Galila Spharim, già bibliotecaria all’Università Ebraica di Gerusalemme, è da poco emigrata in Canada con il marito Yigal Bronner, intervistato nel n. 303/2024 della rivista.

Puoi raccontarci qualcosa di te e della tua famiglia?
Sono nata nel 1966 e ho vissuto la maggior parte della mia vita a Gerusalemme. Tutti e quattro i miei nonni arrivarono in Israele più di cent’anni fa come sionisti socialisti, con la speranza di costruire lì una società giusta ed eguale per gli ebrei. Purtroppo senza rendersi conto dell’ingiustizia che stavano creando. Ma anche senza sapere che si stavano salvando dalla Shoah. Sono sposata, ho tre figli adulti. Lavoravo come bibliotecaria all’Università Ebraica e ora sto iniziando una nuova vita in Canada. Mio marito ha trovato un lavoro in un’università canadese e abbiamo deciso di partire. Non so esattamente cosa farò laggiù, troverò qualcosa anche per me...
Come avete maturato la decisione di lasciare il paese?
La nostra decisione di partire non è stata motivata da una carriera migliore o perché sognassimo di vivere a Edmonton, in Canada, che è una città molto remota, non particolarmente attrattiva. Il fatto è che qui la situazione ci sembrava sempre più disperata, almeno per come la vediamo noi: persone come noi, con le nostre idee, sono sempre più isolate. Da tempo, quando esco di casa e cammino per strada ho la sensazione che le persone intorno a me vedano la realtà in modo totalmente diverso da come la vedo io. Questo mi crea disagio.
Inoltre, da quando è scoppiata la guerra a Gaza ho iniziato a sentire la necessità di non essere collegata a tutto questo. Non voglio farne parte. Non voglio pagare le tasse per sostenere tutto questo. Non voglio esserne, in un certo senso, contaminata, “infettata”. Queste sono le ragioni per cui abbiamo scelto di andarcene. Già prima della guerra avevamo pensato di partire, per la direzione che le cose stavano prendendo. Certo non potevo prevedere le catastrofi che sono accadute, ma vedevo che avevamo preso una brutta strada. Una volta iniziata la guerra, abbiamo cominciato a pensare alla partenza in modo concreto e alla fine abbiamo preso la decisione. 
Tuo nonno era Yitzhak Sadeh, una figura importante nella storia di Israele. 
Premetto che, essendo nato nel 1890 e morto nel 1952, non l’ho mai conosciuto, per cui di lui so ciò  che ho letto e che ho sentito dire in famiglia, in particolare da mia madre. Era infatti il padre di mia madre. 
Comunque ricordo che quando ero bambina, avevo questo nonno famoso. La gente lo ammirava. Erano tempi diversi in Israele e, in quanto sua nipote, io sentivo in qualche modo di far parte dell’élite del paese: la mia famiglia conosceva molte persone e la gente ci rispettava perché eravamo la famiglia di Yitzhak Sadeh.
Ora è diverso, perché le élite in Israele sono cambiate e non molte persone ricordano o sanno chi fosse. La narrazione è cambiata. Coloro che hanno costruito il paese sono stati in qualche modo marginalizzati. In parte forse questo è dovuto al fatto che in Israele ci sono tensioni tra l’élite ashkenazita e i mizrahi, cioè gli ebrei arrivati dal Nord Africa e dal Medio Oriente. Va detto che anche loro hanno contribuito a costruire il paese. Questo per dire che siamo in un’altra epoca.
I tuoi nonni erano sionisti...
Loro sono venuti in Israele perché pensavano che gli ebrei dovessero avere un proprio paese, e che questo paese dovesse essere in Israele. E ora eccomi qui, la nipote dei miei nonni che lascia il paese.
Che dire? Loro vedevano le cose a modo loro, nel contesto dell’epoca in cui vivevano. Se ci pensate, è stato grazie a quella loro decisione di andare in Israele che sono sopravvissuti... e che io sono nata. Se fossero rimasti in Europa, chissà...
Ma questo non significa che io condivida la loro ideologia. Penso anche che mio nonno sarebbe rimasto deluso del paese che ha contribuito a costruire. Era un socialista, non era una persona religiosa. Anche se era parte di un apparato militare aggressivo, pensava che gli arabi in Israele dovessero avere dei diritti. Come ho detto, non ho mai parlato con lui, non so cosa avesse da dire su queste cose, ma ho ragioni per credere che non approverebbe l’occupazione, né il modo in cui gli arabi vengono trattati in Israele, né il modo in cui il paese è governato oggi, con questo forte nazionalismo. No, non credo che lo approverebbe.
Si potrebbe anche dire così: i miei quattro nonni arrivarono in Israele negli anni Venti perché sentivano di dover lasciare la Russia, l’Ucraina e la Polonia. Sentivano l’urgenza di andarsene, a ragione. Ecco, anch’io oggi sento l’urgenza di andarmene.
In questo senso, mi trovo in una situazione in qualche modo simile a quella dei miei nonni, anche se ci troviamo a muoverci nella direzione opposta. 
Gli ebrei sanno quando andarsene; per generazioni sono stati nomadi, erranti, persone costrette a spostarsi da un luogo all’altro. Fa parte della nostra tradizione.
Questo è ciò che ho da dire su come i miei nonni hanno influito sulla mia decisione di lasciare Israele.
Raccontaci di Yitzhak Sadeh. Qual è la sua storia?
Era nato a Varsavia, in una ricca famiglia ebraica. Sua madre era la figlia di un famoso rabbino e, com’era consuetudine, sposò un ricco commerciante. Si chiamava Rivka, lo stesso nome di mia madre e di mia figlia. Solo che non andavano molto d’accordo; pare che lui bevesse molto. Ebbero due figli, uno dei quali era mio nonno. Alla fine lei lo lasciò. I figli rimasero con lui a Varsavia. Immagino fosse qualcosa di molto insolito per l’epoca, ma lei lo fece. Dopodiché sposò un altro ebreo, in Russia. Lui era più vecchio e aveva dei figli grandi, più o meno coetanei della nuova moglie. Due anni dopo lei tornò e prese con sé i due figli. I bambini nel frattempo erano stati cresciuti come ebrei chassidici, con un’educazione molto ortodossa: portavano i vestiti neri, frequentavano l’Heder, la scuola primaria tradizionale. La nuova famiglia era invece molto meno tradizionalista. I fratellastri maggiori erano comunisti, militavano in una delle organizzazioni russe del tempo e avevano queste vite molto romantiche.
Credo che questo abbia influito moltissimo su mio nonno, che all’improvviso si trovò a vivere in un contesto più laico, aperto alla cultura russa. Ho queste informazioni perché lui scrisse un memoir, un libro di memorie sulla sua infanzia, che però si ferma quando diventa adolescente.
Era un ottimo scrittore e descrive molto bene la sua infanzia. Poi la sua vicenda si fa molto intricata. Da alcune fonti sappiamo che nel 1915 si arruolò nell’esercito russo, in seguito lo lasciò, per poi arruolarsi di nuovo e diventare sergente. In qualche modo divenne poi poliziotto durante il regime di Kerenskij, come membro del Partito socialista rivoluzionario. Nel tempo libero lavorava come giornalista e in questa veste partecipò a un incontro con Lenin. In seguito si unì ai bolscevichi e partecipò alla guerra contro i tedeschi a Pskov, dove rimase ferito. Fu nominato dai suoi compagni partigiani comandante del primo plotone dell’Armata Rossa. Sei mesi dopo l’Armata Bianca raggiunse la zona e combatté contro i rossi. Egli decise di non voler prendere parte a una guerra civile e lasciò l’Armata Rossa.
Nel 1918 si ricongiunse con la sua prima moglie e la figlia malata, che morì poco dopo. Si trasferirono poi in Crimea. Lì ebbe alcuni legami con l’Armata Bianca, ma decise di andarsene perché sentì alcuni ufficiali esprimere opinioni antisemite. Tra il 1918 e il 1919 venne incarcerato dall’Armata Bianca.
È difficile seguire la sua storia. Alcuni dicono che fosse più un avventuriero che un idealista, ma di certo mantenne per tutta la vita un orientamento politico di sinistra. Comunque era una persona istruita: frequentò l’università, studiò le lingue. Fece molte cose, tra cui il mercante d’arte. 
Nel 1920 incontrò Joseph Trumpeldor, un ebreo sionista russo molto famoso, che morì quello stesso anno in Israele. Lui convinse mio nonno che quella era la strada giusta per gli ebrei. Penso che fosse rimasto deluso dalla rivoluzione, almeno in parte.
Così nel 1920 mio nonno salì su una nave per Israele. Lì entrò a far parte di un’organizzazione chiamata Gdud HaAvoda, il “Battaglione del Lavoro”; era una sorta di compagnia che si spostava in giro per il paese dove c’era bisogno di lavoro manuale per costruire strade, case. Anche se molti di loro venivano da famiglie borghesi e non erano affatto abituati a quel tipo di lavoro, facevano del loro meglio.
La storia di mia nonna Zehava Piatezkaya, sua moglie, è anch’essa complicata: loro due in realtà non si sposarono mai. All’epoca, nei circoli socialisti, non ci si sposava. Però vissero insieme per vent’anni. Dalle lettere e dai diari ho capito che si trattò di una relazione molto turbolenta. Ebbero due figlie: mia zia, più grande di dieci anni, e mia madre. Entrambe non ci sono più. So che quando mia madre era ancora bambina si spostavano molto; era difficile guadagnarsi da vivere. C’era la crisi economica, la depressione...
Mia nonna faceva la sarta e lavorava moltissimo. Lei veniva da un contesto totalmente diverso: la sua famiglia era molto povera. Per lei il sionismo era stato anche un modo per lasciare la Russia e salire la scala sociale. In realtà vivevano poveramente anche in Israele. Penso però che l’essere socialisti rendesse più rispettabile il lavorare duro ed essere poveri. 
Quando mia madre aveva nove anni, si separarono. Pare che lui avesse già un’altra moglie, la terza.
Anche mia nonna aveva avuto in precedenza una figlia da un altro uomo, che si chiamava Galila, come me, e che morì a undici anni, in Israele.
Mia nonna non volle più avere nulla a che fare con lui; si trasferì con le figlie in un altro kibbutz e mia madre crebbe con gli altri bambini.
Tuo nonno fu anche tra i fondatori del Palmach…
All’inizio degli anni Quaranta, diede vita a questa organizzazione clandestina che aveva l’obiettivo di combattere gli arabi che attaccavano le comunità ebraiche. Prima che venisse fondato lo Stato di Israele e che esistesse un esercito regolare, la principale organizzazione di difesa si chiamava Haganah. Il Palmach era una sorta di unità speciale. Combattevano anche contro i britannici, perché volevano che se ne andassero. Il Palmach all’inizio non aveva finanziamenti. Per la verità inizialmente furono finanziati dal governo britannico, perché avrebbero dovuto unirsi all’esercito britannico in Palestina nel caso in cui i tedeschi -era in corso la Seconda guerra mondiale- fossero arrivati ai suoi confini. Per fortuna i nazisti furono sconfitti in Africa, a El Alamein. A quel punto i britannici smisero di finanziare.
Le unità del Palmach si addestravano all’interno di alcuni kibbutz. Funzionava così: lavoravano per il kibbutz, che in cambio provvedeva al loro sostentamento. Era un modo per finanziare questa milizia.
Fu il comandante del Palmach per alcuni anni. In una fase più avanzata della sua vita, sui cinquant’anni, fece carriera e divenne generale. La gente lo ammirava; a quanto pare era una persona estremamente carismatica. Era un uomo corpulento, con un forte accento russo, amava la letteratura russa, beveva molto, aveva un’educazione e una cultura molto diversa da quella della giovane generazione nata in Israele.
Tra le operazioni del Palmach ci fu anche quella di portare in Israele i profughi ebrei dopo la guerra. All’epoca era illegale: i britannici non lo permettevano. Quindi si trattava di operazioni clandestine. So che noleggiarono navi anche in Italia, imbarcando moltissimi profughi.
Ben Gurion, il leader di quello che sarebbe diventato lo Stato di Israele, non lo amava molto, proprio per questa sua popolarità. Infatti, quando scoppiò la guerra del 1948, non diede alcun incarico a mio nonno. L’unità speciale venne poi smantellata e integrata nell’Idf, ma mio nonno fu congedato. Per lui e i suoi fu un colpo al cuore. Per quasi dieci anni avevano tenuto in vita la principale organizzazione militare e ora venivano mandati a casa. 
Dopo qualche mese, però, la guerra si fece molto dura; nonostante i ripetuti tentativi, non si riuscivano a conquistare alcune posizioni strategiche, così richiamarono mio nonno, e lui guidò e vinse alcune battaglie. Finita la guerra, si ritirò. Visse a Giaffa con la sua nuova famiglia e un figlio piccolo. Morì nel 1952; anche la nuova moglie morì di lì a poco, così mio zio rimase orfano bambino. Questo è più o meno quello che so di lui.
Da quello che hai capito, quali erano i rapporti con gli arabi in quei primi tempi?
I socialisti che arrivarono in Israele sembravano avere una sorta di “angolo cieco” rispetto all’esistenza e alla condizione della popolazione locale. Non so se fosse una forma di razzismo o forse di paura. Qui comunque emerge una contraddizione. Quando costruivano un kibbutz non pensavano mai che potesse diventare un luogo anche per gli arabi, un kibbutz misto. Volevano uno Stato ebraico, che è un progetto nazionale, nazionalista, e questo non si concilia bene con l’essere socialisti, che per me vuole dire essere universalisti.
Queste contraddizioni erano presenti nel socialismo sionista fin dall’inizio. Non posso escludere che mio nonno sia stato coinvolto in operazioni militari in cui degli arabi furono espulsi con la forza da Israele e divennero profughi in Cisgiordania e a Gaza.
So che, una volta finita la guerra, fece parte della municipalità di Tel Aviv. Militava in uno dei partiti di sinistra. Credo, o comunque spero, che avesse in mente una società che almeno concedesse agli arabi che vivevano in Israele pari diritti. Come dicevo, non ho avuto modo di conoscerlo.
Oggi provo sentimenti contrastanti verso mio nonno. Sono cresciuta nella sua ammirazione, ma con il tempo ho iniziato a pensare che anche lui ha contribuito alla militarizzazione di questo paese. È complicato.
Per decenni l’esercito israeliano è stato definito l’“esercito più etico del mondo”.
L’esercito israeliano è il più etico del mondo solo ai suoi occhi.
Io non sono per così dire pacifista. Capisco che un paese debba difendere i propri confini, ma l’occupazione... non può essere etica per definizione. Purtroppo, non solo negli ultimi anni ma soprattutto negli ultimi anni, l’esercito ha compiuto azioni molto gravi verso la popolazione palestinese.
Avete intervistato mio marito Yigal, credo che vi abbia parlato delle sue attività di resistenza nei villaggi palestinesi. Lui ha visto personalmente i soldati israeliani aiutare i coloni a maltrattare i palestinesi, a commettere atti violenti nelle loro comunità allo scopo di spingerli ad abbandonare le loro terre, così che gli insediamenti possano espandersi.
Nella misura in cui l’esercito è coinvolto in tutto ciò, è ancora meno etico di quanto già non fosse quando si limitava a proteggere l’occupazione.
Ai tempi di mio nonno, in ambito militare si parlava di “purezza delle armi”; anche lui ne parlava ai suoi soldati invitandoli a usare le armi in modo “puro”: cioè a non usarle quando non era necessario, che significa anche non uccidere civili. Era una specie di ethos dell’esercito israeliano; credo sia uno dei motivi per cui gli israeliani credono che il loro esercito sia il più etico al mondo: perché c’è questa idea che non si debbano usare le armi se non è necessario, per preservarne la “purezza”. Temo tuttavia che sia sempre stata retorica, perché sappiamo che anche durante la guerra d’Indipendenza furono commesse atrocità.
Tu e tuo marito avete infine deciso di lasciare il paese. I vostri amici come hanno reagito?
In Israele tanti amici e conoscenti che la pensano come noi discutono dell’ipotesi di andarsene. Alcuni del nostro giro ci hanno accusato di averli traditi, perché non siamo rimasti a lottare per il paese, perché li abbiamo lasciati a fronteggiare questo disastro... Il fatto è che uno dei motivi per cui ce ne andiamo è proprio per prendere le distanze da tutto questo. Non vogliamo essere coinvolti negli orrori che Israele sta infliggendo a Gaza e in Cisgiordania.
L’altro motivo è che forse abbiamo perso la speranza. Rimanere, partecipare alle manifestazioni sembra non servire… Yigal da tempo sente che anche le sue attività in Cisgiordania hanno sempre meno impatto; c’è un limite a quello che puoi fare attraverso questa “presenza protettiva”, specie se l’esercito arriva insieme ai coloni… Anche nostra figlia, a volte, ci va. Ha vent’anni e io sono sempre più preoccupata. Essere attivisti non deve significare rischiare la vita.
L’impressione è che possiamo fare sempre meno. Sono anni che porto il mio cartello alle manifestazioni e ogni anno la situazione peggiora. Ci sentiamo inefficaci. Non solo: personalmente mi sento “non voluta” in Israele. La maggior parte delle persone non vuole sentire ciò che ho da dire e, in realtà, forse non vuole persone come me intorno.
Ora, Israele ha dieci milioni di abitanti; ovviamente la maggior parte delle persone non vuole andarsene, ma tra chi invece vorrebbe, non tutti se lo possono permettere, non solo per motivi economici. Conosco persone che vorrebbero fare la nostra stessa scelta, ma non possono perché hanno genitori anziani, o bambini piccoli, o per mille altri motivi.
È ovviamente un privilegio poter emigrare e comunque so bene che non può essere questa la soluzione. La soluzione dovrà essere che ebrei e arabi trovino il modo di vivere insieme in Israele.
Purtroppo io però ho perso la speranza. Non so cosa pensino i palestinesi, ma negli israeliani non vedo questa volontà.
Due dei nostri figli se ne sono già andati: stanno facendo il dottorato negli Stati Uniti e non credo avessero intenzione di tornare nemmeno prima della guerra. La più giovane è rimasta, ma io mi auguro ci raggiunga presto. 
È molto triste.
È un grande dolore. A prescindere da chi fosse mio nonno, Israele è il luogo dove sono cresciuta, dove vivono tutti i miei amici, a cui sono molto affezionata. Soprattutto Gerusalemme, dove ho trascorso gran parte della mia vita; è una città molto bella e poi amo la cultura, amo la lingua del mio paese. In fondo è casa mia.
Eppure sento che devo andarmene... bisogna sapere quando andarsene. È una cosa molto “ebraica” sapere quando andarsene (purtroppo anche non sapere quando andarsene, in un certo senso, è una tradizione ebraica, dipende...).
I vostri amici palestinesi come hanno interpretato questa vostra decisione?
Anche loro si sentono traditi, forse anche di più, perché hanno meno possibilità di scelta.
Devo dire che quando parlo con gli amici palestinesi, mi sento a volte un po’ in imbarazzo, perché mi trovo spesso a chiedermi: “Chissà se mio nonno ha fatto qualcosa a dei loro parenti”. 
Ho un amico palestinese, Fady Asleh che ha appena concluso un Phd sulla storia della Palestina e la sua dissertazione era sulla storiografia locale, sulle persone che hanno raccolto le vicende delle loro comunità. Con lui mi sento a mio agio a parlare di mio nonno, perché il suo nel 48 ha combattuto in un ruolo analogo dalla parte dei palestinesi. Siamo diventati amici, però con altri esito perché temo che sarebbero meno comprensivi. Ovviamente io non sono responsabile per ciò che ha fatto mio nonno, ma sarebbe comunque un tema sensibile.
A una mia amica palestinese ho detto solo poco prima di partire chi fosse mio nonno ed è rimasta scioccata: “Come mai non me l’hai mai detto?”.
Da più parti si denuncia un riemergere dell’antisemitismo. Amici che come te pensano di lasciare il paese sono preoccupati di non sentirsi ben voluti neanche altrove…
Sono consapevole dell’esistenza di fenomeni di antisemitismo, ma non ne ho mai avuto esperienza diretta. Dall’inizio dell’ultima guerra ho lasciato Israele parecchie volte, andando in posti diversi. Non ho mai cercato di nascondere il fatto di essere israeliana: se la gente mi chiede da dove vengo, dico “Israele”, parlo ebraico… Non ho mai avuto reazioni negative. A volte sono io a sentire il bisogno di chiedere scusa per essere israeliana, ma è una cosa che parte da me. Quando dico che sono israeliana, a volte aggiungo: “Ma ho lasciato il paese”; altre volte mi assicuro di far capire come la penso sulla guerra a Gaza.
Ma la gente è semplicemente educata: nessuno mi ha mai detto qualcosa che mi abbia messo a disagio. Per ora mi sembra che l’allarme sia esagerato.
Ho una figlia che studia alla Columbia University, a New York, che è famosa per le proteste filopalestinesi. Lei non era lì nella primavera del 2024, quando le proteste erano al culmine: ha iniziato in autunno 2024, ma ci sono comunque state manifestazioni. Ecco, lei non ha mai sentito che quelle proteste fossero contro di lei. Non si sente vittimizzata, non percepisce antisemitismo. Anzi, dice che lì sono tutti ebrei!
Ogni volta che si presenta, dice ovviamente di essere israeliana, però aggiunge anche di essere contro la guerra e contro l’occupazione, e questo basta: è quello che la gente vuole sapere.
Può darsi che mi sbagli, magari cambierò idea, ma al momento penso che gli ebrei amino molto parlare di antisemitismo, vedersi soprattutto come vittime. Non nego certo che ci siano stati episodi gravi. Ma penso anche che il problema sia meno grave di come viene rappresentato in Israele dove c’è un’autentica ossessione per l’antisemitismo nel resto del mondo.
Anche dal Canada continuerai comunque a far qualcosa per il tuo paese.
Esiste un database di documenti sulla guerra a Gaza: https://bearing-witness.com/search-database/. È stato avviato da uno dei professori dell’Università Ebraica. Si chiama Lee Mordechai, è uno storico, e dall’inizio della guerra ha deciso di raccogliere documenti sulla guerra a Gaza, perché la stampa ebraico-israeliana la ignora completamente.
Nel database tutti i documenti vengono classificati con una breve descrizione e dei tag. Si può fare una ricerca su un luogo specifico, su un tema o per data. Da marzo di quest’anno catalogo documenti per questo database; ogni giorno cerco di dedicare un po’ di tempo a questo.
Da tempo desideravo fare qualcosa riguardo alla guerra a Gaza, qualcosa che fossi in grado di fare. Io non sono come mio marito Yigal, non sono una da azioni eroiche: sono pigra, non mi piace alzarmi presto la mattina; qualche volta sono stata sul campo, ma sento di non essere utile in quei contesti… 
Sono una bibliotecaria, quindi so qualcosa di archivi e catalogazione, per cui volevo fare qualcosa di affine alle mie competenze e poi questa è un’attività che potevo portare con me. È importante per me non lasciare tutto alle spalle. Poter fare qualcosa che reputo positivo rispetto alla guerra a Gaza e anche rispetto alle persone che sono rimaste.
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)