Rachid Benzine, nato nel 1971 a Kenitra, in Marocco, islamologo, politologo e docente all’Institut d’études politiques d’Aix-en-Provence, fa parte di una nuova generazione di intellettuali che propongono una riflessione critica del Corano utilizzando gli strumenti delle scienze sociali. Il libro di cui si parla nell’intervista è Il Corano spiegato ai giovani, edizioni Archinto, 2015.

Lei afferma che l’Islam dev’essere oggetto di sapere prima che di credo. Può spiegare?
Quando diciamo "Islam” in realtà non è chiaro di cosa stiamo parlando. Spesso ci richiamiamo a delle credenze, a degli immaginari. Parlare di Islam in generale non ha molto senso, a meno che non vogliamo fare un discorso ideologico, per cui per qualcuno l’Islam è la pace e per qualcun altro l’Islam è violenza, ma sono affermazioni che non hanno molto senso. In realtà quando si parla di Islam, bisogna sempre situarlo storicamente. Ora, per fare un’analisi storica sono necessarie tre condizioni: un tempo, cioè una data, un’epoca; un luogo, quindi una società; e infine un gruppo umano. Se mancano queste tre coordinate, se per esempio cancelliamo la cronologia, ricadiamo automaticamente nell’ideologia e nei fantasmi. È per questo che è sempre necessario specificare di quale Islam stiamo parlando: di quello del settimo secolo nell’Arabia Occidentale o dell’Islam del nono secolo, quando l’Islam esce dall’Arabia ed "espatria” verso nuove terre, o ancora di quello contemporaneo del ventunesimo secolo?
Dobbiamo allora partire dal presupposto che il Corano del settimo secolo si rivolge a persone che non siamo noi, che non hanno il nostro stesso immaginario, che non hanno le nostre stesse preoccupazioni e che vivono in una società che non è la nostra. Parliamo di una società fondata su un’economia di sussistenza, in cui le condizioni di vita sono molto precarie e che è governata da un sistema di alleanze tra clan e tribù. Sono relazioni anche di solidarietà che garantiscono protezione.
In origine l’Islam è un’alleanza con una divinità che ci deve proteggere, guidare e garantirci la sopravvivenza. In quest’epoca la forza di un clan è costituita dal numero dei suoi uomini; le donne sono considerate esseri inferiori socialmente, di cui bisogna farsi carico perché non lavorano e il cui ruolo è fondamentalmente quello di procreare.
Dato che le condizioni di vita sono estremamente difficili, in questo contesto la vita di ogni uomo conta. Quindi non si affronta con leggerezza l’andare in guerra perché la perdita di propri uomini arrecherebbe danno al clan. In questa società l’ideologia del martirio è quindi inimmaginabile.
Ogni società sviluppa pertanto un proprio immaginario, c’è quello del settimo secolo, quello del nono, del tredicesimo, del ventunesimo. Quando si conduce un’analisi storica è pertanto fondamentale rispettare le stratificazioni. È come nell’archeologia: se si mischiano gli strati di terreno, non si fa un buon lavoro. Se si pretende di analizzare il Corano del settimo secolo in base ai riferimenti del nono secolo si ottiene quello che viene definito una sostituzione degli immaginari, si sostituisce un immaginario islamico a un immaginario arabo. È per questo che io ripeto che il credo deve fondarsi sul sapere, in particolare sulle scienze umane.
Lei affronta anche la questione se il Corano sia parola di Dio o parola umana.
Non è la stessa cosa? La parola di Dio è un concetto teologico. Qui lo storico non può dire molto. Quello che può fare è indagare come le persone interpretano ciò che considerano "parola di dio”. Da un punto vista teologico e filosofico, va detto che per pensare che dio abbia una parola devo passare attraverso un’analogia che è quella di un uomo che parla. È infatti difficile immaginare un dio che parla: ha dunque delle corde vocali, utilizza delle parole? Insomma, devo passare attraverso l’analogia della "parola umana”.
Qui direi due cose. Non c’è parola di dio al di fuori della parola umana. Questo significa che la parola di dio deve passare automaticamente per la parola umana (e tuttavia dal punto di vista teologico non può ridursi alla parola umana). Certo, utilizza un linguaggio umano, ma cos’è il linguaggio se non una convenzione sociale, una costruzione? La parola non è mai la cosa, è sempre una corrispondenza che noi costruiamo. I giapponesi non hanno il verbo "essere” e quindi hanno una grammatica che narra il mondo in modo diverso; l’ebraico non è l’inglese, non è l’arabo. Ogni lingua sviluppa delle caratteristiche proprie nella costruzione grammaticale che adotta per definire il reale. Ma se non c’è una parola di dio al di fuori della parola umana, e la parola umana è già un’interpretazione, allora la parola di dio è anch’essa un’interpretazione. Ebbene, questa parola è diventata un testo per la tradizione musulmana. E che cos’è un testo, una scrittura? È una traccia della parola. C’è quindi una doppia riduzione: la parola di dio è un’interpretazione, ma questa stessa interpretazione viene raccolta in un testo, che di quell’interpretazione è una traccia. In conclusione, noi non ci confrontiamo con la parola di dio, ma con una traccia. È quest’ultima che noi dobbiamo interrogare.
Sio dice che il Corano sia un testo violento...
Di nuovo, per affrontare la questione della violenza nel Corano bisogna indagare la società del settimo secolo, perché il Corano riflette in primo luogo quel contesto. Un testo non è mai violento in se stesso: i libri della nostra biblioteca non si scagliano contro di noi! Sono sempre gli uomini e le donne che fanno parlare e utilizzano un testo, in un senso o nell’altro. Anche nella Bibbia abbiamo passaggi estremamente violenti.
Se vogliamo entrare nel merito, dobbiamo innanzitutto distinguere due periodi nel Corano. Tradizionalmente esiste il periodo della Mecca e quello di Medina. Secondo la tradizione musulmana, la parola coranica viene diffusa e offerta a un pubblico che cambia nel corso del tempo. La cronologia è importante per analizzare l’evoluzione del discorso. Aggiungo che, in ogni caso, quando vogliamo ragionare sulla violenza nel Corano, non possiamo farlo partendo da un versetto isolato, dobbiamo sempre fare riferimento all’insieme dei versetti che utilizza questi termini (jihad, qatala, ecc.).
Il Corano è come un puzzle. Bisogna assemblare tutte le tessere per capirlo. Se ci limitiamo a prendere un solo pezzetto perdiamo l’idea di insieme e siamo destinati a farne un uso ideologico. Una volta completato il puzzle relativo al tema della violenza nel Corano, dovremmo analizzarne la scansione temporale.
Durante il periodo della Mecca, che secondo la tradizione musulmana va dal 610 al 622, la violenza è nel discorso. Il discorso è violento, c’è violenza della parola.
Questo è importante da sottolineare, perché a Medina la situazione cambia.
Ebbene, perché c’è questa violenza nella parola? Perché Maometto è legato al suo clan e alla sua tribù e i clan sono tutti alleati. Ora se tutti sono alleati non si può passare all’azione. Fa parte delle regole dell’alleanza. Non potendo essere agita, la violenza monta a livello del discorso. Che cosa viene detto? Principalmente due cose: se non aderite a quello che dico, andrete all’inferno. Attenzione: non è una violenza di questo mondo; è una violenza che rimanda all’aldilà. E poi il Corano aggiunge: guardatevi intorno, ci sono dei popoli che sono scomparsi. Il messaggio è il seguente: ecco cosa vi succederà se non mi ascoltate. Quindi si agisce a livello di minaccia; una minaccia che traduce appunto l’incapacità di passare all’azione. Ripeto, è una violenza a livello di discorso, perché le regole sociali e le alleanze impediscono alle persone di battersi tra di loro. Questo è il periodo della Mecca.
Va detto che anche l’uditorio è violento nei confronti di Maometto, ma sempre a livello verbale: viene definito "castrato”, la peggiore delle maledizioni in queste società, perché in assenza di discendenti maschi il nome e la genealogia spariranno. Lo accusano di essere sotto il controllo di un Jinn, di uno spirito maligno, o di essere uno stregone, un pazzo. Si crea pertanto un circolo vizioso dove la violenza della parola cresce ma non si può passare all’azione.
Nel 622 Maometto viene cacciato dal suo stesso clan. Il peggior destino che possa toccare a un individuo perché in questa società un uomo esiste solo all’interno del proprio clan, l’individuo non esiste, prima di tutto viene la collettività.
Maometto arriva a Medina, luogo con cui, tramite la madre e il bisnonno, mantiene dei legami, e dove quindi può chiedere protezione. Qui Maometto costruisce quella che definiamo una "confederazione tribale”. Il suo scopo è quello di diventare un interlocutore indispensabile, con cui gli altri devono negoziare. Quindi usa tutti i mezzi a sua disposizione per riunire i suoi.
Siamo sempre nell’ambito della parola, della discussione e del compromesso. Ma quando questo non basta più si passa all’azione. È un’azione tradizionale tribale, legata alla politica della razzia, del saccheggio. Non è una violenza musulmana, né coranica, è semplicemente una violenza tribale, che comunque è pronta, appena possibile, a venire a compromessi.
La "jihad” in questa società non vuol dire guerra santa. Jihad, che viene dalla radice ǧ-h-d, è una parola che esiste prima del Corano e prima di Maometto, e significa molto semplicemente: fare tutto il possibile per ottenere un risultato. Nel Corano ci sono passaggi molto interessanti, in cui, ad esempio, ci sono dei genitori che fanno la "jihad” contro i propri figli, per impedire loro di raggiungere Maometto.
Quando Maometto chiama alla jihad nel periodo della Medina è per coinvolgere le persone a seguire la parola di dio. Parliamo di una società in cui non esiste l’esercito e tutto è basato sul volontariato. In questo senso l’invito del Corano è a impegnarsi, a non temere di essere coinvolti, a non arretrare e anzi ad avanzare. È pieno di passi in cui le persone rifiutano di andare a combattere perché hanno paura di morire. Siamo in una logica di vita, non di morte, perché siamo in una società di sussistenza, in cui si va all’essenziale.
Quando nel 630 Maometto torna a La Mecca, dice ai suoi oppositori che hanno quattro mesi per entrare nell’alleanza o per ritirarsi e andarsene. Siamo sempre nella politica del compromesso: Maometto non entra nella sua città come un capo guerriero e non ammazza i suoi oppositori, anche perché molti appartengono alla sua stessa famiglia.
Queste riflessioni attorno al tema della violenza nel Corano valgono anche per il discorso sulla donna. La "donna” non esiste. Esistono delle donne situate storicamente in una società. In queste società le donne sono considerate un "bene” che arricchisce il clan. Quindi si fanno delle alleanze politiche e di matrimonio per aumentare il potere del proprio gruppo. Inoltre, poiché le donne non lavorano, sono prese in carico. Non c’è niente di straordinario in questo.
Molti denunciano un problema di formazione degli Imam.
Prima di tutto è importante dire che oggi nell’Islam esistono discorsi diversi e in competizione tra di loro. Per molto tempo è stato facile essere musulmani perché si seguiva la tradizione dei propri padri. Oggi i giovani sono circondati da messaggi molto diversi. Ci sono varie correnti come il wahabismo, i fratelli musulmani, anche il jihadismo è una corrente; c’è inoltre l’Islam delle confraternite, quello privato, ecc. Ci sono anche diversi tipi di salafismi, che io ascrivo al campo del wahabismo.
Per quanto riguarda il ruolo degli imam, non bisogna commettere l’errore di proiettare il concetto di prete e pastore sull’imam. L’imam non è il prete dei musulmani. Ci sono differenti tipi di imam. Nel senso tradizionale del termine, l’imam è semplicemente colui che guida la preghiera. Se c’è un gruppo di cinque o sei persone, l’imam è quello che si mette davanti e appunto dirige la preghiera. In generale l’imam può conoscere il Corano a memoria, che è una cosa buona; può essere un imam teologo, perché ha studiato teologia, o giurista, nel senso che ha studiato diritto.
Io penso che se oggi vogliamo avere dei buoni imam, è necessario che essi siano formati innanzitutto sulle scienze umane. La condizione della nostra modernità ci impone di conoscere la storia, l’antropologia, la sociologia. Bisogna leggere il testo religioso usando gli strumenti messi a disposizione dalle scienze umane. Io sposto il paradigma religioso e lo metto nel campo delle scienze umane.
Dietro la scelta radicale di molti giovani c’è una sorta di "bricolage” religioso-identitario. Si è parlato di conversioni "fai da te”...
Per quanto riguarda i giovani, va detto che il futuro dell’Islam passa inevitabilmente da internet, è pertanto necessario che gli imam e gli intellettuali siano in grado di proporre un’alternativa adeguata. È vero, oggi le persone fanno del bricolage. Ma perché sono al centro di una triplice rottura.
I giovani vivono una rottura con la religione tradizionale, con il religioso vissuto nella propria famiglia. Vivono inoltre una specie di individualizzazione del credo. Infine, spesso sono in rottura con la società. Questo porta ad aderire a un Islam soprattutto identitario e molto emotivo, come con le chiese evangeliche.
Bisognerebbe prima di tutto capire per quale motivo le persone si radicalizzano. Quello che constatiamo è che i profili di queste persone sono molto diversi, non c’è una tipologia unica. Può trattarsi di un giovane delinquente, di un giovane che si è perso, ma anche di un giovane ingegnere che ha studiato. Cosa succede? Perché a un certo punto questi giovani sono attirati e spinti verso Daesh? C’è evidentemente un problema della gioventù in generale, se nel mondo intero ci sono così tanti giovani attratti da questa ideologia che è al contempo teologica e politica. È importante considerare la presenza di entrambe queste dimensioni.
Io credo si debba allora analizzare cosa Daesh propone loro. Secondo me Daesh propone quattro sogni alla gioventù mondiale. Il primo è il sogno del califfato versus la democrazia, perché le nostre democrazie sono stanche e non mantengono le loro promesse; al contrario, il califfato rappresenta una rivoluzione permanente, in cui si partecipa al cambiamento del mondo. Il secondo sogno è quello della dignità e del riconoscimento. Molti giovani oggi non trovano il loro posto nel mondo e si fanno prendere dal risentimento, dal senso di frustrazione e umiliazione; ecco, il progetto di Daesh restituisce loro dignità, li riconosce. Bisogna ricordare quello che dice l’Abbé Pierre: "Una civiltà si giudica in base alla qualità degli obbiettivi di collera che è capace di proporre alla sua gioventù”. Quando si è giovani si è in rivolta, c’è bisogno di trovare un oggetto per la nostra collera.
Il terzo sogno è quello della purezza, che può portare fino alla purificazione. Ecco allora che la violenza diventa un estremo gesto morale per instaurare questo nuovo ordine mondiale.
Il quarto sogno è quello della salvezza, del senso della vita. Molti giovani, non riuscendo a dare un senso alla loro vita, cercano di dare un senso alla loro morte. Ebbene, Daesh è riuscito a catturare l’immaginario delle rivoluzioni, del salafismo, con la purezza, e infine dell’Islam politico, con la proposta di un califfato, cioè di una rivoluzione permanente. È evidente che sarà molto difficile uscirne, perché abbiamo a che fare con delle persone che sono nel pieno di una rivolta politica, che sono contro ciò che noi siamo.
Inoltre, parlando di territorio dello spirito, non possiamo pensare a una soluzione militare. La conquista territoriale non coincide con la conquista degli animi. Daesh è come una nuvola radioattiva che dissemina le sue idee. Si tratta quindi di una lotta ideologica. Dovremo convincere la nostra gioventù che in Francia, in Italia e altrove c’è un futuro per loro, che c’è uno spazio per loro nelle nostra società.
C’è speranza per un Islam europeo?
Io vado nelle scuole e nelle prigioni. Per capire il fenomeno, oggi vengono proposte delle analisi economiche, sociali e psicologiche. Io propongo un’altra prospettiva sul fenomeno, che non annulla le altre. Per me la sfida è mostrare la complessità. È questo il mio lavoro: porre delle questioni, mostrare un altro punto di vista, un’altra angolazione. Con i detenuti lavoro soprattutto sulla storia, perché se si parte dal presupposto religioso si rimane intrappolati. Purtroppo l’Europa oggi sembra bloccata. Stiamo mettendo in prigione delle persone che non sono passate all’azione. Un giorno usciranno e saranno una bomba a orologeria. La prigione è diventata uno dei luoghi più pericolosi per il futuro della Repubblica e non è attraverso misure populiste, mosse solo dalla minaccia alla sicurezza che riusciremo a uscirne, perché le persone non possono essere tenute in prigione a tempo indeterminato. C’è anche un problema reale di diritti umani da tutelare. E però non dobbiamo dimenticare che siamo di fronte a un’organizzazione ideologica, politica e militare. Mettere insieme chi magari non ha potuto partire per fare la sua jihad significa creare automaticamente una "brigata”!
Viviamo in un’epoca di insicurezza e le tragedie che ci hanno colpito possono ripetersi. Bisogna pertanto cercare di salvare quelli che possono ancora essere salvati.
È fondamentale capire queste problematiche, anche se non abbiamo una soluzione.
Dobbiamo ricordare che l’Europa ha una lunga storia di scambi con il mondo musulmano. Gli arabi, i musulmani sono stati in Italia, gli europei sono stati in Africa... Purtroppo l’Europa sta diventando una cittadella e temo che a forza di sentirsi assediata finirà per morire soffocata. L’Europa non è all’altezza delle speranze che ha suscitato nel mondo intero. Se mi chiedete dell’Islam europeo rispondo: Inch’Allah! Personalmente, non critico le istituzioni e ciò che possono fare. Bisogna incoraggiarle. Non ci sono soluzioni miracolose.
Lei denuncia anche una sorta di equivoco sul concetto di laicità.
Prendiamo il burkini, una questione che è stata gestita in maniera ridicola. Bisognava rasserenare la società e invece abbiamo visto pompieri-piromani da tutte e due le parti. Se una donna vuole girare in burkini, per me non è così importante, perché comunque in spiaggia sta assieme alle altre persone, non dimentichiamolo. Io sono per il massimo della libertà di espressione. Lo Stato non deve interferire con questi comportamenti. Quello che va condannato è il passaggio all’azione. Non possiamo istituire una "polizia del pensiero”! Non possiamo dichiarare di essere il paese della libertà di espressione e poi impedire alle persone di vestirsi come vogliono. Non è possibile, è contraddittorio, in più si provoca l’effetto opposto. È lo Stato che deve essere laico, non i suoi cittadini! Il modello francese è diventato troppo rigido, troppo ideologico e non abbastanza pragmatico. Non possono essere cinque burkini a mettere a repentaglio la società francese. Credere questo equivale a pensare che la società francese non crede più nei suoi valori.
(a cura di Bettina Foa e Barbara Bertoncin)