Autrice di studi e mostre dedicate all’arte figurativa del Seicento in Francia e in Italia, Paola Bassani Pacht ha insegnato presso le Università di Tours e di Rennes. Dirige la rivista internazionale ArtItalies e presiede l’Association des Historiens de l’Art italien. È presidente della Fondazione Giorgio Bassani, dedicata alla memoria di suo padre, ed è autrice, fra i diversi lavori, del volume Se avessi una piccola casa mia. Giorgio Bassani, il racconto di una figlia (La nave di Teseo, 2016). Per il suo impegno nella valorizzazione delle relazioni culturali fra Italia e Francia, nel 2015 è stata insignita dell’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia.

Quali sono i tuoi primi ricordi? Com’era la vita della famiglia Bassani subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale?
La mia infanzia è un’infinità di ricordi, non posso dirti esattamente in cosa consista. La cosa che mi piaceva era l’atmosfera, più che i singoli ricordi. Per fortuna, sono una persona che si ricorda molto bene quello che le è successo nell’infanzia. L’atmosfera era che in casa i bambini contavano quanto gli adulti. C’era un rapporto, diciamo, da pari a pari. I bambini erano considerati come delle persone a cui si chiedevano consigli: il papà ci leggeva un po’ per volta quello che scriveva. Poi, naturalmente, eravamo dei bambini che giocavano, che si divertivano, ma c’era questa idea, questa attenzione ai bambini trattati in un certo senso da pari e che potevano dire delle cose interessanti. Ecco, questa è la base.
Come era come uomo Giorgio Bassani? E come padre?
Era così, come noi. Da una parte aveva un carattere molto strano, era un temperamento abbastanza complicato, nel senso che poteva essere molto calmo, buono e sorridente, poi improvvisamente diventava nervosissimo, “cattivissimo” se si può dire tra virgolette, in sostanza ci faceva impressione, quasi paura. Nel senso che il suo modo di essere dipendeva molto dalle nuvole, dal cielo, dal vento. Era molto allergico ed era meteoropatico. Se non c’erano delle nuvole e il cielo era terso, andava bene; se era nuvoloso, arrivava la pioggia, era tutto diverso. Soffriva di raffreddore da fieno: stava malissimo soprattutto in primavera. Anche se il tempo cambiava, lui diventava di cattivo umore. L’umore contava moltissimo e cambiava completamente il suo modo di essere. Poteva essere anche autoritario, difficile da gestire, brontolone. Nel tempo stesso, aveva dei lati molto radiosi, allegri, divertenti. Giocava moltissimo con noi, soprattutto con Enrico, mio fratello un po’ più piccolo, a calcio. Poi ci portava sul motorino, quando aveva ancora il motorino e non la macchina. Ci portava in giro a fare delle passeggiate o in motorino dai suoi amici in centro. Noi eravamo a Roma, in periferia, a Montesacro, e lui portava uno di noi due dai Gallo o da Garboli o dai Bertolucci. Questo perché ci trattava da amici tra gli amici. 
Era pieno di iniziative: sempre con il gruppo dei suoi amici, organizzava delle gite fuori Roma. Noi eravamo con lui e con la mamma, naturalmente, ed era così ansioso di trovare, di vedere questi luoghi. Era sempre alla scoperta di cose nuove. Era un uomo estremamente entusiasta, allegro, giovanile, e al tempo stesso molto chiuso nella sua sofferenza, sia meteoropatica, ma anche di scrittore. Faceva una gran fatica a scrivere, a partorire quel che partoriva. Quando scriveva ed era lì nello studio, stavamo molto buoni, lo capivamo. Noi giocavamo in silenzio nella camera accanto, non facevamo rumore, lo aiutavamo a lavorare. I suoi testi non erano mai definitivi, arrivava ai definitivi dopo un continuo lavorio. Era fatto di tanti diversi aspetti, mio padre. 
Queste gite che ci racconti portano alla memoria l’incipit de Il Giardino dei Finzi-Contini. Quindi c’era anche una componente autobiografica in queste prime pagine del romanzo…
Certo, il prologo dei Finzi-Contini è un pezzo di vita vera vissuta, è senz’altro così. Lì mi ha chiamato Giannina invece di Paolina: io quelle parole del romanzo le ho dette, anche per far piacere al papà. Ero furba, più furba di lui. Sapevo quello che gli interessava, e poi l’ho detto anche perché lo sentivo. Quella gita c’è stata, era coi Citati e coi Gallo. Certe volte eravamo con loro, altre volte con la Morante e Moravia, o con Garboli. C’era questo gruppo straordinario di intellettuali che andavano alla scoperta, insieme, dei dintorni di Roma. Mio padre penso che così si sia fatto anche le ossa per ...[continua]

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