Ho vissuto novant'anni...
in memoria
Una Città n° 316 / 2026 febbraio
Intervista a Francesco Calogero
Realizzata da Barbara Bertoncin, Bettina Foa
HO VISSUTO NOVANT'ANNI...
L’ambiente familiare azionista e repubblicano; l’infanzia durante il fascismo; i mesi felici al confino con il padre, Guido Calogero, che la sera gli leggeva l’Iliade e l’Odissea; gli studi e la ricerca in fisica, l’impegno per il disarmo e l’attività nel movimento Pugwash fondato da Bertrand Russell e Joseph Rotblat, premio Nobel per la pace 1995; la moglie Luisa, le inquietudini per il presente e le riflessioni sulla fine della vita. Intervista a Francesco Calogero.
Francesco Calogero è stato un fisico teorico italiano; professore all’Università di Roma “La Sapienza”; il suo nome è legato, tra l’altro, al celebre modello di Calogero-Moser. Figlio del filosofo liberal-socialista Guido Calogero, ereditò una forte sensibilità civile e un’attenzione costante ai temi del disarmo e della responsabilità etica della scienza. Accanto all’attività scientifica, fu infatti impegnato in iniziative internazionali per il controllo degli armamenti e la cooperazione tra scienziati di paesi in conflitto. Era sposato con Luisa La Malfa, figlia del leader repubblicano Ugo La Malfa. Entrambi erano da anni abbonati e amici della rivista. L’intervista è stata raccolta il 10 gennaio. Francesco Calogero è mancato il 30 gennaio.
Con questa intervista vogliamo ricordare sia lui che la moglie Luisa La Malfa.
Ci racconti la storia della tua famiglia?
Mi piacerebbe, ma considerate che io non ho più la memoria. Forse quella del passato è un po’ più presente, ma la recente è un disastro. Io poi ho sempre avuto un cattivo rapporto con la memoria, fin dai tempi delle scuole medie. Ricordo che per me imparare le poesie era un incubo, non avrei mai potuto essere uno storico o un filosofo. Con la fisica invece non c’è bisogno di molta memoria, conta quello che stai facendo.
La famiglia di mia madre è di origine cesenate, il cognome è abbastanza noto, Comandini, credo ci sia stato un sindaco, poi uno zio, Federico Comandini, che è diventato un avvocato molto importante di Roma ed è stato anche uno dei fondatori del Partito d’Azione insieme a mio padre, a Ugo La Malfa e altri. Mia madre è rimasta sempre abbastanza legata a Cesena. Mio padre era invece di origine siciliana; mio nonno paterno era nato nei dintorni di Messina, proveniva da una famiglia piccolo-borghese, cioè molto borghese ma al contempo povera, per cui per studiare era entrato in seminario, pur non avendo la minima intenzione di diventare sacerdote, come accadeva all’epoca. Per quattro anni aveva frequentato l’Università a Messina da seminarista ed era diventato professore di francese. Per tutta la sua vita ha insegnato nella scuola media, ma era anche un uomo molto industrioso, molto attivo; ha realizzato un vocabolario italiano-francese, secondo in ordine di importanza dopo il Ghiotti, che è il più famoso. Questa è stata l’impresa di mio nonno, compiuta con l’aiuto di mia nonna, che era la figlia di un professore dell’Università di Messina.
Si erano conosciuti mentre studiavano, lei è stata la prima donna laureata presso questa Università. Il padre si chiamava Michelangeli, era un coetaneo e più o meno amico di Carducci. Mia nonna ha collaborato molto con mio nonno per comporre questo vocabolario, perché era un’operazione che richiedeva migliaia di schedine scritte a mano, per ogni parola. Era una donna fragile, dolce, molto intelligente e colta.
Tuo padre, Guido Calogero, come lo ricordi?
Mio padre era un filosofo e ha scritto tanti libri, che però io non ho letto. Era sicuramente un superdotato, cioè una persona che aveva delle capacità intellettuali fuori dalla media, manifestate anche nel fatto che aveva un’incredibile facilità con le lingue: parlava tedesco, inglese, conosceva benissimo il greco antico, come pure il latino. Mi ricordo che quando si è sposata mia sorella, lui ha scritto un’ode in greco; credo fosse al limite del licenzioso, una cosa sul matrimonio.
Nel ’42 venne arrestato per antifascismo e inviato in carcere a Firenze insieme a Capitini, che era il figlio del campanaro di Perugia ed era molto amico di mio padre, anche se più grande.
Mio padre ci raccontava che Capitini era diventato famoso in carcere; era estate e dalle finestre aperte, anche se con le grate, entravano molte cimici. Ebbene, lui le prendeva e le metteva fuori, non riusciva proprio ad ammazzarle... così era odiato da tutti!
Quando mio padre venne inviato al confino, io avevo sette anni e mia sorella dodici. Andai con lui perché frequentavo la seconda elementare e potevo andare a scuola anche a Scanno. Invece mia sorella Laura, che era già alle medie, era rimasta a Roma con mia madre.
Quello per me è stato un periodo felicissimo: abitavo con mio padre e lui, fra le altre cose, mi metteva a dormire leggendomi brani dall’Iliade e dall’Odissea. Li leggeva in greco antico e me li traduceva in italiano. Di fatto era completamente libero, salvo che ogni giorno doveva andare a firmare in Comune. Noi avevamo affittato una casa, in cui viveva anche una famiglia ebrea di origine mezza italiana. Erano relativamente ricchi, avevano quattro figli, due ragazze sui vent’anni, un ragazzo di quattordici, con cui ero diventato molto amico, e poi una bambina di sette con cui ero diventato ancora più amico perché eravamo coetanei.
A Scanno abbiamo trascorso l’intero periodo dal ’42 fino alla Liberazione. A un certo punto ci fu una spiata, arrivò la Gestapo per arrestare i membri di questa famiglia. Mia madre stava camminando in paese, a un certo punto passò un’auto con degli ufficiali tedeschi che le chiesero notizie su dove abitasse questa famiglia. Le due ragazze infatti erano diventate amiche di questi ufficiali tedeschi, soprattutto di uno in particolare che era colonnello, perché aveva partecipato alle Olimpiadi come ginnasta. Mia madre allora spiegò che c’era stato un terribile equivoco e li avevano arrestati come ebrei. Allora gli ufficiali tedeschi intervennero e riuscirono a farli liberare. Dopodiché la famiglia sparì sui monti. Insomma, erano tempi straordinari.
Fra l’altro lì c’era anche Ciampi, che era allievo di mio padre. La routine quotidiana era scandita da giornate normali, con ogni tanto delle retate, per evitare le quali la gente scappava in montagna. Ma non c’era, non c’è mai stata guerra partigiana lì; il fronte si è fermato a Cassino e Scanno è poco più a nord, per cui abbastanza vicino. Questo era un gran vantaggio, c’erano i tedeschi, ma solo i militari, non la Gestapo. Era relativamente facile passare il fronte, mio padre lo ha fatto, è stato fermo credo nove mesi a Cassino, poi è andato a Napoli e dopo è tornato con una nave. Erano tempi molto avventurosi.
Comunque mio padre è conosciuto come un filosofo del dialogo e ha avuto una brillante carriera.
Bisogna sapere che per un lunghissimo periodo nella filosofia c’è stata una spartizione fra comunisti e cattolici e siccome lui non era né l’uno né l’altro non c’era modo che venisse chiamato a insegnare a Roma. Per questo è rimasto professore a Pisa, alla Normale, per moltissimi anni. Lui poi ha scelto di andare anche all’estero, è stato per più di due anni direttore dell’Istituto di Cultura a Londra, poi anche professore di filosofia a Montreal in Canada. Il primo anno è andato da solo, il secondo anno lo abbiamo raggiunto con tutta la famiglia, io avevo quindici anni. Per me è stato molto importante perché ho imparato l’inglese molto bene. Questa competenza è stata fondamentale poi per tutta la mia vita. Perfino al Dipartimento di Fisica, dove tutti naturalmente conoscono l’inglese benissimo, ero io quello che lo parlava meglio di tutti.
Comunque io ho frequentato il ginnasio e il liceo a Roma. Tra l’altro sono diventato molto amico di Carlo Schaerf, abbiamo fatto le scuole superiori insieme. Lui è diventato un fisico, come me, però sperimentale mentre io sono un teorico, così non abbiamo mai collaborato insieme, ma siamo rimasti amici tutta la vita. È stato professore ordinario e anche direttore dell’Istituto di Fisica di Roma. Poi ha dedicato la sua vita a “Isodarco”, International School on Disarmament and Research on Conflicts, una ong fondata nel 1966 da lui ed Edoardo Amaldi, che ancora oggi organizza un forum internazionale sui problemi di sicurezza in tutto il mondo. Lo scopo di Isoarco è quello di riunire persone con una grande varietà di esperienze e approcci relativi ai problemi di sicurezza. Questo progetto ha riscosso e riscuote un grandissimo successo, i partecipanti arrivano anche da zone dove ci sono conflitti in atto.
Raccontaci di questo tuo impegno per il disarmo.
Io sono diventato un fisico teorico e mi sono occupato di fisica teorica, matematica, insomma, di cose che sono al confine fra la fisica e la matematica. Da questo punto di vista ho avuto tutto il successo che si poteva avere, ho lavorato e ho scritto molto. Ho avuto un momento di minore produttività quando sono diventato segretario generale del Pugwash.
Ho iniziato a occuparmi degli argomenti del disarmo e del controllo degli armamenti perché, per caso, mi sono trovato a essere negli Stati Uniti durante la crisi di Cuba. Così sono stato coinvolto da Edoardo Amaldi, uno dei più giovani del gruppo di Fermi. Avete mai sentito parlare del manifesto Russell-Einstein? Su iniziativa di Bertrand Russell venne scritto questo manifesto sottoscritto da persone molto illustri, tra cui Bertrand Russell e Albert Einstein, che lo ha firmato poche ore prima di morire, in cui si parlava del rischio delle armi nucleari. Il più giovane dei firmatari era un fisico polacco, ebreo, Jozef Rotblat, che si era laureato a Varsavia e che, subito dopo la laurea, aveva cominciato a fare qualche piccolo esperimento di fisica nucleare. Stiamo parlando del periodo 1938-39. E allora, siccome a quei tempi, di fisica nucleare se ne occupavano pochissimi, pubblicò un lavoretto sperimentale che venne notato da Chadwick. Chadwick è un fisico inglese, scopritore del neutrone, che ha avuto il premio Nobel.
Ebbene, Chadwick invitò Rotblat in Inghilterra assegnandogli una borsa di studio; lui andò, ma senza la moglie che non aveva potuto seguirlo. Nel frattempo arrivarono i tedeschi a Varsavia e la moglie insieme ad altri membri della famiglia, vennero sterminati. Così Rotblat rimase in Inghilterra e divenne assistente di Chadwick, forse il suo assistente più vicino.
Il programma sulle armi nucleari cominciò in Inghilterra prima che negli Stati Uniti e forse prima che in Russia, per iniziativa in realtà di Rudolf Peierls, un altro ebreo di origine tedesca poi diventato cittadino inglese. Comunque, dopo la pubblicazione di quel manifesto, si tenne una riunione di scienziati in un villaggetto del Canada che si chiama Pugwash.
Pugwash venne così scelto come nome dell’organizzazione internazionale fondata nel 1957 da Rotblat e Russell, a seguito del Manifesto Russell-Einstein del 1955, per promuovere il disarmo nucleare e la risoluzione pacifica dei conflitti. In seguito Rotblat si recò con Chadwick negli Stati Uniti, a Los Alamos. Un giorno si trovarono a cena Chadwick, Rotblat e altri, con il generale Groves, che era il capo del programma militare. Oppenheimer era il capo scientifico. E Groves, en passant, disse: “Sapete, ormai abbiamo vinto la guerra contro i tedeschi, quindi dobbiamo costruire la bomba contro i russi”.
Pare che Rotblat sia rimasto scioccato. Lui, un ebreo che veniva da una famiglia originariamente relativamente ricca che era andata in rovina, non era né comunista né filorusso, e fu molto colpito da questo scambio. Decise quindi di lasciare il programma e va detto, a onore degli americani, che glielo consentirono.
Naturalmente lui si impegnò a non dire nulla. Nel suo viaggio di ritorno i suoi bagagli sparirono, però, insomma, riuscì a tornare in Inghilterra e qui in un certo senso cambiò un po’ mestiere perché divenne professore di fisica nel più grande ospedale di Londra dove insegnava ai medici e nello stesso tempo si occupava degli effetti della radiazione sugli esseri umani.
Quali erano le attività del Pugwash?
Il Pugwash aveva la caratteristica di ricevere input da tutti, russi, cinesi, americani, inglesi, australiani.
Come premessa forse devo citare il fatto che io ho deciso di andare per un anno in Russia con Luisa quando i bambini erano molto piccoli, avevano tre e cinque anni, perché mi volevo occupare un po’ di queste cose. A quei tempi c’erano degli accordi di scambio di scienziati fra il Goskomitet, il comitato per l’energia atomica russo, e l’Enea in Italia, ma nessuno voleva andare in Russia perché non era assolutamente desiderabile. Erano gli anni Cinquanta, direi. Noi ci siamo stati per un intero anno accademico. Ora non mi ricordo se è stato in quell’occasione o in un viaggio successivo, ma insomma a un certo punto mi ha telefonato Georgij Arbatov.
L’Accademia delle Scienze in Russia è un’istituzione molto importante, non come l’Accademia dei Lincei, controlla tutte le cose che hanno a che vedere con la scienza e la tecnologia, quindi è una specie di super ministero della scienza. A un certo punto, in Russia, c’erano due istituti di ricerca dell’Accademia delle Scienze che si occupavano di politica estera. Uno si chiamava Istituto dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti, e l’altro si chiamava in un altro modo che adesso non ricordo e si occupava più del Terzo Mondo. Il direttore del primo era appunto Georgij Arbatov, un russo che aveva fatto la guerra come colonnello, uno studioso, un accademico poi nominato direttore d’istituto, posizione di grande prestigio. Io lo avevo conosciuto tramite Pugwash.
Ebbene, Arbatov mi ha chiamato per invitarmi a un incontro. In quella sede mi ha detto: “Guarda, mio figlio si è fidanzato con una sua coetanea a cui hanno assegnato come tema di tesi di laurea il dibattito in Italia sul Trattato di Non Proliferazione, puoi aiutarci a fornire delle informazioni su questo?”. Io mi sono quasi messo a ridere, perché proprio in quei giorni Luisa ed Ennio Ceccarini avevano pubblicato un libro che raccoglieva tutto il dibattito in Italia su questo argomento. Quindi la tesi era già fatta. Da allora con Nadia, questa ragazza, siamo diventati amici, lei poi ha sposato il figlio di Arbatov, un politologo esperto di armi nucleari. Era anche uno dei membri del partito liberale “Jabloko”; è stato anche vice ministro della difesa.
Nei sei o sette anni che ho diretto il Pugwash ho organizzato cinquanta conferenze e workshop in tutto il mondo. In che misura poi abbiamo influito, questo fa parte della storia e ricostruire queste cose è complicato. Credo di poter affermare che il trattato sulle armi chimiche, non nucleari, sia stato realizzato grazie al Pugwash. Questo è merito di due persone, un chimico e un biologo. Io organizzavo le cose seguendo i loro consigli. Il biologo, più anziano di me, è ancora vivo ed è stato un professore illustre, l’altro era un chimico con cariche accademiche, anche lui molto esperto e molto bravo.
La discussione ufficiale per il trattato sulle armi chimiche su questi argomenti si teneva a Ginevra, durava due settimane e arrivavano delegazioni da tutto il mondo. La regola era che ognuno parlava a titolo personale, strettamente personale, quindi senza impegnare il proprio paese.
Quindi quello che si diceva rimaneva riservato?
Era riservato nel senso che non doveva essere citato in pubblico, però poteva essere trasmesso ai rispettivi governi. La gente sapeva che quello che diceva veniva poi riferito, senza che questo indicasse una presa di posizione ufficiale.
Il trattato sulle armi chimiche è stato un miracolo perché è stato formulato collettivamente, e poi è stato accettato negli Stati Uniti. Lì secondo me il merito è del Pugwash, perché l’industria chimica americana è la più grande, copre un campo immenso e in quel contesto il segreto industriale è importantissimo, perché ci sono le patenti, i brevetti, le procedure.
Ecco, grazie a due del Pugwash, è stata coinvolta l’American Chemical Society, che vanta di essere la più grande società scientifica del mondo e che ha preso una posizione a favore del trattato. Il testo è stato poi ratificato dal Senato. È stata una sorta di miracolo, perché il trattato appunto prevedeva che qualunque industria in tutto il mondo potesse essere sottoposta a verifiche da ispettori internazionali. Ora questo trattato sulle armi chimiche è scaduto. Il fatto che oggi il mondo sia nelle mani di Trump, Putin e Netanyahu continua a sembrarmi una cosa proprio incredibile.
Oggi il mondo sembra andare nella direzione opposta al disarmo. Molti, infatti, a partire dal 2022, si sono interrogati sul Trattato di Budapest, con cui l’Ucraina ha ceduto le sue testate.
I fondamenti della civiltà internazionale, cioè della nostra esistenza, in questo momento sono decisamente in crisi. Trump è un folle e spero che le elezioni prossime americane di midterm gli diano una botta molto forte. D’altra parte l’opposizione in America resta debole; ancora non si vede una figura emergente. Non credo possa essere Mamdani: il sindaco di New York non è molto rappresentativo.
L’altra cosa che giustamente andrebbe ricordata, è il memorandum di Budapest. Quando l’Ucraina si è separata dalla Russia, era in possesso di una buona parte dell’arsenale dell’Unione Sovietica che era stato costruito in Ucraina da scienziati ucraini e che è stata ceduto alla Russia in cambio di una garanzia che è stata firmata (è un documento pubblico) da Eltsin, presidente della Russia, Major, il primo ministro inglese, Clinton, presidente degli Stati Uniti e dal presidente ucraino Leonid Kuchma. Questo è un fatto che andrebbe continuamente ricordato. Oltretutto, in quel momento, chi era il segretario tuttofare del presidente Eltsin? Putin!
Come si arrivò a una tale decisione?
Perché così consigliammo loro, me compreso, nella misura in cui contavo. L’idea era che la Russia comunque aveva le armi nucleari, un arsenale enorme, qualcuna in più non faceva una grande differenza. Dall’altra parte la rinuncia alle armi nucleari era la strada per il disarmo. E quindi certamente io ero favorevole. Era l’epoca del disgelo. Eltsin non era un grande politico, ma fu coraggioso a sciogliere l’Unione Sovietica. Però, appunto, dietro di lui c’era Putin, che era il suo attendente e che probabilmente gli procurava tanta vodka da far sì che dopo mezzogiorno fosse già ubriaco… Putin è stato sempre quello che è adesso, un uomo anche pieno di livore, questo dell’invasione dell’Ucraina è il suo tentativo di restare nella storia.
La tua famiglia faceva capo a quella tradizione minoritaria né cattolica né comunista.
Infatti: io non sono mai stato comunista, sono sempre stato anticomunista. Essendo appunto stato in Russia, sapevo bene cos’era il comunismo. Tuttavia mi consideravo un po’ più socialisteggiante che repubblicano. Sono sempre stato un po’ più a sinistra del Partito Repubblicano.
Mio padre non era comunista e non era cattolico, ma non era neanche crociano. Era stato in un certo senso allievo di Gentile. E credo che per lui sia stato un forte dolore la sua morte, nonostante Gentile fosse il padre del fascismo. Ma io non mi sono mai occupato di filosofia. Mio padre, come filosofo, in qualche modo ambiva a costruire un suo sistema, mentre un fisico non è uno che ha l’idea di costruire una sua fisica, ma casomai di trovare qualcosa.
Comunque lui nella sua vita ha fatto anche molte altre cose. Per esempio ha partecipato al primo talk show alla radio, quando c’era solo Rai 1. Si intitolava “Il convegno dei cinque”, cinque ospiti che, una volta alla settimana, discutevano su un argomento sulla base delle lettere mandate dal pubblico. Lui era uno dei cinque, lo è stato per molte settimane. A quei tempi la radio era importantissima. La televisione non c’era.
Poi è stato impegnato politicamente con il Partito d’Azione. Quando io e Luisa ci siamo sposati, dopo il matrimonio c’è stato un pranzo, non ricordo dove, e a un certo punto Federico Comandini, che era un grandissimo oratore, fece un lungo discorso. Beh, a un certo punto ci accorgiamo che intorno a noi tante persone stavano piangendo. A quel punto Luisa mi guarda e dice: “Ma come, noi ci sposiamo e questi piangono?”. In realtà, piangevano perché Comandini si era messo a parlare della fine del Partito d’Azione!
Come vi eravate incontrati tu e Luisa La Malfa?
Il nostro primo incontro fu piuttosto divertente. C’era una specie di festa, qualcosa credo dell’Unione Goliardica, quella di Pannella; noi eravamo studenti universitari. In quell’occasione mi sono ubriacato, cosa molto strana perché mi sarà successo quattro-cinque volte in tutta la mia lunga vita. Insomma, mi sono ubriacato e ho pure vomitato dentro la macchina del padre di Luisa.
Il giorno dopo sono andato in motocicletta a casa sua e le ho lasciato in portineria una copia dell’Amleto, con la sottolineatura di una pagina in cui Amleto dice a Orazio: “I will teach you to drink”. Luisa, trovato questo regalo, per prima cosa ha telefonato al suo ragazzo per ringraziarlo. Solo che lui è caduto dalle nuvole! Naturalmente non ne sapeva niente. In seguito io e lei siamo diventati molto amici, abbiamo viaggiato anche molto insieme in moto.
Siete sempre andati d’accordo politicamente?
Sì, anche se io non sono mai stato molto coinvolto nella politica italiana. Luisa sì, ha fatto una campagna elettorale con il Partito repubblicano, non vi so dire in che anno, io le ho fatto da autista, mi pare in Umbria o Toscana, insomma nell’Italia centrale, ai tempi di Berlusconi, e lei è stata sconfitta proprio da un candidato di Berlusconi.
Non so se vuoi parlarne, da tempo ragioni sulla fine della vita...
Con Luisa ne avevamo parlato molto. Per me è semplice, io non sono credente; neanche Luisa lo era. Naturalmente rispetto chi ha una fede, purché non ritenga che sia necessario ammazzare quelli che non credono. Allora, se non si crede in una divinità, continuare a vivere o meno diventa una decisione che si dovrebbe poter prendere come tante altre. Una persona a un certo punto può decidere che non ha più voglia di vivere. Dovrebbe essere semplice. Per me, scegliere di smettere di vivere, a un certo punto, è una cosa naturale. Io sono abbastanza vicino a questa situazione, poi naturalmente ci sono delle cose pendenti, e quindi uno vorrebbe aspettare che siano risolte. Però la voglia di vivere passa quando non ti ricordi le cose, quando dimentichi di chiudere un rubinetto, quando devi prestare una grandissima attenzione alle medicine che assumi, perché rischi di dimenticarle o di prenderle due volte, per non parlare di cose più drammatiche… però ora non voglio rattristarvi. Io ho vissuto novant’anni, sto per compierne novantuno, Luisa non c’è più, ho vissuto facendo ricerca e non la faccio più… A un certo punto, quando la vita diventa troppo spiacevole, perché non smettere?
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa, con la collaborazione di Paola Sabbatani)
Con questa intervista vogliamo ricordare sia lui che la moglie Luisa La Malfa.
Ci racconti la storia della tua famiglia?
Mi piacerebbe, ma considerate che io non ho più la memoria. Forse quella del passato è un po’ più presente, ma la recente è un disastro. Io poi ho sempre avuto un cattivo rapporto con la memoria, fin dai tempi delle scuole medie. Ricordo che per me imparare le poesie era un incubo, non avrei mai potuto essere uno storico o un filosofo. Con la fisica invece non c’è bisogno di molta memoria, conta quello che stai facendo.
La famiglia di mia madre è di origine cesenate, il cognome è abbastanza noto, Comandini, credo ci sia stato un sindaco, poi uno zio, Federico Comandini, che è diventato un avvocato molto importante di Roma ed è stato anche uno dei fondatori del Partito d’Azione insieme a mio padre, a Ugo La Malfa e altri. Mia madre è rimasta sempre abbastanza legata a Cesena. Mio padre era invece di origine siciliana; mio nonno paterno era nato nei dintorni di Messina, proveniva da una famiglia piccolo-borghese, cioè molto borghese ma al contempo povera, per cui per studiare era entrato in seminario, pur non avendo la minima intenzione di diventare sacerdote, come accadeva all’epoca. Per quattro anni aveva frequentato l’Università a Messina da seminarista ed era diventato professore di francese. Per tutta la sua vita ha insegnato nella scuola media, ma era anche un uomo molto industrioso, molto attivo; ha realizzato un vocabolario italiano-francese, secondo in ordine di importanza dopo il Ghiotti, che è il più famoso. Questa è stata l’impresa di mio nonno, compiuta con l’aiuto di mia nonna, che era la figlia di un professore dell’Università di Messina.
Si erano conosciuti mentre studiavano, lei è stata la prima donna laureata presso questa Università. Il padre si chiamava Michelangeli, era un coetaneo e più o meno amico di Carducci. Mia nonna ha collaborato molto con mio nonno per comporre questo vocabolario, perché era un’operazione che richiedeva migliaia di schedine scritte a mano, per ogni parola. Era una donna fragile, dolce, molto intelligente e colta.
Tuo padre, Guido Calogero, come lo ricordi?
Mio padre era un filosofo e ha scritto tanti libri, che però io non ho letto. Era sicuramente un superdotato, cioè una persona che aveva delle capacità intellettuali fuori dalla media, manifestate anche nel fatto che aveva un’incredibile facilità con le lingue: parlava tedesco, inglese, conosceva benissimo il greco antico, come pure il latino. Mi ricordo che quando si è sposata mia sorella, lui ha scritto un’ode in greco; credo fosse al limite del licenzioso, una cosa sul matrimonio.
Nel ’42 venne arrestato per antifascismo e inviato in carcere a Firenze insieme a Capitini, che era il figlio del campanaro di Perugia ed era molto amico di mio padre, anche se più grande.
Mio padre ci raccontava che Capitini era diventato famoso in carcere; era estate e dalle finestre aperte, anche se con le grate, entravano molte cimici. Ebbene, lui le prendeva e le metteva fuori, non riusciva proprio ad ammazzarle... così era odiato da tutti!
Quando mio padre venne inviato al confino, io avevo sette anni e mia sorella dodici. Andai con lui perché frequentavo la seconda elementare e potevo andare a scuola anche a Scanno. Invece mia sorella Laura, che era già alle medie, era rimasta a Roma con mia madre.
Quello per me è stato un periodo felicissimo: abitavo con mio padre e lui, fra le altre cose, mi metteva a dormire leggendomi brani dall’Iliade e dall’Odissea. Li leggeva in greco antico e me li traduceva in italiano. Di fatto era completamente libero, salvo che ogni giorno doveva andare a firmare in Comune. Noi avevamo affittato una casa, in cui viveva anche una famiglia ebrea di origine mezza italiana. Erano relativamente ricchi, avevano quattro figli, due ragazze sui vent’anni, un ragazzo di quattordici, con cui ero diventato molto amico, e poi una bambina di sette con cui ero diventato ancora più amico perché eravamo coetanei.
A Scanno abbiamo trascorso l’intero periodo dal ’42 fino alla Liberazione. A un certo punto ci fu una spiata, arrivò la Gestapo per arrestare i membri di questa famiglia. Mia madre stava camminando in paese, a un certo punto passò un’auto con degli ufficiali tedeschi che le chiesero notizie su dove abitasse questa famiglia. Le due ragazze infatti erano diventate amiche di questi ufficiali tedeschi, soprattutto di uno in particolare che era colonnello, perché aveva partecipato alle Olimpiadi come ginnasta. Mia madre allora spiegò che c’era stato un terribile equivoco e li avevano arrestati come ebrei. Allora gli ufficiali tedeschi intervennero e riuscirono a farli liberare. Dopodiché la famiglia sparì sui monti. Insomma, erano tempi straordinari.
Fra l’altro lì c’era anche Ciampi, che era allievo di mio padre. La routine quotidiana era scandita da giornate normali, con ogni tanto delle retate, per evitare le quali la gente scappava in montagna. Ma non c’era, non c’è mai stata guerra partigiana lì; il fronte si è fermato a Cassino e Scanno è poco più a nord, per cui abbastanza vicino. Questo era un gran vantaggio, c’erano i tedeschi, ma solo i militari, non la Gestapo. Era relativamente facile passare il fronte, mio padre lo ha fatto, è stato fermo credo nove mesi a Cassino, poi è andato a Napoli e dopo è tornato con una nave. Erano tempi molto avventurosi.
Comunque mio padre è conosciuto come un filosofo del dialogo e ha avuto una brillante carriera.
Bisogna sapere che per un lunghissimo periodo nella filosofia c’è stata una spartizione fra comunisti e cattolici e siccome lui non era né l’uno né l’altro non c’era modo che venisse chiamato a insegnare a Roma. Per questo è rimasto professore a Pisa, alla Normale, per moltissimi anni. Lui poi ha scelto di andare anche all’estero, è stato per più di due anni direttore dell’Istituto di Cultura a Londra, poi anche professore di filosofia a Montreal in Canada. Il primo anno è andato da solo, il secondo anno lo abbiamo raggiunto con tutta la famiglia, io avevo quindici anni. Per me è stato molto importante perché ho imparato l’inglese molto bene. Questa competenza è stata fondamentale poi per tutta la mia vita. Perfino al Dipartimento di Fisica, dove tutti naturalmente conoscono l’inglese benissimo, ero io quello che lo parlava meglio di tutti.
Comunque io ho frequentato il ginnasio e il liceo a Roma. Tra l’altro sono diventato molto amico di Carlo Schaerf, abbiamo fatto le scuole superiori insieme. Lui è diventato un fisico, come me, però sperimentale mentre io sono un teorico, così non abbiamo mai collaborato insieme, ma siamo rimasti amici tutta la vita. È stato professore ordinario e anche direttore dell’Istituto di Fisica di Roma. Poi ha dedicato la sua vita a “Isodarco”, International School on Disarmament and Research on Conflicts, una ong fondata nel 1966 da lui ed Edoardo Amaldi, che ancora oggi organizza un forum internazionale sui problemi di sicurezza in tutto il mondo. Lo scopo di Isoarco è quello di riunire persone con una grande varietà di esperienze e approcci relativi ai problemi di sicurezza. Questo progetto ha riscosso e riscuote un grandissimo successo, i partecipanti arrivano anche da zone dove ci sono conflitti in atto.
Raccontaci di questo tuo impegno per il disarmo.
Io sono diventato un fisico teorico e mi sono occupato di fisica teorica, matematica, insomma, di cose che sono al confine fra la fisica e la matematica. Da questo punto di vista ho avuto tutto il successo che si poteva avere, ho lavorato e ho scritto molto. Ho avuto un momento di minore produttività quando sono diventato segretario generale del Pugwash.
Ho iniziato a occuparmi degli argomenti del disarmo e del controllo degli armamenti perché, per caso, mi sono trovato a essere negli Stati Uniti durante la crisi di Cuba. Così sono stato coinvolto da Edoardo Amaldi, uno dei più giovani del gruppo di Fermi. Avete mai sentito parlare del manifesto Russell-Einstein? Su iniziativa di Bertrand Russell venne scritto questo manifesto sottoscritto da persone molto illustri, tra cui Bertrand Russell e Albert Einstein, che lo ha firmato poche ore prima di morire, in cui si parlava del rischio delle armi nucleari. Il più giovane dei firmatari era un fisico polacco, ebreo, Jozef Rotblat, che si era laureato a Varsavia e che, subito dopo la laurea, aveva cominciato a fare qualche piccolo esperimento di fisica nucleare. Stiamo parlando del periodo 1938-39. E allora, siccome a quei tempi, di fisica nucleare se ne occupavano pochissimi, pubblicò un lavoretto sperimentale che venne notato da Chadwick. Chadwick è un fisico inglese, scopritore del neutrone, che ha avuto il premio Nobel.
Ebbene, Chadwick invitò Rotblat in Inghilterra assegnandogli una borsa di studio; lui andò, ma senza la moglie che non aveva potuto seguirlo. Nel frattempo arrivarono i tedeschi a Varsavia e la moglie insieme ad altri membri della famiglia, vennero sterminati. Così Rotblat rimase in Inghilterra e divenne assistente di Chadwick, forse il suo assistente più vicino.
Il programma sulle armi nucleari cominciò in Inghilterra prima che negli Stati Uniti e forse prima che in Russia, per iniziativa in realtà di Rudolf Peierls, un altro ebreo di origine tedesca poi diventato cittadino inglese. Comunque, dopo la pubblicazione di quel manifesto, si tenne una riunione di scienziati in un villaggetto del Canada che si chiama Pugwash.
Pugwash venne così scelto come nome dell’organizzazione internazionale fondata nel 1957 da Rotblat e Russell, a seguito del Manifesto Russell-Einstein del 1955, per promuovere il disarmo nucleare e la risoluzione pacifica dei conflitti. In seguito Rotblat si recò con Chadwick negli Stati Uniti, a Los Alamos. Un giorno si trovarono a cena Chadwick, Rotblat e altri, con il generale Groves, che era il capo del programma militare. Oppenheimer era il capo scientifico. E Groves, en passant, disse: “Sapete, ormai abbiamo vinto la guerra contro i tedeschi, quindi dobbiamo costruire la bomba contro i russi”.
Pare che Rotblat sia rimasto scioccato. Lui, un ebreo che veniva da una famiglia originariamente relativamente ricca che era andata in rovina, non era né comunista né filorusso, e fu molto colpito da questo scambio. Decise quindi di lasciare il programma e va detto, a onore degli americani, che glielo consentirono.
Naturalmente lui si impegnò a non dire nulla. Nel suo viaggio di ritorno i suoi bagagli sparirono, però, insomma, riuscì a tornare in Inghilterra e qui in un certo senso cambiò un po’ mestiere perché divenne professore di fisica nel più grande ospedale di Londra dove insegnava ai medici e nello stesso tempo si occupava degli effetti della radiazione sugli esseri umani.
Quali erano le attività del Pugwash?
Il Pugwash aveva la caratteristica di ricevere input da tutti, russi, cinesi, americani, inglesi, australiani.
Come premessa forse devo citare il fatto che io ho deciso di andare per un anno in Russia con Luisa quando i bambini erano molto piccoli, avevano tre e cinque anni, perché mi volevo occupare un po’ di queste cose. A quei tempi c’erano degli accordi di scambio di scienziati fra il Goskomitet, il comitato per l’energia atomica russo, e l’Enea in Italia, ma nessuno voleva andare in Russia perché non era assolutamente desiderabile. Erano gli anni Cinquanta, direi. Noi ci siamo stati per un intero anno accademico. Ora non mi ricordo se è stato in quell’occasione o in un viaggio successivo, ma insomma a un certo punto mi ha telefonato Georgij Arbatov.
L’Accademia delle Scienze in Russia è un’istituzione molto importante, non come l’Accademia dei Lincei, controlla tutte le cose che hanno a che vedere con la scienza e la tecnologia, quindi è una specie di super ministero della scienza. A un certo punto, in Russia, c’erano due istituti di ricerca dell’Accademia delle Scienze che si occupavano di politica estera. Uno si chiamava Istituto dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti, e l’altro si chiamava in un altro modo che adesso non ricordo e si occupava più del Terzo Mondo. Il direttore del primo era appunto Georgij Arbatov, un russo che aveva fatto la guerra come colonnello, uno studioso, un accademico poi nominato direttore d’istituto, posizione di grande prestigio. Io lo avevo conosciuto tramite Pugwash.
Ebbene, Arbatov mi ha chiamato per invitarmi a un incontro. In quella sede mi ha detto: “Guarda, mio figlio si è fidanzato con una sua coetanea a cui hanno assegnato come tema di tesi di laurea il dibattito in Italia sul Trattato di Non Proliferazione, puoi aiutarci a fornire delle informazioni su questo?”. Io mi sono quasi messo a ridere, perché proprio in quei giorni Luisa ed Ennio Ceccarini avevano pubblicato un libro che raccoglieva tutto il dibattito in Italia su questo argomento. Quindi la tesi era già fatta. Da allora con Nadia, questa ragazza, siamo diventati amici, lei poi ha sposato il figlio di Arbatov, un politologo esperto di armi nucleari. Era anche uno dei membri del partito liberale “Jabloko”; è stato anche vice ministro della difesa.
Nei sei o sette anni che ho diretto il Pugwash ho organizzato cinquanta conferenze e workshop in tutto il mondo. In che misura poi abbiamo influito, questo fa parte della storia e ricostruire queste cose è complicato. Credo di poter affermare che il trattato sulle armi chimiche, non nucleari, sia stato realizzato grazie al Pugwash. Questo è merito di due persone, un chimico e un biologo. Io organizzavo le cose seguendo i loro consigli. Il biologo, più anziano di me, è ancora vivo ed è stato un professore illustre, l’altro era un chimico con cariche accademiche, anche lui molto esperto e molto bravo.
La discussione ufficiale per il trattato sulle armi chimiche su questi argomenti si teneva a Ginevra, durava due settimane e arrivavano delegazioni da tutto il mondo. La regola era che ognuno parlava a titolo personale, strettamente personale, quindi senza impegnare il proprio paese.
Quindi quello che si diceva rimaneva riservato?
Era riservato nel senso che non doveva essere citato in pubblico, però poteva essere trasmesso ai rispettivi governi. La gente sapeva che quello che diceva veniva poi riferito, senza che questo indicasse una presa di posizione ufficiale.
Il trattato sulle armi chimiche è stato un miracolo perché è stato formulato collettivamente, e poi è stato accettato negli Stati Uniti. Lì secondo me il merito è del Pugwash, perché l’industria chimica americana è la più grande, copre un campo immenso e in quel contesto il segreto industriale è importantissimo, perché ci sono le patenti, i brevetti, le procedure.
Ecco, grazie a due del Pugwash, è stata coinvolta l’American Chemical Society, che vanta di essere la più grande società scientifica del mondo e che ha preso una posizione a favore del trattato. Il testo è stato poi ratificato dal Senato. È stata una sorta di miracolo, perché il trattato appunto prevedeva che qualunque industria in tutto il mondo potesse essere sottoposta a verifiche da ispettori internazionali. Ora questo trattato sulle armi chimiche è scaduto. Il fatto che oggi il mondo sia nelle mani di Trump, Putin e Netanyahu continua a sembrarmi una cosa proprio incredibile.
Oggi il mondo sembra andare nella direzione opposta al disarmo. Molti, infatti, a partire dal 2022, si sono interrogati sul Trattato di Budapest, con cui l’Ucraina ha ceduto le sue testate.
I fondamenti della civiltà internazionale, cioè della nostra esistenza, in questo momento sono decisamente in crisi. Trump è un folle e spero che le elezioni prossime americane di midterm gli diano una botta molto forte. D’altra parte l’opposizione in America resta debole; ancora non si vede una figura emergente. Non credo possa essere Mamdani: il sindaco di New York non è molto rappresentativo.
L’altra cosa che giustamente andrebbe ricordata, è il memorandum di Budapest. Quando l’Ucraina si è separata dalla Russia, era in possesso di una buona parte dell’arsenale dell’Unione Sovietica che era stato costruito in Ucraina da scienziati ucraini e che è stata ceduto alla Russia in cambio di una garanzia che è stata firmata (è un documento pubblico) da Eltsin, presidente della Russia, Major, il primo ministro inglese, Clinton, presidente degli Stati Uniti e dal presidente ucraino Leonid Kuchma. Questo è un fatto che andrebbe continuamente ricordato. Oltretutto, in quel momento, chi era il segretario tuttofare del presidente Eltsin? Putin!
Come si arrivò a una tale decisione?
Perché così consigliammo loro, me compreso, nella misura in cui contavo. L’idea era che la Russia comunque aveva le armi nucleari, un arsenale enorme, qualcuna in più non faceva una grande differenza. Dall’altra parte la rinuncia alle armi nucleari era la strada per il disarmo. E quindi certamente io ero favorevole. Era l’epoca del disgelo. Eltsin non era un grande politico, ma fu coraggioso a sciogliere l’Unione Sovietica. Però, appunto, dietro di lui c’era Putin, che era il suo attendente e che probabilmente gli procurava tanta vodka da far sì che dopo mezzogiorno fosse già ubriaco… Putin è stato sempre quello che è adesso, un uomo anche pieno di livore, questo dell’invasione dell’Ucraina è il suo tentativo di restare nella storia.
La tua famiglia faceva capo a quella tradizione minoritaria né cattolica né comunista.
Infatti: io non sono mai stato comunista, sono sempre stato anticomunista. Essendo appunto stato in Russia, sapevo bene cos’era il comunismo. Tuttavia mi consideravo un po’ più socialisteggiante che repubblicano. Sono sempre stato un po’ più a sinistra del Partito Repubblicano.
Mio padre non era comunista e non era cattolico, ma non era neanche crociano. Era stato in un certo senso allievo di Gentile. E credo che per lui sia stato un forte dolore la sua morte, nonostante Gentile fosse il padre del fascismo. Ma io non mi sono mai occupato di filosofia. Mio padre, come filosofo, in qualche modo ambiva a costruire un suo sistema, mentre un fisico non è uno che ha l’idea di costruire una sua fisica, ma casomai di trovare qualcosa.
Comunque lui nella sua vita ha fatto anche molte altre cose. Per esempio ha partecipato al primo talk show alla radio, quando c’era solo Rai 1. Si intitolava “Il convegno dei cinque”, cinque ospiti che, una volta alla settimana, discutevano su un argomento sulla base delle lettere mandate dal pubblico. Lui era uno dei cinque, lo è stato per molte settimane. A quei tempi la radio era importantissima. La televisione non c’era.
Poi è stato impegnato politicamente con il Partito d’Azione. Quando io e Luisa ci siamo sposati, dopo il matrimonio c’è stato un pranzo, non ricordo dove, e a un certo punto Federico Comandini, che era un grandissimo oratore, fece un lungo discorso. Beh, a un certo punto ci accorgiamo che intorno a noi tante persone stavano piangendo. A quel punto Luisa mi guarda e dice: “Ma come, noi ci sposiamo e questi piangono?”. In realtà, piangevano perché Comandini si era messo a parlare della fine del Partito d’Azione!
Come vi eravate incontrati tu e Luisa La Malfa?
Il nostro primo incontro fu piuttosto divertente. C’era una specie di festa, qualcosa credo dell’Unione Goliardica, quella di Pannella; noi eravamo studenti universitari. In quell’occasione mi sono ubriacato, cosa molto strana perché mi sarà successo quattro-cinque volte in tutta la mia lunga vita. Insomma, mi sono ubriacato e ho pure vomitato dentro la macchina del padre di Luisa.
Il giorno dopo sono andato in motocicletta a casa sua e le ho lasciato in portineria una copia dell’Amleto, con la sottolineatura di una pagina in cui Amleto dice a Orazio: “I will teach you to drink”. Luisa, trovato questo regalo, per prima cosa ha telefonato al suo ragazzo per ringraziarlo. Solo che lui è caduto dalle nuvole! Naturalmente non ne sapeva niente. In seguito io e lei siamo diventati molto amici, abbiamo viaggiato anche molto insieme in moto.
Siete sempre andati d’accordo politicamente?
Sì, anche se io non sono mai stato molto coinvolto nella politica italiana. Luisa sì, ha fatto una campagna elettorale con il Partito repubblicano, non vi so dire in che anno, io le ho fatto da autista, mi pare in Umbria o Toscana, insomma nell’Italia centrale, ai tempi di Berlusconi, e lei è stata sconfitta proprio da un candidato di Berlusconi.
Non so se vuoi parlarne, da tempo ragioni sulla fine della vita...
Con Luisa ne avevamo parlato molto. Per me è semplice, io non sono credente; neanche Luisa lo era. Naturalmente rispetto chi ha una fede, purché non ritenga che sia necessario ammazzare quelli che non credono. Allora, se non si crede in una divinità, continuare a vivere o meno diventa una decisione che si dovrebbe poter prendere come tante altre. Una persona a un certo punto può decidere che non ha più voglia di vivere. Dovrebbe essere semplice. Per me, scegliere di smettere di vivere, a un certo punto, è una cosa naturale. Io sono abbastanza vicino a questa situazione, poi naturalmente ci sono delle cose pendenti, e quindi uno vorrebbe aspettare che siano risolte. Però la voglia di vivere passa quando non ti ricordi le cose, quando dimentichi di chiudere un rubinetto, quando devi prestare una grandissima attenzione alle medicine che assumi, perché rischi di dimenticarle o di prenderle due volte, per non parlare di cose più drammatiche… però ora non voglio rattristarvi. Io ho vissuto novant’anni, sto per compierne novantuno, Luisa non c’è più, ho vissuto facendo ricerca e non la faccio più… A un certo punto, quando la vita diventa troppo spiacevole, perché non smettere?
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa, con la collaborazione di Paola Sabbatani)
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