Pia Pera, scrittrice, traduttrice dal russo (Pushkin, Lermontov, Cechov), dopo aver pubblicato libri di narrativa e non fiction (La bellezza dell’asino, Diario di Lo, Longomai) sì è dedicata soprattutto a scrivere di orti e giardini (L’orto di un perdigiorno, Contro il giardino, Il giardino che vorrei, Le vie dell’orto, Giardino e ortoterapia). Nel 2006 ha aperto il sito www.ortidipace.org, dedicato soprattutto a orti e giardini didattici nelle scuole. Vive nella campagna lucchese.

Alcuni anni fa ti sei trasferita in campagna e hai cominciato a scrivere della felicità dell’orto. Puoi raccontare?

Quando si scopre qualcosa si ha voglia di raccontarlo. Quando sono andata a vivere in campagna, una quindicina di anni fa, ho cominciato a vivere in altro modo, ad avere idee diverse, a provare sensazioni sconosciute; è stato qualcosa di nuovo che non avevo mai raccontato. Il mio primo libro è nato dal desiderio di raccontare questo e non avevo nemmeno la certezza che fosse un libro, perché era talmente diverso da quanto avevo fatto prima, che quando poi l’ho scritto e mandato all’editore dicevo: "Mah, cosa ne sarà?”, non mi sentivo sicura che l’editore avrebbe voluto una cosa così diversa. Uno scrittore spesso parte da questo impulso di raccontare quello che vive, che pensa o che scopre, i pensieri che sente nuovi o freschi. Insieme a questo c’era anche il desiderio di far conoscere questa pratica, questo modo di vivere, questo rapporto con la natura che può dare tanta gioia. Infatti con il primo libro volevo raccontare soprattutto la felicità di questo incontro, volevo che fosse un libro capace di dare qualcosa di buono alle persone: un po’ di felicità, che le facilitasse nell’acquisire gli strumenti per trovare per sé quella gioia. Molte persone mi hanno poi scritto che dopo aver letto il libro hanno voluto fare anche loro un orto, mi hanno raccontato di come fosse stato bello per loro farlo, di come gli avesse cambiato in meglio la vita. Alla presentazione del libro a Milano c’era quella che sarebbe poi diventata la direttrice di Gardenia e mi chiese poi di fare una rubrica che si intitolò proprio "Apprendista di felicità”: l’idea dell’orto, del giardino, della natura come un apprendistato di felicità. In un mio librino, Le vie dell’orto, ho pensato a questo diritto alla felicità, che è il diritto a qualcosa di molto semplice, qualcosa che non è tanto interessante da raccontare agli altri ma che a te fa molto bene.
Il contatto con la natura attenua il dolore dell’io, dell’ego, ti fa sentire profondamente parte di qualcosa. Uno si sente molto connesso alle cose. Fritjof Capra, che è stato un paladino dell’orto nelle scuole, dice proprio che l’orto ti connette, o riconnette, alla rete della vita, ti fa uscire dall’isolamento, questa forma molto metropolitana di infelicità.
Com’è nata l’idea di fare un sito sugli orti nelle scuole?
L’idea è nata dopo la pubblicazione de L’orto di un perdigiorno, uscito nel 2003. Gianfranco Zavalloni, dirigente scolastico fin da che era maestro elementare si adoperava per creare orti nelle scuole -figlio di contadini e ci teneva molto (scomparso il 19 agosto del 2012)- per caso vide il mio libro in una libreria di Trento, lo comprò, lo lesse e gli piacque molto. Così mi cercò e mi propose di presentarlo a un gruppo di maestre. "Mi piacerebbe -disse- che le maestre facessero l’orto con i bambini nello spirito del tuo libro”.
Oltre a raccontare il mio apprendistato di ortolana, avevo messo anche alcune riflessioni, se vuoi di filosofia di vita, idee sul consumo, la società, la forma economica in cui viviamo, sul consumare meno, sulla vita sobria, sul viaggiare di meno.
Tutti i miei temi di oggi lì c’erano già: la serenità, la pace, ma soprattutto il trovare quella forza, quella libertà interiore nel produrre il cibo che poi ti immunizzano un po’ dal consumismo compulsivo. Direi quasi l’orto come educazione. In realtà a quest’idea dell’orto a scuola non avevo mai pensato e mi sembrava proprio una bella cosa, ma è finita lì.
Io però ho continuato a pensarci e a un certo punto mi sono come autonominata ufficio stampa dell’orto. Mi sembrava di poter dare un contributo nella comunicazione, nel diffondere idee. All’inizio avevo pensato: "Potrei parlarne con il sindaco, con le istituzioni...”, poi mi sono detta: "No, mi manca proprio il carattere giusto. La cosa che posso fare io, con i miei mezzi, è aprire un sito internet, che non è particolarmente costoso e può diventare un punto di aggregazione di facile accesso”. Ho avuto fortuna. Gabriele Meschi, che è un professionista, mi ha spiegato che un sito deve essere continuamente aggiornato, tenersi sempre in vita e mi ha regalato tutto l’impianto grafico, perché si è entusiasmato dell’idea. È stata una bella esperienza di volontariato locale. Poi mi ha fatto conoscere l’ingegnere informatico, che ho voluto pagare perché era un giovane e mi sembrava giusto e lui ha creato il portale. A quel punto bisognava cercare persone che ci scrivessero. Oltre a Gianfranco Zavalloni, ho coinvolto una maestra, Nadia Nicoletti: "So che fai un orto a scuola. Ti piacerebbe scrivere su questo nuovo sito?”. Lei ha accettato subito e poi man mano tanto passaparola. Anche la direttrice di Gardenia, con cui collaboro, si è appassionata e mi ha lasciato fare una strisciolina sulla rivista. Così adesso, ogni settimana arrivano quelle due o tre cose da pubblicare, che non sono solo testi importanti, ma anche semplici notizie. Nadia ha anche scritto un libro, L’insalata era nell’orto. Una maestra che pubblica un libro, che magari ha anche successo, è di incoraggiamento per le altre maestre, perché fare un orto a scuola non solo è un gran bene per i bambini ma anche per gli insegnanti!
Per i bambini è un’esperienza importante perché il lavorare nell’orto insegna anche in maniera dolce un po’ di disciplina: se non segui i tempi, non cresce nulla.
Sì, impari soprattutto, come dicono le maestre, la pazienza. Metto il seme e dov’è la pianta? No, ci vogliono giorni, settimane, quindi i bambini imparano il rispetto per i tempi degli altri, il tempo della natura, che è un tempo diverso dal loro. Imparano ad accettare le cose come sono, perché lì non è che puoi fare i capricci. I bambini spesso sono abituati che se fanno i capricci ottengono e così invece imparano che ci sono delle cose che, a differenza dei genitori con cui ha fatto i capricci, non ti danno subito quello che vuoi. Quindi è molto formativo per la loro maturazione. Però poi imparano anche il divertimento, imparano quanto sia importante il loro contributo, imparano la responsabilità.
Mi sembra che l’orto possa anche essere un mezzo importante per i bambini per avere una socialità di tipo diverso, non basata sulla competizione...
Anche per l’orto c’è chi è più appassionato, chi ha più attenzione, però senza dubbio prevale la cooperazione, si lavora tutti insieme per ottenere qualcosa di comune. Trovo molto triste a volte che vengano fatte delle gare legate indirettamente all’orto, chi ha fatto il più bel disegno per esempio. Mi pare che nell’orto bisognerebbe sottolineare proprio il senso comunitario.
In alcuni orti ci sono anche i nonni che collaborano, mi sembra una cosa bella, anche per recuperare un sapere più antico.
Con questa cosa dell’antico ci andrei piano, perché in realtà i nonni sono quelli che più sono stati influenzati dalla rivoluzione verde, dall’agricoltura chimica. Sono proprio i nonni quelli che vanno più istruiti perché non usino schifezze chimiche. Ci vorrebbero i trisavoli!
Infatti spesso sono i bambini che insegnano ai nonni. Importante è invece il recupero del rapporto con loro e il fatto che i nonni abbiano la possibilità di fare qualcosa di bello con i loro nipotini.
I nonni sono poi molto importanti anche per un’altra cosa: d’estate la scuola chiude e l’orto va seguito; ecco, spesso sono proprio loro a farlo, o le maestre che restano in zona e si appassionano.
In fondo per l’orto la stagione principale è proprio quella in cui la scuola è chiusa.
I bambini non possono andare nell’orto anche durante le vacanze?
La scuola è molto burocratica, bisogna accordarsi, ci vuole la chiave... Le maestre, quando c’è un po’ di buonsenso, trovano il modo di aggirare, di risolvere ma non è semplicissimo. Il direttore o la direttrice della scuola devono capire l’importanza del progetto. Alcuni proprio non capiscono, perché non è materia obbligatoria. Ma forse meno male che non è obbligatoria! Se fosse obbligatoria magari provocherebbe un certo fastidio, che vale per tutte le materie se le fai senza amore. L’orto senza amore, senza entusiasmo diventerebbe davvero solo una scocciatura. Comunque se non c’è la possibilità di fare un orto, basta anche solo un vaso sul davanzale, un minimo che ti possa dare un’idea di cosa è il cibo, altrimenti rischi di perdere un passaggio importante.
Dei tanti orti scolastici che hai visto, ce n’è uno che ti ha colpito particolarmente?
Mi è piaciuto molto un orto di Torino. Sul sito c’è la storia. Era in una scuola di una zona veramente brutta, tutt’intorno aveva un enorme cortile asfaltato, e lì sono riusciti addirittura a mettere da una parte uno stagno, dove c’erano anche le anatre, e dall’altro lato gli orti.
Anche i genitori partecipavano: c’era una coppia di genitori che si era talmente appassionata, che anche dopo che i loro bambini erano andati via sono rimasti per aiutare gli altri bambini.
Mi aveva molto colpito la capacità di mettere un po’ di natura in un posto oggettivamente brutto. La cosa bella è proprio trasformare la scuola in qualcosa di vivo, qualcosa di cui ci si prende cura. In questo modo cambia l’atteggiamento verso la scuola; vai a scuola e ti prendi cura di qualcosa che cresce e si trasforma, non vai lì solo a ricevere insegnamenti.
Un altro orto che mi ha molto colpito, ma che purtroppo non c’è più e non so bene perché, era un orto a Ponticelli, vicino a Napoli, in una zona di camorra. I ragazzi erano tremendi, scortecciavano gli alberi, schiacciavano gli insetti: lavorando l’orto hanno cominciato a capire cos’è la natura, si sono molto appassionati e sono diventati dei grandi paladini della natura. L’orto l’hanno chiamato "statt’accorto”, hanno indirizzato la loro postura da bulli in difesa della natura.
Inizialmente gli orti di pace che ospitavi nel sito erano soprattutto quelli scolastici, adesso ci sono anche orti terapeutici, per gli anziani, nei carceri, orti sociali.
A un certo punto abbiamo fatto un manifesto per une rete di orti di pace. Naturalmente l’attività principale degli orti di pace è l’orto a scuola, perché è per i giardinieri del futuro, però mettiamo anche notizie sugli altri orti di una qualche importanza sociale, perché l’idea di orti di pace è comunque che fare orto sia una cosa buona, che fa bene al mondo e alle persone che lo fanno.
L’orto è anche un luogo di socializzazione.
Sì, soprattutto gli orti sociali degli adulti. Per esempio gli orti sociali di Chiasso, in Svizzera, sono stati una grande occasione di avere una vita sociale anche per gli stranieri: andavano lì a parlare di cose concrete; se ti incontri tanto per conoscerti rimane una cosa un po’ morta, invece lì parli, ti conosci, uno porta il seme del suo paese, scambi semi con altri, è un modo molto naturale di conoscersi, farsi valere, insegnare quel che si sa fare. Anche a Torino sul fiume ci sono molti extracomunitari che fanno orti.
Mi ricordo che dal treno si vedevano, nelle periferie a Milano, a Bologna, ma un po’ si vedono ancora, questi pezzettini di orti dei pensionati, ma mi sembrano individuali.
Certo, ci sono ancora, si chiamano orti sociali, anche se sono individuali, perché sono uno accanto all’altro e sono dati ai pensionati. Penso che dovrebbero essere accessibili anche a chi non è pensionato ora che anche molti giovani vorrebbero avere l’orto.
Orti di pace porta immediatamente a pensare agli orti di guerra. Mi sembra però di capire che orti di pace non sia semplicemente in antitesi a orti di guerra (che poi, in fondo, erano orti di pace anche quelli perché procuravano il cibo), ma che siano intesi anche come orti di una pace propria.
Sì, questa è una cosa che sento molto: il contatto con la terra, con l’aria, il trafficare tra le piante coltiva la pace interiore. Forse sarà perché io scrivo, ma quando uno svolge un’attività intellettuale a tavolino, poi lavorando nel giardino o nell’orto c’è una forma di digestione, di elaborazione. Vedo che tutte le persone che lavorano tranquillamente nell’orto, ovviamente non il bracciante, non il salariato sfruttato che lo fa per necessità, diciamo le persone che hanno fatto la scelta dell’orto, provano proprio piacere. L’orto è il miglior antidepressivo che ci sia perché fai, sei coinvolto sensorialmente, stai fuori. Lo star fuori, l’essere lì e fare è rasserenante. Siamo animali da aria aperta, alla fine.
Questo contatto con la natura che si crea è molto prosaico. Forse quando vedi una montagna, un lago, un prato meravigliosi non vai più in brodo di giuggiole, perché è un po’ come vedere una propria mano, o una gamba.
Il deliquio è una cosa molto più da cittadini che da campagnoli. L’orto, il giardino, la natura ti danno una serenità molto con i piedi per terra, che mi sembra un po’ il contrario del cittadino che si mette ad abbracciare gli alberi, a fotografare, a lanciare esclamazioni di stupore. Tu sei lì, sei parte di quel lì.
L’orto è anche molto terapeutico. In Giardino e ortoterapia ho scritto un capitoletto che si intitola "Lavorare la mente, lavorare la terra”. Una pagina molto semplice: lavorare la terra è simile al lavorare la mente, c’è una grande affinità, nella mente bisogna togliere le erbacce, come nell’orto, perché cresca sana a e pulita. A me succede: nei giorni in cui ho un po’ di magone, di malumore, sono arrabbiata per qualcosa, vado in giardino o nell’orto, mi metto a trafficare e dopo un po’ me ne sono dimenticata.
(a cura di Francesca Caminoli)