Franca Porto, dopo essere stata per molti anni, e con incarichi importanti, una sindacalista della Cisl del Veneto, dedica oggi il suo tempo a varie attività di volontariato. Vive a Valdagno.

Come amo dire, sono una donna del secolo scorso. Quando si parla di sindacato, di politica, di rappresentanza, di sociale, è importante contestualizzare; il tempo, i tempi non sono neutri; io risento profondamente di ciò che mi è successo, di quello che ho condiviso e vissuto. Sono cresciuta in una famiglia di sei persone, mio padre era camionista; mia madre faceva la sarta in casa e poi aiutava nei campi; non avevamo l’acqua calda, non avevamo l’auto e a quattordici anni, io, che sono la figlia maggiore, sono entrata in fabbrica, in un maglificio.
Per me quello è stato un dolore grande perché mi vedevo già al liceo; col grande sostegno anche dei miei professori; tutti dicevano che ero brava. Così mi sono iscritta alle scuole serali e, in cinque anni, mi sono diplomata... lavorando! Non ho mai visto una busta paga, la consegnavo in casa perché c’era bisogno di soldi, a me non interessavano; io volevo solo poter studiare.
Ho quindi trascorso l’adolescenza e la giovinezza in fabbrica, otto ore al giorno, poi a scuola per quattro ore e il resto del tempo a studiare e frequentare l’Azione cattolica, in parrocchia mi divertivo, stavo con le mie amiche, ascoltavo conferenze interessanti. È stato un momento formativo importante. Lì ho imparato il valore del senso di responsabilità e del sacrificio per ottenere risultati, e anche l’importanza di discernimento e libero arbitrio, che sarebbero stati fondamentali nella mia vita di sindacalista. Ho imparato, cioè, che ad un certo punto devi scegliere, e ne porti la responsabilità, perché ogni decisione genera delle conseguenze. Quando rappresenti altri sei dunque chiamata a prestare grande attenzione alle decisioni che prendi.
Com’era il lavoro in fabbrica?
Io lavoravo in un maglificio. Eravamo più di duecento donne; i pochi uomini ci divertivamo a prenderli in giro. All’epoca la maggioranza delle donne lavoravano fino al matrimonio o alla nascita del primo figlio. Quei soldi servivano per la famiglia o per la dote, per acquistare una casa, o semplicemente per arrivare alle nozze con qualcosa da parte. Si viveva, quando andava bene, in case come la mia, con il bagno all’interno, ma senza riscaldamento e senza acqua calda. Nella contrada dove abitavo, molte case avevano ancora il bagno all’esterno e la gente dormiva con l’orinale sotto il letto. Sto parlando della fine degli anni Sessanta, inizio anni Settanta.
Di lì a poco le cose sono cambiate velocissimamente: sono arrivati i termosifoni, l’acqua calda sempre, la lavatrice con il fustino di Dixan in omaggio! In mensa quando le operaie raccontavano che avevano comprato la lavatrice tutte si mettevano intorno: “Ma come funziona? Cosa fa?”. Erano eventi! L’importanza di avere un lavoro, soprattutto per una donna, mi è diventata molto chiara quando, a diciotto anni, per una serie di questioni interne alla mia famiglia, ho deciso di andare a vivere da sola. Sono finita a dormire in un convento delle suore dove alloggiavano anche le insegnanti che arrivavano dal Sud a Vicenza; ognuna di noi aveva una sua camera, i bagni e le docce erano in comune; c’era una stanza con degli armadietti dove potevamo mettere delle provviste e scaldarci qualcosa da mangiare; il rientro era obbligatorio alle nove di sera in inverno e alle dieci in estate.
Per poter essere accettate, servivano tre lettere di referenze di persone considerate autorevoli dalle suore. Una di queste me la fece Bruno Oboe, il segretario della Cisl, un’altra il responsabile della pastorale del lavoro e la terza mia zia Adriana che era un’insegnante che aveva anche un ruolo in diocesi e nella democrazia cristiana, donna molto importante per me.
Come sei entrata in contatto con il sindacato?
Negli anni successivi sono rimasta a lavorare al maglificio e mi sono anche diplomata. A quel punto volevo iscrivermi all’università. Senonché c’è stata una durissima vertenza dei maglifici per l’accordo provinciale. Io ero già iscritta alla Cisl perché lo era mio padre. Ricordo che quando mi avevano proposto di iscrivermi con la delega già assegnata alla Cgil, ho chiesto a casa: “Papà, il tuo sindacato da noi non c’è...” perché mi ero fatta l’idea che il sindacato si chiamasse “Maggian”, come lui diceva sempre, invece quello era solo il nome del sindacalista che conosceva. Comunque ho pensato che se quella persona era così brava da rappresentare per mio padre il sindacato tutto, dovevo anch’io iscrivermi alla Cisl. Decisione di cui non mi sono mai pentita. 
Comunque, in quel consiglio di fabbrica, dove c’era solo la Cgil, l’indicazione fu di sospendere lo sciopero abbandonando gli altri maglifici. Io mi sono opposta perché mi pareva un tradimento e sorprendentemente la maggior parte delle lavoratrici mi ha seguito. In fabbrica si è creata una situazione di forte tensione. Tra l’altro, il sindacalista della Cisl che seguiva l’azienda era pessimo e le cose sembravano mettersi male. Così ho telefonato a Vicenza: “Mi passi il capo della Cisl!” quando dall’altra parte hanno esitato, ho detto: “Senta, io parlo a nome di un gruppo di iscritte che se non ci ascoltate daranno disdetta”. Così sono riuscita a parlare con Oboe che mi ha proposto di incontrarci. Terminato l’orario di lavoro, alle cinque e mezzo, sono partita in bicicletta, per Vicenza, che dista circa 14 km dalla fabbrica. Era la prima volta che incontravo questo uomo che poi è stato per me un grande maestro, non solo di sindacato ma anche di vita. Gli ho spiegato che ero in difficoltà perché ero giovane, non ero nessuno, però sentivo di avere un dovere verso le persone che si fidavano di me e che quel sindacalista non lavorava bene. Lui ha deciso che dalla settimana seguente la fabbrica sarebbe stata seguita da un altro, perché aveva già ricevuto lamentele. Così sono stata eletta e ho cominciato a fare la delegata sindacale.
Parlaci dell’esperienza di delegata.
Intanto voleva dire avere tanta pazienza e disponibilità all’ascolto, perché i problemi, anche allora, erano molti e differenti, si andava dalla carta igienica che mancava nei bagni alle buste paga sbagliate… Per dire, una battaglia importante fu quella per ottenere per le donne bagni più grandi e separati dai maschi, perché una donna va in fabbrica anche quando ha il mestruo e in quei giorni ha bisogno di uno spazio riservato. Ovviamente ti arrivavano anche richieste che erano veramente stupide, però non è che potevi dirlo così. Dovevi essere capace di accogliere tutto quello che quella persona ti diceva, perché tu eri lì per ascoltarla e per provare a trovare una soluzione. Serviva molto tempo: spesso anziché andare a casa nella pausa pranzo, sceglievo di rimanere alla mensa perché quello era il momento della condivisione.
Devo dire che la parte più complicata per me era il rapporto con l’azienda, perché sindacalmente ero nata con una rottura e quindi ero vissuta come una che cercava lo scontro. Ho capito abbastanza presto che, così facendo, avrei perso il mio seguito. Questa è una lezione che mi è stata sempre utile. Non devi mai stancarti di ascoltare, di capire, di dare spazio e però allo stesso tempo non puoi farti portare in giro da chi urla più forte, da chi ha meno da perdere. Devi essere capace di comprendere quando si rischia di rompere il filo, sia nel rapporto con l’azienda che con le lavoratrici e i lavoratori. Ci sono alcune verità che possono non piacere ma che sono semplici. Se si arriva a uno scontro in cui bisogna scegliere tra sindacato e titolare, devi sapere che, quasi sempre, le persone scelgono il secondo, quindi è meglio trovare una soluzione e evitare il più possibile di arrivare al muro contro muro, devi cercare un punto di equilibrio.
La seconda cosa che ho imparato in fabbrica è che, di fronte a determinate situazioni, è preferibile dire: “Non lo so, mi informo” oppure anche: “Mi dispiace, non sono d’accordo”, piuttosto che far finta di niente. Nella rappresentanza, è fondamentale la credibilità della persona.
Io ho cominciato a fare la sindacalista negli anni Ottanta nella Filta Cisl di Vicenza, il sindacato tessile, abbigliamento e calzaturiero, che aveva più di ventimila iscritti e venticinque, ventisei sindacalisti tra vecchi e giovani. 
Nel vicentino c’erano grandi aziende come Marzotto, Lanerossi, CotoRossi e tante altre realtà di piccole dimensioni. Improvvisamente, anche grazie al lavoro nelle fabbriche, cambiò tutto e molto velocemente: arrivò il benessere, i consumi di massa. Quelli erano anche gli anni dei movimenti, di autonomia operaia e del terrorismo. Solo chi ha vissuto quel periodo, può capire... 
Io vengo mandata a fare l’apprendista sindacalista dei tessili a Thiene nei giorni in cui scoppia una bomba e muoiono i tre che la stavano preparando; l’obiettivo pare fosse la sede dei Carabinieri, ma ricordo che erano due mesi che i vecchi sindacalisti dormivano nella sede Cisl perché avevano più volte cercato di sfondare le vetrine e entrare perché ci consideravano “servi dei padroni”. Provate a immaginare tre ventenni che in un appartamento costruiscono una bomba con una pentola a pressione e provate a immaginare a 500mt di distanza la sottoscritta a vent’anni che fa la sindacalista Cisl.
In zona c’era una grande azienda che nel giro di due anni era passata da centoventi a quasi mille dipendenti, con uno stabilimento nuovo e così tanto lavoro che non riuscivano ad avere personale sufficiente. Così, come Cisl, avevamo firmato un accordo che prevedeva lo straordinario al sabato; la Cgil non aveva aderito e assieme a tutta la sinistra estrema facevano il picchetto per non fare entrare le lavoratrici. Ora, se fai un accordo e non riesci a farlo rispettare, perdi la faccia con tutte le parti interessate. Così noi organizzammo dei contro picchetti per far lavorare le donne. È stato uno scontro lacerante.
Erano gli anni del boom, ma anche dell’esplodere di tante contraddizioni: dentro le famiglie, le parrocchie, i partiti, le comunità. Erano anni in cui si ammazzava. In cui dentro aziende del vicentino, del veronese giravano volantini delle brigate rosse e purtroppo a sinistra c’era gente che pensava che questi fossero “compagni che sbagliano”. Questo per dire di un clima, dove ovviamente c’era anche la destra ad alimentare scontri violenti, non dimentichiamo le stragi.
Tutto questo sgretolò gli elementi comunitari ed identitari che fino allora permettevano alle persone di condividere percorsi, sentimenti e bisogni. E che permettevano una sintesi che portava a varie forme di rappresentanza. Si creò un vuoto sociale che non capimmo subito e generò molti danni che in parte stiamo ancora pagando.
Nel mio essere sindacalista, il primo grande cambiamento fu quello di occuparmi non solo della condizione economica o della qualità del lavoro, ma anche del benessere delle persone fuori dalla fabbrica.
Per poterlo fare, dovevo disporre di un pensiero più largo, dovevo conoscere e interessarmi dell’intorno. Lì ho scoperto che non si può essere verticali, ma che si deve essere orizzontali. Ho capito che persone e territorio hanno storie che fanno la differenza e che chi vuole rappresentare quelle persone e quel territorio deve comprendere. Così ho anche ripreso a studiare.
Con il tempo ho compreso che non si tratta di vincere sconfiggendo qualcuno e che non conta in quanti si è; è invece importante la strada che si sceglie di intraprendere e anche la capacità di fermarsi. Come è sbagliato andare avanti da soli, è altrettanto sbagliato pensare che “siccome siamo in tanti allora abbiamo ragione”.
Poi da Vicenza sei passata a Verona.
Gli anni Ottanta sono finiti e io nel frattempo, da Vicenza sono andata a Verona. Lì ero la vicentina, “quea da fora”, la foresta. Era sempre Cisl, era sempre Filta, era sempre Veneto, ma non era più casa mia! A Verona ho imparato che non è mai finita, che ci sono sempre situazioni diverse da comprendere, un motivo per essere ancora una volta prudente e capace di ascolto, di discernimento e di scelta.
Verona è stata molto importante anche dal punto di vista della mia posizione politica dentro la Cisl. 
Io nasco in una Cisl speciale, quella di Vicenza, che era collocata, tra virgolette, a sinistra, al contrario della Cisl nazionale che aveva una maggioranza di destra (so di usare termini impropri ma è per farmi capire).
Quella di Vicenza era una Cisl potremmo dire “carnitiana”; era la Cisl dei grandi dirigenti democristiani e cattolico-sociali, uomini modello Tina Anselmi per capirci, i quali, negli anni Settanta, comprendono che bisogna aprire l’organizzazione ai cambiamenti sociali. Nasce così quella che chiamarono la “stagione dei cento fiori”: cento giovani sindacalisti di cui quasi metà donne. In formazione e poi in giro a sindacalizzare.
Ecco, a un certo punto a Verona si apre uno scontro e danno per scontato che io, venendo da Vicenza, stia con la sinistra, e invece decido di non schierare la mia categoria, anzi di assumere una posizione terza. Sono contrastata e contestata da tutti. È lì che divento -come dirà qualcuno pensando di insultarmi- “portiana”, dal mio cognome Porto. Portiana significa che sto dove decido autonomamente e non in base all’appartenenza. Una scelta che mi ha portato talvolta a non essere benvoluta né da una parte né dall’altra. Mi schieravo, sì, ma non come affiliata. Solo in base ai percorsi e ai progetti.
All’inizio degli anni Novanta, sei diventata segretaria generale dei tessili di tutto il Veneto.
Lì il tema è diventato anche quello della leadership. Io finché facevo la sindacalista ho cercato di essere non solo una brava sindacalista, ma la migliore. Volevo che dicessero che si erano iscritti da Porto, come mio padre diceva di Maggian. Dal regionale di categoria mi dovevo occupare del lavoro e dei lavoratori “occupandomi” di più dei sindacalisti. Ero diventata, appunto, una “dirigente”. Sono stata ambiziosa? Ho intrapreso delle battaglie anche pensando che volevo un riconoscimento? Sarei ipocrita se non lo ammettessi, a quel punto volevo qualcosa di più. Chiedo: c’è qualcosa di male a voler essere una leader? Io penso ci sia bisogno di buoni leader. Il punto è  esprimere la tua leadership con chiarezza, esercitarla con fermezza, metterti in gioco e essere disposta ad assumerti responsabilità e conseguenze.
Cos’ha significato in questo percorso essere una donna?
Cosa significava? Intanto che nelle riunioni degli organismi io ero quasi sempre da sola come donna. In più ero giovane e anche carina, quindi ero un problema sotto tanti punti di vista. Tanto è vero che la prima volta che sono arrivata in una riunione come segretaria generale della categoria e mi ero truccata con un rossetto rosso, uno dei colleghi delle altre categorie mi disse: “Ma dove vai con quella bocca sessuata?”. Ho sempre avuto grande sostegno e stima da parte delle lavoratrici e dei lavoratori, dei delegati e delle delegate, anche se non ho mai cercato di fare la rappresentante delle donne, pur facendomi carico della questione delle differenze. 
Ma sì, la fatica di essere donna dentro la Cisl l’ho sentita.
Per esempio, in Confindustria tutti i contrattualisti erano uomini, e fra maschi comunicavano con un linguaggio, un’ironia, delle posture che malgrado la loro volontà portavano alla mia esclusione o quantomeno creavano una certa distanza.
Racconto un episodio. Avevo poco più di vent’anni e seguivo un’azienda per una vertenza. Comincia una riunione per firmare l’accordo aziendale. Quando siamo tutti seduti attorno al tavolo il titolare chiede dov’è “quello della Cisl”. “Sono io quella della Cisl” dico. E lui, accompagnato da tutta la sua delegazione, abbandona la sala. A quel punto si sospende tutto. Io ero spaventata. Bisognava tornare in azienda con l’accordo. Insieme alle delegate ci avevamo messo la faccia.
Così andiamo da Oboe. Gli racconto tutto, lui chiede conferma alle delegate, dopodiché prende il telefono e chiama Confindustria. Ero molto preoccupata perché, se avesse mandato un altro al posto mio o insieme a me mi avrebbe delegittimato. Lui è stato perentorio: disse all’interlocutore “Ascoltami bene e riferisci anche agli altri, si dice ‘Franca Porto’ e si legge ‘Cisl Vicenza’, gheto capio?”. A quel punto siamo tornate indietro e abbiamo chiuso la trattativa firmando l’accordo.
È stato un passaggio decisivo per me. Non ho capito solo che potevo farcela, anche una donna poteva essere “rappresentante”; ma ho imparato anche che potevo avere alleati tra gli altri sindacalisti.
Nei decenni ho visto cambiare moltissimo il mondo del lavoro, con una presenza stabile delle donne, ma non è vero che abbiamo raggiunto l’uguaglianza, né nelle retribuzioni né nei percorsi di qualificazione professionale, di accesso alla formazione e di carriera. Purtroppo oggi la situazione è ancora più insidiosa perché le ragazze non si rendono conto, non ci credono e le discriminazioni sono molto difficili da riconoscere e da mettere in discussione. C’è tanto lavoro da fare. Oggi sono molto orgogliosa che ci sia per la seconda volta una donna segretaria generale della Cisl nazionale; sono in attesa che questo succeda dappertutto. Perché l’immaginario, le sedimentazioni culturali, sono ciò che rende possibile alle donne sentirsi autorizzate ad alzare la voce, a mettersi in gioco, ad assumersi la responsabilità di rappresentare.
Nel tuo percorso tu individui alcune fratture, puoi raccontare?
Nella rappresentanza, sia sociale che lavorativa e politica, io ho vissuto un prima e un dopo e la frattura è data dal fatto che prima esistevano le comunità; la dimensione comunitaria era il contenitore, l’incubatore e al contempo il fruitore dell’insieme di azioni che i soggetti mettono in campo. 
Questo è un elemento che deve essere ben chiaro nel momento in cui si vuol parlare di rappresentanza, perché altrimenti si parla di un’altra roba. Questo è un tema difficile, che ha a che fare anche con la demografia, con la denatalità, e con la fatica che porta con sé il processo di integrazione di chi arriva da altri paesi, e infine con una cultura di deresponsabilizzazione e di perdita del concetto di autorità sia genitoriale sia scolastica che è diventato anche troppo spesso mancanza di responsabilità e di autorevolezza da parte delle persone che agiscono ruoli pubblici.
È una in-cultura di cui la mia generazione è responsabile: vorremmo essere tutti sempre giovani, vorremmo essere solo amici dei nostri figli, e se poi abbiamo un ruolo pubblico elettivo o di rappresentanza sociale a volte vogliamo la gloria e non le pene che porta con sé…
Sia chiaro: quando parlo di autorità non penso al capo o alla capa che comanda. Sono sempre al tema del discernimento e della responsabilità. Perché le persone stiano insieme, non solo per coercizione o per bisogno, ma in un contesto civile e vivibile, devi costruire un sistema di regole esplicito e anche un’infrastruttura che le renda praticabili e che ne controlli il rispetto. Un’autorità è un livello in cui riconoscersi anche in termini di obblighi, di doveri. Perché la responsabilità, la condivisione, il controllo sono parte dell’autorità. Come fai a far rappresentanza in un contesto in cui non esiste una comunità che si riconosce in determinate regole? Questo è il grande tema che oggi ha bisogno di risposta.
Quando sono entrata in segreteria regionale confederale, ho accettato l’incarico perché quel lavoro, dal mio punto di vista, aveva e ha un valore altissimo. Io ho sempre considerato l’essere componente della segreteria della Cisl del Veneto prima, come segretaria generale della Cisl di Vicenza e infine come segretaria generale della Cisl del Veneto, un modo di servire la comunità. 
Farlo bene permette alle categorie di operare al meglio sia nei luoghi di lavoro sia attraverso forma di concertazione condivisa con la contrattazione sociale.
Ho avuto il privilegio di essere protagonista di accordi importanti in Veneto, per esempio siamo stati la prima Regione che ha stipulato un accordo in deroga, a firma solo Cisl, che prevedeva che le aziende potessero assolvere l’obbligo di assunzione dei disabili (persone con disabilità psichica) anche adottando delle cooperative che se ne occupavano. La persona con disabilità psichica ha una produttività limitata, deve avere un operatore tutto per sé e quindi è un costo per la comunità, ma per lui o lei è importante trascorrere delle ore fuori casa impegnandosi a fare qualcosa assieme ad altri; questo è importante anche per la famiglia, che ne trae un po’ di sollievo. 
All’epoca fummo accusati di voler creare delle segregazioni, ma siamo andati avanti lo stesso. E sono nate cooperative di grande valore sociale che operano ancora oggi.
Abbiamo costituito l’Ente bilaterale dell’artigianato veneto da cui poi gemmò quello nazionale.
Con l’Ebav sono stati offerti alle imprese e ai lavoratori artigiani servizi, assistenza e risorse che altrimenti non avrebbero avuto; e parlo di servizi sindacali in un mondo, l’artigianato, dove il sindacato non c’era. Siamo riusciti a costruire una legge regionale importante sulla formazione professionale provando a invertire la tendenza che la vedeva solo come la “scuola dei preti” o dei “poveracci”. Abbiamo trasformato in confederale e permesso la crescita di Solidarietà Veneto, il primo fondo pensionistico nato in Italia e tutt’ora regionale.
Tutto questo e molto altro non è stato merito mio; è stato frutto di una stagione di grande progettualità e innovazione. Un lavoro corale. Eravamo una comunità.
Devo anche dire che quando sono diventata confederale, io avevo un vantaggio rispetto a tanti colleghi: forte del fatto che mi reputavano affidabile, anche per il mio percorso di delegata e sindacalista, non avevo paura a parlare con tutti. Se il tuo compito è trovare soluzioni che diano risposte positive a chi rappresenti, devi parlare con tutti e tutti devono parlare con te. In questo ha pesato anche il fatto che io ero la prima e unica donna in Veneto, anche nella politica non c’erano donne in posizioni apicali e questo generava una certa curiosità. In più avevo una buona capacità di relazione con i giornalisti, una buona intuizione sulle cose da dire. Ovviamente, per poter parlare con tutti, anche in via informale, devi avere una grande credibilità. Io poi ho voluto, periodicamente, continuare a partecipare alle assemblee, non solo per stare vicina alla gente, ma anche per coltivare la capacità di ascoltare, di farsi capire e di fare sintesi.
Alla fine ho fatto la segretaria del Veneto per nove anni. Leader si diventa non si nasce, certo uno può essere più spregiudicato, può avere una dialettica più efficace, ma sono i percorsi, i riconoscimenti, le condivisioni, la consapevolezza a fare la differenza. La classe dirigente, anche quella politica, ha bisogno di luoghi di incontro, di passaggi progressivi, di formazione. Insomma, quello del sindacalista e del dirigente sindacale è un ruolo che si apprende nel tempo facendo esperienza, studiando, impegnandosi molto e avendo il coraggio di metterci la faccia ogni giorno.
Perché hai deciso di smettere quando eri all’apice della carriera?
Una sera ero andata in piazza dei Signori a Vicenza, c’era Beppe Grillo per una manifestazione dei Cinque Stelle; ci saranno state circa cinquemila persone. Io mi sono seduta in fondo, sui gradini, come facevo da giovane. Volevo capire cosa stesse succedendo. A un certo punto, mi sono sentita apostrofare da una voce che conoscevo, era una donna che faceva parte di un gruppetto di alcune persone, di cui un paio della Cisl, gli altri non iscritti o della Cgil e Uil; li conoscevo perché lavoravano tutti per un’azienda che avevo seguito. Mi dicono: “Sei venuta per prepararti alla tua fine? Perché noi adesso vi faremo sparire tutti!”. Senza alzarmi, ho guardato la signora che mi aveva parlato e le ho chiesto: “Ma tu, proprio tu, mi dici questo!?”. Lei sapeva bene cosa avevo fatto per quell’azienda e per loro e lì si è gelata e si è affrettata a dirmi: “No, Franca, scusa, hai ragione: tu no, ma gli altri sì”.
Io non sono più riuscita a liberarmi di questo episodio. Alla fine ho preferito pensare che avevo vissuto un tempo della rappresentanza, che avevo compreso e cercato di agire, e che quel tempo era finito e che ora toccava ad altri. Non mi ero mai sottratta al dibattito con nessuno anche se come persona o come organizzazione/partito erano molto lontani da me, ma con questa ondata di “uno vale uno” e “viva la disintermediazione” sentivo di non avere strumenti. Mi sono detta: “cara Franca, fatti un bel regalo e fermati”. Con questo non è che mi sia ritirata dalla vita o dalle attività, ho fatto e faccio un sacco di altre cose. Intanto ho viaggiato molto perché non l’avevo mai potuto fare: dai miei quattordici anni fino al 2015 non mi sono mai fermata. Poi sono stata coinvolta in alcune esperienze eccezionali, come quella con la Fondazione Festari e della Fondazione Marzotto. Un altro impegno prezioso è stato con un’altra fondazione impegnata per il “dopo di noi”. 
C’è molto da fare nei luoghi in cui viviamo attraverso il volontariato e soprattutto noi della mia generazione abbiamo maturato anche un obbligo di restituzione.
Per l’anno prossimo ho in programma un anno sabbatico, ho già detto a mio marito che trascorrerò sei mesi in Sicilia. Ho bisogno di fermarmi un po’ per riflettere, di oziare. Poi tornerò. Perché penso che quello che sta succedendo nel mondo metterà in discussione ogni cosiddetto “diritto acquisito” in nome dei quali continuiamo a cercare degli aggiustamenti senza cambiare le cose. Ho paura che quando ci sbatteremo ci farà male e servirà una rinnovata capacità di esercitare rappresentanza sociale, ma anche e soprattutto politica, perché succederanno cose sgradevoli e chi sa fare qualcosa, dovrà impegnarsi per aiutare a sbrogliare la matassa. 
Io su questo resto positiva. Da noi si dice: “in un mondo de orbi chi g’ha un ocio xe re” (in un mondo di ciechi, chi ha un occhio è un signore). Ecco, credo che chi ha fatto la delegata o il delegato, il sindacalista o la sindacalista, abbia una sensibilità e delle competenze importanti, che possono e devono essere messe a frutto. Il lascito più prezioso della mia esperienza sindacale restano le persone che ho incontrato; il sistema Veneto in cui ho vissuto, una rete dei soggetti di rappresentanza, era davvero una comunità che faceva crescere le persone e che a me ha dato moltissimo.
Vorrei restituire, almeno in parte, ciò che ho avuto. Il fatto che quello che abbiamo costruito venga oggi indebolito è una perdita per tutti. Bisogna tornare a investire in comunità e forse sarà la volta buona che riprenderemo anche un tema a lungo snobbato, cioè quello della Sussidiarietà.
Noi oggi più che mai abbiamo bisogno di corpi intermedi partecipabili. Bisogna dire a voce alta che i corpi intermedi sono indispensabili e che la disintermediazione non è solo una bestemmia, ma è proprio un danno per le persone che hanno più bisogno, perché le si lascia da sole.
(a cura di Barbara Bertoncin e Massimo Tirelli, con la collaborazione di Paola Sabbatani)