Luciano Gallino è professore emerito, già ordinario di Sociologia, all’Università di Torino.

Alla fine è passato il piano della Fiat per Pomigliano. Lei ha espresso grande preoccupazione, soprattutto per il peggioramento delle condizioni lavorative degli operai.
E’ il primo caso di grande portata in cui le condizioni di lavoro di un paese in via di sviluppo o di un paese emergente (perché così va considerata la Polonia) vengono importate in un paese sviluppato come il nostro.
Già i nostri lavoratori, assieme a quelli di molti altri paesi, la Francia, la Germania, ecc. erano stati posti in concorrenza con i lavoratori dei paesi emergenti, Cina e India comprese. Però si insisteva sulla competitività, cioè sulla necessità di produrre in modo da arrivare a livelli di prezzi e produttività paragonabili a quelli dei paesi emergenti. La novità qui è che si prende uno stabilimento enorme, delle condizioni di lavoro che erano state attuate appunto in un paese emergente e le si importa in blocco nel nostro paese.
Io credo che sia un pessimo precedente, perché sicuramente molte altre aziende medie e grandi seguiranno. Non c’è nessun motivo per cui quello che va bene alla Fiat non possa andar bene per molte altre aziende.
Di Pomigliano si è enfatizzata molto l’anomalia di un alto tasso di assenteismo, che in qualche modo giustificherebbe un intervento definito "irripetibile”. Lei cosa ne pensa?
Credo che questo sia solo un aspetto della questione e non il più importante. Se uno guarda il piano Fiat (perché non si è trattato di un accordo, ma di un piano tipo "prendere o lasciare”), scopre che su 36 pagine, se ben ricordo, ben 19 sono dedicate alla metrica del lavoro. Che significa tecnica per spremere da ogni minuto secondo la maggior quantità di forza lavoro e di valore da tutti gli addetti. Questo è il nucleo del problema. Poi, certo, ci sono le clausole sull’assenteismo, se anche pochi si assentano tutto cade.
Ma il fatto veramente grosso è quello delle condizioni di lavoro, con riduzioni di pause, accelerazione dei ritmi, una metrica appunto sempre più sofisticata e sempre più affidata a severissimi controlli computerizzati.
La metrica del lavoro serve a scomporre e analizzare il lavoro in centesimi di secondo, e regolarlo sulla base di quello che l’operaio fa, misurandone i movimenti e le operazioni che compie. Bisogna provare a lavorare sotto un controllo che va addirittura sotto i secondi. Ci sono poi gli altri aspetti. Uno molto serio è il fatto che per otto ore uno non può toccare nulla, perché la pausa mensa è spostata alla fine del turno. Lavorare sette ore e mezza più la pendolarità, il trasporto da casa, vuol dire almeno otto ore, otto ore e mezza senza nessun tipo di sostentamento.
C’è la riduzione delle pause che vengono diminuite del 25%; mi pare che scendano da due di venti minuti a due di quindici. Perché con quei dieci minuti vengono prodotte tot vetture in più all’anno. E poi c’è la questione dei turni, per cui tutti i cinquemila devono fare tre turni a rotazione, uno dal mattino presto, uno che copre la giornata e un turno notturno, cambiando quindi ogni tre settimane. Bisogna avere un’idea di cosa significa per una persona anche giovane cambiare orario di lavoro radicalmente ogni tre settimane.
Sono condizioni di lavoro che definire dure è un eufemismo. Ma naturalmente, visto che la proposta è prendere o lasciare, è chiaro che poi le persone accettano. Ma non si può mascherare il peso che questa organizzazione del lavoro ha sulle persone, il fatto che dieci anni di un lavoro del genere sono sicuramente molto usuranti.
Negli anni ’60 e ’70 si parlava di alienazione, si facevano delle belle ricerche, si pubblicavano libri, i sindacati ne parlavano molto, c’erano anche delle aziende che ne parlavano. Adesso 99 imprenditori su 100 e forse anche 80 sindacalisti su 100 non sanno nemmeno cosa sia l’alienazione. Cioè il fatto che l’opera delle tue mani in un certo senso ti si rivolta contro; che quella che dovrebbe essere una creazione dell’intelligenza e del corpo diventa un’entità ostile. Sono discorsi che non si riescono nemmeno più a imbastire.
Ma quali sono le prospettive di un’industria automobilistica che già oggi ha tassi di sovrapproduzione importanti?
I tassi riguardano la capacità produttiva, perché la produzione si finisce col non farla. Ormai si produce solo su domanda. Quindi se non c’è qualcuno che prenota un’auto versando una caparra, l’auto non viene prodotta.
Resta il fatto che esiste a livello europeo -e si sta configurando anche a livello mondiale- un eccesso di capacità produttiva, che qualche tempo fa era stimata sul 30% e oggi si stima essere intorno al 40%. Cioè si fanno enormi investimenti per produrre il 40% di meno di quello che si potrebbe. E questo perché l’industria dell’auto ha imboccato una pessima strada, quella che Schumpeter chiamava la "competizione distruttiva”, invece della concorrenza cooperativa. Le grandi imprese dell’auto dovevano mettersi insieme per produrre magari anche altre cose, bus, metropolitane, macchine elettriche ecc., anziché tagliarsi la gola a vicenda come fanno.
Non c’è un paradosso nell’idea di produrre ricchezza abbassando il costo del lavoro?
Certo. Perché poi le macchine bisogna venderle. E se la massa dei lavoratori, che sono decine di milioni di persone, guadagna sempre meno, perché i redditi e i guadagni vanno soprattutto dall’altra parte, al dieci-venti per cento superiore della popolazione, poi c’è da chiedersi chi le comprerà quelle auto.
E’ vero che le auto costano sempre meno appunto perché sono prodotte a ritmi elevatissimi e con un costo delle forniture molto basso perché in gran parte vengono da paesi emergenti. Però a un certo punto la lezione di Ford, 1913, rimane valida. Ford raddoppiò i salari dei suoi dipendenti portandoli da due dollari e mezzo al giorno a cinque dollari al giorno, che era un aumento incredibile, in base a un semplice ragionamento: pensava che così gli operai sarebbero stati in grado di comprare l’automobile che producevano.
In una situazione di questo tipo, quali sono le alternative possibili?
Bisognerebbe che la politica, magari la politica di sinistra, ne riparlasse e ci ripensasse, perché la globalizzazione è fondamentalmente un progetto politico, che ha preso poi la forma di concrete politiche del lavoro: andare a produrre dove i salari sono bassi e i contributi sociali quasi inesistenti e mettere in concorrenza quei prodotti e quei lavoratori con quelli di paesi dove il salario è più alto e esistono anche gli oneri sociali.
Ma non c’è niente di inerentemente obbligato. E’ un progetto politico partito dalla fine anni ‘70 inizio anni ‘80, da cui gran parte della sinistra e la totalità delle socialdemocrazie europee si sono lasciate sedurre senza rendersene conto. Ma è di lì che bisognerebbe ripartire. Bisogna inventare un progetto politico capace di contrastare quello attuale. Purtroppo ne siamo lontanissimi, perché le forze che portano avanti quel progetto sono forti e sono nel centro sinistra di tutti i paesi europei.
Recentemente è tornato a ricordare l’art. 36, secondo il quale il lavoratore ha diritto a una retribuzione sufficiente in ogni caso ad assicurare a sé ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Qui, più che agli operai, vien da pensare agli ormai milioni di lavoratori precari o con contratti flessibili, soprattutto giovani.
E’ un articolo che di fatto è già disatteso. A Pomigliano temo che diventi disatteso anche per intenzione esplicita, perché non si vede come, continuando su quella strada, si possa assicurare a una famiglia un reddito sufficiente.
Tra l’altro un aspetto che mi pare pochi abbiano notato è che in ogni caso, almeno quattromila, se non tutti gli addetti a Pomigliano, avranno a che fare con due anni di cassa integrazione. Cassa integrazione vuol dire 750 euro al mese, invece che 1000-1200, il 25-30% in meno di reddito per due anni.
Dai commenti politici e dalle varie dichiarazioni, sembra che da settembre tutto vada a posto. Invece no, per ricostruire quello stabilimento in modo da poter applicare entro di esso la produzione di classe mondiale, la World class manifacturing (Wcm), ci vogliono almeno due anni in cui gli operai saranno sottoposti al taglio di un quarto del salario.
Ma in conclusione, a mio avviso la cosa grave è stata la convocazione dei tre sindacati, Cisl, Uil e Ugl, senza la Cgil, a Torino, a firmare quello che qualcuno chiama accordo, ma che accordo non è, perché come ho detto, è un piano prendere-o-lasciare. Il vulnus, la ferita è stata proprio quella, di lasciare fuori il sindacato italiano che nelle fabbriche continua a essere largamente rappresentato, fingendo che non esista. Lasciando da parte il fatto che il 37% degli addetti di Pomigliano, cioè circa venti punti in più degli iscritti alla Fiom, ha detto di no a questo piano.