Carlo Minervini è direttore dell’Unità Operativa di Salute Mentale Mesagne e San Pancrazio dell’Asl di Brindisi. Maddalena Guida è psicologa della stessa Uosm. Augusta Caforio, Maddalena Sterlicchio e Veronica Pesari sono "Soci esperti per esperienza” dell’associazione "180amici Puglia”. Marguerite Chirico è animatrice del gruppo di biodanza. Davina Guido è persona con sofferenza. Antonella Sterlicchio e Gipi Tescari sono sorella e marito di Maddalena. Tutti frequentano il centro sperimentale pubblico "Marco Cavallo” di Latiano (Br).

Può descriverci il centro Marco Cavallo? Non sembra il tradizionale ambulatorio...
Carlo. Lo descriverei come uno strumento che si affianca ai poli territoriali, ponendosi subito dopo il primo approccio rappresentato dalla visita psichiatrica, dai farmaci o dalla psicoterapia, perché queste cose possono essere sufficienti solo per alcuni bisogni. Grazie a Franco Basaglia e alla legge 180, l’Italia è l’unico paese al mondo che ha chiuso i manicomi, ma spesso le persone sono state semplicemente spostate in altri piccoli "contenitori”, le comunità "riabilitative ad alta assistenza”, dove sono seguite 24 ore su 24; la mentalità non è ancora cambiata, soprattutto laddove non c’è stata una vera de-istituzionalizzazione. Noi qui, ispirandoci a Basaglia, vogliamo fare qualcosa di diverso per far riappropriare la società del tema della salute mentale.
Tutti proviamo un certo disagio, e dobbiamo chiederci come la società si predisponga ad aiutare i cittadini a preservare la propria salute mentale o, quando la si perde, ad affrontare la sofferenza. Il concetto di salute mentale di comunità è centrale, ma devono esserci i luoghi dove farla e gli operatori disposti a praticarla... Nel palazzo in cui siamo nessuno sapeva che fare del primo piano, circa 500 metri quadri. Dopo avermi nominato direttore di questa Unità Operativa nel gennaio 2008, il direttore generale della Asl, Scoditti, mi disse: "Tu saprai cosa farne”. Così, con l’aiuto collettivo di tutto il servizio di salute mentale, cominciai a impostare qui il centro "Marco Cavallo”, inaugurato a maggio 2009, la cui competenza territoriale investe nove comuni, da Latiano a Torchiarolo.
Cosa fate qui che nei centri territoriali non si può fare?
Carlo. A parte i servizi di diagnosi e cura ospedalieri, situati a Brindisi e a San Pietro Vernotico, nei poli territoriali del distretto, a Mesagne e a San Pietro Vernotico, si fa soprattutto salute mentale di base: prima accoglienza, colloqui, visite psichiatriche; lì era quasi impossibile fare i gruppi di mutuo aiuto, le assemblee con i cittadini, i corsi di formazione aperti... Appena ho visto questo palazzo, la prima cosa che m’è venuta in mente è stata di sfruttarlo in tal senso. Ho cominciato così a invitare le famiglie e le persone con esperienza che incontravo nei poli ambulatoriali a venire qui una volta a settimana a fare delle riunioni.
Quello assembleare è per me il momento centrale, e non solo per la grande assemblea, che abbiamo chiamato del "fareassieme”. C’è il gruppo-eventi, che si ritrova ogni martedì alle 15.00 -di solito in 20, 30 persone- e decide cosa fare, per esempio se concedere o no quest’intervista, se partecipare a un’iniziativa, se programmare un viaggio studio... È in una di queste riunioni che è nata l’idea di costituire un’associazione, la "180amici”, perché è più facile rendere partecipe la cittadinanza tramite un soggetto legale che può interloquire liberamente con Azienda sanitaria, Regione e comuni. Abbiamo tenuto anche alcune assemblee aperte fuori di qui, per raccogliere le adesioni dei cittadini.
Un’associazione a iscrizione libera?
Carlo. Sì, un’associazione di cittadini e non di soli familiari che difendono i diritti dei propri congiunti, né un’associazione di soli utenti. Tutti abbiamo i diritti e i doveri propri della cittadinanza e un’esperienza che va valorizzata. Presa la decisione di costituirla, si è pensato di cercare nel territorio nazionale realtà già esistenti adeguate come statuto e filosofia. Tramite la dottoressa Guida siamo così venuti a conoscenza di un’associazione che si era costituita a Roma qualche anno prima, la "180amici”. Abbiamo invitato alcuni soci, ci siamo conosciuti e abbiamo deciso di associarci a loro. Per alcuni mesi siamo stati la sede periferica della "180amici” di Roma, poi abbiamo costituito "180amici Puglia” e ci siamo iscritti all’albo regionale.
Come si sposano l’attività del centro e quella dell’associazione?
Carlo. Le prime attività dell’associazione sono state dei laboratori in cui ciascuno portava le proprie competenze: un papà si è messo a fare falegnameria, un altro volontario i presepi, una ragazza ci ha aiutato con un laboratorio di scrittura creativa che ha portato al primo numero del nostro periodico "180 Meraviglie”… Tutte attività gestite inizialmente da qualche operatore part-time -anch’io venivo quando potevo- e soprattutto da volontari.
Maddalena G. Qui si valorizza il metodo dell’assemblea, un metodo anche difficile, perché ci pone continuamente in confronto con l’altro e ci porta a rivisitare il nostro punto di vista attraverso informazioni nuove che entrano nella nostra mappa mentale. La trasformazione non è solo personale ma anche di quella che potrebbe essere definita la "mente collettiva”. È uno stile di lavoro che però non nasce da sé. Serve una costruzione, un impegno e un allenamento continuo; è il famoso lavorare in équipe di cui tanto si parla nei servizi sanitari e che però molto difficilmente viene messo in atto. L’altro assunto è quello del protagonismo, non solo delle persone con esperienza, ma anche di chi viene qui a svolgere un tirocinio, a fare volontariato o a proporci un progetto. La filosofia è di dare voce a tutti e sviluppare le capacità personali attraverso l’ascolto dell’altro, del suo punto di vista. Non è ascolto professionale, formale: il professionista cerca di porsi come agente attivo di trasformazione. Qui c’è un rapporto più amicale, comunque sotto l’occhio attento del servizio pubblico. Non, però, un servizio pubblico che tutela, che garantisce, ma che sviluppa e non impedisce alle persone di sperimentarsi.
Carlo. Tenendo conto che la legge regionale 26/2006, che è una buona legge, prevede nelle strutturazioni dei servizi anche centri diurni autogestiti dagli utenti e il rinforzo e il supporto alle associazioni di familiari e utenti, abbiamo programmato un centro sperimentale che non venisse affidato "in toto” all’associazione, ma co-gestito insieme alla Asl. Dopo un po’ di attesa, a Natale 2010 il progetto ci è stato finalmente approvato.
Nell’associazione lavorano sia persone con esperienza che operatori.
Carlo. Qui ci chiamiamo "Sepe”: soci esperti per esperienza. Le persone con esperienza diretta, avendo vissuto certe situazioni sulla propria pelle, sono quelle che più capiscono chi in quel momento sta peggio.
Da gennaio tre di questi "Sepe” hanno un contratto a tempo indeterminato. Poi ci sono le persone con esperienza indiretta, i familiari e gli operatori motivati. Quindi mentre nei centri diurni si spendono 500 mila euro all’anno per pagare gli operatori che poi devono curare massimo venti pazienti, qui siamo tra i 40 e i 50 e ci auto-curiamo, con soli 220 mila euro.
Maddalena S. All’inizio, quando ancora il progetto non era stato approvato, le prime persone con esperienza che venivano qui ricevevano solo un piccolo sussidio che l’Asl passa alle persone seguite dai servizi di salute mentale. L’idea è stata di coinvolgerle in modo diverso.
Augusta. Sì, anche se la legge che eroga i fondi rimane assistenziale, qui l’abbiamo concepita come borsa-lavoro. Dopo c’è stato il contratto a progetto vero e proprio.
Antonella S. Il paradosso è che ci sono delle persone che avrebbero diritto a un assegno di mantenimento per la disabilità, un’invalidità civile, che però ti viene tolto se superi una certa soglia. Alla fine è come se dicessero: "Non andare a lavorare, non superare il reddito, così continuo a darti 250 euro al mese. Tu con quelli devi campare”. Già questo ti toglie la dignità. I primi "Sepe” stanno rinunciando a quella pensione, è un segnale forte e chiaro: con questo gesto dicono: "Io posso essere uguale a un altro lavoratore. Stato, non investire su di me con questo assistenzialismo. Dammi quello che mi serve per essere una persona e fammi mettere al servizio di chi vive la stessa sofferenza che ho vissuto io”.
Qualcuno dei "Sepe” può raccontare come ha iniziato, spiegando la metodologia che si segue qui?
Augusta. Io ho cominciato frequentando il gruppo di mutuo aiuto su consiglio di mia madre che ne aveva sentito parlare durante il mio ricovero, l’unico, al Servizio psichiatrico di diagnosi e cura. Sin da subito mi ha affascinato moltissimo che il centro impiegasse, tramite l’associazione, degli operatori con esperienza. Mentre mi curavo con la psicoterapia tradizionale, mai avrei immaginato che una persona con sofferenza potesse ambire anche a partecipare alla cura!
C’è voluto un po’ per abituarmi. All’inizio vedere soffrire la gente al gruppo di mutuo-aiuto mi faceva sentire più triste. Dopo è andato tutto più liscio e ho vissuto un clima "alla pari” con gli altri. Man mano è venuta fuori più la persona che la malattia. Ci siamo quasi dimenticati che avevamo una patologia! Che c’è e rimane, però magari riesci a soffrire un po’ meno e anche a scalare i farmaci…
Maddalena S. Sono stati mia sorella Antonella e mio marito Gipi a venire qui per primi e a parlarmene; sono venuta un paio di giorni, anche se inizialmente ero scettica. In quel periodo stavo male, non riuscivo a rimettermi in piedi, mi ero ricoverata in una struttura residenziale e quando sono tornata a casa mia sorella ha insistito molto: "Devi cominciare a frequentare il Marco Cavallo”. Così ho cominciato a venire, e sin dai primi tempi mi sono stati affidati compiti che mi mettevano a dura prova, costringendomi a fare cose che non avevo mai fatto prima. Quando l’associazione seguiva il progetto "Formarsi insieme” con le scuole superiori a indirizzo sociale pugliesi, sono stata coinvolta. Così ho partecipato a Torre Canne al periodo di convivenza fra operatori, persone con esperienza diretta, studenti e insegnanti, un progetto che aveva la finalità dell’abbattimento dello stigma e del pregiudizio.
Augusta. Ricordo che quando Antonella è venuta qui c’eravamo solo io e Gennaro: "Venite, andiamo da Maddalena”. Io e Gennaro ci siamo guardati... Sì, avevamo fatto la formazione, ma cosa dovevamo fare? Insomma, ci siamo presi questa responsabilità. Ti abbiamo fatto venire qui, abbiamo preso un caffè e scambiato due chiacchiere.
Il primo approccio è di dialogo.
Augusta. Si parla della propria storia, della propria vita. Tutto molto spontaneo, non sono colloqui formali.
E tu, Maddalena, la prima volta che sei passata dall’altra parte a parlare con un utente com’è andata?
Maddalena S. Quando ho iniziato a frequentare più assiduamente ci è capitato di andare a casa di una ragazza che non voleva più vedere nessuno. Stava sempre a letto. Siamo arrivati in 4-5, gli altri si sono fermati coi genitori mentre io sono entrata nella camera della ragazza. Non ricordo neanche più cosa ci siamo dette, fatto sta che lei si è alzata e siamo uscite a fare un giro in macchina. Un bel cambiamento, è capitato qualcosa di magico. Ero molto contenta di poter essere stata di aiuto, di essere arrivata dove gli altri non erano riusciti.
Veronica, tu sei una "Sepe” con esperienza indiretta di disagio psichico.
Veronica. Sì, dopo essermi laureata in psicologia, sono andata a chiedere un tirocinio in psichiatria a Brindisi, dove ho conosciuto la dottoressa Guida. Quel giorno nel suo studio c’era anche Davide, che frequentava già il centro; fu lui a parlarmi del Marco Cavallo. È stato come se, percorrendo la via maestra, mi fosse stato indicato un sentiero un po’ scosceso: subito non te la senti, di buttartici a capofitto! Immagina la situazione: la dottoressa sfogliava le sue carte e Davide, in pigiama, che aveva avuto un piccolo momento di crisi ed era stato lui stesso a richiedere il ricovero, mi parlava del Marco Cavallo. Rimasi molto colpita. Avevo di fronte una persona che mi stava spiegando molto bene la propria situazione... Alla fine anche la dottoressa mi invitò a visitare il centro. Quando venni qui per la prima volta non c’era tantissima gente, e nonostante fosse un momento di quiete, rimasi colpita dal fatto che "si faceva”, che le persone "facevano” qualcosa di concreto, e che quel "fare” agiva poi sulla loro mente.
Non so se capita a tutti gli psicologi, però quello che è successo a me e anche ad alcuni colleghi, durante il percorso di formazione, è stato di chiedersi: "Ma io cosa faccio?”. Avevo lavorato anche in una casa famiglia, con persone che a volte avevano difficoltà ad alzare la testa dal tavolo. Mi ritrovavo a lottare contro i farmaci, non contro la persona, che ne veniva quasi annullata. Avevo paura di trovarmi un giorno a chiedermi: "Ma lavoro su qualcosa di reale?”. Molti medici, ancora oggi, ti insegnano che dalla malattia mentale non si guarisce. Sembra tu debba semplicemente insegnare a convivere con la malattia, a portarsi un fardello gigantesco sulle spalle. "Non hai lavoro? Accettalo”, "Non hai famiglia? Accettalo”, "Convivi con la tua depressione”. Pensieri un po’ svilenti. Quindi ho cominciato il tirocinio ed è diventato un piacere, da una, ho cominciato a venire tre volte a settimana... Alla fine del tirocinio mi hanno proposto un contratto a progetto. Ancora, però, avevo quasi paura ad accettarlo: ti trovi a passare da un camice bianco a una tuta, dal somministrare farmaci a mettere le decorazioni natalizie... Ora sono convinta che avere un disagio psichico sia un valore aggiunto. Una persona che lo ha "semplicemente” studiato -perché a questo punto dico "semplicemente”- non ha quel valore.
Voi siete familiari di Maddalena. Come vivete il centro, com’è stato prima?
Gipi. Per dieci anni abbiamo vissuto fra Csm, reparti psichiatrici, psicologi, impoverendoci e soffrendo solitudine e angoscia. Anche il familiare che vive con una persona con problemi si mette in discussione, al punto che talvolta mi chiedevo: "Ma sono ‘fuori’ io o è ‘fuori’ lei?”. Quando il disagio arriva in una forma un po’ più acuta del normale, le famiglie hanno bisogno di posti come questo, che però non ci sono: io mi ritengo fortunato ad averlo trovato e di essermi avviato in un processo di normalità e di accettazione serena della vita così com’è.
Ma questo posto è nato dalla caparbietà e dal lavoro del dottor Minervini e della dottoressa Guida; come sempre, in Italia, abbiamo bisogno di gente che scardina uno stato di cose. In un contesto come quello di Latiano, poi, caratterizzato com’è dalla presenza di tantissime case famiglia... È diventato una specie di business. Sì, dà lavoro alle persone, ma fornisce un servizio assolutamente inadeguato.
Antonella S. Fuori dal reparto di psichiatria a San Pietro Vernotico, in attesa di vedere mia sorella, mi cadde l’occhio su un manifesto che diceva: "Corso per fareassieme”. Quelle erano le parole che stavamo cercando da almeno dieci anni. Certo, il Csm ci ha dato la cura farmacologica, alcune sedute di terapia psicologica e psichiatrica insieme, ma nessun aiuto familiare, nessun sostegno. Mio padre viveva a Bari, io a Mesagne, mio cognato aveva il lavoro... Era difficile starle vicino, e invece stavamo cercando di rimanere uniti, per il bene della famiglia. Insomma, quelle parole, "fare assieme”, per me furono una luce. Non ci piaceva sentirci dire che dalla malattia mentale non si guarisce. Non lo volevamo accettare, anzi, sapevamo che Maddalena doveva tornare a stare bene. La prima volta che siamo venuti qui ci hanno fatto capire che non eravamo soli. E qualcuno cominciava a raccontare che si può guarire. Certo, dipende da come si intende la guarigione, ma quando uno ha una patologia invalidante e riesce comunque a condurre una vita normale, è guarito, no? Per me sì.
Questo modello è quel che serve. Che poi è la scoperta dell’acqua calda: le comunità per tossicodipendenti adottano questo sistema da sempre, mettendo l’esperienza diretta al servizio di chi sta vivendo la tragedia in quel momento. Forse, per la società, è più facile riabilitare un drogato che un pazzo...
Tu, Davina, di cosa ti occupi, qui?
Davina. Non ho nessun compito specifico perché frequento saltuariamente. In questo momento usufruisco del Marco Cavallo per fare dei colloqui psicoterapeutici poiché ho avuto una depressione tre anni fa.
Pensi che ti piacerebbe fare questo passaggio al "Sepe”?
Davina. Mi piacerebbe, ma ho due bambini a casa che mi impegnano abbastanza, una famiglia da seguire... Comunque il Marco Cavallo mi ha aiutato e ogni volta che ci vengo mi sento accolta e stimolata.
Cosa ti sentiresti di dire a chi magari passa quello che hai passato tu?
Davina. Che si può stare bene, si può ritornare a stare bene come prima, e anche meglio. L’esperienza sicuramente ci fortifica. Certo sul momento la sofferenza è drammatica, però dopo, superata quella fase, torna la luce… Chiaramente ci vuole del tempo, bisogna seguire i medici e avere l’affetto familiare, ci sono varie componenti, tutte molto importanti, e fra di esse per me c’è stato il Marco Cavallo.
Lo stigma è una cosa che si avverte?
Davina. L’ho vissuto, sì. Ancora un po’ mi dispiace, ma alla fine mi dico che ognuno di noi fa le sue scelte, ha la sua cultura. Non è facile. Mi chiedo: ma se io non l’avessi vissuta, questa malattia, avrei pensato male anch’io? Sinceramente credo di no. In generale ho un’apertura mentale molto vasta circa le malattie, forse perché facevo l’infermiera, quindi per me è anche più semplice capire certe problematiche.
Marguerite, di cosa ti occupi qui?
Marguerite. Ero venuta per chiedere di fare dei laboratori di biodanza, dopo aver bussato invano a tante porte. Sono arrivata un giovedì in cui si teneva il "fareassieme” e nella Sala Basaglia c’era un cerchio immenso di persone sedute in doppia, tripla fila. Nessuno portava il camice. In molti parlavano della propria storia, ho ascoltato i racconti personali, ho visto i pianti, l’emotività... Quel che mi ha stupito di più è che si ascoltava, un ascolto empatico, qualcosa che in altri luoghi non avevo visto. Qui mi è stato detto di sì subito, senza conoscermi. Così sono entrata a far parte del "Marco Cavallo” e dell’associazione "180amici”. Negli anni il gruppo è cresciuto, coinvolgendo i parenti e le persone che attraversano il disagio. Abbiamo portato i nostri laboratori di danza all’esterno, perché ritenevamo importante farci conoscere. Col tempo mi sono resa conto di non essere più la stessa di quand’ero arrivata qui: sono stati loro ad aiutarmi a evolvere nel rapporto con la malattia e nel modo di guardare la persona e quindi di proporre i laboratori. Ora lascio da parte completamente la malattia. Siamo andati anche all’estero, in Egitto, con Maddalena e Franca, a fare formazione... Anche Davide ci è andato. Davide che non abbracciava mai... al suo ritorno abbracciava eccome, e voleva essere abbracciato! Maddalena ha raccontato di sé, e non solo, ha formato i pazienti ma anche gli operatori, e la magia è stata veder cadere le paure non degli scolari, ma degli operatori e degli insegnanti... Siamo stati anche all’università, dove ci hanno chiamato per fare dei seminari. E sono state Maddalena e Augusta a portare là la forza, la potenza, la passionalità che c’è qui dentro. Il loro racconto è un plusvalore, e come passa il messaggio agli studenti! Oppure Vincenzo, che è un artista. Quando è arrivato qui teneva la testa bassa, era chiuso, non parlava, ce l’aveva con tutti. Quando ci siamo resi conto delle sue potenzialità creative gli abbiamo chiesto di farci delle illustrazioni: si è illuminato! Ha disegnato il fumetto per il progetto "Formarsi insieme”, poi gli è stato proposto di tenere un laboratorio e di insegnare agli altri a disegnare. Vincenzo è cambiato tantissimo... In quale altro luogo sarebbe stato possibile? I Csm sono disponibili solo per la farmacologia, e Latiano è uno dei paesi in Puglia che ha maggiore residenzialità psichiatrica.
Carlo. Del privato sociale, pagato in convenzione.
Marguerite. Un mare di soldi buttati in qualcosa che non aiuta.
Mentre questo centro è ancora sperimentale, "a tempo”.
Maddalena G. È una sperimentazione che vorremmo sistematizzare, trasformarla in ricerca e proporla all’esterno.
Cos’è che porta le persone a stare meglio con se stesse e con gli altri, quindi a poter anche fare a meno dei presidi tradizionali come il farmaco o la psicoterapia standardizzata? Qui si fa una serie di cose che producono benessere e salute, che rinforzano la persona e possono anche essere trasferite fuori di qui.
Carlo. Facciamo già ricerca, anche se chiaramente avremmo bisogno della certificazione di un istituto scientifico accreditato; tutti si dicono interessati alla nostra esperienza, ma finora non si è concretizzato nulla. Adesso stiamo provando con il Cnr, che ha da poco ripreso il filone della salute mentale. Casomai dalla ricerca potrebbe venire fuori che non siamo tanto sperimentali. Vedremo. Intanto guardiamo anche ad altri ambiti, oltre a quello sanitario.
Stiamo cercando di portare la salute mentale di comunità più sull’ambito culturale, di ricerca, di innovazione, perché l’area sanità inevitabilmente ti riporta al concetto di stabilizzazione, di malattia, e di lì ai farmaci; è difficile che venga riconosciuto qualcosa a un centro che li utilizza poco. Ci sono molti interessi anche nel privato sociale, per cui ogni posto letto equivale a una retta. Insomma, il mondo della salute, anche la Asl, ci respinge un po’. La cittadinanza invece è pronta. Se gli operatori ufficiali pian piano hanno fatto marcia indietro, qui i cittadini vengono sempre più.
Avete creato anche una cooperativa.
Carlo. Sì, recentemente abbiamo costituito una cooperativa B, rivolta a persone con disabilità, una tipologia che prevede almeno il 30% di soci con disabilità. Invece i dieci che si son presentati dal notaio sono tutti con disabilità certificata! Ora speriamo che altri diventino soci, perché è importante fare insieme. La cooperativa si rivolge a chi è interessato a fare un passo ulteriore, che potrebbe anche diventare uno sbocco verso un lavoro, visto che il progetto regionale del "Marco Cavallo” non può dare a tutti, né essere infinito.
Gipi. Credo che qui la cooperativa sia l’unico strumento. Un certo numero di persone rinunciano a qualcosa per fare qualcos’altro. Al Sud però è estremamente difficile, non ci sono modelli imprenditoriali, non c’è uno Scabia che a Trieste andava a fare i corsi di teatro, né la Fondazione bancaria di turno che stanzia grandissime somme…
Di cosa si occuperà la cooperativa?
Carlo. Per esempio, di eventi; abbiamo un’esperienza all’interno di iniziative e convegni sulla salute mentale, ma i servizi della cooperativa li metteremo sul mercato: servizi di segreteria per conferenze, stampa di materiali, impaginazione, accoglienza, catering … Tutto questo per cominciare ad avere un reddito anche al di là del "Marco Cavallo”.
Ora state per concludere la terza annualità, quindi anche il finanziamento regionale.
Carlo. La regione continua a dirci di andare avanti anche se gli assessori sono cambiati, ma la realtà è che tutti i progetti finanziati dalla regione, dopo il terzo anno, devono terminare o essere assunti come servizi entro l’ente di competenza, nel nostro caso la Asl. Ora proviamo a farci riconoscere una quarta annualità in via straordinaria, ma anche ammesso che ce la diano, e non è affatto detto, significherebbe portare avanti il centro per altri dodici mesi con la pena di pensare che poi finirà tutto. Al momento stiamo comunque chiedendo un aumento, in modo da poter fare alcuni contratti da 7-800 euro netti, con tutti i diritti e i doveri, la malattia, le ferie, cosa che ora non ci possiamo permettere per più di due-tre persone. Non vogliamo farci prendere, come diceva Basaglia, dal pessimismo della ragione. Se no dovremmo dirci molto chiaramente: "Ragazzi, qua sta per finire, cominciamo a trovare ognuno la propria strada”. L’ottimismo della pratica ci dice di continuare.
(a cura di Stefano Ignone)