Vorremmo cominciare partendo dal tema della violenza maschile di cui anni fa ti sei occupato in un volume intitolato “Centauri”...
Quel libro era nato da una conferenza che avevo preparato per un festival. In quell’occasione mi si erano avvicinate molte persone, soprattutto delle femministe, che mi avevano detto: “Finalmente un uomo che ne parla!”. Si trattava in effetti di un aspetto a cui non avevo pensato. Già in occasione di un mio libro sulla paternità, Il gesto di Ettore, dove avevo parlato di un’identità maschile positiva, ero stato sollecitato a occuparmi anche dell’aspetto in ombra, negativo, violento. Ho così deciso di addentrarmi in questo tema. Dico subito che parliamo di un crimine segnato da una grande differenza, a seconda che si manifesti in modo collettivo o individuale. Il violentatore singolo è pienamente consapevole di commettere un crimine; la violenza maschile collettiva deriva invece da qualcosa di archetipico e di orgiastico, già lo troviamo nella tragedia greca, ad esempio nelle Troiane. Era costume comune dell’antichità uccidere gli uomini e portar via le donne come bottino. Questo archetipo arriva fino alla modernità. E purtroppo oggi noi stiamo regredendo nella cosiddetta evoluzione della civiltà, prova ne è il primo quarto del secolo attuale, decisamente più indietro rispetto al XX. Stiamo perdendo la percezione della sessualità come sentimento, slancio, passione e non solo istinto. Mia moglie, che esercita la mia stessa professione e però si occupa anche dei bambini, ha avuto casi di bimbi di seconda elementare, sette anni di età, dipendenti dal porno. Il mondo ci è proprio scappato di mano! Il recente caso Epstein ha rivelato anche come, a un certo livello, si registri uno sdoganamento di certi comportamenti. Il rapporto fra i sessi è istinto e cultura, ma il punto di equilibrio è difficilissimo da trovare. L’Italia in questo senso è un caso interessante, con i suoi due millenni di cattolicesimo. C’è una inibizione, una tabuizzazione formale, malgrado si declini in una società che si ritiene laica e moderna. I giovani sono particolarmente sbandati, posso constatarlo avendo pazienti di tutte le età. Io ho iniziato a praticare a metà degli anni Settanta, quando di sessualità si parlava apertamente, certo si è poi molto tematizzato l’aspetto politico, ma insomma, esisteva anche il privato...
Oggi i ventenni hanno spesso una relazione confusa con la sessualità e fanno fatica a parlarne, preferiscono tacere, sei tu che devi chiedergli: “Come va con la fidanzata?”, altrimenti è il silenzio. In apparenza i tabù sono stati cancellati e i ragazzi nel fine settimana vanno a dormire a casa l’uno dell’altro, che però, dato il costo degli affitti ad esempio a Milano e Roma, spesso è quella dove vivono anche i genitori.
Uno di loro, anche molto simpatico, figlio di due professori universitari, all’ultima seduta mi ha detto: “Ah, dottore, ho una buona notizia. Siccome lei mi chiede sempre come sta andando con la mia ragazza, sa, lei mi ha confessato che si trova a disagio con il suo corpo perché ha qualche chilo di troppo. A me a dire il vero piace così com’è, non me ne frega niente se è un po’ ingrassata, ma quando dormiamo insieme, se la tocco, lei si allontana. Invece ieri sera non è successo, e abbiamo fatto l’amore!”. Allora gli ho chiesto da quanto tempo non accadeva, lui ha cominciato a grattarsi la testa e mi ha risposto che erano circa cinque mesi. Caspita, ho pensato, hanno vent’anni, dormono insieme spesso, eppure...
Vedi un qualche legame tra l’erotizzazione diffusa nella nostra società e al tempo stesso, invece, un declino del desiderio, come hai appunto intitolato un tuo recente libro?
In realtà si tratta di un’erotizzazione perlopiù virtuale, bidimensionale: le persone si vedono, si incontrano attraverso gli schermi, magari decidono se stare insieme o no, ma cosa significa effettivamente questo essersi “messi insieme”? Certi rituali esistono ancora, anzi si sono persino intensificati, viene ad esempio celebrato addirittura il “complime ...[continua]
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