Edoardo Albinati, scrittore, traduttore e sceneggiatore, da oltre vent’anni lavora come insegnante nel penitenziario di Rebibbia.

Nella situazione in cui si trova attualmente il carcere italiano temi come quello dell’istruzione rischiano di restare ai margini nel discorso pubblico. Prendendo spunto dall’esperienza brasiliana del Reembolso através da leitura, programma che prevede uno scambio fra libri letti e sconto della pena, vorremmo parlare con te delle ambiguità della “cultura che rende liberi”. Qual è la tua opinione al riguardo?
Premetto che gli esperimenti bisogna farli e poi vedere com’è andata, dovrebbero cioè essere giudicati a posteriori, verificando cosa hanno prodotto nei fatti. Mi permetto di fare un’analogia col mondo della tossicodipendenza: personalmente non ho affatto idee chiare né sulla liberalizzazione degli stupefacenti, né sull’uso del metadone o di altre sostanze, ma se dopo cinque o dieci anni che è stato utilizzato un certo metodo per contrastare l’abuso di droghe e recuperare i tossici si scopre che ha funzionato, bene, lo approvo. L’unico modo per misurare l’efficacia di un provvedimento è metterlo alla prova, quindi non credo che si possa bocciare il Reembolso solo perché potrebbe essere utilizzato in modo strumentale, solo per strappare qualche beneficio, altrimenti qualsiasi iniziativa all’interno del carcere potrebbe essere intesa in senso strumentale, anche la scuola, o il teatro. Prendiamo ad esempio la “buona condotta”. Se tu non combini guai, non insulti le guardie, te ne stai buono, allora vuol dire che simuli, che lo fai solo per ottenere uno sconto di pena? Ma anche se fosse così, cosa ci sarebbe di sbagliato? La “buona condotta” è pur sempre uno sforzo di autocontrollo. La civiltà intera si basa su queste convenzioni. Dunque, il Reembolso: non sono affatto sicuro che sia efficace al cento per cento, però come giudicarlo in anticipo? Diamo da leggere i libri e premiamo chi li ha letti, anche fosse solo abbonandogli dieci giorni di galera, meglio di niente. Poi in capo a qualche anno si capirà se ne valeva la pena. Faccio un altro esempio. Io ero ideologicamente, o meglio idiosincraticamente avverso alla cosiddetta “giustizia riparativa”, perché l’idea che la vittima di un reato o i suoi parenti debbano confrontarsi e rinconciliarsi con chi lo ha commesso mi sembrava un po’ viziata da un cattolicesimo facile…
Per l’idea del perdono che ci può essere dietro?
No, per l’assunto che occorra per forza sanare il vulnus, la ferita inferta, stabilendo un contatto tra chi ne è stato vittima e chi ne è stato autore.
Io invece pensavo: il colpevole finisce in galera e si sconta la sua pena, mentre la vittima o chi per lui si tiene il suo dolore e il suo risentimento, e poi ognuno per la sua strada, perché mi sembrava un po’ melensa o perversa questa idea del riavvicinamento tra il criminale e chi il crimine l’ha subìto. Intendiamoci, sul piano privato va benissimo, è una cosa nobile e bella, ma come tramutarla in un protocollo gestito dall’istituzione? Però, a giudicare dagli esperimenti compiuti, pare che questa pratica abbia una sua efficacia, ricucendo almeno in parte il tessuto sociale lacerato dal crimine: se non risolve ogni singolo conflitto, complessivamente serve a ridurre la tensione provocata dal reato stesso.
Allora, se funziona, bene, andiamo avanti, estendiamola il più possibile, questa pratica. Questa è la mia posizione generale. Nel merito della lettura come strumento specifico, come negare che sia uno dei pochi, anzi pochissimi mezzi con cui accedere a una maggiore consapevolezza di sé e del mondo, e dunque provare a fare qualche passo avanti, o almeno di lato, scartando dal cammino segnato della delinquenza o dimostrando che non è l’unica strada percorribile? Del resto il carcere non offre quasi nulla in proposito, nessun percorso di riabilitazione o ripensamento. Certo, dubito che la lettura garantisca direttamente di essere reinseriti nella società, ma sicuramente non è nociva. E che poi qualcuno possa approfittarsene in modo un po’ cinico… be’, questo mi sembra nella natura di ogni provvedimento di attenuazione o di risoluzione. Combattere il luogo comune che la cultura renda le persone più buone secondo me è giusto e necessario nel mondo libero, non nel mondo carcerario. Io la retorica secondo cui chi legge libri è moralmente migliore, o superiore agli altri non la sopporto proprio: se pensiamo solo al Novecento, quanti intellettuali, filosofi, scrittori, scienziati, professori universitari sono stati a fianco delle dittature più feroci? E dire che di libri ne avevano letti…
Però stiamo ora parlando di una realtà particolare, il carcere, non del mondo libero, e qui la retorica del migliorarsi e riscattarsi attraverso la cultura resta una delle poche strade praticabili; altrimenti, dovrei abdicare prima di tutto alla mia stessa funzione di insegnante lì dentro. In effetti, nei momenti di crisi mi viene da chiedermi: ma che ci vado a fare? Ma le crisi sono fatte per risvegliare nuove risorse e proprio con quelle essere superate. Insomma, dobbiamo pensare veramente e intimamente che la scuola in carcere sia utile, serva sul serio, ed esserne convinti fino in fondo. E se mai ne dubitassimo, dobbiamo continuare testardamente a fare “come se”. Molti discorsi sul carcere in generale, sulla pena e sul reinserimento, non possono che basarsi sul “come se”. Occorre mantenersi fermi su questo, altrimenti tutto se ne andrebbe a carte quarantotto, la scuola, la politica, il diritto. E anche la democrazia andrebbe abolita… con tutte le sue magagne e ipocrisie.
Davvero non vedo più cosa dovremmo fare nella vita se restiamo paralizzati dal terrore di essere smentiti o di fallire. Dunque, non vi è alcuna certezza che studiare e leggere libri migliori l’individuo in assoluto; tra le persone acculturate ce n’è un buon numero di moralmente schifose, mentre un garagista e una donna delle pulizie possono essere migliori non solo moralmente, ma anche intellettualmente. Nel carcere si va per tentativi, si cerca di applicare dei correttivi, di limitare il danno procurato e quello subìto, avanzando anche di un solo millimetro nella consapevolezza, e per farlo ci sono al massimo due o tre opzioni. Non possiamo certo rinunciarvi perché potrebbero fallire.
Questo mi porta a un’altra domanda. Nel tuo lavoro prevale la dimensione dell’insegnante o la dimensione dell’insegnante-in-carcere?
Insegnare a dei maschi adulti che hanno commesso delitti non è ovviamente lo stesso che insegnare a ragazzini e ragazzine di quattordici, quindici o diciassette anni, anche se il livello scolastico è lo stesso. Sarebbe folle negare la differenza sostanziale, a partire dalle persone che frequentano la scuola e dagli ambienti in cui si svolge: celle fredde, puzzolenti, umide, per accedere alle quali si attraversano cancelli e blindati. Pensiamo solo al fatto che non abbiamo i libri di testo. Come potrebbe essere la stessa scuola? Ma anche qui, entra in azione il fattore di cui parlavo prima, il “come se”. La meravigliosa finzione di una normalità scolastica. Cioè, io fingo di stare facendo una lezione in una scuola qualsiasi, non in galera. La svolgo esattamente come la svolgerei, più o meno uguale, davanti a un uditorio di adolescenti, di signore interessate alla letteratura come quelle che vengono alle presentazioni di libri, o in un’aula universitaria. Penso che sia giusto così, fornire loro -sì, fornire è forse la parola più giusta- la stessa cosa che potrei fornire a chiunque altro, una lezione non addomesticata, semplificata, arrotondata in qualche modo. Separandoci per un’ora o due dal contesto, dall’afflizione della pena, e creando una bolla dove conta solo quello che stiamo studiando insieme. Quante volte un mio studente alle prese con la difficoltà di una formula matematica o della struttura metrica di una poesia mi ha detto: “Niente, professo’, oggi nun ce sto co la testa!” e io l’ho consolato e incoraggiato dicendogli: “Guarda, è proprio per questo che facciamo lezione, per provare a starci, con la testa”, magari rompersela pure, la testa, ma alla fine riuscire a risolverlo quell’esercizio e a capirla quella poesia. Non esiste nulla di più soddisfacente di uno sforzo fine a se stesso, come ad esempio quello dello sport, o del gioco. In fondo la scuola più simile a quella carceraria è la scuola serale, per adulti. Insegnare a degli adolescenti oppure a degli adulti: forse passa per di qui l’unico e vero discrimine. Ma a parte questo, il succo, la sostanza, il midollo del leone che uno dovrebbe provare a trasmettere per le sue competenze in una certa materia o in un’altra, secondo me dovrebbe essere rigorosamente uniforme col mondo libero.
Anche perché, lo ripeto, una delle poche utilità certe della scuola in carcere è appunto quella di ricreare una piccola porzione di mondo libero. D’accordo, lo spazio fisico è la cella, con le sbarre alla finestra, ma il tempo che si trascorre lì dovrebbe essere lo stesso che in quel momento si sta trascorrendo al liceo Parini. Compresa la noia… Va be’, non esageriamo, forse al Parini no, diciamo in un qualsiasi istituto tecnico sparso per l’Italia.
E questo è il tuo punto di vista. Mi chiedo quale sia quello dell’istituzione. Quel tempo di libertà che si cerca di ricreare viene condizionato da quello che in carcere è il primum, cioè la sicurezza?
È ovvio che l’istituzione carceraria, cioè la direzione e il comandante degli agenti penitenziari debbano rispettare questo primum, che di fatto giustifica la detenzione stessa; la sicurezza non si può metterla da parte tutt’a un tratto nel nome di qualsiasi altra esigenza o iniziativa.
Negli anni ho sperimentato però una oscillazione, una sinusoide di atteggiamenti che il carcere ha nei confronti delle attività provenienti dall’esterno, con periodi di apertura e poi di chiusura e poi di nuovo di apertura che hanno del resto caratterizzato l’intera storia repubblicana per quanto riguarda la legislazione sul carcere, con provvedimenti ciclici di segno opposto, come se vi fosse un movimento di sistole e diastole. Apri, chiudi, apri, chiudi. In più c’è la variabile locale dei singoli istituti, incomparabili tra loro e pressoché extraterritoriali, non sembrano nemmeno appartenere alla medesima nazione. E poi ci sono le direzioni che vi si avvicendano, che possono quasi ribaltare la situazione. Capita il direttore alla Brubacker, e molte attività si possono svolgere, alla grande, poi arriva un altro direttore che invece le vieta, non si capisce perché. Oggi come oggi il nostro raggio d’azione e di iniziativa all’interno del penitenziario di Rebibbia è sicuramente ridotto rispetto a quando ho cominciato, cioè nel 1994 -non parlo solo della scuola, ma in generale delle possibilità di intervento, da parte del volontariato e di attori esterni al carcere. Nei primi anni che stavo lì c’era molto fermento e una permeabilità maggiore, ma negli anni è subentrata una certa sfiducia, i direttori e i comandanti che si sono succeduti, e naturalmente la magistratura di sorveglianza che ha l’ultima parola sui permessi per entrare e uscire, si sono dovuti confrontare sempre più con vere e proprie guerre mediatiche non appena qualcosa andava storto. Vengono subito messi alla gogna e massacrati se succede qualcosa che contravviene ai principi di sicurezza: un’evasione, l’ingresso di qualcuno con della droga o con un telefonino… viene caricato tutto sulle spalle di chi ha concesso quel particolare permesso o beneficio, quindi posso anche capire l’irrigidimento. Verso la scuola nello specifico direi che l’istituzione penitenziaria tiene un atteggiamento duplice, ambivalente. La scuola dentro al carcere è una presenza ingombrante -un corpo insegnante numeroso, materiali che entrano ed escono- che comporta certi problemi, per cui, dal punto di vista di chi deve controllare questo traffico, la convenienza assoluta sarebbe quella di impedirla. E però, prendiamo l’anno scolastico appena trascorso, in cui noi da novembre in poi siamo rimasti fuori, fermati dalla pandemia: di sicuro abbiamo causato zero problemi però la nostra assenza ne ha creato un altro, un vuoto drammatico, il deserto assoluto: privati dei colloqui, della scuola, del contatto con i volontari, ai detenuti non restava che sbattere la testa sul muro…! Ecco perché, comunque sia, la scuola è benvenuta in un carcere, anzi, è un vero e proprio regalo, visto che lo stipendio ce lo paga un altro Ministero, quello dell’Istruzione, grazie al quale ai detenuti viene offerta la chance di svolgere un’attività che li tiene impegnati invece di stare a incattivirsi in cella tutto il santo giorno. Dunque è proficuo per il carcere avere una scuola, anzi, varie scuole di diverso livello, al suo interno, e il vantaggio quasi sempre è maggiore degli inconvenienti creati da questa ospitalità. Si sa che gli esterni potrebbero essere destabilizzanti o introdurre una serie di problemi, dal professore che si impietosisce per un certo studente e comincia a dare noia per difenderne i diritti, a quello che, magari inconsapevolmente, viola qualche regola, e poi ci vuole un certo numero di agenti che controllano l’andirivieni tra i reparti, quindi un’organizzazione per forza farraginosa, faticosa, che richiede buona volontà e buon senso da un po’ tutte le parti in gioco.
Al tempo stesso però la scuola, anche per la sua scansione regolare, è l’unica attività sul serio continuativa in galera, visto che il numero dei lavoranti è quello che è, minoritario rispetto al totale di reclusi, e occasioni di altro tipo sono episodiche, saltuarie. Noi attacchiamo a settembre e finiamo a giugno: quasi un anno di un’attività riconosciuta e che fa capo a un ministero statale, non a una qualche associazione da verificare nella sua attendibilità. Insomma, una scuola vera e propria, che risponde a due istituzioni diverse e garantisce che un certo numero di detenuti abbia accesso a un’occupazione che può essere considerata, credo più di ogni altra, “trattamentale”, altrimenti non si capisce il “trattamento” in cosa possa consistere. Molte volte abbiamo orecchiato una specie di mantra negativo nei confronti di noi insegnanti lì dentro (“Ah, voi passate sopra a tutto, siete amiconi dei delinquenti, li promuovete tutti…” -il che del resto non è assolutamente vero) e dall’altra parte sappiamo però che il pensiero inespresso è ben diverso e si basa su un calcolo di convenienza se non di umanità: “Ah, meno male che c’è la scuola, così almeno gli fanno fare qualcosa, altrimenti starebbero venti ore al giorno in cella”. Il carcere deve un po’ giocarsi questa carta, che, lo ripeto, per loro è a costo zero, ma è la scuola da fuori che deve premere, insistere, contrattare, quando il rapporto si fa conflittuale o comunque necessita un mercanteggiamento di spazi e di tempi. È la scuola insomma che deve trovarsi un dirigente “alla Brubacker”! Propositivo, combattivo, e capace di trattare. Io, all’inizio della mia “carriera carceraria”, quando ero molto più pimpante, con l’appoggio del dirigente di allora mi sono battuto perché venissero a scuola anche i transessuali, e alla fine li hanno fatti venire, perché era giusto così.
In classi miste?
Sì. Stanno in un reparto separato dagli altri, ma anche loro hanno diritto all’istruzione. E allo stesso modo abbiamo aperto una sezione di scuola superiore nella casa di reclusione femminile.
Prima non c’era, perché dicevano: le donne qui sono poche, scontano pene più brevi, che gliela apriamo a fare una scuola superiore solo per loro? L’atteggiamento del carcere era all’inizio molto scettico. E però, picchia e mena, prima è stata aperta una classe, poi un’altra, e ora c’è un corso intero che dà belle soddisfazioni.
Ecco, quello tra scuola e carcere è un rapporto non dico sindacale, ma insomma di quel tipo lì, di continua e inesauribile contrattazione. Occorre che le due amministrazioni si confrontino e, se necessario, si scontrino, però deve essere sempre la scuola il motore; l’amministrazione penitenziaria va continuamente pungolata, stimolata con richieste, con pressioni, lettere e telefonate e tampinamenti vari, al limite occorre quasi sfidarla su questioni sia pratiche sia di principio. È proprio una questione di pesi e di forze. L’ultima parola ce l’hanno loro, ma la prima la dobbiamo dire noi.
Sì, anche se la funzione degli stessi agenti penitenziari non dovrebbe essere semplicemente di custodia. Anche loro partecipano all’attività di trattamento, ma questo rimane sulla carta.
Guarda, quello che mi stupisce di più, e mi ha stupito da sempre, è la figura del cosiddetto “educatore”, o meglio, l’uso fuorviante di quel termine. Io all’inizio credevo che parlassero di noi, i professori, poi ho scoperto che gli educatori sono chiamati così, ma in realtà si occupano di tutt’altro, sono funzionari che amministrano l’iter carcerario del detenuto. Dove sarebbe l’aspetto educativo? E quello degli agenti qual è? È ovvio che hanno una funzione essenzialmente di custodia, è naturale che sia così.
E se ci fosse la possibilità di organizzare un’attività cui partecipino non solo detenuti, ma anche gli agenti?
Questo era stato immaginato fin dall’inizio, due o tre anni prima che arrivassi io. All’apertura della mia scuola, che è un istituto tecnico informatico, lo Jacob von Neumann, si era previsto che la possibilità di frequentarla fosse estesa anche agli agenti. Ma si creò una inevitabile contraddizione per il fatto che gli agenti sarebbero stati a disagio nel seguire le lezioni insieme ai detenuti. Si può anche capire perché senza bisogno di spiegarlo. Né noi potevamo organizzare a parte altre classi destinate soltanto agli agenti. Gli agenti devono pure lavorare, in carcere, mica stanno lì a studiare… Dunque l’idea per quanto suggestiva era destinata allo scacco e fu lasciata cadere. Talvolta, in seguito a momenti difficili dovuti a liti e disordini, un agente è stato costretto a stare in classe durante la lezione: bene, io non ho mai visto una persona tanto imbarazzata...
Imbarazzata?
Eh sì. Era molto imbarazzante il fatto che i detenuti magari sapessero cose che lui non sapeva. Si sentiva tagliato fuori.
Quello che hai detto circa la permeabilità mi richiama alcune dichiarazioni del garante nazionale delle persone detenute, circa appunto la necessità di una permeabilità tra dentro e fuori che l’ingresso del volontariato, per esempio, garantisce o almeno garantiva anche se a fasi alterne. Si parla a volte di un ruolo diverso del volontariato, addirittura di una sua partecipazione alla progettazione e costruzione delle politiche della pena. Una funzione para-istituzionale, diciamo. Cosa ne pensi?
Di sicuro, nelle discussioni che precedono una riforma legislativa, il volontariato avrebbe molto da dire. Alcune delle persone che ho conosciuto frequentano il carcere da molto tempo, sanno davvero come funziona, lo rovesciano come un calzino, quindi la loro expertise mi pare molto interessante. Una faccenda ben diversa è entrare a far parte del meccanismo giudicante, cioè dell’équipe che si riunisce per decidere dei benefici che un certo detenuto può o non può ricevere. Qualche anno fa venne condotta una battaglia ideale, diciamo così, che io comprendo bene anche se non condivido affatto, affinché dell’équipe possano far parte anche gli insegnanti, e ogni tanto questa rivendicazione viene rilanciata. È innegabile che un insegnante conosca il detenuto del cui destino si sta trattando molto meglio dell’educatore o dello psicologo, che magari lo hanno visto tre o quattro volte in tutto il percorso, mentre io l’ho avuto in classe, ho visto come si comportava e ci ho parlato per anni di fila quasi ogni giorno. Ma resto fermamente contrario a questa che sembrerebbe essere una promozione del nostro ruolo e un accrescimento della nostra importanza, perché in realtà ci equiparerebbe al meccanismo di custodia e di giudizio. Non accedendo alla funzione decisionale restiamo impotenti, però restiamo liberi. L’unica cosa che voglio decidere io è se promuovere o bocciare uno studente, e stop. Altrimenti quando do un tema da svolgere poi dovrei leggerlo non come un normale insegnante di italiano che gli corregge l’ortografia e gli errori grammaticali, ma con tutti altri occhi, come uno che sta interpretando un documento rivelatorio in base al quale potrà decidere se il detenuto se ne va a casa oppure no. Francamente io preferisco l’indipendenza del mio giudizio scolastico, a questo tipo di potere.
In ventisette anni di scuola in galera ho sempre fatto quello che mi pareva, all’interno del ruolo di insegnante. Non ci tengo affatto a occupare altri ruoli. Intendiamoci, io non mi sento affatto indipendente o libero, figuriamoci, lì dentro non si può essere liberi, però quando devo decidere se mettere tre, o sei, o nove, lo voglio decidere in perfetta autonomia, anche se poi questo tre, questo sei o questo nove non significheranno nulla sul piano pratico. Il massimo che ci veniva richiesto erano delle schede valutative, adesso non ci chiedono più nemmeno quelle. In tre righe scrivevamo qual era l’andamento complessivo dello studente, il suo livello di partecipazione. Il profitto poteva essere facilmente ricavato dalle pagelle, quindi nessuno di noi professori si è mai sentito obbligato a sostenere di uno studente pessimo che invece era fantastico, per aiutarlo. Insomma, nei confini di tutte le restrizioni e delle carenze di cui abbiamo parlato, l’insegnamento in quanto tale è libero. E questo lo rivendico abbastanza orgogliosamente.
Lo hai scelto, di insegnare in carcere, oppure ti è capitato e poi sei rimasto?
Ho chiesto io di essere trasferito lì. Avevo insegnato per sette anni in un istituto tecnico della periferia di Roma ed ero arrivato molto rapidamente al capolinea di quell’esperienza. Me la cavo a spiegarlo con una battuta: insegnavo a dei mezzi delinquenti, e allora mi sono detto, inutile continuare con questi, andiamo dai delinquenti veri e propri! Cioè quelli riconosciuti dalla legge.
Era per me un mondo interessante, un mondo da scoprire, e poi c’era una ragione di cui mi sono reso conto solo dopo qualche anno, cioè la necessità di verificare (devo dire che la verifica è riuscita, tant’è che sono rimasto lì e ho continuato a insegnare) se le materie che insegno, e in particolare la lingua e la storia della letteratura italiana, potessero essere trasmesse, mantenendo e confermando il loro valore, anche in situazioni estreme. Cioè se anche in galera si poteva leggere, capire, amare un sonetto, poniamo, di Cavalcanti… Mi dicevo: se funziona anche lì, allora, come dire, si scolpisce nel marmo, la letteratura esiste e ha un valore grande, immenso, oggettivo, tale che possono accedervi anche persone che hanno avuto delle vite travagliate, che hanno commesso dei reati, che vengono da paesi lontani, da situazioni inimmaginabili nella scuola normale; e vuol dire oltretutto che io sono capace di insegnarla. Quindi vengono messi alla prova in un colpo solo la materia, i metodi per insegnarle e l’insegnante stesso. Fare il professore in carcere per alcuni versi può essere persino più facile, perché le persone con cui lavoro, essendo adulte e navigate, avendo conosciuto di prima mano il dolore, la morte, la vendetta, il sesso, quando si viene a questi temi che nella letteratura italiana sono molto forti e rasentano o addirittura scavalcano il codice penale, sanno benissimo di che stiamo parlando. Appunto, se leggiamo insieme la poesia di Cavalcanti “Perch’i’ no spero di tornar giammai”, loro sanno cosa vuol dire non tornare nel loro paese, la disperazione, la nostalgia… E se gli spiego Machiavelli, quella dottrina non solo la capiscono bene, e la condividono, ma la hanno anche in alcuni casi spregiudicatamente adoperata senza sapere che aveva un capostipite così illustre!
È un mondo estremo, quello di dentro, di cui la scuola fa parte e che gli studenti si portano dietro quando entrano in classe.
Ti assicuro che avviene una sorta di sospensione, e accade non solo nelle mie lezioni, ma in quelle di tutte le altre materie. Lo vedo dal finestrino quando aspetto fuori dalla cella che il collega termini la sua lezione. Durante la lezione viene creata una bolla e in quella bolla il carcere non entra, non deve entrare…
Nella scuola fuori invece gli studenti di questa bolla farebbero volentieri a meno.
Questa è la differenza fondamentale. L’una è la scuola dell’obbligo, più o meno, l’altra invece ha un’adesione volontaria. Nessuno costringe il detenuto a venirci. Normalmente si iscrive per tre o quattro ragioni, che possono essere tutte compresenti o alternative tra loro: prima di tutto, per uscire dalla cella; poi per incontrare i professori e le professoresse, persone diverse dalla solita gente che popola la galera, cioè agenti, avvocati e altri detenuti; quindi perché gli interessa davvero studiare o almeno qualche materia tra quelle insegnate nella nostra scuola, prima fra tutte l’informatica. E qui sorge un problema: mentre all’adolescente ragazzino puoi imporre di studiare tutto, la matematica, la scienza, l’italiano, la fisica, la chimica, l’inglese eccetera, un adulto è per forza di cose selettivo, e ha una mente e un carattere meno malleabili, difficile costringerlo alla completezza della scuola. Però poi alla fine lo si convince. Ho avuto una sola volta, un paio d’anni fa, uno studente che veniva solo per sentire le mie lezioni, come ad altri sarebbe interessata solo l’informatica, poniamo.
Ma alla fine, siccome era così appassionato, per lui è stata fatta una specie di deroga: veniva, ascoltava le mie lezioni e tornava in cella. Spesso la modalità generalistica tipica del bienno superiore viene contestata, si sostiene che in galera bisognerebbe fare un’altra scuola, un corso abbreviato di tre anni invece di cinque, pro­grammi condensati eccetera. Ma allora diventerebbe veramente la “scuola carceraria”. Mentre questa finzione che si tratti di una scuola qualsiasi con tutti i suoi rituali (ci manca solo lo squillo di campanella di fine lezione) io la difendo con le unghie e con i denti. Più la scuola del carcere assomiglia a una scuola normale, meglio è, non solo per ricreare nei detenuti questa parvenza di vita ordinaria, ma anche per garantire che all’interno della singola ora di lezione venga fatta solo scuola e nient’altro. Noi insegnanti per primi dobbiamo imparare a tenere ben distinte le figure, le funzioni, sappiamo benissimo che in alcuni casi uno può finire a fare l’assistente sociale, ad ascoltare i problemi personali, a portare le lettere… che, io dico, è cosa nobilissima, ma non c’entra niente col nostro lavoro. Io lo faccio in minima parte, quella indispensabile, altri miei colleghi lo fanno più di me e altri si sono totalmente smarriti dentro. Noi non dobbiamo fare né gli amici né i confessori, per quello c’è il prete, e se hai altri problemi, vai dallo psicologo… È vero che sono figure che i detenuti vedono molto più di rado, mentre la nostra frequenza è quotidiana. Però se cominciamo a fare solo quello, siamo fottuti come insegnanti. È una umanissima ma pericolosa confusione di ruoli. Ovviamente uno deve rispondere a delle persone, non solo a degli studenti in astratto, i detenuti hanno i loro guai, desideri, bisogni, che non possono essere respinti in toto ma neanche accettati in toto, per evitare che si creino rapporti ambigui.
Certe volte mi sono saltati all’occhio i comportamenti strumentali da parte di alcuni detenuti che si approfittavano vistosamente della disponibilità extra-didattica di alcuni insegnanti più ingenui, oppure semplicemente più generosi.
Dei tre, quattro motivi che hai citato, per cui uno studente in carcere va a scuola, almeno un paio mi sembrano fondamentali: il desiderio dell’incontro, della relazione, e la curiosità.
Il tutto si chiarisce abbastanza rapidamente, in un paio di mesi. Dopo Natale, normalmente, continua a venire a scuola solo chi ha dei seri interessi diciamo così, scolastici. Le altre ragioni per venire si esauriscono, perché è comunque un sacrificio, i detenuti rinunciano all’aria, saltano i pasti… E poi se uno viene in classe solo per evadere dalla cella, si trova di fatto a evadere dentro una cella ancora più vincolante, prigioniero due volte, delle guardie e dei professori, e gli tocca stare lì dalle 9 alle 13.
Un’ultima domanda. Le misure di distanziamento e sicurezza hanno avuto effetti pesantissimi anche sulla scuola carceraria. Si può pensare di ricominciare dal punto in cui ci si è interrotti o il carcere continuerà sulla strada della chiusura?
Mah, immagino e spero che noi a settembre potremo rientrare, in presenza, con tutte le precauzioni, vaccini completati a noi, alle guardie e ai detenuti. Del resto già eravamo rientrati nel settembre del 2020, in quello che poi però si sarebbe rivelato solo un momento di latenza della grande pandemia. La sola cosa che mi preoccupa è che l’eventuale insegnamento a distanza, (a noi comunque l’anno scorso non ci è stato permesso di fare nemmeno quello…), oppure i colloqui video con lo smartphone fornito dal carcere, possano diventare un surrogato permanente della presenza fisica. Il che sarebbe dannosissimo, sotto ogni profilo. Ecco, se ho un timore, è di questo tipo: che l’effetto della pandemia sulla società tutta, e sul carcere ancora di più, diventi permanente e presentato come la soluzione a tutti i problemi. Tutto avviene a distanza, lì dentro non entra più nessuno…
Sarebbe la conclusione di quella chiusura del carcere che -come hai accennato- si è verificata a fasi alterne nella storia repubblicana.
Sarebbe un passaggio ulteriore verso la “sparizione” del carcere: le galere diverrebbero luoghi totalmente extraterritoriali, come fossero su Marte, cui si accede solo virtualmente come stiamo facendo tu e io, ora, attraverso una piattaforma, e amen. Spero che non si arrivi a questo, che non venga strumentalizzata la possibilità per ridurre a zero il contatto umano con la doppia esigenza della sicurezza carceraria sommata a quella sanitaria.
(a cura di Giada Ceri)