il guru della tradizione orientale. Ecco allora il gioco della presenza e dell’assenza di Dio: tutto mi parla di Dio, ma niente mi rende presente Dio. Un teologo cattolico induista, Raimundo Panikkar, alla fine di un lungo percorso teologico che l’ha portato ovviamente anche lui ai margini di tutte le chiese e di tutte le religioni, applicandolo a Gesù ha detto: "Se mi dite che Dio è anche in Gesù, acconsento, se mi dite che solo Gesù è Dio, penso che stiate bestemmiando e che la vostra sia una teologia tribale, perché solo le tribù primitive pensavano che il totem fosse il centro dell’universo e che fosse il luogo della presenza divina, e non un luogo, uno dei tanti luoghi”. E se Dio non si esaurisce in un luogo e tutto mi può parlare di Dio, cade la differenza fra il templum, il ritaglio, il recinto e il profano, il fuori dal tempio. Se Dio non si esaurisce nel tempio, tutto l’universo è tempio ed è profano. Cade la differenza fra ciò che è sacro e ciò che non è sacro, perché nulla lo è in assoluto, tutto lo può diventare.
E tornando a Gesù, invece? Perché resta?
Già, mi stavo dimenticando... Se in verità ci disse altro, ma che cosa ci ha detto? Secondo me ci ha detto: "Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Ma c’era bisogno di Dio, per dire questo? No, tant’è vero che Gesù non era Dio, era un intuitivo, che ha capito in maniera molto insistita e insistente, che tutto è opinabile, tutte le filosofie, tutte le teorie politiche, tranne il fatto che il senso della vita ci viene non solo dall’eros, non solo dalla phìlia, ma anche dall’agape. Io sostengo essenzialmente che la tradizione occidentale vive della polemica fra tre amori: l’eros, la philìa e l’agape. Prima di morire io ho capito che non ci può essere una vita completa senza eros, senza philìa e senza agape, dove l’eros è quello che sappiamo, la philìa è l’amore paritetico, per esempio l’amore filosofico, io non posso fare filosofia con te se ti considero un discepolo, una razza inferiore, ma il proprium del cristianesimo è l’agape. Amare non solo l’oggetto del desiderio, eros, non solo l’altro di pari dignità, con cui c’è un arricchimento reciproco, la philìa, ma amare l’indigente in quanto indigente, colui che non ti attira minimamente, perché ti fa schifo, il lebbroso, con cui non riconosci nessuna parità, perché non ti capisce, perché è ignorante, perché è cattivo, perché è mafioso, ma ha un solo merito, quello di avere bisogno di un sostegno materiale, psicologico, affettivo. Ecco, io credo che Gesù non sia un maestro di eros, anche se nel Vangelo e nella Bibbia non c’è certo la sessuofobia della storia cristiana, non credo che sia un maestro di amicizia filosofica, però è stato un profeta e un testimone dell’agape: se amate quelli che vi ricambiano, che merito avete? Se salutate quelli che vi salutano, ma non fanno così anche i pagani? Voi dovete dare a chi non vi può restituire...
Sarà una follia, non intendo fare apologetica… Diciamo che capisco e vivo in prima persona tutta la scandalosità, però quando io discuto in prima persona e mi si chiede se ho fede o non ho fede, ho pudore nel rispondere sì o no, perché secondo me avere fede significa credere in questo; non avere fede significa, e anche legittimamente, intendiamoci, non credere nell’agape. Tu credi nell’agape come modello di vita, pur, ovviamente, non vivendola sempre, dappertutto e con chiunque? Se sì, allora sei cristiano, e chi se ne importa se credi nel disegno intelligente o in Darwin, se credi in Hegel o in Feuerbach. Se tu però mi dici, come, ad esempio, il cardinale Biffi che "dobbiamo accogliere gli immigrati, ma facciamo la graduatoria, prima i cattolici, poi i cristiani, poi se c’è spazio i monoteisti, e cerchiamo di lasciare ai margini i buddisti e gli induisti”, questo è esattamente il contrario dell’agape cristiano.
L’agape cristiano recita: un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, i briganti lo lasciano mezzo morto, passa il sacerdote e dice: "Mi dispiace, sto andando al tempio, mi aspettano per la liturgia”. Passa il levita, cioè il teologo, e dice: "Mi dispiace sto andando a fare lezione di teologia, non posso”. Passa il samaritano... Ora quando Gesù, giudeo, dice: "Passa il samaritano”, è come se dicesse -e non è una cosa mia, la prendo da Frei Betto, che è un teologo della Liberazione- passa uno che è palestinese, che è musulmano, che è il peggio; ebbene il samaritano vede l’ebreo ortodosso, sanguinante, e dice: "Sali sul mio asino, ti porto nell’albergo più vicino”, e lì: "Curatelo, al mio ritorno, quello che avete speso ve lo darò”.
Questa è l’agape... Se passa l’ebreo che aiuta l’ebreo, o il palestinese che aiuta il palestinese, siamo nella logica della buona educazione.
Ecco, il samaritano è quello che mancava al supermercato di ieri, a Napoli, quando un uomo, un camorrista forse, è stato colpito e la gente passava apparentemente indifferente... Il samaritano avrebbe afferrato un uomo che sta morendo, chiunque fosse. E se mentre io l’afferro entra chi gli ha sparato e spara pure a me? Non so se a Forlì lo pensate, a Palermo lo pensiamo sempre e allora credo si possa capire perché non riesco a giudicare nessuna di quelle persone che passava a fianco del morente, perché io, che ti sto parlando così, non so come mi sarei comportato. Ma so come mi sarei dovuto comportare, se mi dico cristiano: dovevo mettere a repentaglio la mia vita. Per chi? Per uno che non conosco. Non è pazzesco? Questa è la follia del Vangelo.
Ecco che allora aver fede non vuol dire credere in quella specie di "matematica teologica”, come la chiama Küng, per cui uno fa tre e tre fa uno, Dio è uno e trino e chi crede questo è cristiano, chi non ci crede no. Il mistero non è in un groviglio intellettuale e concettuale, il mistero è nella esistenzialità di un messaggio che ti dice che puoi anche amare tuo padre e tua madre, ma devi amare soprattutto chi non conosci. Per il cristiano la famiglia, su cui insistono tanto l’Udc e la Chiesa cattolica, viene per ultima. Nel Vangelo si parla pochissimo di famiglia, e sempre per parlarne male: "State attenti a non chiudervi nella vostra famiglia”, perché quando dicono a Gesù "C’è tuo padre, c’è tua madre, ci sono i tuoi fratelli...”, lui risponde: "Ma chi sono, scusate? Qua sono mio padre, mia madre, i miei fratelli, quelli con cui sto parlando, quelli con cui sto cercando, quelli con cui sto dibattendo... se loro vengono qua e parlano del Regno di Dio, parlano di liberazione, parlano di giustizia, parlano di fraternità, diventano fratello, madre e padre”. E’ il primato dell’agape: questo secondo me è il proprium del cristianesimo. Ma attenzione: è un proprium che non è esclusivo, perché secondo me, e in questo libro lo dico "polemizzando” con un testo classico di un luterano, Nygren, un testo bellissimo, che fa vedere la specificità dell’agape rispetto all’eros, non solo all’eros sessuale, ma anche all’eros filosofico, che è comunque un cercare la verità e il bene per riempirsi, per colmare dei vuoti, per colmare la propria indigenza, e quindi è sempre centripeto, mentre l’agape è centrifuga; ma Nygren aggiunge: "Questo vuol dire che Gesù rivela la parola di Dio”. Ecco, io su questo non sono d’accordo, perché poi tu trovi che nell’ebraismo era stato annunziato l’agape, ma anche nell’islamismo, ma anche nel buddismo, ma anche in tanta letteratura atea. Quando nella Peste di Camus il medico chiede: "Ma perché non te ne vai, c’è la tua famiglia, tua moglie, che ti aspettano”, "Io mi sentirei un traditore”, "Ma perché lo fai?”, "Non lo so, ma qui c’è gente che sta morendo, e io devo rimanere con loro”. Questo è agape. Non lo fa per guadagno, non lo fa per carriera, non lo fa per senso del dovere, lo fa perché ascolta l’appello del sofferente che non ha altro diritto che quello di essere un sofferente.
Nel libro troverete citato padre Ernesto Balducci, quando alla fine del suo itinerario, dice: "Non mi chiedete dunque se sono cristiano o musulmano, perché Gesù è venuto a far cadere queste paratie e a dire che l’uomo va amato in quanto è uomo. E allora, se proprio vi serve un’etichetta, chiamatemi uomo”. "E’ vicino il giorno -dice Balducci- in cui si comprenderà che Gesù di Nazareth non intese aggiungere una nuova religione a quelle esistenti, ma al contrario volle abbattere tutte le barriere che impediscono all’uomo di essere fratello all’uomo, e specialmente all’uomo più diverso, più disprezzato. Egli disse ‘quando sarò sollevato da terra, attirerò tutti a me’, non prima, dunque, ma proprio nel momento in cui, sollevato sulla croce, egli entrò nell’angoscia, ed emise il suo spirito, spogliato di tutte le determinazioni. Non era più allora né di razza semitica, né ebreo, né figlio di Davide, era universale, com’è universale la qualità che, in quell’annullarsi, divampò. L’amore per gli altri fino all’annientamento di sé, è in quest’annientamento per amore la definizione di Gesù: Uomo planetario”.
Qui c’è la chiave, secondo me, della laicità della fede cristiana. Se tu sei veramente cristiano fino in fondo, non lo dici neppure, perché appena lo dici stai già costruendo quella determinazione, quel confine, che ti distingue dall’ebreo, dal musulmano, dal non credente; stai costruendo quella barriera per abbattere la quale Gesù è stato crocifisso. Quindi c’è una specie di apofatismo antropologico: non solo non puoi dire chi è Dio, ma non puoi dire manco chi è l’uomo, perché appena lo definisci, lo circoscrivi e lo separi dagli altri uomini.
Si può immaginare come possano essere giudicate tali idee...
Quel che mi interessa è essere giudicato sulla base di criteri prima di tutto interni al cristianesimo, che significa che io sono cristiano se non aggiungo e non tolgo nulla a quello che ha detto Gesù. Quand’è che uno può dirsi marxista? Non dire niente di più e niente di meno di quello che ha detto Marx, mi sembra un buon criterio per dire se uno è marxista. Ma se io sono marxista e faccio dire a Marx anche quello che ha detto Lenin, poi gli aggiungo quello che ha detto Stalin, poi gli aggiungo anche quello che ha detto Breznev e poi vengo da te e ti dico: "Lo accetti tutto questo?”, "No, veramente io avrei dei problemi da Lenin in giù...”. Allora tu sei cristiano con la c minuscola...”. Quando mi dicono: "Tu sei eretico”, se il contesto mi diverte, dico di sì. Se poi devo dire quello che penso veramente, e che dico quando è il caso di dire la verità, è che io sono talmente ortodosso da essere al di qua di tutte le eresie che dal III secolo dopo Cristo in poi si sono sviluppate, a cominciare dall’eresia che ha vinto a Nicea. Anno 325, Nicea, un posto che ho scoperto essere nell’attuale Turchia. Lì si discusse, nel Primo Concilio ecumenico, se Gesù era solo uomo o era anche Dio e se era Dio allora era uguale al Padre, ma poi c’era anche lo Spirito Santo e lui diventava Dio uno e trino. Benissimo. Fra i vescovi c’è un certo Attanasio, che poi verrà fatto santo, che dice: "Signori, noi dobbiamo credere nella Trinità”, e c’è un prete di Alessandria d’Egitto, si chiamava Ario, che dice: "Ma scusate, perché da tre secoli abbiamo sempre detto che Gesù è uomo, e adesso alcuni di voi vogliono introdurre questa novità, che è uguale a Dio?”. Il dibattito era molto vivace, anche la gente discuteva al mercato, ogni tanto se le davano di santa ragione. Arriva un imperatore, che si chiamava Costantino, che non era cristiano, e dice: "Signori, dobbiamo decidere, perché l’impero si spacca, se non c’è una tesi teologica”. Cerca di capire come stanno le cose, Ario dice "La vostra è una tesi di minoranza e innovativa, noi siamo i tradizionalisti, e siamo la maggioranza...”. Costantino dice: "No, ha ragione Attanasio”. Questa io la chiamo eresia. E’ stata canonizzata ed è diventata ortodossia, e perché io mi devo fare chiamare eretico dagli eredi degli eretici filoimperiali e non devo stare dalla parte delle chiese copte, che ci sono ancora in Etiopia, in Siria? Ci sono chiese che non accettarono il Concilio di Nicea, e rimasero legate all’annunzio paolino, evangelico, originario. Allora, che facciamo? Chi è eretico?
Una parentesi interessante: Maometto, che del cristianesimo conobbe quello africano, quello copto, quello ariano, nel Corano porta un rispetto assoluto a Gesù Cristo. Si dice che Gesù è il più grande dei profeti, e che tu non puoi salvarti se non veneri Gesù, e pure la madre, Miriam. Maometto addirittura esagera, a proposito di Maria, perché dice che è l’unica donna che ha partorito rimanendo vergine. Ora, nel Corano c’è una sura bellissima. Allah chiama Gesù e gli dice: "Ma come, io ti ho mandato sulla terra per annunziare il mio nome, e tu ti sei fatto come me?”, e il Gesù del Corano risponde: "Padre, tu sai tutto. Sai benissimo che non sono stato io, sono stati i miei discepoli dopo la mia morte, che si sono permessi di dire che io ero come te, ma io sono stato un servo fedele”.
Quindi Maometto ha recuperato il cristianesimo più autentico, è il più ortodosso dei teologi cristiani, perché è più vicino al kerigma originario. E Maometto non intese fondare una nuova religione, intese rifondare il monoteismo ebraico, e secondo lui anche gesuano, tradito non da Cristo, ma dai cristiani. Infatti Maometto attribuisce a Dio 99 nomi, è il misericordioso, è l’onnipotente, è il saggio, e però il centesimo nome, che è quello che veramente rivela il segreto di Dio, non lo sappiamo. Allora, questo dire: "Non so qual è il segreto di Dio”, è un modo per credere di meno, o per credere di più? Non è un caso -dice Maritain, in un libretto Il significato dell’ateismo contemporaneo- che le prime generazioni cristiane fossero martirizzate con l’accusa di ateismo. Secondo me, si tratta di recuperare questo senso dell’alterità di Dio, liberandolo dalle prigioni dei templi, dei riti, dei dogmi, dei sacramenti.
Non c’è il rischio che questa fede sia per pochi, non possa essere popolare? Che sia incomprensibile proprio per chi sta peggio? Capisco che la fede come consolazione sia "minore”, però è bella... C’è un tu a cui ti puoi rivolgere. A una madre cui muore il figlio e che vuol credere fermamente che lo ritroverà cosa andiamo a dire?
Ti capisco. Qui siamo a un bivio: o la verità o la consolazione. Io sto con Hegel, che dice che "la filosofia non deve essere consolatrice a tutti i costi” e ho avuto modo di scrivere che preferisco la più amara delle verità alla più dolce delle menzogne, alla più dolce delle illusioni. Ciò detto, avrei moltissime cose da precisare sulla tua domanda. Comincio da quella che mi viene più facile da dire.
Credo che elitario non sia un "oltre cristianesimo” come lo propongo io, che si riduce al solo dogma e al solo imperativo di amare tutto e tutti, cominciando da chi soffre di più. Credo che sia elitario il più popolare dei catechismi cattolici, con 60 domande del tipo: "Chi è Dio?”, 60 risposte del tipo "l’essere perfettissimo”..., "Dio uno e trino”, "tre persone ma una natura”, "Gesù una persona divina che oltre alla natura umana ha anche la natura divina...”. E’ molto più elitario, più complicato, e infatti Pietro Prini parlava di "scisma sommerso” nella chiesa cattolica, per cui la stragrande maggioranza dei cattolici da secoli hanno detto: "Fatti vostri, noi di tutto questo non ce ne interessiamo, né sul piano della teoria, né sul piano della normativa, noi ci viviamo il nostro cristianesimo”. E francamente penso che il mio cristianesimo sia molto più vicino al cristianesimo umile di quanto lo siano tutti gli apparati dogmatici e morali della Chiesa cattolica o di altre chiese. Questo come osservazione di fondo.
Per scendere, per quanto si può, invece all’interno della tua questione: intanto ti dicevo che la differenza fra me e un panteista è proprio questo "Tu”. Cioè io continuo a dire che non so chi è Dio, ma ho il forte convincimento che debba essere un Tu almeno come io sono io, ma privato di tutte quelle limitazioni che la soggettività umana, in quanto soggettività, implica. Dice Küng che Dio non è né personale né impersonale, perché il concetto di persona è un concetto limitativo. Lui propone di parlare di un Dio transpersonale. Noi sappiamo che cos’è la persona, sappiamo che cos’è la non persona, l’anonimato della natura, l’anonimato della materia, non sappiamo che cos’è una transpersona. La direzione verso cui pensare, sarebbe qualcuno che possa dire "io”, possa dire "decido”, possa dire "voglio”, possa dire "amo”, possa dire "penso”, senza includere in questo tutta l’imperfezione, tutto il limitativo, tutto il condizionante che c’è quando lo dice un soggetto umano, mortale, limitato. Quindi non escludo che una fede adulta possa pregare. Quello che escludo è che possa pregare nel senso in cui normalmente si prega: mio figlio sta morendo di cancro, salvamelo. Io la preghiera la vivo più come il diritto a un’invocazione, a un lamento, e se vogliamo a una protesta, perché, ma qua il discorso si complicherebbe, la vera fede in un Tu implica anche, se tu ci credi veramente, che ci litighi con Dio. Questo atteggiamento "siccome Dio è Dio e fa quello che vuole lui”, va bene per il sovrano imperiale, non va bene per il padre.
Perché mi hai abbandonato…
Infatti. Perciò dicevo un’invocazione, una richiesta di luce, di forza, per accettare... Ci può essere tutto, purché non ci sia la raccomandazione clientelare. Ma perché dovrei aiutare proprio la tua amica quando ci sono migliaia di persone più giovani, i bambini, i tumori... Quindi escluderei la raccomandazione. Escluderei il miracolismo, nel senso che, se fossi Dio, la prima cosa che direi è: "Ma che ne avete fatto, in questi millenni, della vostra intelligenza, se invece di concentrarvi a preparare bombe atomiche, armi chimiche, vi foste concentrati un po’ più sulla ricerca medica, se invece di stare a sentire chi condanna le staminali mandaste a quel paese i papi, i vescovi... probabilmente il malato di Sla starebbe un po’ meno male, probabilmente in Abruzzo ci sarebbero state un po’ meno vittime”...
La terza cosa, che poi è la cosa più importante, ma qua entriamo in abissi che non si possono facilmente esprimere, è escludere una posizione di Dio come uno che invece è dall’altra parte, e che non è in qualche modo esposto insieme a te al dolore. La nostra concezione teologica tradizionale è che se Dio volesse, potrebbe aggiustare le cose, e per dei motivi che noi non sappiamo ma che scopriremo, non lo fa. Questo è un Dio che non si concilia con i dati della scienza, non solo dell’etologia, non solo del darwinismo, ma con le teorie astrofisiche più complesse, il caso, la teoria delle catastrofi... Allora il problema, insomma, è che, secondo me, la fede è quella dell’ebreo che vede ammazzare nel campo di Auschwitz un bambino, (mi pare sia Wiesel a raccontarlo): ma Dio dov’è? E’ là, in quel bambino. Lo capisco che sto saltando molti passaggi, ma per dire che io, un Dio che potesse e non volesse sanare le cose, per qualsiasi ragione, io lo negherei, o intellettualmente, o esistenzialmente, cioè direi: "Tu esisterai pure, ma a me non interessi. Se sei fatto così, tu non mi interessi”. Io ho il presentimento che ebraismo, cristianesimo e islamismo, ti parlino di un Dio la cui onnipotenza vuol fare i conti con la libertà dell’uomo e con la necessità delle cose, e che quindi, più che essere un Dio con cui contrattare in caso di sofferenza, è un Dio con cui allearti per combattere la sofferenza nei suoi epifenomeni, ma soprattutto nelle sue radici, che sono l’ignoranza, la cattiveria, la pigrizia, lo sfruttamento, la malignità.
Allora, a capire questo, ma in senso contrario, mi ha aiutato Umberto Galimberti, che ormai da anni, ogni volta che scrive o parla, dice: "La disgrazia siete voi cristiani e voi psicanalisti, perché siete convinti che il male è da combattere e tendenzialmente da eliminare. Dobbiamo tornare alla saggezza greca, che il male c’è, ed è una componente non patologica, ma fisiologica, della vita.
Quando capiremo questo finirà la violenza, la hýbris, la prepotenza cristiana e psicoanalitica, che nonostante le diversità sono sempre sulla stessa lunghezza d’onda”. Ora, io non sono convinto al cento per cento che i greci dicessero esattamente quello che gli fa dire Galimberti, ma se per caso dicevano questo, io su questo punto non sto con i greci. Io, al dolore di qualunque origine e specie sia, ontologico, fisico, psicologico, morale, intellettuale, non mi rassegno. Se c’è una filosofia o se c’è una teologia, che mi vuole spingere a rassegnarmi, io la rifiuto. Ora, so bene che se tu ti metti in mezzo alla strada col registratore, e intervisti la prima persona che passa, ne puoi intervistare cento e novantanove, cristiani o non cristiani, ti diranno che la virtù tipica del cristiano è la rassegnazione. "Ah, certo, fare la volontà di Dio”. Ma la volontà di Dio qual è? La volontà di Dio è che l’uomo viva, abbia la vita, l’abbia in abbondanza, l’abbia in pienezza.
Quindi alla signora che ha perso il figlio, io credo che come cristiano le posso solo dire: guarda che o non c’è Dio, e allora è inutile che preghi, o se c’è Dio è un Dio che è dispiaciuto almeno quanto te, quindi non sei sola, perché c’è una sofferenza di Dio, e perché quelli che osiamo dirci figli di questo Dio e fratelli di questo Cristo, non siamo vicini a te così, proforma, stiamo com-patendo, ti stiamo compatendo, stiamo soffrendo un po’ insieme a te. Ma proprio perché stiamo soffrendo insieme a te, ti diciamo anche che questa sofferenza potrebbe essere lo schianto e la tomba della tua vita, potrebbe essere l’inizio di una nuova vita. La vita di tuo figlio ormai è nelle mani di Dio, possiamo solo sperare, e non sappiamo che cosa succederà, però sappiamo che cosa può succedere della tua vita. Ci sono madri che perdendo un figlio si sono chiuse in casa e si sono seppellite vive, ci sono madri che hanno scoperto una nuova maternità universale, hanno adottato bambini rumeni, hanno cominciato a lavorare per i figli di nessuno, hanno fondato cliniche. La moglie di Borsellino, cattolica tradizionale, si è chiusa in casa a piangere, per carità, lo dico con tutto il rispetto del mondo; Rita Borsellino ha detto tante volte, lo ha scritto: "Io ho capito che avevo sbagliato tutto. La morte di mio fratello mi ha fatto capire che ero una borghesuccia, chiusa tra famiglia e farmacia. Questo era sbagliato, se mio fratello non fosse stato ammazzato, io sarei rimasta una borghesuccia. Ho capito che dovevo fare quello che mio fratello faceva, occuparsi degli altri e della cosa pubblica”. Quindi il mio cristianesimo ha molto di meno e molto di più da dire alla donna che ha perduto il figlio.